Il paradigma della complessità

Un’ipotesi definitoria

Per andare oltre gli stereotipi, integrare i paradigmi e avviare un’analisi della mafia come fenomeno complesso e poliformico, il Centro Impastato ha elaborato il progetto di ricerca “Mafia e società”, utilizzando un’ipotesi definitoria che si può così sintetizzare:

mafia è un insieme di organizzazioni criminali, di cui la più importante ma non l’unica è Cosa Nostra, che agiscono all’interno di un vasto e ramificato contesto relazionale, configurando un sistema di violenza e di illegalità finalizzato all’accumulazione del capitale e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, che si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale.

Il fenomeno mafioso viene considerato un prisma a molte facce, presentando aspetti criminali, sociali, economici, politici, culturali; isolare uno di questi aspetti e ritenerlo rappresentativo dell’intero fenomeno o attribuirgli una prevalenza sugli altri, come spesso avviene, è un’operazione gratuita e una riduzione fuorviante. Il fenomeno mafioso è la risultante del rapporto interattivo tra tutti questi aspetti e, se si vuole passare dal descrittivismo impressionistico alla ricerca scientifica, al centro dell’analisi dev’essere lo studio dell’interazione tra i vari aspetti. Le polarizzazioni sono sbagliate sempre ma lo sono ancora di più quando si debbono studiare fenomeni complessi.

L’ipotesi definitoria sopra riassunta permette di considerare le organizzazioni criminali nella loro concretezza (uomini in carne e ossa, boss e gregari, e non mafiosi da romanzo e da sceneggiato televisivo spacciati per idealtipi; organigrammi, regole, ruoli, gerarchie, intese e conflitti) e il contesto sociale in cui esse operano, sottraendolo alle generiche criminalizzazioni di sapore più o meno razzistico o lombrosiano e individuando al suo interno un blocco sociale egemonizzato dai gruppi criminali o in sintonia con essi. E anche tale blocco sociale va studiato in concreto, analizzandone composizione, caratteristiche, valenze culturali, economiche, politiche ecc., tipologie dei rapporti che si instaurano tra le sue componenti e i raggruppamenti organizzati.

Solo questa analisi concreta permette di avere un quadro esauriente della complessità dei fenomeni, non riducibili all’angusto pseudoparadigma del rapporto protettori-protetti ma articolati in una vasta gamma dal gioco degli interessi in campo, riconducibili dentro un quadro unitario attraverso la ricostruzione delle dinamiche operanti, con l’uso di chiavi di lettura adeguate, tenendo ben presente che non si tratta di scoprire leggi fisiche (ammesso che ne esistano) ma di formulare ipotesi che ci permettano di capire e ci aiutino ad elaborare strumenti utili per intervenire.

Questa visione si fonda consapevolmente su una metodologia che sceglie l’et-et invece che l’aut-aut. Qualche esempio. Gli studiosi si sono chiesti se la mafia sia industria o istituzione e hanno sciolto il dilemma scegliendo l’uno o l’altro dei corni. Il paradigma della complessità, invece, non pone l’alternativa ma considera la mafia insieme come industria e come istituzione. Un altro problema che si sono posti operatori e studiosi è se la mafia sia un’organizzazione o un modo di sentire, una mentalità, un comportamento. Abbiamo già visto come il dibattito su tale dilemma abbia portato la stragrande maggioranza degli studiosi a schierarsi per la tesi che potremmo definire “comportamentista”, mentre nella nostra visione la mafia è insieme organizzazione e comportamento, struttura gerarchica e codice culturale, che va oltre gli affiliati.

Anche l’alternativa deficit o ipertrofia può sciogliersi nel senso che possono operare entrambi, e la realtà ci mostra ogni giorno che in effetti operano entrambi, tanto a livello individuale-sociale che territoriale-planetario. Le opportunità per i criminali organizzati nascono tanto sul terreno delle economie periferiche, in crisi e destinate a ulteriore sottosviluppo, che su quello delle aree centrali pienamente sviluppate.

Il contesto relazionale entro cui i gruppi mafiosi agiscono è intessuto di rapporti di parentela, di amicizia, cointeressenza, contiguità, complicità e, come ho già accennato, dà vita a un blocco sociale che attraversa la società nel suo complesso. Cioè esso ha natura e composizione interclassista, comprendendo sia gli strati più svantaggiati della popolazione sia gli strati intermedi ed alti. Troviamo così nella polarizzazione verso il basso strati marginali, sottoproletari e proletari coinvolti nelle attività illecite o lecite (contrabbando di sigarette, spaccio di droghe, manodopera e personale più o meno precariamente impiegato nelle attività imprenditoriali e commerciali) e nella polarizzazione verso l’alto politici e amministratori legati in vari modi ai mafiosi, professionisti (avvocati, consulenti finanziari, medici, tecnici etc.) che prestano la loro opera a servizio di mafiosi, imprenditori e commercianti consoci e prestanome etc.

All’interno di tale blocco il peso delle singole componenti non è equivalente: la funzione dominante è esercitata dai soggetti illegali-legali più ricchi e potenti (capimafia, politici, amministratori, imprenditori, professionisti) che si può definire borghesia mafiosa.

Dai “facinorosi della classe media” alla borghesia mafiosa

Il concetto di borghesia mafiosa era già presente nell’analisi di Franchetti, che parlava di “facinorosi della classe media”, ed è stato proposto nei primi anni ’70 all’interno delle analisi della Nuova Sinistra .

Negli ultimi anni parecchie inchieste hanno riguardato politici, imprenditori, professionisti coinvolti in rapporti con mafiosi e l’elaborazione della fattispecie di “concorso in associazione mafiosa” è intervenuta a conferire rilevanza giuridica a tali rapporti.

Queste inchieste e questa nuova figura di reato, anche se essa è frutto dell’elaborazione giurisprudenziale, cioè delle analisi e delle applicazioni da parte della magistratura e non di una apposita prescrizione legislativa, si possono considerare una riprova, anche a livello giudiziario, della validità delle analisi fondate sull’esistenza di una borghesia mafiosa. Recentemente si sono avanzate critiche più che alla sostenibilità di tale tesi, alle conseguenze che essa avrebbe proprio sul piano operativo e giudiziario. Scrive lo storico Pezzino:

“un’eccessiva dilatazione del concetto di aggregato mafioso, arrivando a comprendervi intere classi sociali, mi sembra non fondata: se è vero che la mafia è la “borghesia mafiosa”, come sostengono fra gli altri Umberto Santino e Giuseppe Di Lello, allora non resterà che sperare in un futuro, ma per ora indefinito, cambiamento sociale e politico generale, che estrometta dal potere la borghesia mafiosa. Se viceversa la mafia è Cosa Nostra, cioè la struttura territoriale armata di uomini che prestano un giuramento di fedeltà per venirvi ammessi, allora tutto l’apparato repressivo andrà potenziato, anche con eventuali strumenti di indagine bancaria, nel tentativo di colpire uno dei due poli, indubbiamente il più debole, di quel pactum sceleris tra mafia e poteri legittimi che ha permesso alla prima di affermarsi”

L’economista Centorrino interviene sull’argomento, usando quasi le stesse parole:

“La mafia dev’essere considerata componente di un blocco sociale transclassista al cui interno la funzione egemonica è svolta dagli strati più ricchi, legali e illegali, definiti borghesia mafiosa, oppure per Cosa Nostra e altre organizzazioni mafiose vale piuttosto la definizione di strutture militari-territoriali, soggetti distinti con finalità proprie che entrano in contatto con altri soggetti (economici, politici, istituzionali) mantenendo fondamentalmente la propria autonomia, come del resto starebbero a dimostrare alcune vicende processuali?

Se la mafia è borghesia mafiosa allora non si potrebbe che sperare in un futuro cambiamento, attualmente indistinto e indefinito, che estrometta da tutti i vertici possibili la borghesia mafiosa. Riferirsi invece a organizzazioni mafiose con strutture territoriali implica invece, da un lato, la necessità di potenziare e supportare un solido apparato repressivo e giudiziario e, dall’altro, di individuare tutti gli strumenti (a partire dalle indagini bancarie) nel tentativo di identificare, e colpire, uno dei due poli, il più segreto ma anche il più debole, di quello scambio scellerato tra mafia, istituzioni ed economia che ha permesso alla prima di affermarsi.

La mafia è costituita – si è scritto – da precise organizzazioni, da uomini, denaro, alleanze politiche, traffici criminali. Bisogna smantellare le organizzazioni, fermare gli uomini, sequestrare e confiscare tutte le ricchezze, intervenire efficacemente sui traffici, spaccare le alleanze”.

Il senso di questo discorso è chiaro: la teorizzazione fondata sul concetto di borghesia mafiosa rimanda a un’impossibile, o almeno improbabile, palingenesi sociale (una rivoluzione socialista o qualcosa del genere) mentre la tesi della mafia come organizzazione denominata Cosa Nostra è la base concreta per un intervento concreto, possibile qui ed oggi.

A parte il fatto che Cosa Nostra non esaurisce l’associazionismo di tipo mafioso (anche i clan che non ne fanno parte, come la “Stidda” nelle province di Agrigento e Caltanissetta e i clan catanesi, sono associazioni mafiose), tali critiche si fondano su un fraintendimento: l’analisi che utilizza il concetto di borghesia mafiosa, come abbiamo già chiarito, non esclude la dimensione criminale, non genericamente intesa ma colta in tutte le sue implicazioni organizzative, anzi parte da essa ma vuole inserirla – senza perciò diluirla – dentro un quadro complesso di rapporti sociali, che è poi quello che i critici cacciano dalla porta ma fanno rientrare dalla finestra. Il pactum sceleris tra mafia e poteri legittimi, tra mafia, istituzioni ed economia “che ha permesso alla prima di affermarsi”, come può costituirsi ed operare senza il contributo di una serie di figure sociali che pur non essendo affiliate a Cosa Nostra sono con essa collegate? E tali collegamenti, fatta salva la distinguibilità e l’autonomia degli affiliati a Cosa Nostra o ad altre associazioni di tipo mafioso, che non è in discussione, sono da considerare eventuali, sporadici, congiunturali, marginali o costituiscono il contesto che spiega il radicamento e lo sviluppo del fenomeno mafioso nel suo complesso, cioè del prisma a molte facce di cui ho parlato prima?

L’analisi fondata sul concetto di borghesia mafiosa è l’esatto contrario della criminalizzazione generalizzata e della rinuncia all’intervento storicamente possibile, richiede il massimo di concretezza nell’individuazione dei gruppi mafiosi e delle articolazioni dei sistemi relazionali che legano i vari soggetti e nell’elaborazione delle politiche che mirino a prevenire e reprimere le attività mafiose e a sgretolare il blocco sociale transclassista cementato ed egemonizzato dalla borghesia mafiosa.

A riprova di tale concretezza potremmo ricordare che il progetto di ricerca “Mafia e società” del Centro Impastato si articola in una serie di progetti rigorosamente fondati sulla ricerca empirica, mentre la bibliografia sulla mafia si accresce ogni giorno con i ritmi di una pianta infestante, all’insegna degli stereotipi, delle improvvisazioni o delle esercitazioni tanto eleganti quanto prive di una consistente base di dati e sterili sul piano delle indicazioni operative. E non è un caso che lavorando sul paradigma borghesia mafiosa, fin dai primi anni ’80 abbiamo individuato la dimensione finanziaria del fenomeno mafioso attuale, indicando anche strade concretissime per affrontarla. Se non ci si fosse baloccati per tanti anni con la tesi della “mafia imprenditrice” (ipotesi analitica in ritardo di molti anni rispetto alla realtà e che negava la dimensione organizzativa), la legislazione sul riciclaggio, per fare un esempio, sarebbe venuta con parecchi anni di anticipo. E, sempre per affondare i piedi nel terreno della concretezza, se le denunce del Centro Impastato contro Salvo Lima, frutto di un’analisi fondata sulla compenetrazione e sullo scambio permanente fra mafiosi in carne e ossa e politici altrettanto concreti, avessero avuto un seguito e non fossero state isolate dalle stesse sinistre, certamente molte cose non sarebbero andate per il verso in cui sono andate.

Dire perciò che per tenere in piedi ben piantati sulla terra bisogna parlare solo e unicamente di Cosa Nostra e che invece parlare di borghesia mafiosa vuol dire rimandare qualsiasi ipotesi di contrasto alle calende greche, mi pare un modo per semplificare e ridurre a una finta concretezza un fenomeno articolato e complesso e – come già accennato precedentemente – tale posizione si configura come un accodamento degli scienziati sociali al lavoro giudiziario, per giunta tardivo poiché giunge proprio nel momento in cui le inchieste cercano di andare oltre Cosa Nostra e si volgono ad indagare quel che non è Cosa Nostra ma è con essa collegato in un nodo di reciproca funzionalità.

Le critiche prima richiamate al concetto di borghesia mafiosa, frettolosamente enunciate sulle pagine di quotidiani, il più delle volte sottintendono un implicito convincimento di fondo, secondo cui tale concetto non può non essere obsoleto dato che si dà per scontata l’obsolescenza dell’analisi di classe e del dizionario marxista da cui essa deriva.

Ora se il concetto di borghesia mafiosa viene usato in modo ideologico e rigido, senza considerarne tutta l’articolazione, tralasciando di metterne in luce per esempio gli aspetti culturali e di evidenziare dinamiche sociali anche conflittuali, e rappresentando tutto come un teatrino a scena fissa e ruoli predeterminati e immutabili, comprendiamo benissimo il senso di più d’una critica. A nostro avviso l’analisi di classe si può fare anche oggi, e forse ce n’è bisogno più di prima, ma bisogna avere gli occhi rivolti al presente e capaci di cogliere gli sviluppi tendenziali e non attardarsi in schematismi scolastici la cui inutilità e obsolescenza era già evidente nei decenni passati.

La violenza mafiosa

La specificità della mafia è data dall’uso privato della violenza e dal non riconoscimento del monopolio statale della forza.

La violenza mafiosa è strumentale, essendo un mezzo per il raggiungimento di una serie di obiettivi essenziali per l’agire mafioso, e si inscrive in una visione secondo cui è legittimo, anzi è un titolo di merito, farsi giustizia da sé e non ricorrere allo Stato.

Dallo studio della forma più grave di violenza mafiosa, l’omicidio, pubblicato nel volume La violenza programmata, abbiamo ricavato le seguenti indicazioni:

“l’omicidio mafioso, lungi dall’essere unicamente o soprattutto il frutto di un istinto sanguinario e incontrollato e di una subcultura marginale, è principalmente omicidio-progetto, è animato cioè da una logica strategica, in quanto:

1) è il modo in cui si esprime la concorrenza tra organizzazioni mafiose o tra singoli mafiosi, giunta a livelli incomponibili diversamente;

2) è lo strumento principale, o comunque uno degli strumenti essenziali, per la risoluzione della gara egemonica, interna ed esterna;

3) spiana la strada per il controllo delle attività gestite dalle organizzazioni mafiose, illegali e legali;

4) rappresenta una modalità d’intervento sul quadro sociale e politico”.

Sia che si tratti di violenza minacciata o messa in atto, di violenza mirata o diffusa, essa è un attributo irrinunciabile, fino ad oggi, del mafioso; costituisce un terreno ineludibile del suo apprendistato e scandisce la sua carriera criminale. Non ci sono solo i killers di professione, ci sono anche capimafia che uccidono con le loro mani, nei modi più feroci, tanto tra coloro che sono stati definiti “moderati” (come Stefano Bontate) che tra i “corleonesi” (come Liggio e Riina).

L’uso della violenza e la cultura della violenza, per cui l’omicidio non è un delitto ma una pena prevista dalla stessa formula del giuramento, sono uno dei pilastri su cui si fonda la doppiezza della mafia nei confronti dello Stato. Essa per un verso è fuori e contro lo Stato, ha un suo codice penale e una sua forma di giustizia e quindi non riconosce la funzione repressiva e giurisdizionale dello Stato; per un altro verso è dentro e con lo Stato, sia per le sue attività economiche, che il più delle volte richiedono il ricorso alle istituzioni, sia per il suo ruolo politico.

ll “modo di produzione mafioso”

Negli ultimi anni, nel dibattito sviluppatosi in Italia, dopo la frettolosa enunciazione del nuovo corso produttivo intrapreso dalla “mafia imprenditrice”, c’è stata un’altrettanto frettolosa marcia indietro ed oggi si può dire che si registri l’unanimità sulla tesi della mafia “ostacolo allo sviluppo”.

Affrontando tale tematica nel volume L’impresa mafiosa invitavamo alla cautela e a un minimo di rigore nell’uso delle categorie economiche.

Notavamo, in primo luogo, che nell’agire mafioso “parassitismo” e “produttività” convivono e che non è possibile segnare un confine netto tra i due aspetti. La mafia svolge tanto attività illecite (estorsioni, usura, traffici di merci proibite etc.) che lecite (attraverso esercizi commerciali, imprese, società finanziarie etc.), taglieggia le attività economiche ma pure gestisce in prima persona o attraverso prestanome imprese dotate di tutti i requisiti formali; da un punto di vista strettamente economico anche le attività più riprovevoli, come la produzione e distribuzione di droga, possono considerarsi produttive, “sia che per produzione s’intenda, in senso lato, “ogni processo mediante il quale cresce l’utilità di chi esercita quel processo” oppure, in senso più ristretto, la “trasformazione di fattori produttivi in prodotti, cioè creazione di nuovi beni economici”, essendo di dominio generale che i concetti di “utilità”, di “bene economico” e di “bisogno” prescindono da considerazioni relative alla liceità o illiceità, o al “vizio” e alla “virtù”, limitandosi a registrare il dato di fatto che quel “bene” sia “desiderato da qualcuno” e si presti ad essere scambiato”.

C’è anche una “economicità della violenza”, nel senso che essa può essere utilizzata come “sostanza valorificante” all’interno del processo produttivo. La violenza e l’uso di pratiche illegali possono avere effetti rilevanti in rapporto ai fattori di produzione, permettendo per esempio la disponibilità di capitali a basso costo, un controllo più rigido sulla forza lavoro, l’accaparramento di mezzi di produzione. L’illegalità può esercitare un peso notevole anche sui prodotti: si pensi alla facilità di adulterazione delle merci scambiate sul mercato illegale.

“Quindi si può dire che l’agire mafioso procura “utilità” ai soggetti attivi e ai consumatori dei prodotti immessi sul mercato dai primi, mentre gli aspetti che vengono usualmente considerati “parassitari”, dalle tangenti all’uso a fini speculativi del denaro pubblico, si risolvono in “utilità” per gli attori e in danno per le vittime (produttori, esercenti di esercizi commerciali, pubbliche amministrazioni etc.) e in questo senso è corretto affermare che si risolvono in “ostacolo allo sviluppo”, tendendo ad impedire un adeguato soddisfacimento di bisogni e ad accrescere i costi di gestione di varie attività”.

Per modo di produzione nella formulazione marxista s’intende una combinazione di forze produttive e di rapporti sociali, un concetto-contenitore che comprende varie componenti, dalla tecnica all’assetto della proprietà, alla struttura di classe e del sistema politico. Si può parlare di “modo di produzione mafioso”, segnato dalla specificità dell’uso privato della violenza e caratterizzato dall’intreccio di parassitismo e produttività, di accumulazione illegale e legale. L’uso di tale concetto può tornare utile tenendo conto che se la rilevanza economica di pratiche criminali non è una novità, lo è la consistenza che essa ha assunto negli ultimi anni. Lo sviluppo dei fenomeni di criminalità economica e la variegata fenomenologia presentata dalla cosiddetta “economia sommersa” implicano l’aggiornamento, o la modifica, dei paradigmi elaborati dalle varie scuole di pensiero. Il mercato reale così come si presenta oggi è ben diverso dal mercato ideale disegnato dalla teoria economica e sociologica. Un’ipotesi adeguata per rappresentarne la complessità potrebbe essere quella del “mercato multidimensionale” o dell’”economia polimorfa”: economia ufficiale, sommersa e illegale possono considerarsi come scomparti di un unico mercato e l’interazione tra di essi dà vita a scenari articolati: intreccio e complicità; convivenza, succuba e interessata; concorrenza e conflitto, fino all’eliminazione, fisica o giuridica.

Quanto al dibattito sul ruolo economico della mafia come promotrice di sviluppo o ostacolo allo sviluppo, c’è da dire che quasi tutte le attività imprenditoriali registrate dalla ricerca sull’impresa mafiosa, tolti i due gruppi industriali dei Salvo in Sicilia e di Monti e Virgilio in Lombardia, prima soggetti a sequestro ma successivamente dissequestrati, hanno più che altro funzione di riciclaggio e che in ogni caso l’economia illegale distribuisce quote di reddito ma è in piena contraddizione con una cultura dello sviluppo. Se per sviluppo s’intende non solo la crescita dell’attività produttiva ma pure, o soprattutto, il miglioramento delle condizioni complessive di vita dei membri di una collettività, l’attività criminale ingenera attese di arricchimento facile, disprezzo del lavoro e violazione delle regole elementari della convivenza, cioè l’esatto contrario dell’impegno corale per sviluppare una comunità.

Se invece per sviluppo s’intende il modello di crescita dei paesi periferici, all’insegna del produttivismo, del consumismo di tipo occidentale per una parte privilegiata della popolazione (il cosiddetto “desarrollismo”), mentre non viene assicurato il soddisfacimento dei bisogni più elementari degli strati popolari, ci possono essere molti punti in comune tra tale concezione, basata sul successo individuale e su un alto grado di competitività, e la cultura su cui si fonda l’accumulazione criminale.

Un problema più generale riguarda il rapporto tra fenomeni di tipo mafioso e capitalismo. Molto schematicamente, si può dire che mentre il processo di transizione al capitalismo ha prodotto organizzazioni di tipo mafioso in aree determinate (per esempio: la mafia in Sicilia occidentale, le Triadi in Cina, la Yakuza in Giappone) e il capitalismo maturo ha sviluppato tali fenomeni in presenza di determinate condizioni (immigrazione, mercati neri), il capitalismo nella fase attuale di globalizzazione acuisce contraddizioni sistemiche già presenti prima per cui si estende l’accumulazione illegale e proliferano i gruppi di tipo mafioso.

La mafia come soggetto politico

Finora il rapporto mafia-politica è stato al centro di libri di denuncia, di servizi giornalistici, di documenti politici, di relazioni di organi ufficiali ma non è stato oggetto di ricerca scientifica.

La dimensione politica è costitutiva del fenomeno mafioso così come l’abbiamo definito prima.

“La mafia è soggetto politico in duplice senso:

1) In quanto associazione criminale è gruppo di potere e gruppo politico in senso weberiano, avendo i caratteri fondamentali di tale categoria di gruppo, e cioè: a) un insieme di norme (ordinamento), b) una dimensione territoriale, c) la coercizione fisica, d) un apparato amministrativo in grado di assicurare l’osservanza delle norme e mettere in atto la coercizione fisica. (…)

2) La mafia, come associazione criminale e con il blocco sociale di cui fa parte, costituisce un sistema di potere più ampio, ed è una fonte di produzione della politica in senso complessivo, in quanto determina o contribuisce a determinare le decisioni e le scelte riguardanti la gestione del potere e la distribuzione delle risorse”.

Se la “signoria territoriale” è un attributo fondamentale dei gruppi mafiosi, essa costituisce solo un aspetto della loro soggettività politica, che si esplica in gran parte nel controllo e nel condizionamento dell’attività politica complessiva.

Questa visione della mafia implica una serie di problemi teorici di fondo riguardanti soprattutto il rapporto con lo Stato e l’idea stessa di Stato. Una linea teorica che parte da Hobbes, continua con Marx ed Engels e attraverso Weber arriva fino ai nostri giorni, pone l’accento sul monopolio dell’uso legittimo della forza come attributo irrinunciabile dello Stato. Invece l’esperienza storica italiana ci dice che se il monopolio formale della forza da parte dello Stato non è mai venuto a cessare, di fatto c’è stata una demonopolizzazione, rispecchiata anche sul piano giuridico, se si pensa al grande ritardo con cui è stata definita la criminosità dell’associazione mafiosa, sancita soltanto con la legge del settembre 1982.

Su questa base è stata individuata una duplice dualità, riguardante sia la mafia che lo Stato.

Diversamente dalla criminalità comune, la mafia non viola il diritto ma nega il diritto: abbiamo già visto che essa è fuori e contro lo Stato, poiché non riconosce il monopolio statale della forza e considera il ricorso all’omicidio come la sua forma di giustizia; ma per le sue attività legate all’uso del denaro pubblico e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica, essa è dentro e con lo Stato.

A fronte della dualità della mafia c’è una dualità dello Stato, nel senso che c’è una rinuncia parziale al monopolio della forza e una delega di fatto alla mafia di compiti repressivi, che si manifesta attraverso l’impunità dei comportamenti delittuosi se essi assolvono la funzione di salvaguardia del potere delle classi dominanti, ogni volta che l’intervento dello Stato o era impossibile, per la palese illegalità, o non avrebbe avuto la tempestività e la brutalità dell’intervento mafioso.

Le considerazioni precedenti richiamano le riflessioni sul doppio Stato come prodotto della dinamica del rapporto tra politica nazionale e internazionale nel secondo dopoguerra, per cui i gruppi dirigenti incorporano una doppia lealtà, verso il proprio paese e verso lo schieramento internazionale formatosi in seguito alla divisione del pianeta in due blocchi.

Sulla base delle indicazioni di carattere generale già enunciate, si può parlare di “produzione mafiosa della politica” e di “produzione politica della mafia”. La mafia produce politica in vari modi: con l’uso politico della violenza (i cosiddetti delitti politico-mafiosi, le stragi, da Portella della Ginestra a Capaci e via D’Amelio, costituiscono un intervento sul quadro politico, possono essere il prodotto di una convergenza di interessi con altri soggetti e implicare una pluralità di ideatori ed esecutori), con il contributo alla formazione delle rappresentanze istituzionali (raccolta e controllo dei voti, partecipazione diretta o mediata alle competizioni elettorali), con il controllo sulle istituzioni (in vari modi, dallo scambio alla compenetrazione e all’identificazione, configurando forme di criminocrazia formale o informale).

La politica produce mafia nel senso che contribuisce al suo sviluppo assicurando l’impunità, consentendo attività in collegamento con le istituzioni e con l’erogazione di denaro pubblico, o attraverso l’istituzionalizzazione di metodi mafiosi.

Codice culturale e consenso sociale

Un concetto impiegato frequentemente da sociologi ed antropologi ed entrato nell’uso comune è quello di “subcultura”. Tale concetto è stato usato anche per lo studio della mafia e dai criminologi che hanno introdotto l’accezione specifica di subcultura criminale.

Nell’accezione generale per subcultura s’intende un “sottinsieme di elementi culturali sia immateriali che materiali – valori, conoscenze, linguaggi, norme di comportamento, stili di vita, strumenti di lavoro – elaborato o utilizzato tipicamente da un dato settore o segmento o strato di una società”. Entro l’insieme della cultura dominante, tale sottinsieme può caratterizzarsi come una variante differenziata o specializzata o come una forma di deviazione o di opposizione. Nel primo caso il concetto di subcultura è troppo poco determinato (esso significherebbe soltanto che la mafia, come qualsiasi altro soggetto sociale, ha un suo codice comportamentale, cioè una sua propria cultura); nel secondo caso è fuorviante, poiché registra il fenomeno mafioso come deviazione e opposizione, ignorandone tutti gli aspetti che si fondano sull’interazione con il contesto sociale e istituzionale.

Gli effetti fuorvianti possono cogliersi nell’interpretazione della mafia come subcultura proposta dall’antropologo tedesco Henner Hess, che esclude l’esistenza di una struttura organizzativa, coinvolge l’intera popolazione nella subcultura mafiosa, partendo dall’idea di mafia come istituzione di autosoccorso e ignorando le lotte contro la mafia condotte da buona parte dei siciliani, distingue nettamente una cultura di Stato e una subcultura mafiosa ignorando i rapporti tra mafia e istituzioni.

Quanto alla subcultura criminale la letteratura esistente è abbastanza nutrita e ho sintetizzato le formulazioni più significative nell’ultimo capitolo del volume La violenza programmata, proponendo la sostituzione del concetto di subcultura con quello di “transcultura”.

Già i criminologi Wolfgang e Ferracuti avevano escluso la possibilità di interpretare la mafia contemporanea come un fenomeno subculturale, in base alla considerazione che essa è “un sistema di delitti organizzati” e la violenza mafiosa è “un’arma di controllo sociale ed economico, non dissimile dalla pena di morte nella società organizzata”, essendo usata “come strumento, allo scopo di ottenere particolari vantaggi”.

Il concetto di transcultura permetterebbe di cogliere la complessità dei comportamenti dei soggetti mafiosi e di altri soggetti ad essi collegati, proponendosi come “percorso trasversale che raccoglie elementi di varie culture, per cui possono convivere ed alimentarsi funzionalmente aspetti arcaici come la signoria territoriale e aspetti modernissimi come le attività finanziarie, aspetti subculturali derivanti da codici associazionistici ed altri aspetti “postindustriali””.

Anche dal punto di vista culturale la mafia intreccia continuità e trasformazione, fedeltà alle radici ed elasticità nella capacità di adattamento ai mutamenti del contesto. Così viene mantenuta la base familistico-parentale ma hanno largo spazio gli interessi, che possono prevalere anche sui vincoli familiari più stretti (per esempio, nella guerra di mafia dei primi anni ’80 Giovanni Bontate si è schierato con gli assassini del fratello Stefano), e per svolgere traffici che vanno oltre l’orizzonte territoriale ristretto (prima il contrabbando di sigarette, poi il traffico di droghe) si sono usate forme organizzative interfamilistiche. Così pure l’organizzazione mafiosa formalmente è maschile, ma l’inserimento delle donne in attività mafiose è provato dalle cronache quotidiane e si è parlato anche di un loro ruolo nell’organizzazione. Anche quella che ho chiamato “cultura della sudditanza”, alla base del consenso sociale di cui gode la mafia presso ampi strati della popolazione, non è da vedere come un mondo immobile: essa è contestata e messa in crisi da atti di ribellione individuale in collegamento, più o meno realizzato, con forme di movimento antimafia.

Altri elementi della transcultura mafiosa (l’apprendimento, i riti iniziatori, il linguaggio, l’omertà, la visione gerarchica dell’organizzazione e della società, l’accettazione dei fini sociali, come l’arricchimento, il potere, il successo, e non dei mezzi; il ruolo dell’aggressività, la personalizzazione del conflitto, l’ideologia sicilianista e meridionalista ecc.) sono da considerare nella dinamica concreta con cui si configura il rapporto continuità-modernizzazione all’interno delle associazioni mafiose e nel blocco sociale ad esse collegato. Personaggi del mondo rurale, quasi analfabeti, come Riina, si sono pienamente inseriti in attività internazionali, come il traffico di droghe e il riciclaggio dei capitali illeciti, perché hanno saputo utilizzare il lavoro di tecnici e di consulenti, dimostrando un’elasticità sorprendente se si tiene conto della pochezza dei loro mezzi culturali e della limitatezza delle loro esperienze dirette. Il concetto di transcultura, nelle articolazioni prima richiamate, mira a rappresentare questa convivenza di modelli rurali e moderni. Se non si fosse realizzata questa “contaminazione”, il mondo mafioso si sarebbe sempre più rintanato nei villaggi e nei rioni d’origine, come gli esemplari di una specie in estinzione in una riserva.

Fonte: Umberto Santino, La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995, pp. 129-138 e 145-157; Dalla mafia alle mafie. Scienze sociali e crimine organizzato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. 243-300.