Umberto Santino
 
Ricordare Libero Grassi a 24 anni dal suo assassinio non significa soltanto replicare un rito che per fortuna è tra i più sobri e antiretorici, ma anche, o soprattutto, rivivere una storia per molti versi emblematica e riflettere su quello che è accaduto in questi anni.

Non sarà inutile rammentare che, al di là delle dichiarazioni di solidarietà di rappresentanti delle istituzioni, Libero Grassi fu isolato dagli altri imprenditori e anche dalla cosiddetta società civile. L’unica iniziativa di sostegno si svolse nell’aula consiliare il 4 maggio del 1991. Eravamo soltanto in trenta, e fu facile profezia quella di chi scrive: “Stiamo attenti a non fare di Libero Grassi un eroe aspirante martire”. Ė stato definito un “eroe borghese senza borghesia” e il comportamento degli altri imprenditori e delle organizzazioni che li rappresentavano fu una vergogna incancellabile. Ma loro rappresentavano la regola, Libero era l’eccezione. Pagare il pizzo era una tradizione familiare, come lo era convivere con la mafia e Libero rompeva quella tradizione, denunciava quella convivenza e l’isolamento era prevedibile e scontato. Lo era meno il comportamento dei rappresentanti dell’associazionismo antimafia del tempo, ma su questo terreno giocavano un ruolo decisivo le appartenenze, i clan e le tifoserie. E Grassi non ne faceva parte.

Le scelte di Libero erano dettate da una cultura radicale e radicata, riproponevano un’idea schumpeteriana dell’imprenditore, estranea alla tradizione locale, rivendicavano una libertà da ogni condizionamento, in primo luogo da quello mafioso, che rappresentava una vera e propria eresia e, misurandosi sul terreno politico, sottolineavano il ruolo della qualità del consenso. Sono l’abc dell’imprenditoria di rischio, ormai morta e sepolta, e della politica intesa come partecipazione democratica, responsabile e attiva, e non come riflesso di una società ordinata per tribù. Libero Grassi è stato ucciso dalla mafia ma pure da una società che non si riconosceva nella sua libertà, come progetto e pratica di liberazione, prima ancora che nel suo coraggio.

In questi anni le cose sono mutate? Certo, è nato un associazionismo antiracket, ma più su una spinta proveniente dal basso, grazie all’azione di Addiopizzo e Liberofuturo, che per iniziativa delle organizzazioni di categoria. Anche queste si sono in qualche modo adeguate al “nuovo corso”, ma avvenimenti recenti dimostrano che per certuni l’antimafia più che una scelta di campo, radicale e conseguente, è un’opzione formale e opportunistica. Non penso che un personaggio che passava per paladino dell’antiracket e si è trasformato in estorsore e neppure che altri campioni delle cronache giudiziarie di questi ultimi mesi, anch’essi figuranti nelle vetrine dell’antimafia, siano classificabili come protagonisti di disavventure personali. Un’antimafia che ha dato loro spazio e assicurato glorie e opportunità dovrebbe in primo luogo interrogarsi su se stessa, non contentarsi di considerarli delle mele marce. C’è un problema di consenso, per usare le parole di Libero Grassi, anche all’interno dell’antimafia e della società civile, in cui si riproducono dinamiche del contesto sociale nel suo complesso. A cominciare dai leaderismi, dalle primogeniture, dai settarismi, dalle prassi quotidiane, dalla ricerca e acquisizione di fondi pubblici, ottenuti con il pieno rispetto delle pratiche personalistiche e clientelari che caratterizzano la spesa pubblica regionale, e non solo.

Di tutto questo bisognerebbe discutere, se vogliamo riferirci a Libero Grassi com’era da vivo, e non trasformato in una delle tante icone sugli altarini di un’antimafia retorica che ospita nel suo seno opportunisti e cialtroni.

 

Pubblicato su Repubblica Palermo del 29 luglio 2015, con il titolo: L’eroe borghese senza borghesia.