Umberto Santino

Contromafie e Libera

Dal 17 al 19 novembre, per iniziativa dell’Associazione Libera, si svolgerà a Roma un incontro nazionale che va sotto il nome di Contromafie e si propone come Stati generali dell’antimafia.
L’incontro cade in un momento in cui le più note organizzazioni criminali attraversano una fase peculiare della loro storia e l’attività contro di esse registra dei punti a favore ma non mancano limiti e problemi.
Cosa nostra (secondo i dati ufficiali 5.500 affiliati, uno ogni 903 abitanti, un fatturato annuo stimato in 30 miliardi di euro) ha metabolizzato l’arresto di Provenzano con qualche “soprassalto” ma pare che voglia continuare sulla strada degli ultimi anni: il controllo della violenza e la pratica della mediazione. Con questa svolta strategica, rispetto agli anni dei grandi delitti e delle stragi, è tornata a una prassi che è quella storica della convivenza con il contesto sociale e con settori delle istituzioni e ha potuto ricomporre un quadro che la linea stragista aveva messo in crisi. Gli affari a quanto pare vanno bene, su vari piani, dall’estorsione agli appalti, dalla sanità ai rifiuti, ma sul traffico di droghe ha dovuto subire la concorrenza di altri soggetti favoriti dalla collocazione geografica.
La ‘ndrangheta calabrese (6.000 affiliati, uno ogni 345 abitanti, un fatturato di 35 miliardi) pare che stia vivendo la sua stagione d’oro. Ha avuto meno colpi di Cosa nostra, perché solo pochissime volte ha fatto ricorso all’omicidio politico-mafioso, come nel caso di Francesco Fortugno; non ha avuto il salasso del pentitismo, data la sovrapponibilità tra gruppo criminale e famiglia di sangue. Secondo gli osservatori sarebbe l’organizzazione più forte, più presente sul territorio e più implicata in affari nazionali e internazionali.
La camorra (6.700 affiliati, uno ogni 840 abitanti, un fatturato di 28 miliardi) paga il prezzo della frammentazione con una guerra permanente che dura ormai da anni e Napoli e la Campania vivono un assedio della violenza che non accenna a finire.
L’appuntamento romano prevede una serie di gruppi di lavoro che affronteranno vari temi: dai traffici internazionali nel contesto della mondializzazione al lavoro nelle scuole, dalla ricerca all’informazione, dalla legislazione alla giustizia, dal racket alla confisca dei beni, al riciclaggio e alle ecomafie.
I problemi fondamentali sul tappeto riguardano l’analisi e la messa a punto di una strategia conseguente. Nonostante i contributi degli ultimi anni, non si può dire che si sia formato un patrimonio d’analisi condiviso, sia tra gli studiosi come tra gli operatori e i soggetti impegnati nell’attività antimafia. Le idee di mafia come emergenza (la mafia esiste solo quando spara, mentre si tratta di un fenomeno continuativo, strutturale) e come antistato (il rapporto tra il fenomeno mafioso e le istituzioni può essere conflittuale ma il più delle volte si configura come interazione) continuano ad avere ampio corso. Tutta le legislazione italiana antimafia si pone come risposta emergenziale all’escalation della violenza (e la richiesta di un Testo unico finora è rimasta sulla carta); l’interesse dei media è legata alla sorte di alcuni personaggi (su tutti Provenzano) e alle vicende delittuose: al tempo delle stragi al centro dell’attenzione erano i corleonesi di Cosa nostra, più recentemente si è scoperta la ‘ndrangheta, oggi in riflettori sono puntati sulla mattanza napoletana.
Non c’è da sorprendersi se il pendolo della mobilitazione segue il diagramma dei delitti, dalle manifestazioni di Locri, dopo il delitto Fortugno (si riuscirà a venire a capo dei nodi politici che lo hanno prodotto?), a quelle di questi giorni, ancora in Calabria e soprattutto in Campania.
Gli esempi di lavoro continuativo vengono dalle scuole (ma con il limite di un’educazione alla legalità astratta e formalistica), dall’antiracket (con la formazione di nuove associazioni, ma bisogna vedere quante di esse operino effettivamente) e dall’uso sociale dei beni confiscati. Su questi terreni si registrano le esperienze di Addio pizzo a Palermo, che coniuga consumo critico e associazionismo (il coinvolgimento di commercianti e imprenditori rimane inadeguato) e quelle delle cooperative per la coltivazione dei terreni e dei senzacasa palermitani. L’antiracket è ancora fermo all’Italia meridionale e si è sviluppato soprattutto nella Sicilia orientale; usura ed estorsioni dilagano in tutta l’Italia ma la cultura dell’autodifesa di marca leghista prevale su quella della risposta corale e organizzata. Con la chiusura dell’ufficio del Commissario governativo dei beni confiscati, ad opera del governo di centrodestra, i tempi per l’assegnazione sono tornati a dilatarsi e negli ultimi anni c’è stata una caduta verticale delle confische. Il governo di centrosinistra finora non ha fatto nulla di significativo.
Libera, a undici anni dalla sua nascita, registra un bilancio largamente positivo, con le sue iniziative nelle scuole e per salvare la memoria, anche se con modalità e scelte discutibili (la mia proposta di raccogliere una documentazione adeguata non è stata accolta e i nomi che si leggono il 21 marzo sono troppo spesso senza volto e senza storia), e ha avuto un ruolo decisivo nell’elaborazione della legge 109 del ’96 per l’uso sociale dei beni confiscati. Si è diffusa in tutto il paese ma una gestione di tipo carismatico rischia di vanificare anni di lavoro e di emarginare esperienze preziosissime. Com’è avvenuto recentemente con il “dimissionamento” del gruppo dirigente di Libera Palermo, che stava facendo un ottimo lavoro. C’è da augurasi che si faccia strada una democrazia interna indispensabile in un’organizzazione che più che una monarchia dev’essere una confederazione di realtà diverse e un laboratorio di analisi, di progetti e di iniziative, nel rispetto della storia e dell’identità di tutte le componenti.

Pubblicato su “Repubblica Palermo”, 18 novembre 2006.