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Il ’77 a Palermo

Umberto Santino

Il ’77 a Palermo

Le prime avvisaglie di quello che viene ricordato come il “movimento del ’77” cominciarono a Palermo. Gia nel dicembre del ’76 per le strade della città manifestano 10.000 studenti medi. Si parlava di riflusso, ma a quanto pare non c’è nessuna voglia di rifluire. Il 3 dicembre viene pubblicata la circolare Malfatti che attacca la liberalizzazione dei piani di studio. Il Senato accademico di Palermo è il primo in Italia a deliberare l’applicazione della circolare. Il 21 gennaio comincia l’occupazione a Lettere. Salta il collettivo politico, giudicato burocratico e staccato dai reali bisogni, e viene contestato il rappresentante degli studenti al consiglio di Facoltà. Nell’assemblea le studentesse dicono che bisogna “partire da sé” ma i maschi dicono che si tratta di “sfoghi emotivi”. Si formano le commissioni per studiare i vari problemi. Ma l’occupazione non è solo fatta di discussioni e assemblee, è una festa che si protrae fino a notte alta. Una manifestazione di vitalità che si vuole godere, attimo per attimo.
I problemi che pongono gli studenti di Lettere riguardano tutta l’Università, una grande macchina burocratica con 5.000 dipendenti e 27.000 fuorisede, con soli 1.000 posti letti nei pensionati. E dall’Università si allargano al quadro politico. Al governo c’è Andreotti, con l’astensione del Pci, in nome delle “grandi intese” e della “solidarietà nazionale”. Gli studenti contestano il governo, contestano il Pci e non si sentono rappresentati da una “sinistra rivoluzionaria” in piena crisi. Nel 1976 si è sciolta Lotta continua e molti non vogliono rifugiarsi nel “privato”, anche se si sostiene che “il privato è politico”, e non condividono le scelte di chi altrove passa alla clandestinità e alla lotta armata.
Nelle commissioni viene respinta la riforma Malfatti e nei primi di febbraio l’agitazione si estende a tutto l’Ateneo, prima a Farmacia, poi a Matematica, quindi ad Architettura, ad Agraria, a Legge, a Geologia, infine a Medicina, Scienze e Ingegneria. A Lettere gli studenti rifiutano il confronto con la Cgil.scuola, perché non accettano una “piattaforma elaborata fuori dalle commissioni”. Nel corso del mese di gennaio entrano in scena anche i docenti precari, prima a Napoli, poi a Palermo. Chiedono l’immissione in ruolo e la formazione di un ruolo unico dei docenti e impiego a tempo pieno. A febbraio il movimento si estende a tutta l’Italia.
Nel ’77 palermitano non si registrano atti clamorosi come la contestazione di Lama a Roma (17 febbraio) e la “creatività” non reca firme famose, come a Bologna, dove Radio Alice, la più nota delle radio libere che proliferano dappertutto, detta la colonna sonora del movimento, tra mao-dadaismo e trasgressione. Anche a Palermo si contesta il Pci (si scrive e si grida lo slogan: “Pci = Nuova Polizia”, a cui si risponde con: “Via via la falsa autonomia”) e Avanguardia operaia e Partito di unità proletaria vengono considerati “bracci del Pci, contro il movimento”. Anche a Palermo ci sono scontri, ma non ci sono morti come in altre città. Il 15 febbraio c’è un corteo dei disoccupati e c’è uno scontro tra i servizi d’ordine di alcuni gruppi e quello del Pci. Il segretario della Fgci Mario Azzolini viene ferito alla testa. Un comunicato del Pci attribuisce il ferimento agli “autonomi”, l’ala dura del movimento. Il giorno dopo la polizia carica un corteo di studenti universitari e medi che tentano di aggregarsi a un corteo sindacale, ma non ci sono spari. Invece il 7 marzo, quando un centinaio di studenti manifesta davanti al Teatro Biondo per contestare il prezzo del biglietto per il concerto del cantautore Bennato, proprio quando una delegazione incontra il cantante e ottiene la promessa di un concerto all’università, la polizia spara e 5 studenti vengono arrestati per detenzione di armi improprie.
A Bologna l’11 marzo viene ucciso lo studente di Lotta continua Francesco Lorusso. Figlio di un generale, faceva pure il barelliere a Lourdes. C’è qualche tafferuglio durante un’assemblea di Comunione e liberazione; interviene la polizia, chiamata dal rettore, che carica gli studenti sciamati per le strade della città. Un carabiniere in servizio di leva risponde alle bottiglie molotov con dei colpi di pistola e colpisce Lorusso. Il carabiniere non sarà punito, in omaggio alla legge Reale sull’ordine pubblico, passata l’anno precedente. Seguono tre giorni di scontri. Gli studenti di Palermo rispondono con un corteo in cui si fa ricorso all’ironia: sfilano in 3000 e molti hanno sul petto un cartoncino con il tiro a segno. A Roma la manifestazione del 12 marzo, con cinquantamila partecipanti, diventa guerriglia urbana. Gli studenti lanciano le molotov, la polizia carica. Il ministro dell’Interno Cossiga è per la linea dura (ora dichiara che quella linea portò alla sconfitta degli autonomi ma spinse molti di loro verso la lotta armata, come dire che la toppa fu peggiore del buco). Lo stesso giorno a Torino le Brigate combattenti (sono quelli di Prima linea) uccidono il brigadiere della Digos Giuseppe Ciotta. Ci saranno altri morti: il 21 aprile a Roma una pistola 7,65 colpisce a morte l’allievo sottufficiale Settimio Passamonti; il 27 aprile ancora a Torino le Brigate rosse uccidono il presidente dell’ordine degli avvocati Fulvio Croce, reo di aver nominato i difensori d’ufficio per il processo ai brigatisti; il 12 maggio a Roma durante una manifestazione dei radicali la polizia uccide Giorgiana Masi; due giorni dopo a Milano negli scontri con autonomi viene ucciso il poliziotto Antonino Custrà (e l’immagine del ragazzo con la pistola puntata scattata quel giorno farà il giro delle prime pagine). Sempre a Milano, il 2 giugno, le Br gambizzano (il termine diverrà abituale) Indro Montanelli, il giorno dopo a Roma feriscono il direttore del Tg1 Emilio Rossi; a Roma, il 30 settembre, i neofascisti uccidono il militante di Lc Walter Rossi; il primo ottobre a Torino gli autonomi incendiano un bar e muore lo studente Roberto Crescenzio; il 16 novembre ancora a Torino i brigatisti feriscono a morte il giornalista Carlo Casalegno. Il quotidiano “Lotta continua” intervista il figlio Andrea, già militante di Lc. Ormai il ’77 è in piena crisi. L’assemblea nazionale che si svolge a Bologna dal 23 settembre fa registrare dissensi e spaccature insanabili, ma il corteo finale si conclude senza scontri.
Tra i protagonisti del movimento ci sono anche a Palermo gli autonomi e gli “indiani metropolitani”, l’ala creativa, incline alla provocazione verbale e all’autoironia. In quei giorni tra gli occupanti di Lettere compare Nino Gennaro che tappezza i muri con i suoi tatzebao e le sue poesie. Aveva lasciato Corleone, dove aveva vissuto anni di impegno e di provocazione, culminati con la condanna del padre di Maria Di Carlo, denunciato dalla figlia per abuso della patria potestà. Maria ha vinto la causa ma deve lasciare il paese con Nino che è stato il suo mentore e sarà il suo compagno.
In una fotografia pubblicata nel libro Le compagne, i compagni, il movimento del ’77 a Palermo, pubblicato dal Centro siciliano di documentazione, nato in quell’anno, si vede Peppino Impastato seduto nel cortile della Centrale in via Maqueda. Ha fatto parte di Lotta continua, ora è vicino all’area dell’Autonomia. La sua radio, aperta a maggio di quell’anno, si chiama Radio Aut, ma considera la violenza brigatista “il partito della morte, della paura, dell’espropriazione della lotta di massa”. E contesta l’uso di stupefacenti, a cominciare dallo spinello, che è diventato una sorta di eucarestia nelle aule occupate. Dice che è l’inizio del disimpegno. Anche Peppino andrà a Bologna per vivere l’ultimo atto del movimento. Le delusioni ormai sono tante e pensa al suicidio. Ma continuerà il suo lavoro finché i mafiosi per chiudergli la bocca lo faranno saltare sul tritolo.
Nel libro del Centro i protagonisti si raccontano e provano a dialogare. Parlano di due culture diverse, di “trip diversi” (tra chi è favorevole e contrario al fumo), di due modi di concepire la politica e di vivere la vita. Dicono che a Palermo si vive “la crisi più grave” e teorizzano il rifiuto del lavoro e della professionalità. Confessano la delusione. I fuorisede si dicono isolati da tutto, dalla città, ma pure dai compagni (e le immagini fotografiche testimoniano lo squallore, con i cessi trasformati in abitacoli e scritte come: “Il pensionato fa puzza di merda, pazzia e morte”). Le femministe dicono che non sono riuscite a scardinare la “logica politica maschile” e che anche tra le donne si ripropone il leaderismo, ma ormai gli “angeli del ciclostile” hanno preso il volo e i loro girotondi (ante litteram) continueranno. Maria Di Carlo è l’ esempio di uno sbocco positivo; Barbara Poli, morta a 15 anni nella sua ribellione alla famiglia che le vieta di uscire di casa, è l’emblema di un destino di repressione che si vuole archiviare. In realtà già quando i protagonisti vengono invitati a raccontare la loro esperienza c’è aria di smobilitazione. Molte copie del libro andranno al macero.
Sono stati indicati come caratteri nuovi del ’77 la creatività e l’antiburocratismo, in contrapposizione a un ’68 giudicato iperpoliticizzato e dominato da gruppi e gruppuscoli. Quel che è certo è che i due movimenti cadono in tempi diversi: il ’68 è internazionale e apre una fase storica, animata da grandi speranze. C’è il Vietnam, c’è Che Guevara, c’è la scoperta della politica come partecipazione, della sessualità come liberazione da vincoli e conformismi. Nel ’77, che è solo italiano, sono già cadute molte certezze, anche se dalla Cina arriva l’eco di una rivoluzione culturale vissuta come una ventata sburocratizzante e liberatoria, e la “creatività” spesso reca il segno della disillusione e della bestemmia contro un dio morto o moribondo. Si disse allora e si dice anche oggi, in occasione del trentesimo anniversario: il ’77 è stato un parricidio, nei confronti delle organizzazioni storiche del movimento operaio; una manifestazione di diciannovismo, a ricordo degli estremismi degli anni che prelusero al fascismo; l’epifania di due società: quella degli occupati e quella dei non garantiti, nella lettura di Asor Rosa, il saggista rientrato nel Pci dopo l’esperienza operaista; la morte della politica e la nascita dell’antipolitica; una metafora del comunismo e della sua crisi. La politica non è ancorata a schemi fissi ma non può essere neppure una capanna su un cumulo di macerie. Il comunismo di cui si parla in quegli anni è insieme egualitarismo, partecipazione diffusa, democrazia diretta, coniugava i Manoscritti del giovane Marx e Porci con le ali, il diario sessuo-politico di due adolescenti extraparlamentari, scritto da Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, ma troppo spesso l’utopia era avvilita dal velleitarismo e stravolta dal culto della violenza con l’ostensione della P38. Quello dei brigatisti era ancora più truce e mortifero del socialismo reale che si apprestava a consumare la sua parabola. Le istanze di partecipazione e di protagonismo, poste soprattutto dalle femministe e dai soggetti più svantaggiati, come i fuorisede e i precari, con un precariato allargatosi a dismisura, sono ancora attuali. Pratiche di quegli anni, dall’assemblearismo all’irrisione, rivivranno nei movimenti pacifista e noglobal, ma ieri come oggi non sono riuscite a maturare un progetto alternativo.

Pubblicato su “Repubblica Palermo” dell’1 febbraio 2007