Umberto Santino

L’acqua rubata
Dalla mafia alle multinazionali


I lupi e gli agnelli

L’acqua è già e lo sarà ancora di più nei prossimi anni uno dei problemi più gravi che l’umanità si trova a dover affrontare. Sempre più frequentemente sentiamo dire che le risorse idriche stanno diventando sempre più rare (ma spesso si enfatizza a bella posta l’allarme sulla penuria d’acqua come se fosse un dato ineluttabile) e sempre più di difficile accesso. Espressione come “l’oro blu del XXI secolo” valgono a indurre questa convinzione: l’acqua è un bene prezioso che costerà sempre di più e potrà essere causa di guerre.
In effetti se si considera che la disponibilità minima per abitante è calcolata in 1.700 m3 all’anno, attualmente un miliardo e quattrocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua nella misura minima pro-capite e secondo l’Undp (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) circa diecimila esseri umani muoiono ogni giorno per mancanza d’acqua. Si prevede che nel 2020 il numero delle persone che non avranno accesso all’acqua arriverà a quattro miliardi, cioè la metà della popolazione mondiale1. Ma va detto chiaramente che disponibilità di risorse idriche e accesso all’acqua non sono la stessa cosa né sono tra loro in relazione di causa ed effetto. Ci sono paesi con scarse disponibilità che sono alla testa nel consumo di acqua: per esempio negli Stati Uniti la California ha un consumo pro capite di 4.100 litri al giorno ma non ha grandi disponibilità; in Brasile l’acqua è abbondante, ma buona parte della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Non c’è neppure una relazione lineare tra aumento della popolazione mondiale e scarsità di acqua. Il maggiore consumo di acqua avviene nel Nord del mondo, in particolare nell’11% della popolazione più ricca. Infatti il 70% dei prelievi d’acqua è destinato all’agricoltura e avviene nei paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti, il 20% è utilizzato per uso industriale e il 10% per uso domestico, solo l’1% per bere (il minimo per uso domestico viene calcolato in 40 litri al giorno).
La popolazione mondiale è aumentata nel corso del XX secolo di 4 miliardi e il maggiore incremento è stato nel Sud del mondo, mentre la popolazione dei paesi occidentali non ha fatto registrare aumenti significativi. Quindi il 90 per cento del consumo d’acqua, legato al fabbisogno dell’agricoltura e dell’industria, riguarda solo una porzione minima della popolazione mondiale. Per incrementare il rendimento dell’agricoltura si impiegano mezzi tecnologici che richiedono un forte impiego di risorse idriche e anche le coltivazioni agricole e l’allevamento di bestiame nel Sud del mondo rispondono più alle esigenze di consumo dei paesi ricchi che al fabbisogno interno2. Si aggiungano gli sprechi dovuti a eccessi di consumo o alle perdite delle reti idriche e si avrà chiaro il quadro: la scarsità più che un fatto naturale è spesso frutto di scelte economico-politiche che vengono fatte da chi ha in mano le leve di comando.
Le politiche sull’acqua che si sono attuate negli ultimi anni sono imposte dalle società multinazionali e rispondono a logiche di mercificazione e di privatizzazione. L’acqua viene considerata non un bene pubblico ma una merce nelle mani di pochi grandi gruppi industriali che agiscono perseguendo la massimizzazione dei profitti. L’accesso all’acqua sarebbe un bisogno che ciascuno deve cercare di soddisfare come può, non un diritto che dev’essere garantito a tutti, in base a una considerazione che dovrebbe essere ovvia ma non lo è: l’acqua non è un bene economico qualsiasi ma una fonte di vita e la vita dev’essere assicurata a tutti, fa parte di quei diritti inalienabili e immercificabili che ognuno acquisisce nascendo.
Invece nel mondo attuale il liberismo viene applicato a tutto e il soddisfacimento del “bisogno” d’acqua dipende dalla volontà dei “signori dell’acqua”, i quali si comportano come il lupo e l’agnello della favola: chi sta in alto dispone a suo piacimento se fare bere o meno chi sta in basso e ogni pretesto è buono per negare o razionare l’accesso, manovrando la leva dei costi.
Queste politiche che potremmo sinteticamente definire come “uso privato di risorse pubbliche” hanno precedenti storici, di cui forse l’esempio più significativo possiamo trovarlo in Sicilia.


Il controllo mafioso dell’acqua come esempio di uso privato di una risorsa pubblica

L’acqua è uno dei settori su cui i gruppi mafiosi hanno esercitato il loro dominio. La mafia siciliana non è solo un’organizzazione criminale ma qualcosa di più complesso: i gruppi criminali agiscono all’interno di un sistema di relazioni, hanno rapporti con il contesto sociale, con l’economia, la politica e le istituzioni, le attività delittuose sono intrecciate con attività legali e perseguono fini di arricchimento e di potere3.  Nessuna sorpresa quindi se la mafia ha rivolto particolare attenzione a una risorsa fondamentale come l’acqua, approfittando delle opportunità offerte dal contesto politico-istituzionale.
Con la costituzione dello Stato unitario non c’è stata in Italia una politica di pubblicizzazione e regolamentazione delle acque e in Sicilia, in particolare nelle campagne palermitane, si è imposta la pratica del controllo privato esercitato da guardiani, i “fontanieri”, stipendiati dagli utenti. I guardiani erano nella maggioranza legati alla mafia, così pure i “giardinieri”, cioè gli affittuari e gli intermediari.
Il controllo sull’acqua ha causato contrasti che sono all’origine delle guerre di mafia. Nell’ottobre del 1874 viene ucciso a Monreale, il centro vicino Palermo sede del famoso duomo arabo-normanno, il fontaniere Felice Marchese. Il delitto si inserisce nel conflitto tra due organizzazioni mafiose rivali, i Giardinieri e gli Stoppaglieri, che è la prima guerra di mafia documentata4.
Successivamente, nell’agosto del 1890, si avrà un altro omicidio. Questa volta a cadere è il guardiano dell’acqua dell’Istituto psichiatrico di Palermo, Baldassare La Mantia, che si era rifiutato più volte di favorire i fratelli Vitale, gabelloti (affittuari) e capimafia della frazione palermitana Altarello di Baida. Interessante l’analisi della situazione che a partire da questo omicidio fa il questore Ermanno Sangiorgi che in una serie di rapporti ricostruisce la mappa delle famiglie mafiose e dà un’immagine di essa (un’organizzazione diffusa sul territorio e strutturata centralmente) molto simile a quella che negli anni ’80 del XX secolo sarà “scoperta” attraverso le dichiarazioni dei mafiosi collaboratori di giustizia:

È noto come questa delle usurpazioni destinate all’irrigazione dei giardini rappresenti una delle fonti d’illecito guadagno della criminosa associazione, ed è facile intuire che la resistenza del La Mantia oltreché offesa all’autorità della mafia costituì grave minaccia agli interessi economici della setta, potendo fare scuola agli altri guardiani dell’acqua non affiliati all’associazione. Sicché non deve sembrare strano che per questo motivo, in apparenza ed in altro ambiente non abbastanza grave, i Vitale e consoci abbiano determinato, come fecero, di  uccidere5.

L’acqua è una risorsa essenziale per la coltivazione degli agrumi che negli anni successivi alla creazione dello Stato unitario vengono esportati sul mercato nazionale e internazionale, in particolare negli Stati Uniti, principale meta di emigrazione dopo la sconfitta della prima ondata del movimento contadino (i Fasci siciliani). Il controllo dell’acqua e del mercato agrumicolo è nelle mani di gruppi mafiosi che avviano i primi rapporti con gli emigrati in America, tra cui ci sono i fondatori dell’organizzazione mafiosa d’oltre Oceano.
Il controllo mafioso dell’acqua continuerà anche dopo e i mafiosi non esiteranno a ricorrere all’omicidio se esso verrà messo in forse. Nel 1945, a Ficarazzi, nei pressi di Palermo, al centro della pianura coltivata ad agrumi, viene ucciso Agostino D’Alessandro, segretario della Camera del lavoro, che aveva cominciato una lotta contro la mafia dell’acqua. Era stato “invitato” a desistere ma aveva continuato la sua battaglia, all’interno della mobilitazione dei contadini che raccoglierà centinaia di migliaia di persone impegnate nella lotta per la riforma agraria e per la democrazia, scontrandosi duramente con la mafia6.
I mafiosi fanno sentire tutto il peso del loro potere all’interno dei consorzi di irrigazione di nuova istituzione. L’esempio più noto è il consorzio dell’Alto e Medio Belice. Il consorzio istituto nel 1933, in pieno periodo fascista, abbracciava un comprensorio di circa 106.000 ettari ed era stato costituito per la realizzazione di una diga sul fiume Belice. Esso rimase inattivo fino al 1944, per l’opposizione della mafia, che temeva “che lo sviluppo dell’iniziativa poteva toglierle il monopolio dell’acqua e sovvertire l’ordine delle cose (campierato ed usura) fino ad allora sotto il suo diretto  controllo”7.
L’unica attività che il consorzio riesce a realizzare è la costruzione di strade che non è ostacolata dai mafiosi che organizzano la raccolta e la fornitura di pietre alle imprese di costruzione. Tra questi mafiosi c’è il giovane Luciano Liggio che costituisce una società di autotrasporti e non è contrario all’attività del consorzio intuendo che esso può offrire grandi opportunità. Infatti la costruzione di dighe sarà un ottimo affare per i mafiosi che sanno inserirsi accaparrandosi buona parte degli stanziamenti pubblici. Esemplare la vicenda della costruzione della diga Garcia sul Belice, chiesta a gran voce dai contadini e ottenuta dopo anni di lotte. Giuseppe Garda, definito “il boss di Monreale” nella sentenza per l’assassinio di Mario Francese, compra i terreni, ottiene finanziamenti per migliorare le coltivazioni e infine li rivende, a un prezzo di gran lunga superiore a quello d’acquisto, agli enti pubblici interessati alla costruzione della diga. Una speculazione studiata a tavolino pienamente riuscita grazie alle complicità delle istituzioni.


La sete di Palermo

La grande “sete di Palermo” del 1977-78 fu l’occasione per l’apertura di un’inchiesta sulle fonti di approvvigionamento idrico nell’agro palermitano. Tra le poche fonti informative esistenti c’era la Carta delle irrigazioni siciliane redatta nel 1940 dalla sezione di Palermo del Servizio idrografico del Ministero dei lavori pubblici, da cui risultava “un aggrovigliarsi di usi di acque delle più diverse provenienze” e individuava 114 sorgenti e 600 pozzi che prelevavano l’acqua dalla pingue falda freatica. Un documento più recente, del 1973, redatto dall’Ente sviluppo agricolo (Esa) rilevava l’esistenza di 1.469 pozzi che attingevano alla falda freatica nella fascia costiera.
Queste acque sotterranee per la grande rilevanza che avevano per il soddisfacimento del fabbisogno idrico della città e delle campagne avrebbero dovuto essere inserite nell’elenco delle acque pubbliche, invece vengono lasciate sfruttare dai privati e in prima fila sono i più noti rappresentanti dell’associazione mafiosa. A dire del magistrato che condusse l’inchiesta, il pretore Giuseppe Di Lello, il criterio nella redazione degli elenchi delle acque pubbliche è il “rispetto” delle acque private. Nel Prga (Piano regolatore generale degli acquedotti) redatto dal Ministero dei lavori pubblici e approvato nel 1968 figuravano solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in via di esaurimento per impoverimento della falda, mentre non c’era traccia dei pozzi ricchissimi d’acqua gestiti dai Greco di Ciaculli, una delle dinastie mafiose più note, e da altre famiglie mafiose: i Buffa, i Motisi, i Marcenò, i Teresi.
Ovviamente la falda freatica andava impoverendosi per il vero e proprio saccheggio perpetrato dai privati e in particolari dai mafiosi e in molti pozzi era già in stato avanzato l’intrusione di acqua marina che ne rendeva impossibile l’uso. L’acqua dovrebbe essere un bene pubblico, invece l’Azienda municipale acquedotto di Palermo (Amap) prende in affitto i pozzi dei privati e negli anni ’70 il Comune di Palermo paga quella che dovrebbe essere la sua acqua circa 800 milioni l’anno. Particolare significativo: i privati per scavare i pozzi si servono dei mezzi dell’Esa, cioè di un ente pubblico, e con modica spesa realizzano affari consistenti. L’Amap, alla ricerca di nuove acque, trivella le zone povere d’acqua, lasciando le zone più ricche al monopolio dei privati.
Le responsabilità di tale situazione sono state chiaramente individuate, ai vari livelli: dal Ministero dei lavori pubblici all’Assessorato regionale, al Provveditorato per le opere pubbliche, all’Ufficio del Genio civile e, ovviamente, all’Amap. Alcuni fatti costituivano reato e gli atti vennero inviati alla Procura della Repubblica ma l’inchiesta non ebbe seguito.
Un’altra inchiesta condotta nel 1988 si concludeva con il rinvio a giudizio di vari mafiosi, di proprietari di pozzi e di alcuni tecnici, ma il processo si concluse con una serie di assoluzioni.


Le mani sulle opere pubbliche

In media ogni anno piovono in Sicilia 7 miliardi di metri cubi d’acqua, quasi il triplo del fabbisogno calcolato in 2 miliardi e 482 milioni di metri cubi (1 miliardo e 325 milioni per l’irrigazione dei campi, 727 milioni per dissetare i centri abitati, 430 milioni per il fabbisogno industriale). Eppure la Sicilia soffre la sete, e in alcune zone, per esempio nelle province di Agrigento, Caltanissetta, ed Enna, è emergenza permanente.
Ci sono dighe che da vent’anni attendono di essere completate, o non sono state collaudate e possono contenere solo una parte della capienza. Ci sono le condotte colabrodo (si parla di perdite del 50 per cento). Questo non è solo il frutto del controllo mafioso sull’acqua ma più in generale di una politica delle opere pubbliche all’insegna dello spreco e del clientelismo. L’opera pubblica, a prescindere dai miglioramenti che può arrecare alle condizioni di vita della popolazione di un determinato territorio, viene utilizzata come occasione di speculazione e di accaparramento del denaro pubblico. Perciò i lavori devono durare pressoché all’infinito e il risultato finale non conta. Attorno all’opera pubblica si forma un grappolo di interessi che coinvolge imprenditori, amministratori, politici, mafiosi che controllano la spartizione degli appalti, praticano i pizzi sulle imprese, forniscono loro materiali e servizi, o sono impegnati direttamente nell’attività imprenditoriale.
Questo groviglio di interessi è alla base di quel che ancora oggi accade in Sicilia. Nessuna delle dighe esistenti è autorizzata ad essere riempita completamente. Qualche caso, tra i più eclatanti. La diga Ancipa potrebbe raccogliere 34 milioni di metri cubi d’acqua, ne raccoglie solo 4 milioni. La diga presenta delle crepe, segnalate da più di trent’anni. La diga Disueri potrebbe contenere 23 milioni di metri cubi, ma deve fermarsi a 2 milioni e mezzo. La diga Furore, in provincia di Agrigento, completata nel 1992, non è mai entrata in funzione. Per altre dighe mancano gli allacciamenti. Spesso si dice che mancano i soldi, ma in più di un caso i soldi ci sono e non si spendono per inerzia delle amministrazioni che continuano a favorire l’approvvigionamento da parte di privati.
Lo scorso mese di febbraio oltre sette milioni di metri cubi rischiavano di finire in mare, perché le dighe non erano in grado di contenere l’acqua caduta con le abbondanti piogge. In Sicilia si fanno processioni e cerimonie religiose per invocare la pioggia, ma quando c’è la pioggia bisogna svuotare le dighe. E questo non è solo mafia. E va ribadito che la mafia ha potuto operare, nel settore dell’acqua come in altri settori, perché ha goduto di un contesto favorevole e di complicità, omissive o attive, diffuse.
Data la frammentazione della gestione, spesso riesce difficile individuare le responsabilità. In Sicilia si dovrebbero occupare di acqua 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali, 400 consorzi fra utenti e altri 13 consorzi.
All’ennesima emergenza idrica, si è pensato di risolvere il problema nominando commissario il presidente della Regione. Per il 2000 un’ordinanza di protezione civile stanziava 54 miliardi per opere urgenti da realizzare nel giro di nove mesi e disponeva poteri di approvazione rapida dei progetti per il presidente della Regione, ma le inadempienze della Regione hanno indotto il ministro dei lavori pubblici a nominare, nel febbraio del 2001, un commissario dello Stato, il generale dei carabinieri Roberto Jucci. Il commissario si è dato da fare andando in giro per l’isola, redigendo una mappa degli invasi e ha proposto l’istituzione di un’Authority, cioè di un organo unico che sovrintenda a tutta la questione dell’acqua in Sicilia, gestendo unitariamente le dighe, il sistema idrogeologico, le condotte di adduzione, gli impianti comunali. La proposta era stata già fatta dalla giunta regionale nel 1990 ma non si è mai realizzata. Pare che adesso qualcosa si smuova ma tra il commissario, nominato dal governo nazionale di centro-sinistra, e la giunta regionale nata dalla schiacciante vittoria del centro-destra alle elezioni del 24 giugno sono sorti problemi che rischiano di riportare la situazione al punto di prima.


Le multinazionali dell’acqua

L’esempio della Sicilia non è un caso isolato e irripetibile. Se negli ultimi anni a livello nazionale e mondiale sono sorti o si sono rafforzati gruppi criminali di tipo mafioso, cioè che hanno la complessità della mafia siciliana, sul problema dell’acqua, come accennavamo all’inizio, si sono imposte politiche di privatizzazione dovute all’emergere di grandi gruppi imprenditoriali.
I “giganti dell’acqua” sono soprattutto due imprese francesi: la Vivendi, ex Générale des Eaux, e la Ondeo, ex Lyonnaise des Eaux. Vivendi è il più importante operatore nel settore dell’acqua ma opera anche in altri settori: ambiente, energia, nettezza urbana, trasporti, telecomunicazioni (ha acquistato recentemente l’americana Universal Picture e Canal +). Ha un fatturato annuo di più di 150 miliardi di franchi francesi e impiega più di 140.000 persone.
La Ondeo mira a scalzare la consorella francese e ha un ruolo internazionale di tutto rispetto: è già presente in circa 20 paesi e nel 1997 gestiva il servizi idrico in 14 grandi città, tra cui Manila, Budapest, Cordoba, Casablanca, Giacarta, La Paz, Postdam, Indianapolis.
In Gran Bretagna la privatizzazione dell’acqua è stata introdotta nel 1989 e le grandi imprese britanniche, in particolare la Seven-Trent e la Tames Water, operano anch’esse a livello internazionale. Il colosso elettrico tedesco, la RWE, opera come impresa multisettoriale e ha interessi anche nel settore dell’acqua. In Italia, in seguito alla legge Galli, aziende come la romana Acea, la milanese Amn e la torinese Amt si sono estese sul territorio nazionale e in altri paesi.
In Francia, dove la privatizzazione si configura come delega della gestione di un servizio pubblico a un’impresa privata, si è avuto un aumento medio del prezzo dell’acqua del 50%, a Parigi del 154%; gli utili delle imprese sono lievitati al 60-70% degli utili totali. Si aggiunga la scarsa trasparenza delle concessioni con il relativo incremento delle occasioni di corruzione.
Nel Regno Unito la privatizzazione prevede l’esproprio di un bene comune e le imprese hanno fatto registrare utili esorbitanti, per cui si è escogitata una tassa straordinaria8. In altri paesi i costi dell’acqua sono diminuiti per i ricchi e aumentati per i poveri: è il caso di Manila, capitale delle Filippine9.
Questa invasione delle grandi imprese renderà sempre più difficile una politica pubblica delle risorse idriche e imporrà sempre di più un modello fondato sulla “petrolizzazione dell’acqua”, cioè sulla dittatura del mercato anche sull’acqua. In questi ultimi anni si è parlato tanto di “fine delle ideologie” ma in realtà abbiamo assistito al trionfo del liberismo che è anch’esso un’ideologia. Sostenere che il mercato è il migliore, se non l’unico, meccanismo di regolazione, è una tesi ideologica che semplifica la complessità del reale riducendo tutto alla dimensione economica. L’acqua non è un bene di cui si possa fare a meno, che si può scegliere di consumare o meno, ma un bene comune indispensabile per vivere. Tutto questo viene ignorato e come si è fatto per il petrolio, che è servito per arricchire le grandi multinazionali e gli sceicchi, lasciando in miseria gran parte della popolazione dei paesi produttori, così ora si vuole fare pure per l’acqua.


L’affare delle dighe e l’acqua dei miracoli

Un business connesso con la politica dell’acqua è la costruzione di dighe. Abbiamo visto come vanno le cose in Sicilia ma nel resto del mondo la situazione non è migliore. Negli ultimi anni si sono costruite “grandi dighe” in molti paesi: se ne contano in tutto 45.000, di cui 35.000 costruite dal 1950 ad oggi. Il maggior numero di esse è in Cina, negli Stati Uniti, nell’ex Unione Sovietica, in Giappone e in India.
La costruzione di queste opere gigantesche comporta l’allontanamento di un gran numero di persone (si parla di 30-60 milioni), danni irreversibili all’ambiente, grossi rischi come le inondazioni catastrofiche del 2000 in Cina, pochi vantaggi effettivi e grandi profitti per i costruttori.
Nel quadro dei programmi delle Nazioni Unite di aiuto ai paesi sottosviluppati, i lavori delle grandi dighe vengono finanziati dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale e sono affidati alle imprese multinazionali americane, europee e giapponesi che traggono profitti dalla costruzione, dalla gestione e dalla consulenza, con il risultato che le popolazioni locali spesso risultano più indebitate di prima10.
La consapevolezza di questi rischi ha suscitato movimenti di opposizione alla costruzione di “grandi dighe”, che sono riusciti ad ottenere risultati significativi. È il caso dell’India dove si è riusciti a bloccare la costruzione della diga di Narmada, finanziata dalla Banca mondiale.

Uno dei prodotti più reclamizzati dalla stampa e dalla televisione è l’acqua minerale, presentata come la quintessenza della natura incontaminata, un rimedio per tutti i mali, una bevanda miracolosa, indispensabile per coloro che vogliono essere “puliti dentro e belli fuori”, “attivi e vitali”, come i non sempre in forma calciatori della Nazionale.
In realtà l’acqua in bottiglia non sempre è migliore di quella del rubinetto e in ogni caso è il grande business di imprese multinazionali, con in testa la Nestlé e la Danone, che si presentano come produttori e distributori dell'”acqua della salute”, dei veri e propri benefattori dell’umanità, beninteso di quella parte dell’umanità che può comprare le loro meraviglie. E in questa corsa all’acqua più pura, più benefica, più miracolosa, si dà ampio spazio a trovate pubblicitarie che spesso vanno a segno. L’anno scorso è stata messa in vendita l’aqua borealis ricavata dagli iceberg, “la più pura del mondo”, a 10 dollari la bottiglia. La trovata dell’estate scorsa è stata la Cloud Water, l’acqua delle nuvole: in Francia veniva venduta a 35 franchi la bottiglia. L’anno venturo la moda sarà l’acqua benedetta? si chiedeva “Le Canard enchaîné” del 22 agosto.


Acqua e conflitti

Si parla sempre più spesso di “guerra dell’acqua” e si indica nella penuria d’acqua, cioè nella scarsità dell’offerta e nell’incremento della domanda, la ragione di questa guerra.
Indubbiamente l’acqua gioca un ruolo importante nei conflitti in atto, per esempio nel Vicino e Medio Oriente e in Africa, ma questo non vuol dire che la guerra è causata unicamente dalla volontà di appropriazione di una risorsa come l’acqua. In realtà le guerre e i conflitti in corso nascono da cause più complesse, da problemi che non si sono voluti risolvere, come nel caso degli israeliani e dei palestinesi. L’uso dell’acqua del Giordano fa parte di uno scenario più ampio e non può, da solo, spiegare uno scontro che ancor’oggi non si riesce a sedare. Altrettanto si può dire per l’acqua dei bacini del Tigri e dell’Eufrate e per i conflitti tra Turchia, Iraq, Siria e Iran11.
L’ex segretario della Nazioni Unite Boutros Boutros Ghali ebbe a dire che se dovesse esserci una terza guerra mondiale questa sarebbe legata al problema dell’acqua. In questi giorni, dopo gli attentati di New York e di Washington, stiamo vivendo una crisi drammatica che può portare a una guerra senza confini e senza limiti temporali. Ma non pare che ci sia dietro un problema collegato con l’uso dell’acqua.
Questo non toglie che l’acqua sia un problema già grave e destinato ad aggravarsi, per tutta l’umanità. La sfida che abbiamo di fronte ci induce a riflettere su quale sia il modo migliore per affrontarlo.


Il Manifesto dell’acqua

Nel 1998 a Lisbona Organizzazioni non governative e altri soggetti hanno lanciato il “Manifesto dell’acqua”, sostenendo che essa non è un bene economico ma un bene vitale patrimoniale comune mondiale e che bisogna stipulare un contratto mondiale dell’acqua, con due principali finalità:
1) assicurare l’accesso per ogni essere umano, per ogni comunità umana; l’accesso dev’essere riconosciuto come diritto politico, economico e sociale fondamentale individuale e collettivo inalienabile;
2) assicurare la gestione solidale e sostenibile integrata dell’acqua.
Per realizzare la prima finalità si organizzeranno della campagne di mobilitazione allo scopo di promuovere una Convenzione mondiale dell’acqua, che introduca nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il Diritto di accesso all’acqua, di modificare le leggi nazionali o fare approvare nuove leggi.
Le comunità locali, su mandato della comunità mondiale, debbono essere i titolari del controllo, dell’esercizio e del godimento dei diritti-doveri individuali e collettivi relativi all’acqua e fissare le tariffe progressive dei servizi di distribuzione dell’acqua, in base ai principi di solidarietà e sostenibilità.
Il contratto mondiale dell’acqua si propone quattro obiettivi prioritari: impedire che il numero dei non aventi accesso all’acqua aumenti, com’è nelle previsioni, secondo cui nel 2020-25 sarebbero più di quattro miliardi le persone senza accesso all’acqua potabile, e fare in modo che esso diminuisca; disarmare i conflitti per l’acqua, ridurre gli sprechi, assicurare l’accesso all’acqua degli abitanti delle 600 città che nel 2020 avranno più di un milione di abitanti.
Gli attori sociali che debbono impegnarsi su questi obiettivi debbono essere i parlamenti, le associazioni della società civile, gli scienziati, gli intellettuali e i media, i sindacati. Si propone la costituzione di un collettivo mondiale “Acqua per l’Umanità” e già nel 1998 si è costituito un comitato promotore12.
L’Italia non è stata fra i paesi più attivi per una politica mondiale dell’acqua, comunque anche nel nostro paese si è costituito un Comitato per il contratto mondiale dell’acqua e si è lanciato un Manifesto italiano.
Anche in Sicilia si cerca di riprendere una battaglia che fu del movimento contadino sulla base di alcuni principi che si richiamano al Manifesto dell’acqua: opporsi alla privatizzazione e dichiarare tutto il patrimonio acquedottistico demanio pubblico inalienabile, creare un’unica grande struttura pubblica regionale e promuovere politiche di autogoverno del territorio13. . Tutto ciò richiede la massima vigilanza nei confronti di qualsiasi ingerenza dei gruppi mafiosi interessati a perpetuare il loro controllo e forti del fatto che il modello di uso privatistico di una risorsa pubblica in questi anni invece di regredire ha fatto passi da gigante.

 


Note

1 R. Petrella, Il Manifesto dell’acqua. Il diritto alla vita per tutti, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001, p. 20.
2 R. Petrella, Acqua, bene comune dell’umanità, in “Alternative/i”, n. 2, giugno 2001, p. 38.
3 Cfr. U. Santino, La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubettino, Soveria Mannelli 1995.
4 Cfr. A. Crisantino, Della segreta e operosa associazione. Una setta all’origine della mafia, Sellerio, Palermo 2000.
5 La citazione è tratta da U. Santino, Il ruolo della mafia nel saccheggio del territorio, in Idem, Casa Europa, Centro Impastato, Palermo 1994, p. 25.
6 Cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000, p. 156.
7 Cfr. I boss della mafia, Editori Riuniti, Roma 1971, pp. 130 sg. Il volume contiene materiali della Commissione parlamentare antimafia istituita nel 1963.
8 R. Petrella, Il Manifesto dell’acqua, cit. , pp. 87-89.
9 Ivi, p. 22.
10 Ivi, p. 94.
11 Sulle principali “situazioni idroconflittuali” nel mondo cfr. J. Sironneau, L’acqua. Nuovo obiettivo strategico mondiale, Asterios Editore, Trieste 1997.
12 R. Petrella, Il Manifesto dell’acqua, cit., pp. 99 sgg.
13 Cfr. Forum sociale siciliano, Atti e documento conclusivo, Palermo luglio 2001.