Alessandra Dino

Alle origini del discorso sulla mafia

 

Solo attraverso una tormentata “battaglia dialettica” – di cui Umberto Santino in La mafia dimenticata ripercorre le tappe nel quarantennio tra il 1861 e il 1901 – l’associazione di malfattori viene inquadrata come organizzazione criminale e come tale perseguita anche in sede giudiziaria. È dunque nel “discorso sulla mafia” che si cela il più raffinato e sottile scontro politico, che si svolge dentro e non contro il “pensiero di Stato”. Senza indulgere a criminalizzazioni generalizzate le analisi della ricerca di Santino risuonano familiari mentre amaramente sembra si debba ancora pensare che de nobis fabula narratur

 

1. La mafia come soggetto politico

È denso di stimoli il nuovo libro di Umberto Santino La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall’Unità d’Italia ai primi del Novecento, (Milano, Melampo, 2017, 643 pp.). Un lavoro prezioso del quale desidero segnalare alcuni importanti passaggi.

E parto dall’introduzione nella quale l’autore inquadra lo studio all’interno del “discorso” sulla mafia. Discorso che, nella tradizione degli studi etnografici, Santino considera luogo di produzione delle pratiche sociali e, sulle tracce di Foucault, dimensione generativa della microfisica del potere.[1]

Telling about the mafia era anche il titolo di un numero della rivista «Sociologica» che dette vita, nel 2012, a un seminario dell’Istituto Cattaneo durante il quale ci interrogammo sulla difficoltà di definire l’ambito di significazione della parola mafia,[2] auspicando un serio esercizio di riflessività[3] che mettesse a nudo i meccanismi di rispecchiamento che legano produzione scientifica e oggetto di ricerca, svelando i dispositivi di controllo posti alla base di qualsiasi teoria.[4]

Applicando uno sguardo riflessivo ai discorsi sulla mafia che emergono dai documenti raccolti nel testo, ci troviamo circondati da una ridda di definizioni che cambiano a seconda dei soggetti, dei momenti storici o anche solo delle circostanze. Così: «La mafia è, insieme: comportamento, stile di vita, modo di essere, gruppo più o meno strutturato, insieme di gruppi con organismi di coordinamento e di comando, organizzazione piramidale e verticistica».[5]

È questa polisemia che spinge il ricercatore a spostare il focus di analisi dallo studio del discorso sulla mafia a chi questo discorso produce, alle procedure della sua elaborazione e ai modi della sua diffusione. Non c’è infatti un unico produttore ma ce ne sono tanti e ciascuno portatore di interessi in competizione con gli altri, su differenti piani.[6]

E se la specificità identitaria della mafia risiede nella “soggettività politica”[7] non è peregrino che la sua definizione sia filtrata attraverso la lente del “pensiero di Stato”; un pensiero che si incarna «nei cervelli, sotto forma di strutture mentali, di schemi di percezione e di pensiero» e agisce come una «banca di capitale simbolico», garantendo gli atti di autorità e le forme di «impostura legittima».[8]

Ne segue che la decostruzione del pensiero di Stato non è solo un’operazione politica ma è soprattutto una frattura epistemologica, poiché: «È stato indubbiamente il “pensiero di Stato” a imporre l’idea della mafia come fenomeno criminale, illegale, antistato ecc. ecc., ma una parte della popolazione considera lecito, legittimo, si potrebbe dire “naturale”, associarsi in organizzazioni che non riconoscono il monopolio statale».[9]

 

2. Oltre gli stereotipi…

L’unificazione nazionale – avvenuta in ritardo e osteggiata dalla Chiesa cattolica e dai poteri locali – è stata sovente percepita come una conquista dello Stato sabaudo le cui regole e i cui strumenti di potere sono stati avvertiti come estranei e non riconosciuti legittimi. Ecco perché il discorso pro mafia si è spesso sovrapposto alla difesa della cultura e del popolo siciliano.[10]

L’attribuzione del nome “mafia” al fenomeno emergente (suggellata dall’opera di Rizzotto e Mosca I mafiusi della vicaria) scatena una lunga battaglia simbolica per definirne i confini in base alle prerogative dello Stato centrale. Lungo questa scia, potremmo considerare il libro di Santino come la storia di uno scontro dialettico che – tra il 1861 e il 1901 – vede competere diversi attori sociali per rendere legittima la definizione di mafia a loro più confacente, accreditando il proprio punto di vista nelle diverse arene pubbliche (tribunali, commissioni parlamentari, stampa, documenti ufficiali).

Ecco perché si discute a lungo della differenza tra associazione di delinquenti e mafia, tra setta e organizzazione, tra briganti e mafiosi, tra Stuppagghieri e Fratuzzi, cercando ogni volta di individuare confini netti che presto si dileguano, perché la battaglia non è ancora conclusa e non in tutte le arene gli equilibri di forze sono gli stessi.

Solo alla fine del libro, il lettore ritrova nelle analisi di Sangiorgi quei temi e quelle parole che è abituato a sentire. Ma presto la dialettica si rinnova poiché nel contrasto/connubio con la mafia, lo Stato definisce i mutevoli confini del suo potere legittimo.[11]

Continuando nella lettura, il libro ci propone altre interessanti piste analitiche. Una di queste riguarda l’invenzione del nemico e la sua dicotomica rappresentazione. Quante volte infatti – dalle spedizioni garibaldine ai moti insurrezionali, dalla rivolta di Castellamare alla rivolta dei Pugnalatori – le forze mafiose e quelle istituzionali si sono sovrapposte e le figure si sono ibridate oscillando tra forme più nette di complicità (il questore Albanese) e il chiaroscuro che circonda anche i personaggi più “positivi” (come lo stesso Sangiorgi)?

Con grande efficacia il libro procede alla decostruzione di alcuni stereotipi e al disvelamento di alcune pratiche di accertata complicità. Quella che lega, ad esempio, la Chiesa e la mafia e quella che contrappone il pensiero di Stato al pensiero della Chiesa-Stato.[12] Due soli casi. Il rinvenimento della Bolla di Componenda e l’abile camuffamento della cosca mafiosa dietro gli stendardi di una confraternita religiosa grazie a un frate francescano dell’Uditore.

Emanata nel 1866 da Pio IX, la Bolla di Componenda  – “una forma di monetizzazione del crimine e dell’illecito, usata sia dalle autorità civili e religiose che dai criminali”[13] – consente l’assoluzione dei peccati-reati mediante il pagamento di somme di denaro. Ritrovata dall’autore in un testo di Maggiorani e pubblicata in appendice del capitolo due, fornisce utili indizi per comprendere le radici del nostro pervasivo sistema corruttivo e della dilagante sostituzione delle categorie economiche a quelle etiche.

Ugualmente illuminante è la cronaca di quanto accade nel quartiere dell’Uditore dove, racconta il dottor Galati nel 1875, l’organizzazione mafiosa presenta una peculiarità: «Un monaco astuto, piuttosto colto, ai modi affabili, all’aspetto mansueto, ha dato a quella associazione un carattere religioso. Per non destar punto i sospetti delle autorità, ed eluderne la sorveglianza, egli ha formato un’associazione cui ha posto il titolo di società dei terziari di S. Francesco di Assisi, nella chiesa degli ex liguorini dell’Uditore»,[14] designandone presidente Antonio Giammona, capomafia e capitano del reparto della Guardia nazionale affidata al barone Turrisi Colonna.

 

 3. … e oltre il muro dell’omertà

Il libro attacca anche il pregiudizio sull’omertà che circonda l’agire mafioso, proponendo svariati casi di confidenze e di coraggiose testimonianze da parte di familiari di vittime e di semplici cittadini. Si pensi solo al ruolo svolto da Leopoldo Notarbartolo nei processi per l’omicidio del padre.

Tra i testimoni – è anche questo un dato in controtendenza –  un ruolo di primo piano è svolto dalle donne. Bella la testimonianza di Vincenza Cuticchia, madre di Anna Nocera messa incinta e poi uccisa da Leonardo Amoroso, che depone senza paura al processo contro gli assassini della figlia, disarticolando le retoriche intorno al mito mafioso.

Particolarmente toccante la deposizione di Giuseppa Di Sano, la bettoliera di via Sampolo che per aver scoperto un traffico di soldi falsi viene prima minacciata e quindi fatta bersaglio, il 26 dicembre 1896, di un attentato che le provocherà gravi ferite e determinerà l’uccisione della giovane figlia, Emanuela Sansone.

La sua testimonianza al processo contro l’associazione a delinquere del 1901 è raccolta nelle relazioni del questore Sangiorgi che registrano anche l’amarezza della donna per l’isolamento subito dopo la decisione di denunciare gli assassini della figlia: «mi sono veduta da allora mal vista e sfuggita da tutti […] ed alla piaga insanabile che mi produsse nel cuore la disgraziata morte della diciottenne mia figliola, si aggiunse ora il danno economico prodottomi dalle persecuzioni della mafia, che non mi perdona una colpa che io mai commisi».[15]

Parlano Agata Mazzola e Margherita Lo Verde, vedove dei cocchieri Giuseppe Caruso e Vincenzo Lo Porto, uccisi per aver rubato in casa Whitaker; e parla Rosalia Incontrera il cui marito Domenico (fratello di Giuseppe Caruso) si suicida per le persistenti minacce della mafia.

Parla anche Giovanna Rampolla per denunciare un altro suicidio, quello del marito  Stanislao Rampolla del Tindaro, delegato di Pubblica sicurezza a Marineo dove aveva ripetutamente segnalato le malefatte del sindaco, il notaio Filippo Calderone.[16] Nel 1889, la vedova presenta a Crispi, Ministro dell’Interno, un circostanziato ricorso, denunciando complicità e facendo i nomi dell’associazione di malfattori e dei suoi altolocati protettori. E se le sue parole rimangono inascoltate, la sua testimonianza è un esempio di come si possa trasformare il dolore privato in denuncia pubblica.

 

 4. De nobis fabula narratur

 Tra le fonti e i documenti che il volume raccoglie pregevole è il resoconto delle interviste della Commissione Parlamentare d’Inchiesta istituita il 3 luglio 1875 per dar conto della difficile situazione siciliana e della violenza endemica che vi si registra.

Ma è il processo per associazione a delinquere del 1901, che – come già accaduto per quello per l’assassinio Notarbartolo – si trasforma in palcoscenico pubblico in cui si combatte la battaglia per l’attribuzione all’associazione mafiosa di un carattere organizzato. Sangiorgi usa parole puntuali: nomi di famiglie, mandamenti e singoli associati che anche oggi suonano familiari. E suscita l’interesse della stampa internazionale e della popolazione.[17]

Preziosa anche la raccolta di documenti, atti processuali, relazioni parlamentari, opere letterarie e studi di intellettuali, pubblici funzionari e politici che partecipano, a diverso titolo alla costruzione del discorso ufficiale sulla mafia. Tra questi Napoleone Colajanni che descrive la mafia come reazione delle classi popolari allo sfruttamento e alle diseguaglianze sociali e Giuseppe De Felice, socialista e dirigente dei Fasci, che individua i tre livelli della mafia, al culmine dei quali pone la borghesia prepotente, il signore, la mafia in guanti gialli.

Tra i vari resoconti l’autore non nasconde il suo apprezzamento per le analisi di Francesco Saverio Merlino – anarchico e condannato per “associazione di malfattori” – che nel suo testo L’Italie telle quell’est lamenta il vergognoso divario tra Nord e Sud, mostrandosi un teorico ante litteram della teoria del doppio Stato, quello apparente e quello reale, e disvelando la violenza e l’insidia del crimine dei potenti: «La grande camorra […] è una coalizione di potenti, che calpesta ogni resistenza e sa disfarsi di un avversario ostinato, o di un rivale molesto senza necessariamente ricorrere al pugnale o alla rivoltella, ma servendosi di armi non meno insidiose: l’ammonizione e la calunnia».[18]

Un’analisi che – pur con i limiti della battaglia ideologica che la sottende – ben individua le retoriche di Stato che nascondono, ancor oggi, i vasti fenomeni corruttivi e le mutevoli alleanze tra crimine organizzato e criminalità dei potenti, ancorate su equilibri “instabili ma persistenti” nei vari “mondi di mezzo”.[19]

Uno strumento di grande utilità per guardare anche alle stragi – quelle che si sono succedute dal 1947 a oggi – prive di responsabili ma dense di palesi deviazioni che il “pensiero di Stato” e i suoi epigoni non vogliono inserire nel discorso criminale, mentre il mondo della cultura e la pubblica opinione – per connivenza, per incuria, per quieto vivere – sembrano voler dimenticare. Viene allora da pensare che siano davvero “menti raffinatissime” quelle che son riuscite a convincerci che le sparizioni di documenti, le mancate perquisizioni dei covi, le catture fallite dei latitanti, gli eclatanti errori processuali, i falsi collaboratori siano frutto di ingenuità o disattenzione.

Sono le parole eccessive che accompagnano la cattura di Provenzano e quelle non pronunciate alla sua morte, insieme al silenzio che è calato dopo la pubblicazione delle intercettazioni di Giuseppe Graviano su Silvio Berlusconi a celare le tracce del “pensiero di stato”.[20] Poiché, quella che si combatte ancora oggi è una lotta per la definizione, che – a distanza di più di un secolo – ripropone immutate, le stesse dinamiche di potere. Per questo, “senza indulgere a criminalizzazioni generalizzate” le analisi di Santino risuonano familiari, mentre amaramente conveniamo che De nobis fabula narratur, cercando nuove parole per verbalizzare quegli intrecci criminali nascosti dalla ragione di stato e dalle retoriche ufficiali che hanno alterato le nostre percezioni privandoci, con una violenza indolore, del diritto all’esercizio di un pensiero consapevole.[21]

 

Note

[1] M. Foucault, L’ordine del discorso, Torino, Einaudi, 1972.

[2] La questione è di grande attualità se pensiamo al proliferare delle “mafie” e dei procedimenti giudiziari che maneggiano con disinvoltura i paradigmi sociologici utilizzandoli a sostegno dei provvedimenti sanzionatori.

[3] H. Garfinkel, Studies in Ethnomethodology, Englewood Cliffs (NJ), Prentice Hall, 1967.

[4] M. Santoro, The Mafia and the Sociological Imagination, in «Sociologica. Italian Journal of Sociology», 2, 2011.

[5] U. Santino La mafia dimenticata, cit., p. 17.

[6] Considerando la legalità una forma di regolazione sociale, Fantozzi osserva come: «gli attori, i principi e le modalità che ispirano e guidano l’allocazione delle risorse abbiano un peso determinante per la [sua] costruzione e […] decostruzione» (A. Costabile, P. Fantozzi (a cura), Legalità in crisi, Roma, Carocci, 2012, p. 23).

[7] Scrive Santino: «La funzione principale delle associazioni mafiose, la core activity, si può considerare la soggettività politica, nella duplice articolazione: signoria territoriale […] e interazione con le istituzioni» (La mafia dimenticata, cit. p. 425).

[8] P. Bourdieu, Ragioni pratiche, Bologna, il Mulino, 2009, pp. 95 e 109.

[9] U. Santino, La mafia dimenticata, cit. p. 19.

[10] Gli esempi riportati sono vari: dal comitato pro Palizzolo capitanato da Pitrè all’indomani della condanna del deputato al processo di Bologna, alle analisi di Colajanni sullo sfruttamento e il malgoverno delle regioni meridionali e sulla capacità rigenerativa del popolo siciliano.

[11] Osserva Francesco Benigno che le organizzazioni criminali si creano «entro e non contro il sistema, formale e informale, di gestione dell’ordine pubblico» (La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878, Torino, Einaudi, 2015, p. 370). Sul punto cfr. U. Santino, La mafia come soggetto politico, Trapani, Di Girolamo, 2013 e R. Sciarrone, L. Storti, Complicità trasversali fra mafia ed economia, in «Stato e mercato», 3, 2016, pp. 353-390.

[12] Cfr. A. Dino, Religione, mafie, Chiese: un rapporto controverso tra devozione e secolarizzazione, pp. 145-167, in T. Caliò, L. Ceci, L’immaginario devoto tra mafia e antimafia, Roma, Viella, 2017.

[13] U. Santino La mafia dimenticata, cit. p. 50.

[14] Ivi, p. 135.

[15] Ivi, p. 442. Difficile non pensare a quanto accade, un secolo dopo, a Piera Lo Verso, Vita Rugnetta e Michela Buscemi, isolate e minacciate per il loro coraggio e la loro voglia di verità. Cfr. A. Puglisi, Sole contro la mafia, Palermo, La Luna, 1990; R. Siebert, Le donne, la mafia, Milano, Il Saggiatore, 1994.

[16] Cfr. G. Cirillo Rampolla, Suicidio per mafia, introduzione di G. Fiume, Palermo, La luna, 1989.

[17] Sul processo come pubblica ribalta cfr. P. P. Giglioli, S. Cavicchioli, G. Fele, Rituali di degradazione, Il Mulino, Bologna 1997; M. Marmo, La rima amore/onore di Pupetta Maresca, in «Meridiana», n. 67,2010, pp. 113-143; A. Dino, Tra ambiguità e malinteso: schermaglie di «una battaglia per l’identità» in una conversazione tra mafiosi, in «Polis», vol. 29, n. 1, pp. 33-58.

[18] U. Santino, La mafia dimenticata, p. 278.

[19] V. Ruggiero, Perché i potenti delinquono, Milano, Feltrinelli, 2015; A. Dino, Resistere alle mafie nella crisi della democrazia, in «Studi sulla Questione Criminale», anno VII, n. 1, 2012, pp. 21-42.

[20] A. Dino, A colloquio con Gaspare Spatuzza, Bologna, il Mulino, 2016.

[21] In questa direzione si muove la bella intervista rilasciata da Fiammetta Borsellino a Sandro Ruotolo, il 20 giugno 2017.

 

Pubblicato su “Segno”, n. 389, pp. 73-79, con il titolo: Il discorso storico sulla mafia.