Umberto Santino

Globalizzazione e legalità internazionale prima e dopo la guerra in Afghanistan

Gli avvenimenti dell’11 settembre e la successiva guerra in Afghanistan sono i prodromi e la spettacolarizzazione di una svolta storica mondiale o rappresentano soltanto l’aggravamento e l’esplicitazione di tendenze già affermatesi negli ultimi anni? Vedremo di dare una risposta a questa domanda affrontando due temi: la globalizzazione e la legalità internazionale.

 

1. Dalla globalizzazione neoliberista al “keynesismo” di guerra

Prima degli attentati che hanno polverizzato le Torri gemelle di New York e colpito il Pentagono, violando i due simboli più noti della superpotenza americana, il quadro mondiale era dominato dai processi di globalizzazione neoliberista che venivano declinati secondo categorie che sembravano definitivamente acquisite o almeno ampiamente diffuse e largamente condivise, anche se decisamente osteggiate da un movimento che aveva già assunto dimensioni globali. Riassumiamo i canoni fondamentali del verbo neoliberista: il trionfo del mercato come unico regolatore dell’economia mondiale, il declino degli Stati nazionali e l’affermazione dell’egemonia delle agenzie internazionali (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale per il commercio) pilotate dalle grandi multinazionali. Sul piano politico internazionale all’esautoramento delle Nazioni Unite corrispondeva l’affermazione di un potere di fatto rappresentato dal G8 (più esattamente G7 + 1, cioè la Russia relegata al rango di parente povero) ma in realtà si profilava sempre più nettamente il protagonismo di un’unica superpotenza: gli Stati Uniti.
La globalizzazione veniva presentata come l’apoteosi del capitalismo, la sua vittoria definitiva sul suo antagonista storico, il comunismo, e come una cornucopia di opportunità offerte a tutti, a condizione che si eseguissero le rigide indicazioni delle agenzie internazionali. Il neoliberismo assumeva le connotazioni di “pensiero unico”, sgombrato il campo da ogni posizione critica. Sul piano militare, dopo lo scioglimento del patto di Varsavia, la Nato si estendeva e si rafforzava e Bush, reduce da un’elezione incerta e risicata, con particolari come i buchi sulle schede al limite del ridicolo, aveva rilanciato il progetto di scudo spaziale e aveva ripreso un tema che già era stato posto nell’agenda internazionale da Clinton: il terrorismo internazionale come nuovo nemico. Prima dell’11 settembre, sia per l’esito elettorale sia per l’evidente inadeguatezza del personaggio e la non meno evidente dipendenza dalle multinazionali e da ambienti più o meno apertamene reazionari che avevano lautamente finanziato la sua campagna elettorale (e quelle americane sono ancora le più dispendiose del pianeta, anche se in altri paesi, come l’Italia berlusconiana, non si bada a spese) il presidente Bush non godeva di molto credito, tanto nel suo paese che sul piano internazionale. Le espressioni più benevole che correvano su di lui erano: “il piccolo Bush” o “il presidente occasionale”.
La globalizzazione, liberata dai suoi veli ideologici, in realtà era ben lontana dall’essere l’agone planetario in cui tutti possono competere con tutti, ad armi pari, e in cui la vittoria sarebbe prima o poi arrisa al migliore, cioè ai soggetti più inventivi e innovatori. L’esempio continuamente riportato della crescita straordinaria dei paesi asiatici, valutata nel 138 per cento, non riusciva ad oscurare un dato di fatto, cioè che il mondo globalizzato è un casinò e un supermercato per pochi: solo un quinto dell’umanità ha il visto d’ingresso mentre il resto della popolazione mondiale è escluso dal banchetto. Secondo la rappresentazione corrente la globalizzazione avrebbe favorito la crescita economica, ridotto la disoccupazione, aumentato la produttività, ma i dati parlavano una lingua diversa. Nei paesi Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) dopo il 1980 la crescita si è rallentata rispetto a quella registratasi negli anni ’50 e ’60, la disoccupazione ha assunto dimensioni di massa in uno dei santuari del mondo globale (nei 15 paesi dell’Unione europea nel 1999 c’erano più di 15 milioni di persone in cerca di lavoro) e negli stessi Stati Uniti di Clinton moltissimi figuravano occupati anche con impieghi precari. Complessivamente nei 24 paesi Ocse il tasso ufficiale di disoccupazione qualche anno fa era dell’8,5 per cento, con un esercito di riserva di 35 milioni di persone. Il tasso di produttività negli ultimi vent’anni invece di crescere è diminuito: nei paesi sviluppati c’era un incremento del 4 per cento annuo tra il 1950 e il 1973, mentre tra il 1980 e il 1995 non si è andati oltre poco più del 2 per cento.
Ma il dato più significativo riguarda il crescente divario tra paesi ricchi e paesi poveri, ipocritamente denominati “in via di sviluppo”. I dati sono noti: negli anni ’60 il rapporto tra il quinto più ricco della popolazione mondiale e il quinto più povero era 30 : 1, nel ’90, 60 : 1; 2,8 miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno, 1,2 miliardi con meno di un dollaro; 358 miliardari possiedono quanto 2 miliardi e 300 milioni di persone, cioè il 45 per cento dell’umanità. Il debito dei paesi poveri è cresciuto del 60 per cento e i programmi di “aggiustamento strutturale” delle agenzie internazionali hanno avuto come unico risultato lo smantellamento dell’intervento statale in settori come la sanità e l’istruzione e la liquidazione delle economie non competitive (Santino 2000). Quel che è accaduto recentemente in Argentina dimostra quali conseguenze disastrose hanno per la popolazione le politiche del Fondo monetario e della Banca mondiale. Si è venuta a creare per gran parte della popolazione mondiale una situazione intollerabile (una sorta di genocidio economico, politico e culturale) che non diventa esplosiva perché alla rigidità del comando dei pochi corrisponde l’estrema frammentarietà dei molti.
Più che l’epifania del trionfo del capitalismo la globalizzazione era ed è un modo per affrontare i problemi che lo affliggono. Non si tratta di riverniciare le vecchie teorie del crollo, ma non ci vuol molto a capire che a un’offerta crescente di beni, spesso inutili se non dannosi, non corrisponde una domanda adeguata, anche se stimolata da una pubblicità invasiva e incessante. Si potrebbe parlare di una crescente obesità del sistema economico, che ingerisce più calorie di quante ne riesca a bruciare.
Al declino dei tassi di resa del capitale già accentuato negli anni ’70 si era reagito con strategie volte a rilanciare i profitti, mobilizzando il capitale alla ricerca della forza lavoro meno costosa, sminuzzando i processi produttivi, ricattando la classe operaia dei paesi sviluppati e approfittando delle condizioni di miseria e di vera e propria schiavitù vigenti in paesi inchiodati al sottosviluppo. L’economia reale si è contratta e i mercati finanziari si sono sviluppati a dismisura per la convenienza delle occasioni speculative rispetto agli investimenti produttivi. Basterà un dato, abbastanza noto: nel 1998 su un movimento giornaliero di 2.000 miliardi di dollari, solo una frazione compresa tra un cinquantesimo e un centesimo del totale riguardava l’economia reale. E dentro questi processi, che vanno dall’emarginazione crescente di intere aree del pianeta alla finanziarizzazione dell’economia, ha lievitato l’accumulazione illegale e sono proliferati i gruppi criminali di tipo mafioso (Santino 2000)
Negli Stati Uniti, dopo la sbornia dell’era Clinton sui fasti della new economy, si era già profilata l’ombra lunga della recessione. L’11 settembre è caduto in questo contesto, ha disvelato e aggravato dinamiche già in atto, avviando gli States, e non solo loro, su strade che si presentano come nuove ma che in buona parte erano già preannunciate. Sul piano economico l’apoteosi del neoliberismo ha ceduto il passo al superintervento dello Stato, senza di cui la Borsa di New York sarebbe crollata, e a un’economia rivitalizzata dal rilancio in grande delle spese militari.
Sul piano politico-militare il governo americano ha cercare di costruire un fronte il più ampio possibile, che va dall’Europa ai paesi arabi moderati, non importa se retti da dittature islamiche o militari, alla Russia e alla Cina, chiamato a fronteggiare un nemico comune: il terrorismo internazionale. Dopo l’11 settembre Bush è passato dal ruolo poco invidiabile di modesto figlio d’arte, totalmente sprovveduto sul piano internazionale (sui media è circolata la sua risposta alla domanda su chi erano i talebani, scambiati dall’incolto texano per un gruppo rock) a presidente autorevole e stimato: i sondaggi, ormai considerati come le sibille postmoderne, dicono che la sua popolarità ha superato quella dei suoi predecessori. Anche il sindaco Giuliani, che sembrava ormai fuori dalla scena per i suoi furori giustizialisti e repressivi venati di razzismo (la “tolleranza zero” nei confronti dei criminali, soprattutto dei più poveri e di quelli di colore) e per le sue vicende personali, con il suo prodigarsi accanto ai soccorritori è diventato un eroe nazionale.
Alla popolarità di Bush non ha nuociuto neppure l’ennesimo scandalo made in Usa, anche se questa volta non si tratta delle scappatelle erotiche del presidente ma di qualcosa di più preoccupante. La bancarotta dell’Enron è la più grave degli ultimi cinquant’anni.
Anche se la propaganda ha avuto il sopravvento, con i suoi miti e le sue brutali schematizzazioni, sono emerse briciole, e qualcosa di più, di verità che senza l’emergenza difficilmente sarebbero affiorate. Penso in particolare alla “scoperta” della rete finanziaria di Bin Laden estesa in molti paesi occidentali e alle notizie sulle sue speculazioni, pienamente inquadrate nel contesto e nella cultura neoliberista.


1.1. Economia della paura e neokeynesismo di guerra

Subito dopo l’11 settembre Paul Krugman, uno degli economisti americani più noti, che non disdegna il ruolo di Giamburrasca per le sue impertinenze brillanti e antiaccademiche, scriveva che l’economia americana era già sull’orlo della crisi e che lo shock provocato dagli attentati rischiava di portare a una recessione, ma che per fortuna l’amministrazione Bush aveva varato ingenti stanziamenti pubblici per affiancare la politica monetaria della Fed, la Banca centrale americana (Krugman 2001).
Com’è noto, gli ingenti stanziamenti pubblici riguardano in gran parte le spese militari. Nel discorso sullo stato dell’Unione del 29 gennaio Bush ha chiesto al Congresso di approvare lo stanziamento di 48 miliardi di dollari per le spese militari e di 38 miliardi di dollari per la difesa del territorio nazionale. Il bilancio della difesa raggiungerà un totale di 376 miliardi di dollari, una cifra mai vista dagli anni della Guerra fredda, quando Reagan impose una gigantesca politica di riarmo che avrebbe dato il colpo mortale all’Unione Sovietica, già logorata dai suoi problemi interni, e allora considerata l'”Impero del Male”.
Bush ha posto al centro del suo programma politico tre obiettivi: la continuazione della guerra contro il terrorismo, la sicurezza interna (homeland security), il rilancio economico. Quest’ultimo poggerà sui primi due pilastri: le spese militari saranno il volano per la ripresa economica.
Così un presidente che passava per il massimo pontefice del neoliberismo del terzo millennio è diventato il profeta di un neokeynesismo di guerra, cioè di un massiccio intervento pubblico che pone al centro le spese militari e per la sicurezza interna. Del verbo neoliberista è rimasto in piedi il dogma della riduzione delle tasse: dopo gli sconti del 2001, che hanno divorato i 4 trilioni di dollari (4.500 miliardi di euro) dell’attivo di bilancio lasciato da Clinton, si propone un nuovo pacchetto di “stimoli fiscali” per i contribuenti più danarosi, che ingigantirà il passivo del bilancio federale. Una sorta di deficit spending rovesciato, a favore dei ricchi. In compenso Bush promette che ci saranno più posti di lavoro, ma il paese dopo l’11 settembre ne ha persi più di 800 mila. Bisogna vedere se riuscirà a mantenere queste promesse o se si tratta delle classiche promesse elettorali: in novembre ci saranno le elezioni per rinnovare la Camera e un terzo del Senato.
Un altro dei traguardi indicati da Bush è diminuire la dipendenza dal greggio straniero: un avvertimento a paesi come l’Arabia Saudita che pensa di condizionare la politica americana e una richiesta al Congresso di approvare il nuovo piano energetico che prevede la perforazione delle riserve dell’Alaska. Che il Presidente non abbia a cuore le politiche ambientaliste non è una novità e l’aveva ampiamente dimostrato con la non approvazione degli accordi, alquanto blandi, di Kyoto, in nome del consumismo americano inalberato come uno stile di vita irrinunciabile, quasi una bandiera di civiltà. Quel che è certo è che Bush oggi gode di qualcosa come l’83 per cento di gradimento, un record di popolarità e un salto insperato per un presidente che appariva assolutamente inadeguato al ruolo di superpotente del pianeta.


1.2. Dagli affari di Bin Laden alla bancarotta dell’Enron

Dopo gli attentati dell’11 settembre si è dato ampio spazio alle rivelazioni sulle attività economiche di Bin Laden e sulla rete internazionale di Al-Quaeda. Gli affari di Bin Laden e dei suoi familiari, abbiano o meno legami con lui, si inquadrano perfettamente nel contesto neoliberista: il network di imprese e società finanziarie si estende in vari paesi e si è avvalso dei buoni rapporti con grandi banche americane ed europee che costituiscono il Gotha della finanza internazionale (tra cui la Chase Manhattan Bank e la City Bank di New York). Anche le speculazioni in Borsa che si attribuiscono a uomini di Bin Laden, immediatamente prima degli attentati, sono operazioni perfettamente inscritte nel catalogo dell’ultimo grido delle financial innovations: compravendita di futures, hedge funds ecc. E nessuno ha avuto nulla da eccepire su affari condotti d’amore e d’accordo tra le famiglie Bin Laden e Bush. Il giovane George W. fondò nel 1978 la società Arbusto Energy (Bush significa appunto arbusto) finanziata da personaggi del giro Bcci (la banca sciolta nel 1991 per riciclaggio di denaro sporco) e i rapporti tra le due famiglie sono documentati fino ai primi anni ’90.
Come già accennavo prima la popolarità del giovane Bush non pare neppure scalfita da avventure più recenti. La bancarotta dell’Enron è stata definita il più clamoroso scandalo finanziario americano del secondo dopoguerra. Nella classifica di “Fortune” la società era la settima corporation Usa per giro d’affari e un anno fa aveva un valore di Borsa di 60 miliardi di dollari. Era considerata il pioniere del business postindustriale, in quanto società virtuale, che aveva mantenuto le radici nel settore degli idrocarburi ma si era trasformata in intermediario fra produttori e consumatori di energia, articolando la sua presenza in nuovi settori, come l’energia elettrica, la cellulosa, l’acciaio, le assicurazioni, le acque potabili fino agli spazi pubblicitari nelle televisioni. L’ultima frontiera su cui i dirigenti dell’Enron si erano impegnati era la speculazione sui futures dell’energia, ultimo ritrovato di una finanza aggressiva e fraudolenta, e su questa base, sempre più virtuale e speculativa, la società si era espansa in Europa e in Asia. I suoi profitti erano sempre più elevati ma già nel primo semestre del 2001 i manager della società cominciarono a liquidare i loro portafogli di azioni, ben sapendo che da lì a poco ci sarebbe stato il crollo. Si tratta di una truffa colossale, tutta a scapito degli impiegati che hanno perso il posto di lavoro e hanno visto volatilizzarsi i loro fondi pensione. (Maggi 2002, Venturini 2002, Newsweek 2002).
L’Enron non solo ha finanziato la campagna elettorale di Bush, ma l’amministrazione americana non poteva non sapere cosa stava accadendo, come si stavano comportando i suoi dirigenti e non ha fatto nulla per impedirlo. La Casa Bianca è stata trascinata in tribunale, dopo che il vicepresidente Cheney si è rifiutato di rendere pubblici i suoi colloqui con i dirigenti della società fallita (Caretto 2002).
Il caso Enron non è isolato ma ha provocato una reazione a catena che ha inferto un gravissimo colpo al decantato “modello americano”. Si è parlato di “teoria dello scarafaggio” (the cockroach theory): quando in casa ne scopri uno non è mai solo. Infatti, dopo l’Enron il ciclone ha investito “grandi conglomerati come la Tyco, catene di supermercati come Kmart, aziende telecom come Global Crossing e Williams e perfino un mito dell’industria Usa come la General Electric nonché la Cisco, regina della new economy” (Rampini 2002). Gli Stati Uniti venivano considerati un modello da imitare, un paese guida per trasparenza di bilanci, vigilanza sulla Borsa, tutela degli azionisti, ora si scopre che a Wall Street, il santuario della finanza americana e mondiale, la truffa e la speculazione hanno la meglio sull’etica degli affari. La Arthur Andersen, società di certificazione dei bilanci, ha gravissime responsabilità nel crack dell’Enron (i suoi manager erano diventati consulenti pagati profumatamente, uno dei tanti esempi di conflitti di interesse che non proliferano solo in casa nostra) ma le responsabilità salgono fino alla Sec (Securities & Exchange Commission), l’autorità di vigilanza sulle società quotate in Borsa, che non ha vigilato sui conti di una delle società a maggiore capitalizzazione di Wall Street. Con il caso Enron che è stato definito la maggiore bolla speculativa della storia, (CorrierEconomia 2002), il capitale finanziario ha mostrato il suo volto: una giungla in cui il virtuale si sposa all’illegalità e gli affari di pochi non si fanno scrupolo di calpestare gli interessi e la vita di molti, a cominciare dai dipendenti delle società.

 

2. Terrorismo, guerra, legalità

Come classificare gli attentati dell’11 settembre? Sono un atto terroristico più grave degli altri, di tutti gli altri, per i bersagli che si è voluto colpire e per il numero di morti concentrati in un limitato lasso di tempo, o un atto di guerra? Certamente sono un fatto inedito per la loro spettacolarità e per aver colpito in modo molto più grave di ogni altro precedente il cuore del territorio americano. Pearl Harbor era lontana e l’attacco era avvenuto in un contesto di guerra in corso. L’attentato sempre alla Torri gemelle del 1993, aveva causato danni molto meno gravi. Gli Stati Uniti fino a quel momento si consideravano fuori dalla portata di ogni prevedibile attacco; dopo l’11 settembre si può dire che non c’è più separazione, viviamo in un unico mondo dominato dall’insicurezza. A cui ha dato un ulteriore contributo la psicosi da antrace, ben presto rientrata perché la tesi che dietro le buste fatte recapitare in varie località degli Stati Uniti ci fossero gruppi terroristici e lo stesso Bin Laden si è subito rivelata inconsistente ed è emersa come maggiormente probabile l’ipotesi della pista interna.
L’interpretazione che ne hanno dato gli Stati Uniti e che è stata accettata dai paesi alleati è che gli attentati sono un atto di guerra, atipico, inedito, ma comunque un atto di guerra a cui rispondere con un attacco bellico.


2.1. Il nuovo nemico: il terrorismo internazionale. Dal diavolo Bin Laden all’Asse del Male

Con la caduta dell’Urss e del socialismo reale, gli Stati Uniti hanno visto svanire il nemico storico del capitalismo e del mondo occidentale e, ad avallare ancora una volta le teorizzazioni di Alfred Schmitt sulla dinamica amico-nemico, si sono affrettati a individuare il nuovo nemico, che ha assunto ben presto i connotati del terrorismo internazionale e dopo essersi materializzato con le sembianze del presidente libico Gheddafi e poi dell’ayatollah iraniano Khomeini e del dittatore iracheno Saddam Hussein ultimamente si è identificato con la sagoma alta e barbuta di Bin Laden, fotografato o ripreso in interni di grotte e con a fianco l’inseparabile kalashnikov di ordinanza.
Con gli attentati dell’11 settembre sembrava profilarsi una precisa strategia: la sfida agli Stati Uniti, portata nel cuore del loro territorio, appariva come il preludio a un’offensiva planetaria che avrebbe avuto come prime tappe la conquista del potere in Pakistan, con il suo arsenale nucleare, e in Arabia Saudita, con i suoi giacimenti di petrolio. E le manifestazioni dei gruppi islamici in Pakistan, tese a impedire che il dittatore militare Musharraf si alleasse con gli Stati Uniti, potevano essere lette in quest’ottica complessiva che presentava i caratteri di un vero e proprio scontro di civiltà: l’Islam contro il Satana americano e “l’Occidente cristiano”, con in testa gli Stati Uniti, contro il diavolo musulmano.
Bush, o chi per lui, è stato abbastanza abile da evitare questa contrapposizione, anche se il “God bless America” è più volte risuonato, non solo per la riapertura della Borsa. Mentre il governo americano tesseva la rete delle alleanze con i paesi arabi moderati, l’unico a non capire era il maldestro Berlusconi con le sue ridicole esternazioni sulla superiorità dell’Occidente. E anche quando si è affrettato a fare marcia indietro, si è coperto ancor più di ridicolo accusando i “comunisti” e la stampa internazionale, a suo dire da loro pilotata, di avere equivocato a bella posta le sue espressioni, che più chiare e univoche non potevano essere.
Come sappiamo non si è dispiegato il piano strategico che veniva attribuito a Bin Laden e si potrebbe dire che ciò non è avvenuto anche, o soprattutto, per effetto della guerra, che ha abbattuto il regime dei talebani. Ma ci sarebbe da vedere se davvero ci sia stata e ci sia una strategia unitaria, se ci sia stato e ci sia un terrorismo internazionale come soggetto unificante. In realtà ci sono vari gruppi terroristici operanti in varie parti del pianeta e anche se le informazioni circolanti su Al-Quaeda, il gruppo fondato da Bin Laden, parlano di una rete estesa in 50 paesi, non si può dire che essa sia una sorta di centrale o cupola mondiale del terrorismo internazionale, utilizzando una metafora che già per le mafie e per le varie forme di criminalità organizzata è ben lontana dal rappresentare una situazione reale: il mondo del crimine è più pluralista e policentrico delle raffigurazioni correnti.
Più che di un unico terrorismo internazionale è più realistico parlare di molti terrorismi insulari e nei primi anni del XXI secolo, accanto a formazioni storiche (l’Ira in Irlanda, l’Eta nei Paesi Baschi, i gruppi operanti in Palestina e Medio Oriente) si pongono gruppi più recenti (come il Fis in Algeria, gli indipendentisti ceceni, Abu Sayyaf nelle Filippine); in ogni caso le formazioni terroristiche vecchie e nuove sono prodotti di problemi irrisolti (questioni nazionali, richieste di indipendenza e autonomia ecc.) che hanno portato a radicalizzazioni fondamentaliste, e ancor’oggi non pare che ci sia una seria volontà di risolverli.
La questione palestinese negli ultimi mesi si è aggravata: Arafat ha ulteriormente perso il controllo della situazione, Sharon non ha nessuna intenzione di avviare il negoziato e dichiara di rimpiangere di non avere ucciso Arafat vent’anni fa (e queste dichiarazioni hanno fatto da battistrada all’invasione militare dei territori arabi che avverrà successivamente). Senza un deciso intervento internazionale che imponga il ritiro dei coloni dai territori arabi occupati e disinneschi il terrorismo arabo, ponendo rapidamente mano alla costituzione di uno Stato palestinese, la questione palestinese non sarà mai avviata a soluzione, ma oggi le Nazioni Unite sono più assenti e delegittimate che mai, l’Unione Europea non ha nessuna intenzione di prendere l’iniziativa, i movimenti pacifisti non hanno peso sufficiente per invertire la rotta della violenza quotidiana.
Nel suo discorso sullo stato dell’Unione Bush non ha dedicato neppure una parola a Bin Laden (forse per rimuovere il fatto che dopo tutti i tentativi non sono riusciti a catturarlo) e ha parlato ampiamente di un “Asse del Male” composto da Iraq, Iran e Corea del Nord e da quattro gruppi terroristici: gli Hezbollah libanesi, i palestinesi di Hamas e della Jihad islamica, i pakistani di Jaish-i-Mohammed.
Finora erano nel mirino vari Stati: Afghanistan, Somalia, Sudan, Filippine, altri paesi medio-orientali e asiatici perché sospettati di ospitare basi di Al-Quaeda (i cosiddetti “Stati-canaglia”, i “rogue States” già bollati come nemici ai tempi di Reagan e di Bush padre), ora si parla di Stati in quanto tali accusati di “rappresentare un pericolo costante… cercando di dotarsi di armi di distruzione di massa”. La Corea del Nord, guidata da Kim Jong II, erede di Kim il Sung e rappresentante di un potere familistico-comunista, è accusata di armarsi di missili, l’Iraq oltre che di dotarsi di armi di distruzione di massa, di rifiutare le ispezioni e di esportare il terrore, l’Iran di mostrare ostilità verso l’America e sostenere il terrore.
Questo ulteriore giro di vite rischia di fare saltare la coalizione che ha sostenuto l’attacco all’Afghanistan. Finora il “Siamo tutti americani”, proclamato subito dopo l’11 settembre (si ricordi la manifestazione romana suggerita dal “Foglio” e organizzata dalla maggioranza), ha tenuto, ma ora si comincia a profilare qualche problema, o almeno qualche distinguo. Tony Blair ha accolto con entusiasmo il discorso di Bush ma nel Regno Unito il presidente della commissione parlamentare Affari esteri Donald Anderson ha dichiarato che bisogna fare attenzione con l’Iran e collaborare con chi è pronto a “impegnarsi con noi”. Per quanto riguarda la Corea del Nord, il presidente di turno dei Quindici dell’Unione Europea, lo spagnolo Josep Piqué ha dichiarato che negli ultimi tempi il rapporto con quel paese è migliorato, anche con l’avallo di Washington (R. Es. 2002). E’ chiaro che Bush ha fatto un passo indietro rispetto a Clinton che aveva inviato il segretario di Stato Madelein Albright in Corea del Nord e aveva alleggerito le sanzioni in vigore dai tempi della guerra in Corea. Bisognerà vedere se ci si limiterà a qualche lamentazione o se si farà qualcosa di più. E questo vale anche per la Russia e per la Cina (recentemente c’è stata la disavventura dell’aereo con microspie piazzate pure nelle toilets) ma non pare che quei paesi abbiano la volontà e la capacità di avere un ruolo internazionale di qualche peso.
La guerra sarà lunga, dice Bush, ma sarà disposto a proseguirla da solo, in nome di una ribadita egemonia americana? In passato alcune avventure americane si sono concluse con grossi insuccessi. E’ il caso dell’Iraq, dove adesso si riscoprono personaggi come Ahmed Chalabi, capo dell’Iraqi National Congress, che con l’appoggio della Cia negli anni ’90 tentò di destabilizzare il regime di Saddam Hussein: un tentativo finito nel sangue, dopo l’abbandono del servizio segreto americano (Negri 2002). Si riprenderanno quei tentativi per liberarsi finalmente di Saddam o si sceglierà la strada afgana, dei bombardamenti dall’alto?
Per l’Iran si tratta di una vera e propria inversione di rotta. Fino a qualche mese fa gli iraniani dovevano aiutare i marines a lanciarsi sul territorio afgano, ora fanno parte dell’Asse del Male. Ciò è dovuto alla scoperta del carico di armi inviato ai palestinesi, o c’è dell’altro?


2.2. “Nuova guerra” e legalità. Problemi di legittimità, di giustizia, di efficacia

Negli ultimi anni si è avvita una riflessione sulla “nuova guerra” che aveva sottolineato tre aspetti: un nemico non convenzionale che ricorre anche ad atti terroristici, l’impiego di armi sofisticate, una forte motivazione morale (Santino 2001).
La guerra nell’ex Jugoslavia era stata presentata come “guerra umanitaria”, a tutela dei diritti umani, e ora si parla di guerra duratura, illimitata, battezzata come “enduring freedom”.
La Carta dell’ONU non consente la guerra per regolare le controversie internazionali, ma le risoluzioni del 12 e 28 settembre hanno coperto il dispositivo del Congresso USA che consente l’uso della forza militare contro gruppi e persone che attaccano il territorio USA e i paesi sospettati di ospitarli, fornendo una qualche forma di legittimazione.
In realtà, la guerra contro l’Afghanistan, giustificata con l’emergenza terrorismo, è un’aperta sfida alla legalità internazionale, in nome di un superpotere autoreferenziale che può permettersi di trasgredire qualsiasi norma e anche il buon senso. Se i terroristi si spostano di paese in paese, bisognerà dichiarare guerra a tutti i paesi in cui si sono rifugiati? Dai discorsi di Bush, sembra di sì. L’Asse del Male è una fisarmonica che può dilatarsi all’infinito. Così la guerra diventa una forma di polizia internazionale o, più esattamente, di controllo sul pianeta, la forma e la sostanza della politica tradotta in dominio del più forte.
Nella fenomenologia dell’illegalità contemporanea, l’aspetto più grave è dato dall’illegalità che si legalizza in quanto si impone di fatto come prassi condivisa o subita, comunque vincente. E non ci sono limiti a questa invasione dell’illegalità o sospensione-violazione della legalità così come finora è stata definita. Alla guerra in atto si accompagnano l’istituzione di tribunali speciali e esplicite dichiarazioni sull’ammissibilità della tortura nella lotta contro il terrorismo. A Guantanamo, base americana nell’isola di Cuba, gli Stati Uniti hanno deciso che i talebani ivi deportati non sono prigionieri di guerra e quindi non va applicata nei loro confronti la convenzione di Ginevra. Siamo all’arbitrio più assoluto, che fa a pugni anche con la logica più elementare. Gli attentati, addebitati a Al-Quaeda, sono considerati un atto di guerra, a cui rispondere con una guerra vera e propria, ma gli uomini di Al-Quaeda e i talebani catturati non sono considerati prigionieri di guerra per non applicare la convenzione di Ginevra e vengono tenuti fuori dal territorio americano per non applicare la legislazione degli Stati Uniti. I prigionieri, definiti “unlawful combatants”: combattenti fuorilegge, sono soltanto corpi da umiliare, chiudendoli in gabbie da pollaio, radendo le barbe e rapando le teste, mettendo loro cuffie alle orecchie, occhiali con il nastro adesivo, imbavagliando le bocche. Unica concessione la preghiera, per dare a vedere che si rispettano le prescrizioni della religione islamica (Buccini 2002).
Si può dire: non c’è il diritto, c’è solo l’arbitrio e il capriccio del più forte, che si pone al di sopra del diritto, ma bisogna porsi il problema di cosa sia e a cosa serva il diritto internazionale. In realtà ci troviamo di fronte a un diritto già violato e che si presta ad esserlo, a un’inadeguatezza del diritto rispetto ai processi in atto, anzi a un vuoto di diritto, per cui anomia e neoassolutismo vanno di pari passo (Ferrajoli 2001). E questo vale anche per la Costituzione italiana in cui si legge che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (il famoso art. 11), che è solo una nobile aspirazione priva di effetti reali.

Può essere efficace la guerra nella lotta contro il terrorismo? Gli Usa sostengono che con la guerra in Afghanistan sono riusciti a d abbattere il governo dei talebani e glissano sul fatto che Bin Laden e il mullah Omar, indicati come i capi dei capi del terrorismo non solo afgano, sono riusciti a sfuggire alla cattura e sono irreperibili.
Un’azione di guerra non solo è inefficace a contrastare fenomeni come il terrorismo, articolato e sfuggente, ma rischia di rinfocolarlo ed estenderlo, poiché non si pone neppure il problema di agire sulle cause che lo generano e perpetuano.
L’Occidente sciorina i suoi valori (democrazia, civiltà, diritti umani, condizione delle donne e dei minori), ma la guerra non è certo lo strumento migliore per affermarli in tutto il mondo e gli stessi occidentali sono i primi a negarli quando essi entrano in conflitto con gli interessi reali. Le multinazionali sfruttano il lavoro minorile, gli immigrati, il traffico di esseri umani e la prostituzione dilagante sulle strade dell’Occidente ingrassano le organizzazioni criminali ecc.


2.3. Le guerre sante

Un altro aspetto che sembrava ormai sepolto negli archivi della storia e invece è tornato pericolosamente alla ribalta è quello identitario-religioso. Si parla tanto di fondamentalismo islamico, di guerra santa in nome di Allah e del suo profeta, ma anche l’Occidente non esita a tirare in ballo Dio e le guerre sante. Ci sarebbe da riflettere seriamente sul ruolo delle religioni, in particolare di quelle monoteiste, nella creazione di una cultura di guerra, all’insegna dell’imposizione della fede nel vero Dio. Nel Vecchio Testamento la conquista della Terra promessa avviene sull’onda di stragi che non risparmiano neppure gli animali (“Sterminarono tutto quanto era nella città, uomini e donne, giovani e vecchi, perfino i buoi e gli asini passarono a fil di spada”: Giosuè, 6,21), Dio stesso ordina le più efferate violenze (“Di Ai e del suo re farai quello che hai fatto di Gerico e del suo re”: Giosuè, 8,2). L’antisemitismo, prima che da Hitler, è stato generato dal cristianesimo che considerava gli ebrei uccisori del Figlio di Dio; Lutero scriveva che gli Ebrei sono i più pericolosi nemici dei cristiani, secondi solo al diavolo e fino al Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha ritenuto gli ebrei il popolo deicida (Taradel 2001, Codovini 2002)1. Senza questo entroterra millenario l’Olocausto non sarebbe stato possibile. D’altra parte gli ebrei si sono considerati il popolo eletto, con tutto quello che ciò significa nei confronti degli altri popoli.

 

3. Un nuovo patto internazionale di convivenza e il ruolo dei movimenti alternativi

Chi ha definito, correttamente, gli attentati dell’11 settembre un crimine contro l’umanità, ha posto il problema della creazione di organismi come una polizia internazionale, in grado di individuare e arrestare i colpevoli, e una Corte di giustizia internazionale.
I corpi di polizia attualmente esistenti, come l’Interpol e in Europa l’Europol, non sono in grado di svolgere compiti di intelligence e di repressione adeguati e il capo VII della Carta dell’Onu, che prevede l’istituzione di una forza armata di polizia internazionale, rimane sulla carta. La Corte penale internazionale è stata varata il 17 luglio del 1998 a Roma con l’approvazione del suo statuto nel corso di una conferenza dell’Onu. Fino ad oggi i paesi che hanno sottoscritto lo statuto sono 139 ma lo hanno ratificato solo circa 50 Stati, mentre per l’entrata in funzione del nuovo tribunale occorre la ratifica di 60 Stati. Mentre i 15 paesi dell’Unione Europea sono favorevoli all’istituzione della Corte, gli Stati Uniti si sono opposti, poiché non accettano che un loro cittadino possa essere incriminato e processato da giudici non americani2.
Finora i tribunali internazionali sono nati e hanno funzionato solo a guerre e conflitti armati arrivati a conclusione e sono stati costituiti dai vincitori per giudicare e condannare i vinti. È successo così per il Tribunale di Norimberga contro i criminali nazisti e anche recentemente per il serbo Milosevic, mentre per il genocidio in Congo l’attivazione del tribunale dell’Aja non si deve alla volontà di una delle parti.
La strada per la formazione di organismi di polizia e di giustizia internazionali è ancora lunga ma è evidente che gli Stati Uniti per primi non intendono collaborare, anzi fanno di tutto per boicottare le iniziative in cantiere.
L’attuale vuoto di diritto si può colmare solo se c’è la volontà politica di rifondare il patto internazionale di convivenza, dando vita a una sfera pubblica del mondo, ridefinendo soggetti, compiti e prerogative delle Nazioni Unite, attualmente ridotte al ruolo di redattrici di risoluzioni prive di qualsiasi efficacia o di distributrici di aiuti.
Nel secondo dopoguerra “l’Onu nacque da un “mai più” nei confronti della guerra e dei fascismi”, oggi si dovrebbe dire un “mai più” al terrorismo globale e ai crimini contro l’umanità, avviando “il progetto di un ordine internazionale fondato sulla globalizzazione non più solo dei mercati e dell’economia, ma anche della politica, della sicurezza, del diritto e dei diritti” (Ferrajoli 2001).
Questo progetto, più che a un governo mondiale sulla base di una democrazia rappresentativa a livello planetario (prospettiva alquanto improbabile), dovrebbe mirare a globalizzare una funzione di garanzia, imponendo vincoli ai poteri politici degli Stati e ai poteri economici del mercato: “la garanzia della pace e dei diritti fondamentali e perciò, in primo luogo di ciò che non è lecito fare, come la guerra e i crimini contro l’umanità e, in secondo luogo, di ciò che non è lecito non fare, come le prestazioni necessarie ad assicurare i minimi vitali” (ivi). Queste due funzioni potrebbero definire ed esaurire la sfera pubblica internazionale.
Se sul piano istituzionale questa prospettiva è ancora lontana, sul piano della mobilitazione dal basso negli ultimi anni si sono fatti dei significativi passi in avanti sulla strada che porta dalla protesta alla costruzione di un progetto alternativo. Lo slogan “un altro mondo è possibile” che ha caratterizzato le recenti manifestazioni, in particolare quelle di Porto Alegre, comincia a prendere corpo attraverso iniziative che coniugano l’affinamento dell’analisi e la preparazione dell’intervento concreto.
I movimenti alternativi (da quello per la pace, erede di una lunga tradizione, a quello contro la globalizzazione neoliberista ) sono movimenti compositi e variegati al loro interno e si trovano a fronteggiare una sfida difficile, che si combatte su vari fronti. Essi debbono insieme agire come gruppi di pressione sugli organismi internazionali e sugli Stati e come soggetti autonomi di un nuovo protagonismo. Sul terreno dei conflitti in atto bisognerebbe sviluppare una capacità d’intervento, con gruppi di interposizione o altri mezzi, che per essere efficace deve sapersi intrecciare con l’azione di soggetti formatisi sul territorio. Ma bisogna soprattutto imparare a mediare e a disarmare i conflitti, operando a vari livelli, da quello culturale a quello economico e politico. Solo così si può ridefinire una cooperazione internazionale che finora ha agito, solo o prevalentemente, da ammortizzatore dei danni prodotti dai conflitti militari e dalle politiche neoliberiste.

Note

1 Nello scritto di Lutero, intitolato Von den Juden, si legge: “Perciò sappi, caro cristiano, e non avere dubbi a riguardo, che, subito dopo il diavolo, tu non hai nemico più acre, più velenoso, più acceso di un vero ebreo”. Gli ebrei sono “cani sanguinari e assassini dell’intera Cristianità” e i cristiani sono “colpevoli di non averli uccisi”. Le citazioni sono tratte da Taradel 2002, pp. 143 ss.
Durante il pontificato di Giovanni XXIII fu eliminata dalla liturgia del venerdì santo la preghiera Pro perfidis Judaeis e nei lavori conciliari fu inserito lo schema sulle relazioni della chiesa con il popolo ebraico che portò alla dichiarazione conciliare Nostra aetate. I tre patriarchi orientali, il siriano Tappuoni, il melchita Maximos IV e il copto Stefano I, si opposero all’abolizione dell’accusa di deicidio rivolta contro gli ebrei (Codovini 2002, p. 140).
2 Successivamente sarà raggiunto il numero di 60 Stati, anche gli Stati Uniti firmeranno lo statuto della Corte di giustizia internazionale, ma ben presto ritireranno la firma.

Riferimenti bibliografici

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Febbraio-marzo 2002