Umberto Santino

Dallo sbarco degli Alleati alla sovranità limitata

 

Lo sbarco e le stragi dimenticate

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 le truppe alleate sbarcarono sulle coste siciliane, gli inglesi nella parte orientale dell’isola, tra Pozzallo e Avola, gli americani nella parte occidentale, tra Gela e Licata. L’operazione denominata Husky (il cane impiegato per trainare le slitte) era la più imponente operazione militare svoltasi fino ad allora: 450.000 uomini, 4.000 aerei, 2.775 navi da trasporto. A dover fronteggiare questo imponente schieramento erano 450.000 uomini (315.000 italiani e 90.000 tedeschi), in gran parte male equipaggiati e senza protezione aerea e navale. Solo lo sbarco in Normandia undici mesi dopo vide l’impiego di un maggior numero di uomini delle forze alleate.

La decisione di sbarcare in Sicilia era stata presa nel corso della conferenza di Casablanca del gennaio dello stesso anno, con la partecipazione del Presidente degli Stati Uniti Roosevelt e del primo ministro britannico Churchill (Stalin era stato invitato ma non partecipò alla conferenza).

A premere per lo sbarco in Sicilia erano stati soprattutto gli inglesi, mentre gli americani avevano qualche perplessità.

Lo scopo dello sbarco era cominciare dalla Sicilia per avviare la campagna d’Italia, mettere in seria difficoltà il fascismo e fare uscire l’Italia dalla guerra. Un risultato pienamente conseguito:

il 26 luglio il consiglio nazionale del fascismo rovescia Mussolini che viene arrestato e si forma il governo Badoglio. Il 3 settembre si firma l’armistizio di Cassibile, comunicato l’8 settembre, il governo italiano abbandona Roma e si rifugia a Brindisi e nell’ottobre l’Italia passa con gli alleati ed entra in guerra contro i tedeschi.

La Sicilia, nonostante la resistenza di italiani e tedeschi (ci furono battaglie a Gela, nella piana di Catania, ad Agira, a Troina) fu conquistata in 38 giorni: il 22 luglio gli alleati erano a Palermo, il 5 agosto a Catania, il 17 agosto a Messina. Le truppe alleate commisero delle stragi uccidendo dei prigionieri. Sono stragi dimenticate su cui solo di recente si è cercato di fare luce. Il 14 luglio, a Biscari, dove c’era un aeroporto, dopo un duro scontro, vengono catturati 36 italiani. Un ufficiale, il capitano John Compton, ordina di ucciderli e vengono massacrati da un plotone di soldati. Lo stesso giorno vengono catturati 45 italiani e 3 tedeschi. Un sottufficiale, il sergente Horace T.West, riceve l’ordine di scortare 37 italiani nelle retrovie perché vengano interrogati dal servizio informazioni del reggimento. Poco dopo il sergente li fa fermare e con un fucile mitragliatore li uccide. West fu processato con l’accusa di “avere fucilato con malvagità premeditata, intenzionalmente, crudelmente e illegalmente 37 prigionieri di guerra”. Si difese dicendo che avevano avuto l’ordine di non prendere prigionieri e dichiarò che aveva fatto uso di benzedrina, uno stimolante, prima dello sbarco (anche gli altri combattenti avevano assunto droghe). West fu condannato, ma successivamente fu graziato e riammesso nell’esercito come soldato semplice. Il capitano Compton venne assolto perchè i prigionieri erano stati uccisi pochi minuti dopo lo scontro. Il generale Patton rivolgendosi ai suoi ufficiali aveva detto di non “prendere troppi prigionieri”. L’ordine era: “Kill, kill, and kill some more” (Ciriacono 2004, pp.19-41).

In occasione del settantesimo dello sbarco sono usciti alcuni libri che riportano alla luce altri episodi, come il massacro di carabinieri a Passo di Piazza e la strage all’aeroporto di Comiso. 13 o 14 carabinieri che si erano arresi furono uccisi e a Comiso furono massacrati 60 prigionieri italiani e 50 prigionieri tedeschi (Augello 2013, Carloni 2013, Anfora e Pepi 2013).

 

Il ruolo delle due mafie

La scelta della Sicilia era dettata dai rapporti che si erano instaurati con le mafie delle due sponde? Per anni abbiamo considerato veritiere le pagine del libro più noto di Michele Pantaleone, Mafia e politica, in cui racconta che la mattina del 14 luglio 1943, cinque giorni dopo lo sbarco, un aereo americano passò a bassa quota sull’abitato di Villalba, un piccolo paese in provincia di Caltanissetta, e ai lati della carlinga recava una grande L nera. L’aereo lasciò cadere nei pressi della casa dell’arciprete Giovanni Vizzini, fratello del capomafia Calogero, una busta con dentro un fazzoletto simile al drappo dell’apparecchio. L’aereo ritorna il giorno dopo e lancia un’altra busta sempre davanti a casa Vizzini. Pantaleone continua il suo racconto: don Calò invia un messaggio cifrato a un altro capomafia, Giuseppe Genco Russo. Nei giorni successivi una jepp americana con due militari e un civile va verso Villalba ma incontra una pattuglia italiana che spara e uccide uno dei militari. Nella borsa dell’ucciso viene trovata una busta indirizzata a don Calò. Lo stesso giorno tre carri armati giungono a Villalba e uno di essi issava un vessillo con la L nera. Calogero Vizzini si fa avanti, mostra il fazzoletto giallo e sale sul carro. La L sta per Lucky Luciano e l’episodio proverebbe il rapporto tra il boss americano e il capomafia siciliano che avrebbe dato una mano per lo sbarco e per l’occupazione successiva. (Pantaleone 1962, pp. 48 s.).

Un compaesano di Pantaleone, Luigi Lumia, sindaco comunista, dà un’altra versione: i tre carri armati giungono in paese, si fermano e un soldato chiede di chiamare il “capo del paese”. I paesani vanno da Calogero Vizzini e lo conducono in processione dagli americani gridando: “Viva l’America, viva la mafia, viva don Calò”. Gli americani chiedono se ci sono truppe tedesche nella zona, la risposta è negativa e prendono a bordo don Calò e un interprete. I carri armati vanno in aperta campagna e i due vengono interrogati da un ufficiale sulla presenza di soldati nemici nella zona. Sono alla ricerca di chi ha ucciso il soldato sulla jepp. Vizzini dice che dopo l’uccisione del soldato le truppe italiane erano andate via; l’ufficiale si arrabbia, se la prende con don Calò, minaccia di mandarlo via a piedi. Poi gli concede di farlo accompagnare da una jepp (Lumia 1990, pp. 428 ss.). Nel primo racconto il capomafia viene elevato al rango di prezioso collaboratore degli Alleati, nel secondo è osannato dal paese ma trattato in malo modo dalle truppe occupanti. Però ben presto sarà nominato sindaco.

La tesi di una collaborazione della mafia siculo-americana viene accolta dalla Commissione antimafia nella sua relazione su Mafia e politica:

 

Cosa nostra ricompare in Sicilia nel 1943 , alla vigilia dell’occupazione alleata. Gli Usa si avvalsero dei rapporti tra mafiosi italiani o italoamericani che erano nel loro territorio e mafiosi che erano in Sicilia per preparare il terreno dello sbarco: Il caso più noto fu quello di Lucky Luciano, che essendo detenuto, fu contattato dall’autorità degli Stati Uniti per saggiare la sua disponibilità a favorire lo sbarco alleato. Luciano si adoperò positivamente. Quindi fu espulso dagli Usa e iniziò il suo soggiorno a Napoli. Altri mafiosi detenuti negli Usa seguirono la sua sorte. Questa degli “espulsi” fu una questione posta più volte all’attenzione della prima Commissione antimafia, all’interno della quale si rilevò che l’elevato numero degli espulsi dagli Usa, immediatamente dopo la fine della guerra, non poteva che corrispondere ad una ricompensa per il contributo fornito nella preparazione e nell’esecuzione dello sbarco. Dalla documentazione prodotta a quella Commissione e acquisita da questa, risulta che complessivamente i mafiosi espulsi dagli Usa nel primissimo dopoguerra furono 65 (Commissione parlamentare antimafia 1993, p. 72).

 

Salvatore Lucania, nato a Lercara, in provincia di Palermo, nel 1897, ed emigrato negli USA con la famiglia nel 1906, aveva cominciato il suo apprendistato criminale con le bande giovanili del Lower west side di Manhattan, dedicandosi allo spaccio di droga e nel 1916 aveva trascorso alcuni mesi in un penitenziario. Ribattezzato Lucky Luciano si era imposto nel mondo criminale, che si era enormemente arricchito nel periodo del proibizionismo degli alcolici (1920-1933) ed era dominato da feroci contrasti (negli anni 1930-31 c’era stata la cosiddetta guerra castellammarese, così chiamata perchè i protagonisti erano oriundi di Castellammare del Golfo: Maranzano, Bonanno, Magaddino). Stando al suo pseudo testamento, Luciano alla fine del 1931 avrebbe creato un’organizzazione criminale di nuovo modello, denominata “Unione siciliana”, fondata sulla divisione del lavoro come una normale impresa, e governata da un organo collettivo chiamato Commissione, equivalente del consiglio di amministrazione di una corporation legittima (Lupo 2008, p. 113). L’organizzazione non era formata solo da siciliani ma era interetnica e un ruolo importante avevano criminali ebrei. Nel 1936 Luciano era stato processato per sfruttamento della prostituzione con l’uso di metodi costrittivi e condannato a una pena da 30 a 50 anni di carcere da scontare in un carcere di massima sicurezza. E viene rinchiuso, in condizioni che oggi diremmo di “carcere duro”, nella prigione di Dannemora.

Nel 1942 nel porto di New York va a fuoco il piroscafo Normandie e si pensa che sia opera dei sommergibili tedeschi che in quel periodo facevano strage del naviglio mercantile americano. I sommergibili sarebbero stati riforniti da pescherecci americani. Il direttore dell’ufficio newyorkese dei servizi segreti della Marina Charles R. Haffenden indaga e viene a sapere che potrebbero aiutarlo personaggi dell’underworld. Sarebbe nato così un Project underworld che mirava a coinvolgere uomini del sottomondo criminale. L’ILA (International Longshoremen’s Association), il sindacato degli scaricatori di porto, era controllato da criminali e dai primi contatti venne fuori che l’uomo che poteva dare informazioni sulla rete clandestina tedesca e assicurare che non si ripetessero episodi come l’incendio della nave era Lucky Luciano. Il boss si mostra disponibile a collaborare ma cosa avrà in cambio? Viene trasferito in un “campo di lavoro” e ha la promessa della revisione del processo. In pochi giorni sarebbe stata sgominata una banda di greci che riforniva i sommergibili tedeschi (Bandini 2011, pp. 106 s.). Ma dallo pseudo testamento di Luciano risulta che l’incendio della Normandie sarebbe stato appiccato dal boss Albert Anastasia, legato a Luciano. Saremmo quindi in presenza di un danneggiamento a fini estorsivi operato da rackeeters di professione che scambiano “protezione”, cioè sospensione della violenza, con alleggerimenti e sconti di pena. Quello che certamente assicurano Luciano e i suoi uomini sono la militarizzazione della forza lavoro, l’evitare gli scioperi, l’espulsione o l’eliminazione fisica dei sindacalisti dissidenti. Il 14 luglio 1939 scompare il sindacalista Peter Panto, dirigente di un movimento avverso all’ILA, e l’assassino viene indicato in Albert Anatasia; l’11 gennaio 1943 viene ucciso il sindacalista antifascista Carlo Tresca, a quanto pare da Vito Genovese, un altro boss che, abbandonato il fascismo, collaborerà attivamente con i comandi alleati.

Luciano o altri mafiosi hanno avuto un ruolo nel facilitare lo sbarco e l’invasione della Sicilia? Abbiamo visto cosa scriveva Pantaleone e su quella falsariga altri parlano di un rapporto tra Luciano e Vizzini che gli avrebbe fornito una lista di persone con cui prendere contatti e avrebbe organizzato attività di sabotaggio nel palermitano e nel trapanese alla fine del ’42 e agli inizi del ’43 e dato assistenza agli sbarchi clandestini di personale del servizio segreto americano, l’OSS (Costanzo 2006, pp. 102 ss.; Bandini 2011, pp. 109 s.).

Quel che è certo è che Luciano nel 1946 viene espulso dagli Stati Uniti e si insedia in Campania e da lì dirige il traffico di droga dall’Italia agli Stati Uniti. Va spesso in Sicilia: lo troviamo nell’isola , in provincia di Palermo, tra il 30 aprile e la fine di giugno del ’47, quindi prima della strage di Portella del primo maggio e durante gli attentati del 22 giugno; secondo gli informatori del Narcotic Bureau nel 1948 incontra a Palermo Carlo Gambino (e in quel periodo si parla di un suo ruolo all’interno di un progetto anticomunista delle autorità americane: Casarrubea 2005, p. 103 ss.), ci sarà nel 1957 al summit all’Hotel delle Palme per ridefinire la strategia del traffico internazionale di stupefacenti. Tutto questo avviene dopo lo sbarco. Ma prima dello sbarco c’è stato un ruolo della mafia? Gli storici più attenti tendono a negare che ci sia stato un ruolo della mafia nello sbarco, su piano propriamente militare, (Renda 1987, Mangiameli 1987, Lupo 1993, 2008, Patti 2013) Il ruolo della mafia è soprattutto successivo allo sbarco, quando, in previsione della ripresa della vita politica occorreva trovare interlocutori dichiaratamente anticomunisti.

In un documento dell’aprile 1943 del Dipartimento della guerra di Washington, dal titolo “Piano militare per la guerra psicologica in Sicilia”, a proposito delle iniziative per “organizzare e preparare gli elementi dissidenti, al fine di utilizzarli nella resistenza passiva”, leggiamo: “a) stabilire contatti con gli esponenti dei nuclei separatisti, con i lavoratori disillusi, con i gruppi clandestini radicali (ad esempio la mafia), allo scopo di fornire loro tutta l’assistenza necessaria” (in Casarrubea-Cereghino 2013, p. 201). Resta da vedere se questo piano è stato realizzato o è rimasto sulla carta.

 

L’idea di mafia dei comandi alleati

In previsione dello sbarco fu distribuito agli ufficiali una sorta di guida della Sicilia. Il titolo era Sicily Zone Handbook e come autore veniva indicato il Foreign Office.

Alcune pagine sono dedicate alla mafia. Essa viene considerata il prodotto della povertà della popolazione, dello sfruttamento e dell’oppressione da parte dei dominatori che si sono succeduti nel tempo, della venalità e della corruzione delle amministrazioni. Per ottenere giustizia e per il riconoscimento dei loro diritti i siciliani avevano fatto ricorso alla mafia e all’omertà. Essi sono stati costretti a fare da sé. Vengono riportate le considerazioni di Pitrè sul primitivo significato della parola, indicante bellezza e eccellenza, e viene data la seguente definizione: “The mafia in its crudest form was co-operative brigandage blended with vendetta”. La mafia organizzata vera e propria era il prodotto dei disordini conseguenti all’estromissione del re di Napoli da parte di Napoleone. Quando i borboni si rifugiarono in Sicilia c’era un gran numero di armati a servizio dei nobili siciliani, quando la “costituzione inglese” (così viene chiamata la costituzione del 1812) abolì il feudalesimo molti di questi dipendenti si diedero al brigantaggio. Il re non riusciva a reprimerli e li organizzò in una gendarmeria rurale che stabilì un regime di terrore. La mafia era una società poco organizzata e con un codice non scritto: l’omertà, che viene tradotta con manliness. Se c’è un delitto non si ricorre alla giustizia ma si pratica la vendetta. Il capo della polizia di Palermo dice che se si piantasse una croce dove è sepolta una vittima, la Conca d’oro sarebbe un cimitero. La mafia è presente a Palermo e nei suoi dintorni ed è scarsamente presente nella Sicilia occidentale, le province di Messina e Siracusa sono libere e gli atti criminali sono al minimo.

La mafia non è una associazione criminale compatta ma un fenomeno sociale. Il fascismo ha cercato di distruggere la mafia e l’azione del prefetto Mori ha causato molti arresti, ma lo stesso Mori ha dichiarato di aver colpito solo l’underground; nel 1931 il procuratore generale ha detto che la mafia è alla fine ma nel 1932 ci sono stati 94 omicidi e 154 tentati omicidi. Non è facile anche per un regime dittatoriale sradicare una malattia le cui radici affondano nel passato.

Come si vede il quadro è zeppo di stereotipi e s’inquadra in un contesto in cui abbondano visioni stereotipate: un passato illustre e un misero presente, una vita sociale e politica ridotta alla dimensione folklorica. Il tutto piegato alla logica della guerra totale, in cui il nemico non dev’essere soltanto vinto ma trasformato (Mangiameli 1994).

Un documento interessante è un rapporto del capitano americano W.E. Scotten, che faceva parte dell’Amgot (Allied Military Government of Occupied Territories) e reca la data del 29 ottobre 1943. Scotten era stato viceconsole statunitense in Sicilia e le sue informazioni provenivano dai servizi segreti alleati e dai contatti con intellettuali siciliani, tra cui il socialista Mario Mineo. La ricostruzione storica della mafia non è particolarmente originale: anche qui la Sicilia dominata e oppressa dalle occupazioni straniere e la conseguente formazione di un sistema privato di difesa delle persone e delle proprietà, caratterizzato dall’omertà (anche qui tradotta con manliness). Successivamente la mafia era degenerata diventando un sistema criminale dedito alle estorsioni, all’assassinio, ai sequestri di persona. Il fascismo aveva combattuto solo i livelli più bassi. La parte più interessante del documento riguarda la fase successiva allo sbarco. La mafia dava segni di ripresa ed era attiva soprattutto nel mercato nero. L’Amgot aveva le sue responsabilità:

 

Agli occhi dei siciliani l’Amg si è lasciata circondare da amici e consiglieri separatisti e ha designato per i pubblici uffici sia separatisti notori che simpatizzanti separatisti. Esempi di ciò sono dati dal prefetto della provincia di Palermo, dalla maggioranza dei membri della giunta provinciale, dal sindaco di Palermo e così via. Secondo alcune fonti, almeno l’80% delle designazioni fatte dall’Amg in questa area sono di questo tipo. Nella loro opinione l’Amg non solo si è posta in svantaggio nel trattare con la mafia, ma ha finito con il farne il gioco. Così ci sono molti siciliani che fanno il seguente paragone tra Amg e fascismo: a) sotto il fascismo c’era il razionamento dei cibi e il mercato nero, ma il razionamento funzionava effettivamente e il mercato nero era parzialmente controllato, mentre oggi le razioni non si possono avere il più delle volte e il mercato nero degli alimenti è completamente fuori controllo; b) sotto il fascismo la mafia, se non interamente distrutta, era almeno in scacco, mentre ora è in crescita in modo allarmante e gode dei favori dell’Amg.

 

Scotten ipotizzava tre scenari:

a) un’azione diretta, stringente e pronta per mettere la mafia sotto controllo;

b) una tregua negoziata con i capimafia;

c) l’abbandono di qualsiasi tentativo di controllare la mafia in tutta l’isola e il ritiro in piccolo enclaves contenenti le aree con basi strategiche, attorno a cui erigere cordoni protettivi e dentro cui esercitare un governo militare assoluto (in Casarrubea-Cereghino 2013, pp. 253 ss.)

 

La prima soluzione richiedeva l’arresto di cinque o seicento capimafia, senza riguardi alle persone e ai collegamenti politici e la loro deportazione senza processo per tutta la durata della guerra.

La seconda ipotesi si articolava in una serie di punti: appoggio della mafia agli sforzi di guerra; non interferire con gli affari interni della Sicilia e ridare il governo al popolo siciliano il più presto possibile; gli alleati avevano il potere di distruggere la mafia ma non ritenevano di dover impegnare le loro forze militari a tale scopo; se la mafia desisteva dalle attività relative al mercato degli alimenti e alle altre necessità della popolazione o ai prodotti necessari per proseguire la guerra, i trasporti e le comunicazioni, le operazioni nei porti e nelle basi e non interferiva con il personale e le operazioni dell’Amg, gli Alleati non avrebbero interferito con la mafia, tranne che per punire i crimini comuni con le attività ordinarie della polizia italiana e degli uffici giudiziari.

La terza ipotesi poteva significare l’abbandono della Sicilia alla mafia .

Quale delle tre soluzioni hanno scelto gli Alleati?. Certo non la prima. Hanno seguito una strada a metà tra la seconda e la terza, cioè tra accordo e abbandono, delegando alla mafia il controllo sociale dell’isola.

 

Il governo militate alleato tra separatisti e mafiosi

L’amministrazione degli alleati dura fino al 14 febbraio del 1944, quando la Sicilia torna sotto l’amministrazione italiana. A capo dell’Amg era il generale inglese Rennel of Rodd, vicecapo era l’americano brigadiere generale Mc Sherry e il comando dei Civil Affairs della Sicilia occidentale era affidato all’americano tenente colonnello Poletti, quello della Sicilia orientale a un parigrado inglese. Il personaggio più noto, e chiacchierato, è certo Charles Poletti, che ha al suo fianco come traduttore-consulente il boss Vito Genovese. Il governo militare sostituisce i prefetti e al posto dei podestà fascisti nomina i sindaci, in gran parte separatisti e mafiosi, anche se alcuni di questi vengono sostituiti dopo avere visto le loro fedine penali. Tra i sindaci mafiosi ci sono Calogero Vizzini e Genco Russo. A Palermo viene nominato l’agrario Lucio Tasca, capo dei separatisti e legato alla mafia.

Lupo, che esclude un ruolo della mafia nelle operazioni dello sbarco, scrive: “Ciò non vuol dire che gli americani non abbiano incontrato la mafia nella sua terra d’origine” e polemizza con Poletti che in un’intervista rilasciata quando era novantenne dichiarava che la mafia era una “costruzione intellettuale” e che l’Amgot non ne avrebbe mai sentito parlare (Lupo 2008, p. 141)

I mafiosi in quel periodo erano in gran parte in carcere, o al confino o emigrati, ma molti di essi si riaffacciano nella Sicilia americanizzata.

 

Il generale Rennel così descrive la situazione:

 

Di fronte al popolo che tumultuava perché fossero rimossi i podestà fascisti, molti miei ufficiali caddero nella trappola di scegliere in sostituzione i primi venuti che si autoproponevano oppure di seguire il consiglio degli interpreti che si erano accodati a loro e che avevano imparato un po’ di inglese durante qualche loro soggiorno negli Stati Uniti. Il risultato non era sempre felice, le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un uomo ombra il quale in uno o due casi era cresciuto in un ambiente di gangster americani (in Renda 1987, III, pp. 95 s.).

 

Nel documento del capitano americano Scotten dal titolo “Il problema della mafia in Sicilia”,del 29 ottobre del 1943, si legge: “(…) dall’occupazione dell’isola e dalla caduta del fascismo, la mafia ha conosciuto un’ampia rinascita (…). Secondo i miei informatori, la mafia si sta ora dotando di armi e di equipaggiamento moderni, raccolti nei campi di battaglia”. I siciliani non si fidano né delle forze dell’ordine locali né del Governo militare alleato: “carabinieri e polizia ricevono individualmente una parte di guadagni dei vari racket, nonché intere porzioni di questi introiti. La gente si lamenta del fatto, ed è la cosa più inquietante, che molti interpreti del Gma di origine siciliana provengano da ambienti mafiosi statunitensi. Sostiene inoltre che i nostri alti funzionari sono influenzati dalla nobiltà terriera, che è strettamente legata alla mafia sia per tradizione sia per ragioni di opportunità politica. (…) Agli occhi dei siciliani, non solo il Gma non è in grado di affrontare la mafia, ma è arrivato addirittura al punto di esserne manipolato. Ecco perché, al giorno d’oggi, molti siciliani mettono a confronto il Gma e il fascismo. (…) Sotto il fascismo la mafia non era stata interamente debellata, ma era almeno tenuta sotto controllo. Oggi, invece, cresce con una velocità allarmante e ha persino raggiunto una posizione di rilievo nel Gma.” (in Casarrubea-Cereghino, 2013, pp. 253 ss.).

Il ricorso al separatismo e alla violenza mafiosa sono stati ritenuti espressioni della crisi del blocco agrario. A mio avviso invece si tratta di un arroccamento tattico e dell’uso strategico della risorsa violenza, legittimata dall’impunità, per contrastare la ripresa delle lotte contadine, che comincia già nel 1944, con il controllo dei granai del popolo e con i decreti Gullo e per ottenere un’autonomia a guida conservatrice. In quell’anno comincia la stagione di sangue, con l’assassinio a Regalbuto del segretario della Federazione comunista Santi Milisenna, durante i disordini suscitati da un raduno separatista (il 27 maggio); l’uccisione a Casteldaccia del militante comunista Andrea Raia (il 6 agosto), con l’attentato a Villalba al segretario regionale comunista Girolamo Li Causi (il 16 settembre). E la violenza si protrarrà negli anni successivi (Santino 2009). L’Italia nel quadro della nuova divisione del pianeta decisa a Yalta avrà una sovranità limitata e l’assetto politico sarà la democrazia bloccata (Santino 1997)

In questo quadro si collocano l’installazione sul territorio italiano e in Sicilia in particolare di basi americane, da Sigonella al Muos.

 

Due società mafiogene

La società in Sicilia è mafiogena per il ruolo essenziale dell’illegalità e della violenza nei processi di accumulazione e formazione dei rapporti di dominio e subalternità; la società americana lo è per la complessità del melting pot etnico, con difficoltà all’integrazione per gli ultimi arrivati, per cui le attività illegali funzionano come accumulazione primitiva e percorso obbligato di mobilità sociale. In entrambe le realtà gioca un ruolo fondamentale il rapporto con l’attività politica, in Sicilia con il sostegno ai partiti conservatori, il riciclaggio dei manutengoli di rango nel partito nazionale fascista e poi con i governi democristiani; negli States per i rapporti con Tammany Hall, l’organizzazione del partito democratico (per la Sicilia: Santino 2006; per gli Stati Uniti: Block 1980)

Gli Stati Uniti sono insieme rifugio per i delinquenti che sfuggono alla giustizia (e si sviluppa l’emigrazione clandestina), scuola e terreno di sperimentazione di nuove forme e modalità criminali, palestra di modernizzazione criminale: estorsioni adattate al contesto metropolitano, gioco d’azzardo, prostituzione; con il proibizionismo degli alcolici (1920-1933) si ha un salto di quantità e qualità con il lievitare dell’accumulazione illegale e l’affermarsi della mafia-impresa mentre assume valenza strategica il ruolo delle organizzazioni criminali nel controllo dei sindacati (labour racket). In questo contesto si sviluppa la criminalità dei colletti bianchi, i white collar crimes studiati da Sutherland (1949).

In entrambe le situazioni le campagne repressive non arrivano a smantellare la mafiogenicità strutturale del contesto sociale.

I rapporti tra le due sponde per decenni si fondano sull’emigrazione clandestina, sull’import-export di olio e agrumi e si intensificheranno, a partire dagli anni ’60-’70, con il traffico di droga. L’operazione Old Bridge del 2008 offre un quadro della situazione degli ultimi anni. Riguardo alla forma organizzativa si pone un problema: la mafia siciliana diventa Cosa nostra per contaminazione con la mafia americana? Il termine Cosa nostra appare solo negli anni ’60 con le rivelazioni di Valachi e in Italia negli anni ’80 con quelle di Buscetta. Prima non c i sono tracce di tale denominazione. Si tratta di una “nuova mafia”, iperstrutturata (ma per gli Stati Uniti si parla più di organizing crime che di organized crime, cioè di un processo e non di una struttura rigida) o vige sempre il paradigma continuità-innovazione che ha caratterizzato la storia della mafia e ne spiega la persistenza in tempi e contesti diversi?

 

Riferimenti bibliografici (in ordine cronologico)

Pantaleone Michele, Mafia e politica 1943-1962, Einaudi, Torino 1962.
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H.Sutherland Edwin H., White Collar Crime, Yale University Press, New Haven – London 1982 (ed. or. 1949); trad. it.: Il crimine dei colletti bianchi, Giuffrè, Milano 1987.
Renda Francesco, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, vol. III, Sellerio, Palermo 1987.
Mangiameli Rosario, La regione in guerra (1943-50), in Aymard Maurice e Giarrizzo Giuseppe, La Sicilia, Einaudi, Torino 1987, pp. 483-600.
Lumia Luigi, Villalba. Storia e memoria, II, edizioni Lussografica, Caltanissetta 1990.
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Mangiameli Rosario (a cura di), Sicily Zone Handbook, 1943, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma 1994.
Santino Umberto, La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l’emarginazione delle sinistre, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997.
Ciriacono Gianfranco, Le stragi dimenticate. Gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella, Ragusa 2004.
Casarrubea Giuseppe, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Bompiani, Milano 2005.
Costanzo Ezio, Mafia & Alleati. Servizi segreti americani e sbarco in Sicilia. Da Lucky Luciano ai sindaci “uomini d’onore”, Le Nove Muse Editrice, Catania 2006.
Santino Umberto, Dalla mafia alle mafie. Scienze sociali e crimine organizzato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006;
Lupo Salvatore, Storia della mafia dalle origini ai nostri giorni, Donzelli, Roma 1993; Quando la mafia trovò l’America, Einaudi, Torino 2008.
Santino Umberto, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti University Press, Roma 2009.
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Casarrubea Giuseppe – Cereghino Mario José, Operazione Husky. Guerra psicologica e intelligence nei documenti segreti inglesi e americani sullo sbarco in Sicilia, Castelvecchi, Roma 2013.
Augello Andrea, Uccidi gli italiani, Mursia, Milano 2013.
Anfora Domenico e Pepi Stefano, Obiettivo Biscari, Mursia, Milano 2013.
Carloni Fabrizio, Gela 1943, Mursia, Milano 2013.
Patti Manoela, La Sicilia e gli Alleati. Tra occupazione e liberazione, Donzelli, Roma 2013.

 

Rielaborazione di una relazione al convegno del 10 luglio 2013 nella sala consiliare del comune di Palermo. Aprile 2014.