Umberto Santino

Sul nuovo governo, ovvero: un presepe per il Natale 2016

“Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Così si legge all’inizio del “18 brumaio di Luigi Bonaparte”, saggio storico di Marx, del 1851. L’autore, un buon conoscitore della storia d’Italia, e lo era ancora di più Engels, gemello di studi e di rivoluzioni, non poteva pensare che le sue previsioni valessero anche per fatti e personaggi minori e che non sempre assistiamo a un alternarsi di farse e tragedie, ci possono essere delle varianti che non consentono di fare distinzioni così nette e non è detto che la storia non sia, o non possa essere, una incessante replica di tragiche farse o di tragedie farsesche.
Negli ultimi anni in Italia ci è parso di avere toccato il fondo, con i bunga bunga e le barzellette di Berlusconi e le slide e lo storytelling di un Paese immaginario di Renzi, entrambi aspiranti padri costituenti ed entrambi bocciati dai voti contrari nei referendum. Siamo già alla farsa che succede alla farsa, ma con il nuovo governo, concepito e partorito in tempi brevissimi, siamo di fronte a qualcosa di inedito e di inaspettato. Dobbiamo farcene una ragione e cercare di darci una spiegazione. La più probabile è che al presidente della Repubblica Mattarella qualcuno deve aver detto che ha vinto il sì e che quindi i principali autori della riforma costituzionale andavano premiati. Così la Boschi, che aveva detto che se la riforma non passava si sarebbe ritirata a vita privata, e qualcuno ha pensato che volesse farsi monaca e pregare per la salvezza della banca paterna, è stata promossa a vicepresidente del Consiglio. E la Finocchiaro, che ha fatto da Sant’Anna alla giovane Maria, esercitando una sorta di maternage istituzionale, è stata premiata con un ministero. Renzi si è ritirato a Pontassieve ma minaccia di organizzare le truppe dei fedelissimi per marciare su palazzo Chigi. Franco Cordero, che sulla pagine nazionali di questo giornale, dispensa, vanamente, la sua saggezza, ha scritto che lo statista di Rignano ha pose mussolinoidi, ma è certamente un paradosso dettato dall’età non più giovanile.
Quel che è certo è che dalle consultazioni al Quirinale, rapide e affollate come non mai, è nato un governo che sembra un presepe natalizio, in cui ci sono i superstiti del naufragio referendario, ci sono madonne e remagi, angioletti e pastorelli, c’è pure l’immancabile spaventato del presepe napoletano, inorridito dall’eternità della camorra; manca solo il redentore che, in previsione dei massacri dei nuovi Erode, si è rifugiato nell’Egitto paterno.
Tra i nuovi personaggi c’è un ministro della Coesione territoriale e del Mezzogiorno, con competenze che vanno dall’arresto delle frane e dei terremoti, che non sono certo un buon esempio di coesione ambientale, al completamento della Salerno Reggio Calabria, che ha visto più cerimonie inaugurali dei subappalti della ’ndrangheta, al ponte sullo Stretto che finalmente completa l’Unità d’Italia, alla TAV in Sicilia e nel Meridione, eternamente condannati al binario unico e alle tradotte della prima guerra mondiale. I siciliani e i meridionali si aspettano molto da De Vincenti, che hanno già conosciuto per qualche visita occasionale, ma ora, ministro, con o senza portafoglio, considerano alla stregua di un salvatore, accanto ai salvatori indigeni, come il De Luca in Campania, teorico dello scambio voti-frittura di calamari – e per questo perseguitato dalla giustizia che non ha un’adeguata cognizione delle costumanze della Magna Grecia – e il Crocetta in Sicilia, entrambi valorosi crociati del sì.
Questa volta a palazzo Chigi la cerimonia del passaggio della campanella non ha visto il muso lungo del presidente uscente e il ghigno del nuovo presidente, non eletto da nessuno ma miracolato da un inossidabile Capo dello Stato, con un lontano passato di divoratore di bambini (ma ha dato segni inequivocabili di sincero pentimento). Tutto è andato per il meglio e l’uscente e l’entrante erano entrambi felicissimi. Erano, o sembravano, la stessa persona. E chi, ricordando il detto di Marx, cerca di interpretare la storia d’Italia, non può non pensare che la storia si ripeta, la prima volta come farsa e la seconda come bis.

Pubblicato su Repubblica Palermo del 27 dicembre 2016, con il titolo: Piccoli appunti sull’anno che se ne va.