Umberto Santino

Al Congresso nazionale dei geografi per la prima volta si parla di mafie

La settimana scorsa all’Università Roma 3 si è svolto il XXXII Congresso geografico italiano, che ha fatto registrare un’importante novità. La Società italiana dei geografi esiste da 150 anni ma è la prima volta che una sessione de lavori venga dedicata allo studio della criminalità organizzata. All’incontro hanno partecipato docenti, dottorati e dottorandi ma anche studiosi non accademici che hanno dato un importante contributo alla ricerca sulle varie forme di crimine organizzato. Si è parlato del pizzo nei quartieri di Palermo e dell’esperienza antiracket, del rapporto tra mafie e urbanistica, del coinvolgimento in attività illegali di rappresentanti della pubblica amministrazione in vari modi implicati in pratiche corruttive, dell’insediamento di clan camorristici a Roma, delle ricerche sulla criminalità in Francia, di Mafia Capitale, delle mafie al Nord, delle strategie criminali in aree della Campania, dell’evoluzione della mafia radicata nei territori originari ma aperta agli spazi offerti dai processi di globalizzazione.

Si è così delineato un quadro che nel ripercorrere il lavoro già svolto apre prospettive per l’impegno futuro. La domanda che ha animato il dibattito pone un problema di fondo: è possibile costruire una geografia delle mafie? Il che significa elaborare un’analisi facendo riferimento ai luoghi in cui sono nate e sviluppate. Ricostruire una storia e individuare le dinamiche in corso a partire dal territorio. Per limitarci alla mafia siciliana, che rimane ancor’oggi il modello di criminalità più studiato e più complesso, che si ripropone anche in contesti diversi dalla casa madre e che in qualche modo si riaffaccia anche in altre forme di crimine organizzato, che ruolo ha avuto il territorio nelle sue articolazioni: la città, nel suo centro e nelle sue periferie, le campagne, dai latifondi alle aree a coltura intensiva, i mercati, il carcere, gli uffici pubblici, i luoghi canonici in cui si esercita la signoria territoriale mafiosa e le nuove frontiere dei traffici e degli affari?

Il territorio viene visto non solo come spazio fisico, con la sua morfologia, ma luogo in cui si intrecciano le attività e le relazioni interpersonali che costituiscono il contesto favorevole allo sviluppo di organizzazioni criminali. A dire il vero questo problema se l’erano posto i criminologi di scuola positivistica, che all’interno di un’analisi multifattoriale, ponevano l’accento sul fattore ambientale, sul clima, scadendo in una visione deterministica che andava a braccetto con  un’antropologia elementare che segnava come un destino ineluttabile la vocazione criminale. Oggi si tratta di praticare una transdisciplinarietà che troppo spesso è solo predicata e l’approccio geografico, se inteso come parte di un “paradigma della complessità”, apre una prospettiva affascinante. Ovviamente un’analisi della mafia non può non essere anche analisi dell’antimafia, dalle lotte contadine, in particolare in Sicilia, alle mobilitazioni degli ultimi decenni. E anche su questo terreno i luoghi hanno un loro ruolo. Siano luoghi della memoria, a ricordate le vittime della violenza mafiosa, sottraendoli a una sorta di agiografia civile, o luoghi di aggregazione e di produzione dei beni di un’economia alternativa, ma anche laboratori di nuovi modelli di vita comunitaria. Laboratori politici.

Alla fine dell’incontro i congressisti si sono posti il problema di come continuare un lavoro appena cominciato. Se ci si muoverà sulla strada di un impegno collettivo, all’interno e all’esterno dell’accademia, un mondo da rivitalizzare con compiti che non si limitino a moltiplicare le discipline e le cattedre, il congresso dei geografi italiani, che per la prima volta ha affrontato questi problemi, può considerasi un ottimo inizio.