Storia della mafia: continuità e trasformazione

Premessa

Nel testo precedente abbiamo già delineato un’ipotesi definitoria del fenomeno mafioso e abbiamo proposto una ricostruzione del suo percorso storico come intreccio di continuità e trasformazione.

Adesso tracceremo un quadro dell’evoluzione del fenomeno mafioso a partire da un’ipotesi di periodizzazione in quattro fasi:

1. una fase di incubazione, in cui si sviluppano fenomeni che possiamo definire “premafiosi”, dal XVI secolo ai primi decenni del XIX secolo;

2. una fase agraria, dall’unità d’Italia agli anni ’50 del XX secolo;

3. una fase urbano-imprenditoriale, negli anni ’60;

4. una fase finanziaria, dagli anni ’70 ad oggi.

L’evoluzione del fenomeno mafioso va inserita nel contesto della società siciliana. La mafia non è né una malattia né un’isola. Essa ha una sua specificità (l’uso privato della violenza e il non riconoscimento del monopolio statale della forza) e un’analisi corretta deve coniugare insieme unità e distinzione, cioè studio del contesto e individuazione delle specificità.

1. Il “sistema unico mondiale” e i “fenomeni premafiosi”

La fase di incubazione del fenomeno mafioso si colloca all’interno del processo di transizione dal feudalesimo al capitalismo in Sicilia e di formazione di un “sistema economico mondiale”.

Lo storico che ha proposto una ricostruzione dei processi storici, a partire da quello che Braudel ha chiamato il “lungo XVI secolo” (dal 1450 al 1640), come formazione di un “sistema economico mondiale” con il prevalere del modo di produzione capitalistico, è Immanuel Wallerstein, e il primo volume della sua opera dedicata a tale tema (Il sistema mondiale dell’economia moderna ) è stato tradotto in Italia sul finire degli anni ’70.

Wallerstein individua come caratteristiche del processo di formazione di tale sistema l’affermarsi di una nuova divisione internazionale del lavoro e la creazione di organismi statuali “forti”, e disegna un quadro mondiale unitario ma con profonde differenziazioni territoriali. Abbiamo un centro (in cui prevale il lavoro salariato e si afferma lo Stato centralizzato, monopolista della violenza), una semiperiferia (in cui la forma di lavoro più diffusa è la mezzadria e vige il policentrismo del potere) e una periferia (con il lavoro schiavistico e il vuoto di potere).

Il dominio spagnolo, a cui la Sicilia è sottoposta in quel periodo, viene considerato come un “impero”, cioè un’unità politica più che economica, e con uno Stato molto meno “forte” di quello che si impone al centro del sistema economico mondiale, cioè in Francia e in Inghilterra. In questo contesto la Sicilia si può considerare come una semiperiferia anomala., per la compresenza di aspetti diversi. La realtà siciliana, in sintesi, appare così caratterizzata: oligopolio della violenza, diviso tra Stato e poteri baronali; nella Sicilia orientale, attraverso l’istituto dell’enfiteusi (affitto a lunga scadenza), si avvia una trasformazione delle colture, mentre nella Sicilia occidentale prevalgono il latifondo e la mezzadria (contratto di affitto a breve termine); presenza di caratteri propri del “centro” (mobilità sociale e lavoratori salariati) che però non sono in grado di forzare in avanti la situazione; una sostanziale stagnazione che però non significa immobilismo.

Se è scorretto rappresentare la Sicilia come un’isola tagliata fuori dal contesto, colonia periferica di un impero anch’esso “insulare”, non possiamo neppure sposare il paradigma del “sistema mondiale” come il passepartout buono per tutti gli usi. Bisognerà studiare i processi di unificazione nella loro concreta evoluzione e con le gerarchie interne che essi presentano, analizzare il “caso italiano” (“come il troppo anticipo si mutò in ritardo”), e in particolare il formarsi di un divario Nord-Sud e la collocazione della Sicilia in questo quadro complessivo.

All’interno di questa ricostruzione, che in buona parte è ancora da fare, vanno analizzati quelli che possiamo definre “fenomeni premafiosi”, che presentano le seguenti caratteristiche:

1) casi e forme di esercizio privato della violenza, cioè violenza extrastatuale, a cui di regola non consegue la sanzione della giustizia ufficiale;

2) manifestazioni di violenza o illegalità non sporadiche ed episodiche, ma che si presentano come comportamenti ricorrenti e attività professionali, o tendono a diventarlo;

3) comportamenti violenti-illegali funzionali all’arricchimento e

4) all’acquisizione di potere reale, di fatto, non necessariamente in contrapposizione a quello ufficiale;

5) comportamenti illegali legittimati attraverso l’accettazione-passività di massa.

Sono stati indicati come “antenati dei mafiosi” i banditi al servizio dei signori e i familiari dell’Inquisizione. Mentre il banditismo è un fenomeno di ribellismo sociale, regolarmente punito nei modi più atroci e spettacolari, i banditi che entrano negli eserciti privati dei grandi feudatari sono altrettanto regolarmente impuniti. Così pure coloro che entrano nei ranghi dell’Inquisizione come affiliati godevano di foro privilegiato e potevano sottrarsi alla giustizia ufficiale, per cui si forma un doppio binario nella giustizia criminale: esecutori condannati dalla magistratura ordinaria e mandanti sotto giurisdizione dell’Inquisizione assolti. Se si considera che negli anni ’70 del XVI secolo i protetti dell’Inquisizione erano 30.000, si avrà un’idea dell’entità del fenomeno: c’è la coda per affiliarsi e tra i familiari, scrive in una lettera del novembre 1577 il vicerè Marco Antonio Colonna, ci sono “todos los ricos, nobles, y los ricos delinquientes”.

Se le condizioni della giustizia sono contrassegnate dall’impunità di chiunque gode di un certo potere o riesce a rifugiarsi alla sua ombra, un altro aspetto da approfondire è il proliferare di delitti che hanno una funzione accumulativa: l’abigeato (furto di animali) e la macellazione clandestina, i furti e i sequestri di persona seguiti da “composizione” (richiesta di riscatto), le lettere minatorie, la riscossione di “pizzi” (tangenti). Reati spesso consumati con la piena collusione tra istituzioni, a cominciare dalle “forze dell’ordine”, e criminali.

Negli anni ’30 del XIX secolo abbiamo un fenomeno mafioso già compiuto, o quasi, con la presenza di organizzazioni che svolgono attività delinquenziali ma pure esercitano il governo locale, presiedute da capi che possono essere i possidenti o l’arciprete, che godono della protezione di magistrati. Varie relazioni di funzionari borbonici contengono informazioni in tal senso, anche se tendono a mettere in un unico mazzo gruppi criminali e oppositori politici.

2. Lo Stato unitario: il blocco dominante industriali del Nord – proprietari del Sud e la mafia agraria

La vicenda risorgimentale e la formazione dello Stato unitario sono indicative per comprendere come agiscono i gruppi mafiosi nei periodi di transizione e quale funzione svolge la violenza privata organizzata a fianco dei corpi ufficiali nella contrapposizione con gli strati popolari delle campagne e della città.

Nel corso della rivolta del 1820 viene creata la Guardia Nazionale: aristocratici e borghesi ricchi, che hanno al loro servizio bande di gente assoldata, mirano in tal modo a fronteggiare le squadre popolari, formate dai ceti artigiani di Palermo ancora raccolti nelle corporazioni, che avevano svolto un ruolo nel corso del ’700, con le ronde delle maestranze che avevano assunto la difesa della città e il controllo dell’ordine pubblico, con buoni risultati. Questa contrapposizione tra squadre popolari, Guardia Nazionale e controsquadre formate da pregiudicati si ripete nel 1848, nel 1860 e nella rivolta palermitana del 1866, episodio che si presta a letture diverse per la sua natura composita.

Si è parlato di una “mafia popolare”, ma questa fu immobilizzata, sconfitta e liquidata, insieme all’estromissione dell’”ala democratica” che culminò con la criminalizzazione e l’emarginazione dei garibaldini, mentre la mafia vera e propria, che si sviluppava nell’alveo del potere, fu sostenuta e legittimata, diventando ben presto una componente del blocco dominante che vedeva in prima fila gli industriali del Nord e i grandi agrari meridionali. Alle spalle, e in concorrenza con questi, i mafiosi detengono il monopolio delle gabelle, le affittanze dei latifondi, ed esercitano un pesante controllo sui contadini.

La mafia agraria è stata vista soprattutto, se non esclusivamente, come intermediaria tra comunità locale e Stato centrale, ma tale funzione si accorpa con altre: accumulazione, assicurando lo sfruttamento della forza lavoro contadina, controllo sociale, governo locale. E si può affermare con certezza che la mafia già negli ultimi decenni del secolo XIX non è un generico e imprecisabile fenomeno sociale, ma ha un’organizzazione ben definita e legami facilmente individuabili. In una serie di rapporti redatti dal questore di Palermo Ermanno Sangiorgi tra il novembre del 1898 e il febbraio del 1900 si danno informazioni dettagliate sugli aderenti ad “associazioni di malfattori” che hanno regole precise e formalizzate, operano nei quartieri di Palermo e nei paesi della provincia, sono rette da capi, hanno una struttura di coordinamento e sono sottoposte al comando di un “capo supremo”. Molte delle informazioni provengono dall’interno dei gruppi mafiosi, anche se non si indicano le fonti. Comunque già nell’800 si registrano casi di mafiosi “pentiti”.

Il periodo che va dagli anni ’60 dell’800 agli anni ’50 del ’900 non è un indistinto continuum. A una fase di relativa “opposizione iniziale”, segue una seconda fase, dell’integrazione con delega del potere locale, che va fino al primo dopoguerra; una terza fase è quella del fascismo, con l’espulsione delle fasce più scoperte (bassa mafia) e l’integrazione degli strati superiori (alta mafia); una quarta fase, dalla guerra ai primi anni ’50, vede la rilegittimazione dei gruppi mafiosi, la loro collaborazione con le forze alleate e l’assunzione diretta del potere negli enti locali, l’ipoteca sugli assetti futuri, prima con la scelta del separatismo come “arroccamento tattico” poi con l’attacco al movimento contadino culminato con la strage di Portella del 1° maggio 1947, che segue alla vittoria, la prima e l’ultima, delle sinistre alle elezioni regionali siciliane, e precede l’estromissione delle sinistre dal governo nazionale e il varo del centrismo, con l’affermazione delle forze conservatrici nello scontro elettorale del 18 aprile ’48. Quest’ultima fase offre una riprova delle capacità strategiche dei gruppi mafiosi in situazioni in cui si passa da vecchi a nuovi assetti, che al di là degli aspetti formali si pongono in linea di sostanziale continuità con il passato. Questo intreccio di continuità e trasformazione è una costante che andrebbe approfondita soprattutto nelle fasi di transizione, andando oltre la scontata “filosofia della storia” del Gattopardo, secondo cui “tutto cambia perché nulla cambi”, chiedendosi perché altre possibilità sono state sconfitte.

In tutti questi periodi l’antagonista degli agrari e dei mafiosi è il movimento contadino che dà vita a grandi fasi di lotta (1891-94: Fasci siciliani; anni precedenti la prima guerra mondiale: sviluppo della cooperazione e delle affittanze collettive, per sostituire i gabelloti mafiosi; lotte del primo dopoguerra e del secondo dopoguerra, per la riforma agraria), regolarmente sconfitte fino alla sconfitta finale degli anni ’40. In queste lotte agrari e mafiosi hanno l’appoggio aperto dello Stato, che non sta con i contadini neppure quando lottano per l’applicazione di leggi, come quella sulle terre non coltivate e sulla spartizione del prodotto tra proprietari e mezzadri. Ed è significativo che la repressione mafiosa del movimento contadino, con l’uccisione di decine di dirigenti locali e sindacalisti, sia rimasta impunita.

3. La fase urbano-imprenditoriale: borghesia di Stato e mafiosi-imprenditori

Nel corso degli anni ’50, con l’avvio dell’integrazione europea, si ha un mutamento dell’assetto socio-economico nazionale e meridionale, che porterà al cosiddetto boom economico, alla massiccia emigrazione dalle campagne meridionali (4 milioni in 20 anni), alla terziarizzazione di tipo parassitario del Mezzogiorno e della Sicilia.

In questa fase non avviene tanto un trasferimento dei gruppi mafiosi dalle campagne nella città (anche nella fase agraria la “capitale della mafia” è Palermo, per il suo ruolo di centro politico-amministrativo), quanto un inserimento dei gruppi mafiosi nella nuova realtà, segnata dalla centralità della spesa pubblica e dall’espansione della forma urbana.

L’aspetto più interessante in questa fase è l’ingresso dei mafiosi in attività imprenditoriali, in prima persona o in rapporto con altri imprenditori. Come abbiamo documentato nella ricerca sulle imprese, un ruolo fondamentale nella nascita del mafioso-imprenditore ha il denaro pubblico, sotto forma di appalti di opere pubbliche o di finanziamenti erogati da istituti di credito. Cioè l’impresa mafiosa nasce come borghesia di Stato, intendendo per tale gli strati medio-alti che si formano e assumono un ruolo dirigente con la costituzione della regione a statuto speciale in Sicilia (1946) e della Cassa per il Mezzogiorno (1950).

Le funzioni della mafia urbano-imprenditoriale sono le seguenti: gestione di attività imprenditoriali soprattutto nel settore edilizio, ma ancora con un ruolo di “parente povero” e di intermediazione tra proprietari di aree e imprese esterne (il sacco edilizio di Palermo vede in primo piano imprese non siciliane, tra cui la Società Immobiliare con capitale vaticano), controllo sui mercati alimentari, sull’assunzione negli enti locali, sul credito. Svolgendo tali funzioni la borghesia mafiosa assume sempre di più un ruolo egemone a livello locale.

Le fonti di accumulazione illegali in questa fase, insieme alle vecchie (per esempio, le tangenti, che si spostano sempre più sulle attività economiche urbane), vedono lo svilupparsi di traffici internazionali, soprattutto il contrabbando di sigarette, che farà da battistrada al traffico di droga. Per avere un’idea della consistenza di tale fonte, riportiamo un dato contenuto nella Relazione della Commissione antimafia del 1976: il contrabbando di tabacchi fruttava 120.000 miliardi l’anno, di cui il 70% va alle organizzazioni mafiose. Per gestire tale attività i gruppi mafiosi, strutturati in famiglie, danno vita a un’organizzazione unitaria interfamilistica che in seguito sarà utilizzata per il traffico di stupefacenti.

In questi anni la mafia si diffonde a livello nazionale almeno come “disseminazione delle presenze”, nel senso che l’istituto del soggiorno obbligato porta capimafia e gregari in tutto il territorio nazionale, spesso nelle vicinanze di grandi centri. Il ruolo egemone a livello regionale e la diffusione sul territorio nazionale danno un’immagine che non coincide con quella che si è avallata di una “mafia in crisi”. Tale tesi sopravvaluta la risposta dello Stato alla strage di Ciaculli del 30 giugno 1963. Né l’istituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta, né i processi celebrati contro i mafiosi ebbero risultati incisivi: la prima ebbe un ruolo significativo solo per la raccolta della documentazione, i secondi si risolsero in una conferma dell’impunità. Ma l’evento decisivo che gioca a favore dei gruppi mafiosi è la fine dell’antagonismo sociale nelle campagne, con la dissoluzione del movimento contadino, senza che si abbia la formazione di un equivalente nelle città, con il risultato di un indebolimento complessivo delle forze di opposizione.

4. Mafia finanziaria e società contemporanea

Dagli anni ’70 in poi lo sviluppo del traffico di droga ha prodotto un’esplosione dell’accumulazione illegale e l’uscita dalla dipendenza dei gruppi mafiosi dal denaro pubblico. Ciò ha scatenato una forte conflittualità interna e una feroce conflittualità esterna che ha assunto i caratteri di una gara egemonica, con l’abbattimento degli ostacoli al processo di espansione.

L’incremento dell’accumulazione illegale, il ruolo dei gruppi mafiosi siciliani nei traffici internazionali a dimensione planetaria, l’affermarsi di altri soggetti criminali sulla scena mondiale, con caratteristiche sempre più omologhe, e i rapporti sempre più complessi con i contesti economico-sociali, rendono necessario uno sforzo d’analisi che richiede strumenti adeguati. Una ricerca sulla “mafia finanziaria” deve verificare le seguenti ipotesi ed analizzare i seguenti processi:

a) la finanziarizzazione dell’economia, cioè la centralità egemonica del “complesso finanziario-industriale”;

b) la portata e l’articolazione dell’accumulazione illegale;

c) la simbiosi tra capitale legale e illegale assicurata dall’opacità del sistema finanziario internazionale;

d) l’omologazione tra le grandi criminalità organizzate che, pur mantenendo aspetti specifici delle culture di provenienza, svolgono le stesse attività, in particolare il traffico di droga, e hanno di fronte gli stessi problemi: riciclaggio del denaro “sporco”, reazione alla repressione, rapporto con il contesto sociale e con gli ambiti istituzionali, locali, nazionali e internazionali.

La simbiosi tra capitale bancario e capitale industriale indicata dal concetto di “capitale finanziario”, non è un fenomeno nuovo, anzi può considerarsi uno dei “luoghi classici” della letteratura marxista, da Marx a Hilferding e a Lenin. Così pure sulla “mondializzazione” dell’economia, con l’internazionalizzazione della produzione di merci e l’esportazione del modo di produzione capitalistico, abbiamo una significativa letteratura. Il problema è che oggi capitale bancario e attività imprenditoriale non sono più la faccia “parassitaria” e quella “produttiva” del capitalismo; la forma holding ha celebrato il matrimonio tra finanza e impresa: un matrimonio palese ma con una notevole dose di “segretezza” e di incontrollabilità.

I caratteri del “complesso finanziario-industriale” possono così sintetizzarsi:

1) incontrollabilità, o grandi difficoltà di controllo, delle attività bancarie internazionali. Le crisi recenti di istituti bancari, come il Banco Ambrosiano, hanno mostrato le gravi carenze o la quasi inesistenza di vigilanza internazionale e su tale strada solo negli ultimi anni si cominciano a muovere i primi passi;

2) opacità o scarsa trasparenza. Il segreto bancario, nonostante alcune eccezioni, derivanti dall’Organized Crime Control Act (OCCA), introdotto nel 1970 negli USA, e dalla legge antimafia italiana del 1982, continua ad essere la regola generale, e la tendenza verso la liberalizzazione dei servizi e una configurazione sempre più imprenditoriale e sempre meno pubblica dell’attività finanziaria rischia di accentuare questo carattere di opacità. Anche l’unificazione del mercato europeo può rappresentare un ulteriore aggravamento dell’opacità, solo parzialmente limitato dalla recente direttiva sul riciclaggio del denaro sporco;

3) affermazione di strumenti bancari adatti all’attività internazionale e alla compenetrazione del capitale bancario con attività imprenditoriali, come le commercial banks degli USA, le merchant banks britanniche, le banche d’affari;

4) innovazione finanziaria e sempre maggiore articolazione delle strutture finanziarie: società finanziarie, società fiduciarie, titoli atipici ecc. sono i prodotti più noti del proliferare di nuovi strumenti e intermediari creditizi, in gran parte suscitato dalla volontà di sfuggire al controllo;

5) uso di tax havens (rifugi fiscali) che permettono l’evasione fiscale e rendono possibili operazioni di prestidigitazione finanziaria, coprendo le compenetrazioni tra attività illegali e legali;

6) l’intreccio tra interessi economici e interessi politico-militari che in molte situazioni (per esempio l’America Latina) si configura come strategia reazionaria, con connotati fascisti e colonialisti.

Questi caratteri del sistema, o di parti non secondarie di esso, spiegano fenomeni come le attività di personaggi come Sindona, Calvi, Gelli e favoriscono il formarsi di canali di comunicazione tra capitali illeciti e leciti.

L’accumulazione illegale per la sua stessa natura è difficilmente quantificabile, ma negli ultimi anni si sono proposti dei criteri di “stima” che per quanto “grossolani”, come riconoscono gli stessi autori, possono darci un’idea della sua portata.

In Italia una stima dell’economia illecita è stata fatta dal Censis: si indica un valore complessivo dell’ordine di 100.000 miliardi di lire l’anno, di cui la voce più consistente sarebbe il traffico di droga per un valore di 30.000 miliardi. Se si tiene conto che dal 1982 al 1989 il valore dei beni confiscati in attuazione della legge antimafia ammonta a 886 miliardi di lire, si ha un’idea del gap esistente tra strumenti di accertamento fermi alla “mafia imprenditoriale” e articolazioni della “mafia finanziaria”.

I problemi che abbiamo davanti, di analisi e di individuazione delle politiche adatte a fronteggiarli, sono enormi, e vanno dal tema del proibizionismo delle droghe, che conferisce ai soggetti criminali il ruolo di operatori oligopolisti, a quello del segreto bancario, che permette la simbiosi tra capitale legale e illegale. Ovviamente tali problemi si legano alle caratteristiche della società contemporanea, sempre più complessa ma non per questo inconoscibile e immodificabile.

Fonti: U. Santino, Per una storia sociale della mafia, in A. Cavadi (a cura di), A scuola di antimafia, Centro Impastato, Palermo 1994, pp. 36-47.
U. Santino, La mafia interpretata, Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; Dalla mafia alle mafie. Scienze sociali e crimine organizzato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006.
U. Santino, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.
Per lo studio dell’evoluzione dei fenomeni mafiosi all’interno dei processi di globalizzazione, si veda: U. Santino, Mafie e globalizzazione, Di Girolamo, Trapani 2007.
Per un quadro generale: U. Santino, Breve storia della mafia e dell’antimafia, Di Girolamo, Trapani 2008.