Umberto Santino

I Fasci siciliani raccontati ai nipoti

Per capire il presente, e operarvi consapevolmente e proficuamente, è necessario sapere da dove veniamo, conoscere la storia che è alle nostre spalle e ha prodotto la società in cui viviamo.
Purtroppo la scuola, che dovrebbe avere questo compito, spesso si limita a trasmettere una serie di nozioni e tralascia, o emargina, eventi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia della Sicilia e dell’intero Paese. Tra questi eventi certamente ci sono i Fasci siciliani, ci sono le lotte contadine che si scontrarono con la violenza mafiosa e il potere costituito. Una lunga stagione che non può essere dimenticata e neppure limitata a rituali episodici e a ricostruzioni affrettate, mitizzanti o riduttive. In questo scritto parliamo dei Fasci siciliani della fine dell’Ottocento che suscitarono interesse e attenzione a livello nazionale e internazionale, sono stati temi di studi importanti, da tempo introvabili, ma da gran parte dei giovani sono ignorati. Qui diamo alcune informazioni essenziali che potranno servire come base per studi e approfondimenti come è già avvenuto in alcune scuole e ci auguriamo che avvenga in tutte le scuole, non solo della Sicilia.


Cosa furono i Fasci siciliani

Dal 1891 ai primi giorni del 1894 in Sicilia si sviluppò un grande movimento popolare, che si denominò Fasci dei Lavoratori (un dirigente così spiegava questo nome: “un bastone tutti lo rompono, ma un fascio di bastoni chi lo rompe?”), a cui parteciparono alcune centinaia di migliaia di persone (da 300 a 400 mila, su una popolazione di 3 milioni e 300 mila). Protagonisti di questo movimento furono contadini e operai, ma vi parteciparono anche artigiani, insegnanti, professionisti. I contadini, tra cui c’erano i braccianti, lavoratori a giornata pagati con salari miseri, e i mezzadri, cioè affittuari di piccole porzioni di terra dei grandi latifondi, a cui toccava una piccola parte dei raccolti, chiedevano i contratti di lavoro, miglioramenti salariali, le otto ore lavorative (allora si lavorava da suli a suli, cioè dall’alba al tramonto e i lavoratori, abitanti nei borghi rurali dovevano fare chilometri di strada a piedi o sugli animali per recarsi sui luoghi di lavoro), una più equa ripartizione dei prodotti. Accanto ad essi c’erano contadini poveri e piccoli proprietari.

Gli operai erano allora soprattutto edili e zolfatai. A Palermo c’era una certa realtà industriale, rappresentata dalla Fonderia Oretea, con alcune centinaia di lavoratori. Molte donne (189.000) erano occupate nel settore tessile. Gli operai chiedevano le otto ore, miglioramenti salariali e delle condizioni di lavoro. Gli artigiani (calzolai, murifabbri, falegnami) cercarono di costituire cooperative di produzione e lavoro e i fornai riuscirono a costituire i forni cooperativi per produrre il pane e venderlo a un prezzo inferiore a quello di mercato.
I partecipanti ai Fasci chiedevano il diritto al voto e la partecipazione all’amministrazione comunale: allora votavano solo coloro che avevano un titolo di studio e un certo reddito. Quando si costituì lo Stato unitario (1861) il diritto al voto era concesso solo all’1,9 per cento della popolazione: quindi su una popolazione di 22 milioni potevano votare solo meno di 400 mila persone.
Il contesto in cui sorgono i Fasci è dominato dalla crisi economica che interessa le principali produzioni dell’isola: il vino, gli agrumi, lo zolfo. Particolarmente colpite sono le classi popolari che vedono peggiorate le loro condizioni di vita e reagiscono dandosi un’organizzazione autonoma, diversa dalle società di mutuo soccorso, sviluppatesi nel decennio 1880-1890, subalterne al padronato e alle forze moderate.
Ciò non poteva non destare la preoccupazione dei proprietari terrieri, del padronato e dei conservatori e nel contempo suscitare l’attenzione dei dirigenti del movimento operaio nazionale e internazionale, da Antonio Labriola, allora il maggiore studioso italiano di ispirazione marxista, a Filippo Turati, segretario del nascente Partito socialista dei Lavoratori Italiani (formatosi nel 1892), a Friedrich Engels che assieme a Karl Marx aveva elaborato i principi fondamentali del socialismo.


Fasci socialisti e fasci spuri

Gran parte dei Fasci faceva esplicito riferimento negli statuti al socialismo e i soci potevano essere solo lavoratori dipendenti. Qualche esempio:

Art. 4 dello statuto del Fascio di Catania, del 1891:
Vi possono far parte tutti i lavoratori, cioè tutti coloro che lavorano con il braccio e la mente, per vivere.

Art. 2 dello statuto del Fascio di Misilmeri, del 1892:
Possono farvi parte tutti coloro che lavorano, qualunque sia il genere di lavoro. Sono esclusi coloro che sfruttano gli altri, tenendoli alla propria dipendenza.

Art. 6 dello statuto del Fascio di Trapani, del 1892:
Il Fascio si compone di lavoratori salariati e lavoratori liberi, di qualsiasi arte e mestiere, d’ambo i sessi, dell’età dai 14 ai 55 anni. Ogni lavoratore deve dar prova di vivere del frutto del proprio lavoro e sotto la dipendenza di padroni o capitalisti, o di non aver sotto di sé altri lavoratori.
Lo statuto del Fascio trapanese conteneva una premessa programmatica che riprendeva il programma del Partito Socialista.

Art. 2 dello statuto del Fascio di Piana dei Greci (ora Piana degli Albanesi), del 1893:
Il Fascio si compone di operai di ogni arte e mestiere, di ambo i sessi e d’ogni età, purché provino di vivere col frutto del proprio lavoro e alla dipendenza di padroni, capitalisti, ecc.
Non è considerato operaio colui che ha sotto la sua dipendenza uno o più lavoranti.
Anche lo Statuto del Fascio di Piana riprendeva il programma del Partito Socialista.

Accanto ai Fasci di ispirazione socialista si formarono i cosiddetti “fasci spuri”, espressione di contrasti locali e risulta che due fasci erano organizzati da mafiosi: la mafia ha sempre cercato di cavalcare la protesta popolare e molti dei sindacalisti assassinati successivamente sono caduti perché si opponevano all’ingresso di mafiosi nelle organizzazioni sindacali e nelle cooperative.


L’organizzazione dei Fasci

Secondo varie fonti il numero dei Fasci varia da 144 a 175 e nel momento in cui fu decretato il loro scioglimento (3 gennaio 1894) erano in gestazione altri Fasci. Essi erano presenti in tutta la Sicilia, con il maggior numero nelle province di Palermo, Agrigento e Catania.

I Fasci erano organizzati per sezioni di arti e mestieri, sull’esempio della Camera di lavoro di Parigi (così dice uno dei dirigenti, il giovane Rosario Garibaldi Bosco), se c’era un minino di dieci soci con la stessa professione, altrimenti si formavano delle sezioni miste. Ogni dieci soci c’era un dirigente, chiamato decurione. Le cariche erano gratuite, le riunioni dell’organo direttivo settimanali. Alla testa dei gruppi dirigenti troviamo insegnanti elementari, contadini, artigiani. Tra i dirigenti più noti: Rosario Garibaldi Bosco di Palermo, Bernardino Verro di Corleone, Nicola Barbato di Piana dei Greci, Giuseppe De Felice di Catania, Giacomo Montalto di Trapani.
I Fasci con la loro organizzazione costituivano una presenza capillare nei rioni delle grandi città, operando come un presidio sul territorio, alternativo alla signoria territoriale esercitata dai gruppi mafiosi.
Essi si reggevano sull’autofinanziamento, con le quote sociali, le sottoscrizioni e i contributi di finanziatori esterni. Ci furono anche sottoscrizioni nazionali ed europee e in occasione di scioperi dalle campagne arrivavano provviste di frumento. Una delle modalità d’azione e di propaganda erano le passeggiate: i soci dei Fasci andavano in massa in un paese vicino, con il gonfalone e con la fanfara, attraversavano il centro del paese e spingevano alla costituzione di nuovi Fasci.
Una “commissione dei fratelli” aveva compiti di controllo e di educazione: i suoi membri andavano in giro per le osterie e raccomandavano ai “fratelli” (cosi si chiamavano tra loro i soci dei Fasci), di non ubriacarsi e di comportarsi bene.
I Fasci erano a metà strada tra sindacato, cioè organizzazione di lavoratori con finalità e obiettivi specifici delle varie categorie, che organizzavano manifestazioni e scioperi, e partito politico, con compiti più ampi che miravano alla formazione dei soci e più in generale dei cittadini e alla partecipazione alla vita politica e amministrativa con proprie liste elettorali. A tal fine venivano organizzate conferenze, feste e rappresentazioni teatrali con testi scritti dagli stessi soci. Di alcuni di essi sono rimasti i titoli e una sintesi della trama. Per esempio un monologo, scritto da uno dei dirigenti, Rosario Garibaldi Bosco, intitolato , rappresentava la strage di contadini del 20 gennaio 1893. E nelle sedi dei Fasci, spesso poverissime, i soci analfabeti imparavano a leggere e a scrivere.


Le donne e i ragazzi

Ai Fasci erano iscritte anche le donne (che avranno il diritto di voto solo nel 1946) e in alcuni paesi, per esempio a Piana dei Greci e a Parco (oggi Altofonte), si costituirono Fasci di sole donne. A Piana, su una popolazione di circa 9.000 abitanti, iscritti al Fascio erano 2.500 uomini e circa 1.000 donne. Essendo quasi tutte analfabete la prima attività delle donne era imparare a leggere e a scrivere. Anche i ragazzi partecipavano alle attività dei Fasci e si costituirono delle sezioni: per esempio a Modica c’era una sezione di “Figli del Fascio”; a San Giuseppe Jato c’era un piccolo Fascio di ragazzi da 7 a 12 anni con un locale separato. A Grotte un ragazzo di 12 anni venne arrestato perché parlava di socialismo ai suoi coetanei pubblicamente.

Smentendo lo stereotipo che voleva le donne siciliane recluse in casa, esse ebbero un ruolo attivo come organizzatrici e agitatrici. A Partinico venti donne parlano ai soldati delle misere condizioni delle loro famiglie e li convincono a schierarsi dalla loro parte. I soldati saranno trasferiti. A Piana una donna portabandiera affronta i soldati con le armi spianate: “Avreste il coraggio di tirare contro di noi?”. I soldati abbassano le armi. A Villafrati, durante uno sciopero, dieci donne vanno nei campi e tolgono le zappe ai contadini succubi dei padroni. A Milocca (oggi Milena) i membri del consiglio direttivo del Fascio, vengono imprigionati, 500 donne assaltano la caserma dei carabinieri, liberano i prigionieri e si impadroniscono delle armi. Le portano in giro per il paese e portano sulle loro braccia un carabiniere che si era mostrato umano e rispettoso verso di loro. In seguito alcune di esse saranno processate e condannate.
A Piana accade qualcosa che desta preoccupazione tra le autorità. I preti sono contro il Fascio, le donne vanno a confessarsi e i preti dicono loro che i socialisti sono scomunicati; rispondono che sbagliano, che Gesù era un vero socialista, mentre ci sono preti che fanno gli usurai, e per la festa del Corpus Domini disertano la processione. Una sorta di sciopero della religione. Il prefetto di Palermo scrive al ministro dell’Interno: “La donna contadina dimentica il suo tradizionale pudore e la sua missione, prendendo parte all’attuale lotta di classe… mostrandosi disposta a scendere essa pure nel campo dell’azione”. Per queste donne, che si possono considerare delle protofemministe, il Fascio non è solo un’organizzazione politica e di mobilitazione sociale, ma un luogo di nuova socializzazione e di educazione alternativa, una palestra di libertà e un progetto di cambiamento.


I Fasci, la mafia e i piccoli delinquenti. Il tentativo di criminalizzazione

Scriveva il questore di Palermo Lucchesi il 9 gennaio 1994, poco dopo lo scioglimento dei Fasci: “I Fasci erano composti per 2/3 di povera gente e per 1/3 di delinquenti”. Le parole del questore si spiegano con il tentativo, non riuscito, di criminalizzare i Fasci, operato dal capo del Governo Giovanni Giolitti. Con una sua circolare ai prefetti del giugno 1893 Giolitti ordinò di procedere a una schedatura dei soci dei Fasci e di inviare al ministero l’elenco dei soci pregiudicati. È la prima schedatura di massa dello Stato italiano. Nel settembre dello stesso anno, venne inviato in Sicilia il direttore generale di pubblica sicurezza Giuseppe Sensales, che redasse una relazione, da cui risultava che qualche migliaio di soci aveva precedenti penali, quasi tutti insignificanti, come contravvenzioni alla legge di pubblica sicurezza, per aver partecipato a scioperi e manifestazioni. Sensales parlava di “pericolosità sociale” e della preoccupazione dei proprietari, ma “pericolosa” non era l’attività che svolgevano ma la stessa esistenza dei Fasci, considerati una violazione dell’ordine costituito.

Tolti i due casi di cui abbiamo parlato, ai Fasci non erano iscritti campieri e altri mafiosi che restarono al servizio dei proprietari terrieri; c’erano piccoli delinquenti e ammoniti e questo rientrava nella strategia dei Fasci che si proponevano il loro recupero sociale.
A chi chiedeva del perché di questa scelta, come per esempio Napoleone Colajanni, intellettuale, docente universitario e parlamentare, la risposta era:

…dunque non si dovranno mai riabilitare? E perché si meravigliano di qualche ammonito che è nei Fasci se hanno mandato Tanlongo in Senato e tanti ladri del pubblico denaro in Parlamento? E perché desta tanto scandalo un disgraziato che violò la legge per miseria o per ignoranza e viene da noi paternamente accolto, mentre si trova regolarissimo che il Barone Tizio sia sindaco, sebbene abbia passato qualche anno in carcere sotto gravissima accusa; e il Conte Filano tenga ai suoi ordini, come bravi, i peggiori mafiosi dell’isola?

Bernardo Tanlongo era il governatore della Banca romana accusato per frodi bancarie e per finanziamenti ai politici per le loro campagne elettorali (lo scandalo scoppiò in seguito alle denuncie di Napoleone Colajanni ) e i casi di nobili che avevano al loro servizio dei mafiosi erano abbastanza noti e accettati come un fatto normale.
Anche al giornalista Adolfo Rossi, che venne in Sicilia per un’inchiesta sui Fasci, e chiede ai soci del Fascio di Piana se ci sono pregiudicati tra gli iscritti, questi rispondono.

Si, ma non sono che tre o quattro su qualche migliaio di soci. E noi li abbiamo accettati per migliorarli, perché se hanno rubato qualche po’ di grano lo hanno fatto unicamente perché spinti dalla miseria. Il nostro presidente [Nicola Barbato] ci ha detto che lo scopo dei Fasci è di dare agli uomini tutte le condizioni per non delinquere. In mezzo a noi i pochi pregiudicati sentono di appartenere ancora alla famiglia umana, ci sono riconoscenti di averli accettati come fratelli malgrado le loro colpe e faranno di tutto per non commetterne più. Se fossero cacciati anche dal popolo, commetterebbero altri delitti. La società dovrebbe anzi ringraziarci se li ammettiamo nei Fasci. Noi siamo per il perdono, come Cristo.

I Fasci si erano posti il problema della mafia e negli statuti di alcuni di essi si fa espresso divieto di affiliazione dei mafiosi. Un esempio: l’art. 4 dello statuto del Fascio di Santo Stefano Quisquina prescriveva:

È vietato essere soci: a) a tutti coloro che hanno tradito lo scopo del Fascio, insinuando voci maligne fra il popolo, o che si siano resi in qualsiasi modo indegni della pubblica stima, o che sono conosciuti come vagabondi, mafiosi ed uomini di mal’affare.

Quel che risulta con certezza è che negli anni delle lotte dei Fasci ci fu una diminuzione dei delitti. in particolare a Corleone, capitale della mafia e delle lotte contro di essa.


“Fare come in Sicilia”

A sostegno dei Fasci siciliani sorsero in poco tempo dei Fasci in altre città e regioni d’Italia, in Calabria, in Puglia, in Campania, a Napoli, Roma, Bologna, Venezia e altre città. Sono stati individuati al di fuori della Sicilia circa 80 Fasci con 50.000 associati. Questi Fasci non solo solidarizzavano con quelli siciliani ma si proponevano di “fare come in Sicilia” , cioè di sviluppare un’azione collegata con i bisogni e le aspirazioni locali

Sorsero Fasci anche all’estero, per esempio a Nizza, in Francia, e a New York.


La strage di Caltavuturo

Il 20 gennaio 1893, a Caltavuturo, in provincia di Palermo, nel corso di una manifestazione dei contadini per il recupero delle terre comuni, usurpate da borghesi, tra cui il segretario comunale, soldati e carabinieri spararono su 500 contadini che manifestavano sotto il comune e chiedevano un incontro con il sindaco. Si affacciò un segretario che gridò sprezzantemente “Picciotti, chi c’è carnivalata”. I manifestanti si stavano allontanando e si trovarono di fronte le forze dell’ordine schierate con le baionette in canna. Cominciarono a sparare senza preavviso. Risulta che a dare inizio alla sparatoria fu una guardia municipale. Ci furono 13 morti e molti feriti. I morti furono lasciati sulla strada fino a notte, in pasto ai cani, e non fu permesso soccorrere i feriti.

A Caltavuturo non si era ancora formato un Fascio, la manifestazione era stata organizzata da una Società operaia, e la strage destò una grande emozione a livello nazionale. Qualche giorno dopo il deputato Colajanni presentò un’interpellanza al ministro dell’Interno denunciando le condizioni di vita dei contadini siciliani e le violenze e gli abusi dei proprietari e in una riunione presso il Fascio di Palermo parlò della miseria dei lavoratori e dello spreco di denaro pubblico, citando il caso del Teatro Massimo in costruzione, e invitò gli operai a unirsi ai contadini.
Il Fascio di Palermo lanciò una sottoscrizione e si svolsero manifestazioni di solidarietà. Il 23 aprile la somma raccolta fu consegnata ai familiari delle vittime di Caltavuturo e i dirigenti dei Fasci Bosco, Verro e Barbato vi tennero un comizio, più volte interrotto dal delegato di PS, che denunciò i manifestanti che lo avevano accolto al grido: “Viva il socialismo”, “Viva la rivoluzione”.
Ci fu un’inchiesta sull’eccidio, fu sciolta l’amministrazione comunale, venne accertato che il segretario e altri impiegati municipali coltivavano abusivamente le terre demaniali, ma il segretario comunale successivamente fu reintegrato nell’incarico. Alcuni anni dopo le terre venero lottizzate e distribuite ai contadini.


Il congresso regionale a palazzo Cefalà, il congresso di Grotte, i patti di Corleone

Il 1893 è l’anno di maggiore attività nella breve vicenda dei Fasci. Il 22 maggio, a Palermo, nel palazzo Cefalà, in Via Alloro 97, sede del Fascio di Palermo, si tenne il congresso regionale, con la partecipazione di 500 delegati di circa 90 Fasci e alla manifestazione inaugurale erano presenti non meno di 4.500 persone.

Il congresso elesse un comitato centrale composto da 9 membri: Giacomo Montalto per la provincia di Trapani, Nicola Petrina per la provincia di Messina, Giuseppe De Felice Giuffrida per la provincia di Catania, Luigi Leone per la provincia di Siracusa, Antonio Licata per la provincia di Girgenti (Agrigento) , Agostino Lo Piano per la provincia di Caltanissetta, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro per la provincia di Palermo. Compito del comitato: coordinare le società esistenti e stimolare la costituzione di nuove società. Al congresso erano rappresentati i Fasci dei paesi della campagna siciliana e quelli delle città e De Felice auspicava: “Fate o fratelli che io possa dire: la Sicilia è unita, la città e la campagna si sono data la mano”.
Il 31 luglio a Corleone si svolse un congresso che deliberò i “Patti di Corleone” e nei primi di agosto furono arrestati Bernardino Verro, dirigente del Fascio di Corleone, e Giacomo Luciano, presidente del Fascio di Palazzo Adriano. Gli arresti fecero divampare un sciopero agrario che durò da agosto a novembre e coinvolse più di 50.000 persone. I Patti di Corleone anticipano di un decennio il movimento per la riforma dei patti agrari in Italia e costituiscono l’atto di nascita del moderno sindacalismo contadino. Essi stabilivano che i contadini fissavano in modo autonomo le condizioni del contratto e in caso di rifiuto della controparte prevedevano il ricorso allo sciopero. Lo sciopero fu diretto dai socialisti e fu un grande esempio di democrazia sindacale: i contadini si riunivano per elaborare le richieste e tornavano a riunirsi per esaminare gli accordi con il padronato. Corleone fu il centro delle lotte e la roccaforte della resistenza degli agrari, i quali non volevano riconoscere i Fasci, ma il fronte agrario finì con lo sgretolarsi e furono sottoscritti molti accordi locali. Una vittoria per i contadini in lotta.
Nell’ottobre del 1893 si tenne a Grotte, in provincia di Agrigento, il congresso minerario, con la partecipazione di circa 1.500 fra minatori e piccoli produttori. Gli operai chiedevano che fosse elevata a 14 anni l’età minima per lavorare in miniera, per porre fine al lavoro dei bambini (i carusi), la diminuzione dell’orario di lavoro, la fissazione di un salario minimo e l’abolizione delle botteghe in cui erano obbligati a rifornirsi di alimenti. I piccoli produttori, sfruttati dai grossi concessionari delle zolfare, chiedevano l’istituzione di magazzini generali per sfuggire alla “spoliazione usuraria alla quale erano soggetti per il trasporto e il magazzinaggio dello zolfo”. Non ci fu tempo di organizzare il movimento dei minatori perchè pochi mesi dopo i Fasci venero sciolti.


La mobilitazione contro le tasse e i massacri

Giolitti aveva tentato di criminalizzare il movimento, non ci era riuscito, aveva fatto arrestare dirigenti e militanti ( a ottobre ci furono 800 arresti) escludendo però l’uso della forza.

Caduto il suo governo, presidente del consiglio è Francesco Crispi, protagonista del Risorgimento, ispiratore della spedizione dei Mille, e ora legato ai grandi agrari che non tollerano l’espansione e i successi del movimento.
I Fasci, con molti dirigenti arrestati e una direzione divisa sul da farsi, danno vita assieme ad altri a manifestazioni contro le tasse comunali, storicamente inique, a svantaggio delle classi popolari e a favore delle benestanti. E le manifestazioni, anche per l’opera di provocatori, fanno presto a trasformarsi in tumulti, con l’occupazione dei municipi, l’incendio delle carte e dei casotti daziari. Il governo invia l’esercito, l’ordine è di sparare sulla folla ed è un susseguirsi di massacri: in breve tempo, dalla fine del 1893 ai primi giorni del 1894, ci sono 92 morti tra i popolani e muore un solo soldato. Sommando i 16 morti precedenti, quelli della strage di Caltavuturo e i caduti in altre circostanze, ci furono, dal gennaio 1893 al gennaio 1894, 108 morti. I massacri più sanguinosi a Giardinello (10 dicembre, 11 morti), a Lercara (25 dicembre, Natale, 7 morti), a Pietraperzia (primo gennaio, 8 morti), a Gibellina (2 gennaio, 20 morti), a Marineo (3 gennaio, 18 morti), a Santa Caterina Villarmosa (5 gennaio, 13 morti). A volte si sparò senza i regolari squilli di tromba e a sparare, prima o assieme ai soldati, furono i campieri dei mafiosi.
Il 3 gennaio Crispi decreta lo stato d’assedio, lo scioglimento dei Fasci e l’arresti dei dirigenti. Il generale Roberto Morra di Lavriano viene nominato commissario straordinario per la Sicilia. Lo stesso 3 gennaio a Palermo si riunisce il comitato centrale dei Fasci che rivolge un appello in cui si denunciano le repressioni brutali e si fanno alcune richieste al governo, tra cui l’abolizione del dazio sulle farine, un’inchiesta sulle amministrazioni locali, la legalizzazione dei patti agrari e delle deliberazioni del congresso di Grotte, la costituzione di collettività agricole e industriali, il salario minimo. Ma ormai la situazione è precipitata e i dirigenti arrestati saranno giudicati da tribunali di guerra. I vescovi siciliani tuonano contro gli “istigatori malvagi” e le “ree dottrine”, condannano socialisti e massoni, anche il vescovo di Caltanissetta, che prima aveva mostrato di comprendere le “ragioni del malcontento”, adesso si unisce al coro e il cardinale di Palermo, Celesia, condanna i “mestatori anarchici e socialisti”. Il generale Morra di Lavriano, ai cui ordini sono più di 56.000 uomini che hanno effettuato arresti in massa, e ha organizzato una manifestazione in cui premia i soldati che hanno sparato sui manifestanti, va al palazzo arcivescovile per ringraziarlo.


I processi e le condanne

I tribunali di guerra erano palesemente illegittimi, poiché lo Statuto albertino, la costituzione dell’epoca, prescriveva che non si poteva derogare all’organizzazione giudiziaria ordinaria se non con una legge. Invece essi vengono istituiti dal generale Morra di Lavriano in base a un decreto regio, mentre occorreva un voto del parlamento.

Nei vari processi che si accavallano nei primi mesi del 1994 (il 7 marzo comincia il processo di Trapani per il massacro di Giardinello, il 10 marzo per i fatti di Lercara, il 26 marzo per i fatti di Marineo, il 7 aprile il processo di Palermo a undici dirigenti) gli imputati sono accusati di cospirazione contro i poteri dello Stato, di eccitamento alla guerra civile, alla devastazione, strage e saccheggi.
L’accusa che nei Fasci ci fossero pregiudicati e delinquenti viene ribadita nel processo di Palermo dall’avvocato fiscale e gli imputati la respingono e ridicolizzano. De Felice prende per buone le cifre che vengono fornite, fa il rapporto con il numero dei soci dei Fasci secondo le fonti ufficiali, quindi facendo la proporzione tra il numero dei deplorati (indagati) della Camera dei deputati e il numero dei parlamentari, ricava che tra i lavoratori la moralità era quindici volte maggiore che tra i deputati. Commenta Colajanni:

E il confronto sarebbe riuscito più concludente in favore dei Fasci se posto tra questi e i commendatori e i cavalieri del regno d’Italia; con questa differenza che i delinquenti operai per piccoli reati vanno in galera, i commendatori delinquenti vanno fino in Senato.

Il delegato di PS di Piana dei Greci definisce i dirigenti dei Fasci dei sobillatori, un difensore gli chiede da cosa lo arguiva e il delegato risponde che su ordine di Barbato i soci dei Fasci si erano fatti crescere i baffi (allora li portavano solo i nobili e i borghesi).
Interviene Barbato e così sintetizza la sua attività:

Non predicavo amore, ma non predicavo odio. Educavo. Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno, è del sistema […]. Certo, la nostra propaganda è energica, fa rialzare la testa. I contadini si lasciano crescere i baffi, dice il delegato. È vero. Essi hanno acquistato la coscienza di essere uomini. Non domandano più l’elemosina. Chieggono ciò che è diritto. La menzogna è svanita, è svanita la loro viltà: con la nostra propaganda si innalzano. Non si appostano più per uccidere il padrone a tradimento: lo guardano negli occhi e domandano colla forza del diritto. E scioperano.

Non è il lavoro di routine di un sindacalista o di un capopartito, è la missione di un apostolo. E nei processi la personalità dei dirigenti dei Fasci si rivela per intera, suscitando l’ammirazione anche dei militari che li giudicano.
I capi dei Fasci sono accusati di complotto contro lo Stato, al soldo di nazioni straniere. Le “prove” che vengono portate sono ridicole, come il cosiddetto “trattato di Bisacquino”: i dirigenti dei Fasci nell’ottobre del 1893, in quel comune in provincia di Girgenti, avrebbero sottoscritto un trattato con la Francia e la Russia per dividere la Sicilia dall’Italia. Il delegato di Bisacquino nel processo sostiene che ha “la certezza metafisica” dell’esistenza del trattato, evidentemente inesistente. Nel febbraio-marzo sempre del 1894, nel corso di un dibattito parlamentare sui Fasci, Crispi, per sostenere la tesi del complotto, cita un manifesto in cui i soci dei Fasci, “figli del Vespro”, venivano esortati alla rivolta. Il deputato socialista Prampolini chiede. “È firmato?”. Crispi risponde “È firmatissimo”. Non c’era nessuna firma e il proclama era stato scritto da un vice cancelliere di pretura di Petralia Soprana e inviato al marito di una donna, di cui era innamorato, per metterlo nei guai. Questa sarebbe stata la prova provata del complotto internazionale.
I difensori degli imputati non potevano essere degli avvocati, erano ufficiali dell’esercito. Ma essi ben presto si accorgono di non aver a che fare con delinquenti e De Felice alla fine del processo di Palermo li ringrazia a nome di tutti gli imputati:

Essi che accettarono titubanti le nostre difese perché ci credettero per un momento colpevoli, li avete sentiti, hanno col maggiore entusiasmo sostenuta la nostra difesa perché ci sanno innocenti. Essi dubitarono della nostra fede, noi non dubitammo mai della loro lealtà, vennero sconosciuti al carcere, uscirono fratelli nostri.

Le condanne, sia nel processo di Palermo che negli altri processi furono pesantissime: De Felice fu condannato a 18 anni di carcere, Verro a 16, e nel processo per i fatti di Lercara aveva riportato un’altra condanna a 16 anni, Bosco e Barbato a 12, Montalto a 10, gli altri a pene minori.
Non ci furono solo i tribunali militari, anche la magistratura ordinaria fece la sua parte e furono arrestate e inviate a domicilio coatto 1.962 persone.
La solidarietà nei confronti dei condannati fu forte e concreta: alle elezioni politiche del 1895 De Felice fu eletto deputato (elezione annullata e ripetuta per due volte) a Catania e a Roma, Barbato a Milano e a Cesena, Bosco a Palermo. I socialisti in Sicilia triplicarono i voti. E il nuovo presidente del Consiglio, il palermitano Antonio Di Rudinì, concesse l’amnistia, a condizione che non ricostruissero il movimento.
Negli anni successivi ci fu un grande flusso migratorio: in poco più di un decennio lasciarono la Sicilia circa 560.000 persone e le partenze continuarono fino a toccare il milione su una popolazione di circa 3 milioni e mezzo.
Le lotte contadine riprenderanno negli anni precedenti e successivi alla prima guerra mondiale e nel secondo dopoguerra. Dai Fasci siciliani alle lotte degli anni ’40 e ’50 del ‘900 esse costituiscono il più grande movimento di massa impegnato in una lotta di liberazione dalla mafia e dai suoi complici che continua fino ai nostri giorni.

 

Bibliografia sui Fasci siciliani, in ordine cronologico

Adolfo Rossi, L’agitazione in Sicilia, Edizioni La Zisa, Palermo 1988 (edizione originaria 1894).
Napoleone Colajanni, Gli avvenimenti in Sicilia e le loro cause, Sandron, Palermo 1896; Nel regno della mafia, Ila Palma, Palermo 1971, Rizzoli, Milano 2013 (edizione originaria 1900).
Giuseppe De Felice Giuffrida, Maffia e delinquenza in Sicilia, Boemi, Catania 1999 (edizione originaria 1900).
Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani, in Tutti i romanzi, Mondadori, Milano 1957 (edizione originaria 1913).
Benedetto Croce, Storia d’Italia, Laterza, Bari 1943.
Renato Marsilio, I Fasci Siciliani, Edizioni Avanti!, Cremona 1954.
Salvatore Francesco Romano, Storia dei Fasci siciliani, Laterza, Bari 1959.
Gaetano Salvemini, Movimento socialista e questione meridionale, Feltrinelli, Milano 1968.
Autori Vari, I Fasci siciliani, primo volume, De Donato, Bari 1975; secondo volume, De Donato, Bari 1976.
Francesco Renda, I Fasci siciliani 1892-94, Einaudi, Torino 1977.
Massimo Ganci, I Fasci dei Lavoratori, Salvatore Sciascia, Caltanissetta – Roma 1977.
Giuseppe Casarrubea, I Fasci contadini e le origini delle sezioni socialiste della provincia di Palermo, 2 volumi, Flaccovio, Palermo 1978.
Enzo Barnabà, I Fasci siciliani a Valguarnera, Teti editore, Milano 1981.
Antonio Di Sclafani – Ciro Spataro, I moti dei fasci dei lavoratori e il massacro di Marineo, Ila Palma, Palermo 1987.
Giuseppe Mavaro, Lercara 1893. Natale di sangue, Kefagrafica – Lo Giudice, Palermo 1993.
Gregorio Castiglia – Giuseppe Muscarella, La borghesia agraria nell’800 a Caltavuturo, Palermo 1993.
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Per i Fasci ci sono almeno tre ragioni, e tutte di fondo, che consentono di sostenere che essi, in gran parte, sono a pieno titolo il primo esempio di lotta organizzata contro la mafia:

1) i Fasci furono un movimento per la riforma dei rapporti di lavoro e per il rinnovamento delle amministrazione locali e si scontrarono duramente con un assetto di potere di cui la mafia era parte non secondaria;
2) i Fasci si posero coscientemente il problema della mafia, anche come risposta alle accuse di essere associazioni di malfattori, escludendo nei loro statuti mafiosi e criminali, accettando solo piccoli pregiudicati in un’ottica di recupero sociale;
3) il movimento dei Fasci fu stroncato sanguinosamente per l’azione congiunta delle istituzioni e della mafia.. La repressione si spiega con il fatto che i Fasci furono in realtà, e nella percezione degli strati conservatori, un atto di ribellione, di lesa maestà nei confronti del potere istituzionale e della signoria territoriale degli agrari e dei mafiosi e pertanto meritevoli della sanzione più dura: l’uccisione di molti militanti, lo scioglimento delle organizzazioni, il processo e la punizione per i dirigenti.

Il testo è stato pubblicato in Angelo Ficarra (a cura di), Dai Faci siciliani alla Resistenza, Quaderni dell’ANPI, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2014, pp. 33-50.