Umberto Santino

La mafia illustrata e l’antimafia assistita

Dopo la mareggiata di sceneggiati e servizi televisivi sulla mafia, sulle pagine dei giornali si è riaffacciato un dibattito in larga parte scontato. Ci si chiede: servono a qualcosa queste produzioni, è utile comunque parlare di mafia, a prescindere da quello che si dice? Dico subito la mia: quasi sempre televisione e cinema, in modi più o meno suggestivi, riproducono stereotipi: una Sicilia da cartolina, dei mafiosi da caricatura, gli antimafiosi come eroi solitari che fanno una brutta fine. Anche questa volta la regola è stata rispettata, riproponendo l’icona di Provenzano re della mafia, la cui cattura somiglia alla presa della Bastiglia. Si aggiungano le esternazioni di Camilleri su mafia vecchia – mafia nuova e l’album della “mafia illustrata” è completo.
Si dice: ma senza il film su Impastato ben pochi ne avrebbero sentito parlare. A parte il fatto che prima del film erano in atto due processi e operava un comitato della Commissione parlamentare antimafia, frutto di più di vent’anni di lavoro che fanno parte della storia dell’Italia civile, resta da vedere quanto abbia da spartire il Peppino Impastato reale con quello dello schermo. Il problema non è contare i passi da casa Impastato a casa Badalamenti ma qualcosa di profondamente diverso: una vicenda esistenziale straziata dalla provenienza mafiosa (un caso unico nel lungo cammino della lotta contro la mafia), la storia di una militanza, di un gruppo politico, con il difficile connubio tra radicalità e concretezza, ridotta a favola adolescenziale, minore e provinciale, per di più con un capomafia in veste di maestro di vita e benefattore. E non si dica che quel che non va bene per chi conosce le cose da vicino, per gli esperti, può andare benissimo per il grande pubblico, invogliato ad approfondire, a saperne di più. Riporto la mia esperienza: a fronte di centinaia di migliaia di spettatori, di decine di migliaia che cantano la canzoncina che riprende il titolo del film, le persone che hanno mostrato di voler leggere i libri di Peppino e su Peppino (La mafia in casa mia, Nel cuore dei coralli, L’assassinio e il depistaggio, Lunga è la notte, Cara Felicia, Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio) sono al massimo alcune migliaia e molti vanno in pellegrinaggio a Cinisi a rifare i cento passi. In termini di costi (di soldi, di energie) e benefici (una miglior conoscenza) il conto non è dei più brillanti. Tranne che venga conteggiato tra i benefici il successo, in questo come in altri casi, che ha giovato indubbiamente a produttori, registi e attori.
Per un discorso più generale, sul fronte della mafia e dell’antimafia si registrano molte continuità e qualche novità. La pax mafiosa è continuata anche perché ci sono stati nuovi arresti, il palazzo di giustizia di Palermo è di nuovo al centro di polemiche che ci si poteva risparmiare, la Commissione antimafia ha avviato i suoi lavori. L’attuale presidente ha officiato a Palermo una cerimonia che avrebbe dato vita a una nuova era dell’antimafia, l’antimafia ecumenica, onnicomprensiva, da An a Rifondazione, capace di digerire anche personaggi del giro poliliberista, condannati o sotto processo (ma pare che Dell’Utri voglia riciclarsi come sponsor di una nuova edizione dei falsi diari di Mussolini). La Commissione ha poi cominciato le audizioni e rassicura pensare che problemi di una certa delicatezza vengano discussi alla presenza di pregiudicati regolarmente eletti dal popolo sovrano.
In Sicilia Cuffaro è riuscito a far passare la finanziaria ma pare che ci sia rimasto male perché ha avuto più di un problema, con la maggioranza e con l’opposizione, e avrebbe detto che potrebbe anche farla pagare, per esempio tagliando i fondi agli “enti di sinistra”. Non ho il campionario degli “enti di sinistra” e non ho un’idea adeguata di cosa siano, cosa facciano, perché abbiano quella classificazione. So che tra gli “enti” finanziati ci sono centri studi e associazioni “antimafia”, che non so se usino la sinistra o la destra (tertium non datur?). Ci sono da molti anni il Centro Terranova e la Fondazione Costa e da qualche tempo quelli nati dopo: la Fondazione Falcone, il Centro Borsellino (finché è stato in vita, cioè fino alle disavventure del responsabile), il Centro Padre nostro e il Centro Pio La Torre e forse qualche altro che mi sfugge. Di sicuro non c’è il Centro Impastato, che ho avuto la cattiva idea di fondare con pochi altri nel 1977 (trent’anni fa), che ha contestato le leggine-fotografie, ha proposto più volte una legge che fissi i criteri oggettivi per l’erogazione del denaro pubblico e continua ad essere autofinanziato perchè è stato isolato nella sua richiesta. Nel 1999 era stata approvata la legge 20, che in qualche modo recepiva quell’istanza, ma non si è fatto il regolamento attuativo e i Centri che si sono visti interrompere il finanziamento hanno chiesto che venissero rinnovati con emendamenti alla finanziaria della prima presidenza Cuffaro. A suo tempo ho ricevuto qualche telefonata con l’offerta di inserire pure il Centro Impastato: ho risposto che il regolamento, se si fosse voluto farlo, si poteva fare in pochissimo tempo. Ora Cuffaro richiama quelle prassi e fa la “faccia feroce”. Ma non succederà nulla. L’antimafia ormai la fanno tutti e dalle dichiarazioni di qualche “pentito” risulta che anche i mafiosi sponsorizzano l’antimafia. Il prefetto di Palermo ha rivelato che gli offrivano la presidenza di un centro antimafia a Villabate, comune sciolto per mafia. Ma per un prefetto che si rifiuta ci sono tanti altri che abboccano. La Sicilia continua a essere un laboratorio del futuro. Se c’è qualcuno disposto a voltare pagina, cominciando con il riaprire la questione della regolazione dei fondi pubblici destinati a iniziative “culturali” e “antimafia”, si faccia vivo.

Pubblicato su “La Repubblica – Palermo”, 21 febbraio 2007.