Umberto Santino

Il futuro di Cosa nostra e il diritto alla verità

Le reazioni suscitate dalla morte di Riina offrono un quadro dominato da due visioni di fondo. Da un lato c’è chi sostiene che Cosa nostra è sempre la stessa, corrisponde ancora alla ricostruzione canonizzata dal maxiprocesso: una struttura piramidale e verticistica, con le famiglie, i mandamenti e le commissioni, anche se è diventato problematico tenerle in piedi poiché i capi sono in carcere, più d’uno all’ergstolo. Dall’altro lato si dice che quella mafia non c’è più, non c’era neppure ai tempi del maxiprocesso, dato che la scalata dei corleonesi aveva rivoluzionato la struttura tradizionale, una sorta di repubblica confederale e presidenziale, sostituendola con una monarchia assoluta, una dittatura personale. E c’è chi sostiene che negli ultimi anni si sarebbe formata una sorta di Cosa nuova, che avrebbe rinunciato alle violenza e preferirebbe fare ricorso  alle pratiche corruttive. Tali pratiche sarebbero anche il comune denominatore delle cosiddette “nuove mafie”, che avrebbero sostituito alla “signoria territoriale” il controllo monopolistico su un singolo settore. In ogni caso, avvertimento unanime: per evitare sorprese, “non bisogna abbassare la guardia”.

Più realisticamente, negli ultimi anni in Cosa nostra hanno convissuto due anime. C’è la fazione degli irriducibili, rappresentata soprattutto dai boss in carcere che vorrebbero ripristinare la linea stragista, incuranti che quella linea ha avuto esiti disastrosi per la tenuta dell’organizzazione. C’è poi la fazione, a quanto pare maggioritaria, dei “moderati” che ritengono necessario, almeno per qualche tempo, riporre le armi (sono pur sempre dei mafiosi, cioè professionisti della violenza, non si sono trasformati in gestori di una bocciofila), ricomporre le gerarchie interne e all’esterno ricostruire il sistema di rapporti, dai professionisti ai rappresentanti delle istituzioni, che in passato è stato la vera forza della mafia siciliana.

Non ci vuol molto a capire che le cose sono da tempo cambiate. Sono finiti i tempi d’oro degli appalti – anche se qualcosa di appetitoso rimane e bisogna essere pronti per metterci le mani – , del partito pigliatutto, dell’egemonia sui traffici internazionali. Uccidere un sindacalista, fare sparare a Portella significava essere sicuri di farla franca, poiché la violenza era funzionale al mantenimento di un determinato assetto di potere, era una risorsa politica e come tale veniva impiegata e legittimata con l’impunità. Ma se si uccidono Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino era prevedibile che ci fosse una reazione e anche se quei delitti, come le stragi del 1993, non sono stati solo di mafia, ma vi hanno concorso altri soggetti, quel che è certo è che Riina e gli altri capi hanno pagato con una collezione di ergastoli e il carcere duro. Riina sarà stato fino alla fine il gran capo di Cosa nostra, ma è morto da sconfitto, non da vincitore.

Già con Provenzano la gestione monocratica avrebbe ceduto il passo a una prospettiva di gestione collegiale. Quindi il problema, dopo la morte di Riina, non sarebbe eleggere un nuovo capo dei capi, ma trovare una soluzione di compromesso, in cui, se un capo dev’esserci, dovrebbe avere poteri limitati e controllabili: un primus inter pares. Se il passaggio alla collegialità – con il ripristino del metodo elettivo, come si è fatto per il rinnovo delle cariche nel clan di Santa Maria di Gesù – è già avvenuto, non ci sono problemi. Se deve ancora avvenire si potrebbe ricorrere a un organismo provvisorio, com’è accaduto in passato. Nel 1970, in seguito alla decisione di sciogliere l’organizzazione, in un periodo di repressione conseguente alla strage di Ciaculli, si scelse di costituire un gruppo ristretto, un triumvirato, composto da Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, sostituito da Riina, un trio malassortito, che avrebbe spianato la strada all’offensiva dei corleonesi. Oggi, con i vuoti negli organici, la ricostruzione dovrebbe essere affidata alle seconde file e ad alcuni seniores a piede libero.

I familiari delle vittime hanno lamentato che Riina si è portati nella tomba segreti che avrebbero fatto di un delinquente semianalfabeta della provincia siciliana un protagonista di quella che, con una buona dose di generalizzazione, è stata definita “la vera storia d’Italia”. Ma c’è chi dice che quei segreti potrebbero essere una formidabile arma di ricatto, una sorta di “capitale politico” da spendere nei modi che saranno ritenuti più opportuni. La storia delle alleanze e delle complicità potrà essere solo in parte ricostruita nelle sedi investigative e giudiziarie. E non so fino a che punto possano essere considerate affidabili le allusioni di Giuseppe Graviano. Usa l’arma del ricatto, rievocando Berlusconi, o scalpita perché si sente abbandonato al suo destino? Il diritto alla verità, che non riguarda solo i familiari delle vittime ma è irrinunciabile in una democrazia che non voglia continuare a chiudere scheletri negli armadi, dovrebbe essere garantito sul piano politico, con un impegno collettivo. Diversamente ci sarà un passaggio dalla delega alla magistratura alla delega agli storici.

Pubblicato il 23 novembre 2017 su “Repubblica Palermo” con il titolo: “Morto Riina ora servono le verità”.