Umberto Santino

I messaggi di Totò Riina: chiamata alle armi o chiacchiere da pensionato?

Che significato dare alle esternazioni di Totò Riina? Sono, vogliono essere, delle chiamate alle armi per intruppare Cosa nostra in una nuova stagione stragista o le chiacchiere di un pensionato che sciorina le sue benemerenze, raccontando i suoi delitti come se fossero stati un “divertimento” e gli atti obbligati del comandante di un’istituzione militare?
Chi è Alberto Lorusso, il personaggio che lo accompagnava nelle sue ore d’aria e sollecitava l’ex capo dei capi a sfogarsi: un uomo della mafia pugliese, un crittografo esperto in codici fenici e abile nell’inviare messaggi al di fuori del carcere nonostante il 416 bis, messo lì non per caso, probabilmente per un’altra trovata dei servizi segreti? E’ lui che dà informazioni su cose che dovrebbero essere riservate?
Quello che è chiaro è che Riina, che sa di essere intercettato, e quindi vuole far conoscere i suoi ordini, o i suoi desideri, ha condannato a morte il procuratore Di Matteo, reo di averlo portato in giudizio per la trattativa Stato-mafia, e ha criticato aspramente personaggi come Messina Denaro, rimproverandogli di badare solo al business (l’eolico, in riinese: i “pali della luce”) e di non curare gli interessi di Cosa nostra. Che, ad avviso di Riina, consistono, solo e soprattutto, nell’uccidere senza pietà i suoi nemici, cioè chiunque tenti di sbarrarle la strada. Non mostra di tenere in nessun conto che i delitti e le stragi di cui si vanta hanno avuto un effetto boomerang, suscitando una reazione che ha portato quasi tutti i capi e moltissimi gregari nelle patrie galere. “Qualcosa si è rotto”, ha detto a un certo punto Riina. Cosa voleva dire? Qualcuno non è stato ai patti, oppure c’è stata troppa violenza, e questo invece che giovare a Cosa nostra l’ha messa alle corde? Riina sembrerebbe della prima opinione.
Si dice che sia ancora lui il capo della mafia, almeno da “emerito”, ma bisogna vedere se i suoi ordini di riprendere la guerra trovino qualcuno che li esegua. Questo qualcuno può essere all’esterno di Cosa nostra, può essere la Sacra corona pugliese, o qualche altro? Ma la domanda da porsi è: cos’è stata Cosa nostra dopo i grandi delitti e le stragi dei primi anni ’80 e ’90? Cos’è oggi? C’è ancora la monarchia assoluta, voluta da Riina e dagli altri corleonesi, c’è ancora la cupola che era al centro delle dichiarazioni di Buscetta e del maxiprocesso? O la mafia ha ripreso l’assetto tradizionale, di una sorta di repubblica federale, con organi di raccordo e di comando fluttuanti e precari, a seconda delle dinamiche dell’azione repressiva, e con una relativa autonomia delle varie “famiglie”?. E quale giudizio hanno dato, e danno anche oggi, molti dei capi, o ex capi, a cominciare da Bernardo Provenzano, della strategia delle stragi? C’è da vantarsene, come mostra di fare Riina, c’è da riprenderla per assicurare un futuro a Cosa nostra o bisogna percorrere altre strade?
La sommersione voluta da Provenzano, con il controllo della violenza, il business a cui si consacrano gli altri capi, e lo stesso Messina Denaro, non sono scelte che pagano di più e consentono alla mafia di resistere alle ondate repressive e di riprendersi? Riina vuole, e può, risfoderare le armi o sono solo minacce per intimidire e marcare una presenza? E l’esplosivo di cui si è parlato, destinato alla Principato, responsabile di dare la caccia a Messina Denaro, c’è davvero o è anch’esso un tentativo di frenare le indagini, con un’esecuzione differita, o soltanto annunciata, in base a un calcolo dei costi che avrebbe un altro attentato?
In ogni caso, rafforzare i sistemi di sicurezza per i magistrati più impegnati e più minacciati, è una scelta obbligata, è sacrosanta la mobilitazione delle associazioni antimafia, ma è necessario avere un quadro adeguato della mafia così come si configura oggi, al di là di mitizzazioni e sottovalutazioni. La mafia c’è ancora e il modo migliore per combatterla e sconfiggerla è impoverirla, con le confische, contrastare il suo dominio territoriale presenziando il territorio non solo con le forze dell’ordine ma con una rete di servizi e recidere il cordone ombelicale con settori della politica e delle istituzioni. Più che un pronto soccorso, che si attiva per emergenze, un progetto che si snoda nell’agire quotidiano. E’ possibile muoversi in questa direzione con l’attuale assetto politico-istituzionale? Avrei qualche dubbio.

Pubblicato su Repubblica Palermo il 24 gennaio 2014, con il titolo: Cosa vuol dire Totò Riina con i messaggi dal carcere