Umberto Santino

Cosa nostra e gli sbirri

“Non si fanno comparati con gli sbirri”: è il terzo comandamento del decalogo di Cosa nostra trovato nel villino in cui si nascondevano Salvatore e Sandro Lo Piccolo. II decalogo del “perfetto mafioso” era stato trascritto su un foglio, per ricordare norme trasmesse di bocca in bocca, com’era in uso tra i mafiosi, prima che Provenzano si dedicasse alla scrittura dei pizzini. Ci si può chiedere se quel decalogo sia ancora in vigore, ma, a quanto pare, il terzo comandamento è ancora rispettato, o quanto meno si cerca di farlo rispettare. Il capomafia di Bagheria, Giuseppe Scaduto, ha ordinato al figlio di uccidere la sorella perché aveva una relazione, lei dice di amicizia, con un maresciallo dei carabinieri. Doveva uccidere anche il maresciallo e il convivente. Se non bisogna fare “comparati”, figurarsi se può essere consentito amoreggiare con uno “sbirro” e probabilmente “farsi sbirra”, violando segreti e passando informazioni. Ma il figlio si è rifiutato, con la motivazione: “ho trent’anni e non mi voglio consumare. Se vuoi fallo tu”. Si è detto: non è un’esplicita presa di distanza dalla cultura e dall’etica mafiose, in nome di un’etica alternativa; è una motivazione basata su un calcolo costi-benefici, ma è comunque un rifiuto, che dimostra distacco da una prassi che lo condannerebbe a trascorrere il resto della sua vita in carcere.

La proibizione di avere rapporti con gli “sbirri” è espressione del non riconoscimento del monopolio statale della forza. Lo “sbirro” è un estraneo e un nemico. La mafia ha un suo ordinamento, un complesso di regole la cui trasgressione va punita con una sanzione che può essere la morte. Per la mafia l’omicidio non è un reato, è la pena che applica a chi non osserva le sue regole o ostacola i suoi interessi. È la faccia dell’antistato che convive con l’altra faccia che rappresenta le interazioni con le istituzioni.

Sfogliando vecchie pagine di storia, si trovano episodi che mostrano come il rapporto con soggetti che rappresentano lo Stato, sono lo Stato, venga considerato una trasgressione del codice mafioso da punire con la morte. Nel processo ai fratelli Amoroso, del 1883, uno dei delitti più feroci ed emblematici è l’uccisione di un giovane, Gaspare Amoroso, colpevole di aver fatto il servizio militare come carabiniere: un disonore per i congiunti mafiosi. Il giovane viene attirato in un tranello, i “giustizieri” fanno cerchio attorno a lui e ognuno di loro infligge una coltellata. La punizione è, dev’essere, collettiva. È il gruppo mafioso che “fa giustizia”. “Lassatimi iri”, grida il giovane, ma non ha scampo. Agli occhi dei suoi parenti, il suo “delitto” è troppo grave per poter essere perdonato.

Il boss Scaduto, che voleva ricostruire la cupola mafiosa, senza riuscirci, ha voluto attenersi a una tradizione storica, ma il suo progetto di fare una strage per lavare una violazione del codice d’onore mafioso non è stato realizzato, neppure con il ricorso a un sicario, che si sarebbe rifiutato. Più che di contraddizioni interne a Cosa nostra, si può parlare di problemi nati in una famiglia di sangue mafiosa. La figlia ha fatto le sue scelte da tempo: è un’amministratrice di alberghi e ha avuto una vita sentimentale lontanissima dai canoni mafiosi. Il figlio, con il suo rifiuto, mostra di non riconoscersi nel codice che il padre vorrebbe imporgli. I figli del capomafia Scaduto più che rampolli di un boss di Cosa nostra sono cittadini di una società che ha altri scopi e altri riferimenti.

La crisi della mafia siciliana sta pure nel comportamento dei figli che non seguono le orme dei padri, ma è soprattutto frutto della repressione istituzionale che ha svuotato gli organici, dei problemi all’interno del sistema relazionale, con soggetti che non vogliono correre troppi rischi, dei rapporti con la politica che non ha più un preciso asse di riferimento, del minor ruolo nei traffici e negli appalti, delle attività antimafia, con i  commercianti e gli imprenditori che non vogliono pagare il pizzo, che mostrano che il consenso si è ridotto. È una crisi irreversibile o è solo una fase di transizione? Tutto dipende dal contesto, che ha visto notevoli cambiamenti ma in cui l’illegalità per buona parte della popolazione continua ad essere una cultura e una risorsa. E in questo terreno organizzazioni di tipo mafioso potrebbero trovare la possibilità di riprendersi e risalire la china. Si chiamino Cosa nostra o Cosa nuova.

 

Pubblicato su Repubblica Palermo del 2 novembre 2017, con il titolo: Il decalogo del perfetto mafioso che vieta comparati con gli sbirri.