Banditi e guerre di nobili nella Sicilia del XV e XVI secolo. Il caso di Sciacca

 

Se la mafia come organizzazione criminale che agisce all’interno di un sistema di rapporti e svolge attività illegali per arricchirsi e per comandare è documentabile nei primi decenni dell’Ottocento e avrà forma compiuta negli anni che portano all’Unità d’Italia, c’è una lunga fase di incubazione in cui si registrano fenomeni che possono considerarsi “premafiosi” per alcune caratteristiche. Per esempio: i delitti impuniti, perché i soggetti che li compiono hanno rapporti con il potere e che si presentano come esercizio di “signoria territoriale”.

Tra questi soggetti ci sono i banditi al servizio dei signori. Il banditismo nasce dalle condizioni di vita degli strati sociali subalterni, in particolare delle popolazioni contadine e nel XVI secolo è un fenomeno diffuso in tutta l’area mediterranea. L’ascesa dell’aristocrazia e la formazione degli Stati nazionali hanno come contropartita l’aumento della miseria e la proliferazione delle bande amate. Ma il ribellismo dei poveri spesso si incrocia con le strategie dei signori che per imporsi sugli altri e acquisire una posizione privilegiata rispetto al potere centrale costituiscono degli eserciti privati, arruolando banditi e malviventi, cioè professionisti della violenza. Scrive uno dei maggiori storici del Novecento, Fernand Braudel: “Spesso i briganti hanno un signore che guida e dirige le loro operazioni” e richiama come esempi il banditismo nello Stato pontificio e nell’Italia meridionale. Già ai tempi di Federico II si ha notizia di baroni che assoldavano “bravi” per terrorizzare le campagne e lo storico Salvatore Francesco Romano, autore di una delle prime storie della mafia, parla di “grandi feudatari che si valgono dell’opera di banditi per le proprie contese faziose e per portare a fondo la guerra contro i feudatari nemici”.

Il caso più noto di formazione di eserciti privati a servizio di signori che muovono guerra tra loro è il “caso di Sciacca”, la cittadina sul mare oggi in provincia di Agrigento. Qui si scontrano due famiglie di nobili: i Luna e i Perollo. Il primo scontro si verifica nel 1455: durante una processione religiosa i Perollo assaltano i Luna, facendone strage, in seguito a un matrimonio andato a monte. Nel 1529 i Luna assediano i Perollo nel loro castello, distruggendo e uccidendo. Uno storico locale, Francesco Savasta, ha scritto la storia di questa guerra tra due fazioni nobiliari che hanno a loro servizio degli eserciti formati da “facinorosi” armati. Stando alle cronache e alle canzoni popolari, la guerra nasce da un episodio banalissimo: l’acquisto dell’unico merluzzo in vendita al mercato del pesce. Le due famiglie godono di amicizie e protezioni in alto loco: i Perollo sono amici del viceré Pignatelli e un Luna ha sposato la nipote del papa Clemente VII.

Lo storico Orazio Cancila parla di questo contrasto sanguinoso tra due famiglie nobiliari come di “una vera e propria guerra di mafia” e certo ci sono elementi che giustificano questo giudizio: l’esistenza di eserciti privati impiegati per una lotta che mira alla “signoria” sulla città e sul territorio circostante, la sfida all’autorità ufficiale: Sigismondo Luna si impadronisce di una città demaniale, cioè facente parte del patrimonio del sovrano, come Sciacca, e arriva a uccidere il capitano d’arme inviato dal viceré per risolvere la contesa. Come nelle successive guerre di mafia la punizione arriva perché la sfida è arrivata troppo in là. Finché si uccidono tra loro, passi, ma colpire un rappresentante delle istituzioni non si può tollerare, se non si vuole perdere completamente la faccia. Nonostante l’interessamento del papa, Sigismondo Luna non riesce a ottenere il perdono dell’imperatore e per sfuggire alla punizione si suicida gettandosi nel Tevere.

E i banditi e i malviventi al servizio dei signori che fine fanno? Finché hanno la protezione dei signori godono dell’impunità, se la perdono fanno la fine degli altri banditi: finiscono sulla forca e i loro corpi vengono squartati e i pezzi esposti ad ammonizione per chi vuol mettersi sulla loro strada, come racconta il marchese di Villabianca nel suo manoscritto De’ Banditi di Sicilia, il cui esergo recita: “Dei Campi i Fuorusciti, ed Assassini / Nati a ruina dell’umana Gente, / Sono i veri Serpenti, a’ quali pietade / Negar si dee, e allor mozzar le teste”. La giustizia si autocelebra con queste macabre messinscene. Oppure vengono eliminati quando sanno troppe cose e minacciano di rivelarle. È quello che è capitato al bandito Rizzo di Saponara, arrestato e avvelenato nel 1578 perché c’era il pericolo che facesse confessioni “compromettenti”. Un lontano antenato del bandito Gaspare Pisciotta, avvelenato con una tazzina di caffè nel 1954 nel carcere dell’Ucciardone. Aveva detto al processo di Viterbo per la strage di Portella della Ginestra: “Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. La Santissima Trinità non avrà tollerato questo accostamento blasfemo ma la spiegazione di un delitto su commissione va ricercata nelle pieghe di una storia che ha riempito di scheletri i suoi armadi. E da allora la tazzina di caffè non può mancare nel laboratorio dei programmatori di venefici.

 

Pubblicato su Repubblica – Palermo il 30 aprile 2015, con il titolo: Gli eserciti di banditi al servizio delle signorie