Umberto Santino

La sentenza sulla Trattativa

In Italia la giustizia è un romanzo a puntate e bisogna attendere l’ultima puntata per vedere come va a finire. La prima puntata del processo sulla trattativa Stato-mafia ha riconosciuto che la trattativa c’è stata, non è più “cosiddetta” o “presunta”. Ad avviso dei giudici, i pm impegnati nell’inchiesta, che hanno dovuto sorbirsi lezioni di storia e di diritto, subire critiche assortite e dileggi, come i titoloni sulla “boiata pazzesca”, hanno fatto un buon lavoro.

In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, sarà utile fare alcune riflessioni. Il rapporto della mafia con settori istituzionali è un dato storico. La violenza mafiosa troppe volte è stata legittimata dall’impunità, poiché era funzionale alla determinazione dei rapporti di dominio e di subalternità e tra Stato e mafia si è configurata una sorta di “sovranità condivisa”. In questa strategia di legalizzazione dell’illegalità la magistratura non era innocente. Ma negli ultimi decenni ci sono stati delitti che per la mafia hanno avuto un effetto boomerang. L’assassinio di Dalla Chiesa ha prodotto la legge antimafia e il maxiprocesso, dopo le stragi ci sono stati altri provvedimenti e altri processi che hanno portato in carcere capimafia e gregari. L’organico di Cosa nostra più che sfoltito appare svuotato. E in questa azione di ripristino dello Stato di diritto una legislazione adeguata e una nuova leva di magistrati hanno avuto un ruolo fondamentale. Alcuni di essi, per il loro impegno, hanno trovato avversioni e ostacoli nel loro cammino e hanno perso la vita. Scriveva Giovanni Falcone: “In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

La sentenza di venerdì scorso è un fatto nuovo, poiché condanna pratiche che venivano considerate “normali”. Mafiosi, rappresentati delle istituzioni, sono stati individuati come protagonisti di una negoziazione che può avere spinto Cosa nostra a incrementare il ricorso alla violenza. Così potrebbe spiegarsi la strage di via D’Amelio. E questo avveniva nel contesto in cui maturava la gestazione di nuove formazioni che muovevano alla conquista del potere. Nel dispositivo della sentenza, a proposito di Marcello Dell’Utri, attualmente in carcere per concorso esterno, si parla di “condotte commesse nei confronti del governo presieduto da Silvio Berlusconi”. Il governo Berlusconi era vittima del ricatto mafioso o era parte in causa?

La sentenza ha voluto dare un taglio netto a queste prassi ma, ovviamente, non risolve, e non può risolvere, tutti i problemi, anche all’interno della magistratura. Prima si parlava del palazzo di giustizia di Palermo come “palazzo dei veleni” e contrapposizioni e remore vengono richiamate anche oggi, ma si tratta di diversità di vedute o di strategie e pratiche dissonanti e inconciliabili? Ma il discorso non riguarda solo Palermo, se si chiamano in causa L’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura.

E ci sono problemi più generali che riguardano la lettura del fenomeno mafioso e la strategia antimafia. Mafia Capitale è mafia o che altro? La lotta alla mafia proseguirà sulla linea dell’emergenza, come risposta all’escalation della violenza quando colpisce rappresentanti delle istituzioni, o diventerà un impegno permanente? La tesi secondo cui la mafia avrebbe deposto le armi e si sarebbe convertita alla corruzione, che c’era già prima, è verosimile o è frutto di un disturbo ottico? Fino a che punto può spingersi l’attività investigativa e giudiziaria, in mancanza di un impegno complessivo della comunità, e la società civile ha un suo ruolo o pensa di potersi limitare a fare il “tifo”, come diceva Falcone?

Mentre Nino Di Matteo invoca l’epifania di un “pentito di Stato”, Vittorio Teresi, la cui sobrietà è una cifra che denota una professionalità di lungo corso, ha dichiarato che questa inchiesta è dedicata a Falcone, a Borsellino e a tutte le vittime innocenti della mafia. Un risarcimento postumo, da parte di uno Stato che è stato capace di guardare dentro sé stesso. Ma il problema fondamentale rimane il contesto. Nella scorsa campagna elettorale di mafia non ne ha parlato nessuno e al centro dello scenario politico è sempre Berlusconi, come se la condanna per frode fiscale e le inchieste che lo riguardano fossero un valore aggiunto nell’acquisizione del consenso. E i vincitori delle elezioni non pare che abbiano la sensibilità, la cultura, la volontà di porsi temi come la lotta alle mafie come condizione imprescindibile per una democrazia compiuta. Si aggiunga un disagio sociale crescente che, in mancanza di sbocchi alternativi, spinge buona parte della popolazione, soprattutto nel Mezzogiorno, verso pratiche illegali, più meno legate alle attività dei gruppi criminali. In questo quadro c’è il rischio che anche le sentenze più dure facciano la fine di una pietra gettata in uno stagno.

Pubblicato su Repubblica Palermo del 24 aprile, con il titolo: Trattativa, la sentenza e il contesto.