Lettera aperta di Giovanni Impastato ai figli di Bernardo Provenzano

In risposta all’intervista rilasciata da Angelo Provenzano al giornalista di “La Repubblica” Francesco Viviano voglio fare alcune considerazioni. Credo di essere una delle persone ad avere più di altre la responsabilità e il diritto di intervenire, visto quanto ho vissuto e viste le vicende che hanno caratterizzato l’esistenza mia, di mio fratello Peppino e di mia madre Felicia.
Non è affatto questo il percorso più adatto per risolvere le contraddizioni che riguardano la propria vita quando è partorita da un ambiente mafioso, per distanziarsi da quest’ultimo e chiudere definitivamente i conti con esso.
Quanto affermato da Angelo costituisce più che altro una continuità con un certo modo tipico di pensare, che ribalta i ruoli, cela la verità e finisce per rendere ancor più complicato combattere una battaglia di giustizia nel nostro paese.
Non è vero. Non è vero che Provenzano è stato ed è tuttora l’agnello sacrificale utilizzato da uno Stato tiranno per coprire le sue malefatte. Non si possono negare le sue enormi responsabilità, la sua direzione dei lavori nella costruzione di un progetto criminale che ha prodotto migliaia di morti, ha sconvolto la vita quotidiana e bloccato lo sviluppo democratico di tutto il territorio siciliano.
Certo non bisogna dimenticare le connivenze, il ruolo svolto da uomini delle istituzioni e da funzionari dei vari settori che hanno contribuito allo sfascio. Né si può negare l’esistenza di legami tra alcuni settori della vita politica, del governo e delle istituzioni con ambienti della criminalità organizzata. Che sia chiaro, però, che Provenzano non è stato strumentalizzato da questo sistema, ma è stato un suo complice, anzi, uno dei suoi animatori, ed è per questo che è stato ricompensato con le protezioni che gli hanno garantito una tranquilla latitanza durata quasi mezzo secolo.
È facile riferirsi nei propri discorsi ad entità astratte, quasi incorporee, a concetti genericamente intesi come “lo stato” e “la mafia”. In entrambi i casi parliamo di organizzazioni composte da uomini, a volte corrotti nel primo caso, ma spesso onesti, ligi al dovere, disposti al sacrificio…uomini come Chinnici, Falcone e Borsellino; nel secondo caso solo criminali. E la mafia…sappiamo bene oggi che cosa sia la mafia, come sia strutturata, come al centro converga il potere criminale, attorno al quale si sviluppa un sistema di rapporti con il mondo delle professioni, economia e della politica, tramite gli appartenenti alla cosiddetta borghesia mafiosa, come da decenni sostiene Umberto Santino, fondatore del Centro di documentazione intitolato a mio fratello: l’analisi che più ha retto al vaglio del tempo.
Provenzano è stato un assassino, un mandate di un numero imprecisato di omicidi, è stato capo assoluto di Cosa Nostra per decenni e come tale va considerato e giudicato, non solo nelle aule dei tribunali. Che il fenomeno mafioso sia sopravvissuto alla sua cattura dimostra solo come abbia fatto bene il suo lavoro. Come lo dimostra la diffusione che oggi ha la cultura mafiosa, che non è un atteggiamento mentale connaturato all’essere siciliani (la Sicilia ha visto grandi lotte contro la mafia, dalle lotte contadine ai nostri giorni) ma è un modo di agire, di intendere i rapporti sociali funzionale all’arricchimento illegale e alla gestione del potere, che è stato diffuso, che si è propagato proprio a partire da Cosa Nostra, da quell’apparato ingigantito e rafforzato dalle strategie dei boss più noti e, soprattutto, dalla reggenza dello stesso Provenzano. La cultura mafiosa, che nega la stessa esistenza della mafia, del resto, pare contaminare le parole dello stesso Angelo, come il comportamento dei suoi familiari. Per liberarsene non bisognerebbe rinnegare il padre, negare a lui il legame d’affetto, ma rompere con il suo ruolo e condannare con decisione le sue azioni criminali.
Qualche tempo fa, in occasione della cattura del padre, scrissi ad Angelo e a suo fratello Francesco una lettera aperta, chiedendo loro di percorrere questa strada, di divenire parte della società onesta, di compiere una rottura netta, così come abbiamo fatto io e mia madre Felicia seguendo l’esempio di mio fratello Peppino, che più di tutti ha pagato per il suo coraggio e la sua voglia di sottrarsi ai condizionamenti mafiosi, e, nonostante tutto, ha conquistato la sua libertà e ha regalato a noi la nostra. Noi non abbiamo mai negato che la nostra famiglia aveva origini mafiose, che mio padre era un’appartenente a Cosa Nostra, così come alcuni suoi fratelli, e che mio zio Cesare Manzella è stato capomafia fino al 1963, ma abbiamo rotto con quanto era da loro rappresentato.
Non è questione di pagare per le scelte del padre, ma di fare la propria scelta, quella decisiva.
E se non vorranno farla, Angelo e Francesco, si ricordino che non sono loro le vittime dello Stato, i perseguitati, ma siamo noi cittadini onesti ad essere stati e ad essere tuttora vittime di quel sistema politico-mafioso le cui basi hanno gettato Provenzano e gli altri come lui.

“la Repubblica Palermo”, 2 dicembre 2008