Umberto Santino

Il girotondo dei mafiosi

“Berlusconi pensa solo a se stesso; vogliamo l’impunità anche noi”

Le notizie sulle informative del Sisde che lanciavano l’allarme sulla possibilità di una reazione violenta della mafia alla decisione di stabilizzare il carcere duro (il 41 bis) sono del luglio scorso e già allora venivano fatti i nomi dei possibili bersagli: Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. Dopo le dichiarazioni di Bagarella (“siamo stanchi delle strumentalizzazioni dei politici”) e di altri mafiosi che attaccavano gli avvocati che prima deprecavano l’applicazione del 41 bis ma ora, diventati parlamentari, non dicevano una parola contro di esso, il Sisde aveva analizzato la posizione di sette avvocati siciliani eletti nelle ultime elezioni. Tre erano di Forza Italia: il senatore Enrico La Loggia, il capogruppo al Senato Renato Schifani e l’attuale vicepresidente della Commissione Giustizia Nino Mormino; tre di An: Antonino Battaglia, Giuseppe Bongiorno, Enzo Fragalà, e uno, Francesco Saverio Romano, dell’Udc. Potevano essere loro i destinatari del “messaggio” dei boss. I legali dei mafiosi avevano fatto promesse, preso impegni? Ovviamente sono fioccate le smentite, ma a Dell’Utri, sotto processo a Palermo per concorso in associazione mafiosa, era stata assegnata la scorta.
La “Repubblica” del 7 settembre ha pubblicato ampi stralci dei rapporti del Sisde: uno scoop solo a metà, che ha avuto come risultato una pioggia di accuse al giornale e di recriminazioni sull’ennesima fuga di notizie. Nessuno, o quasi, che si interroghi sul contenuto dei rapporti e sui possibili sviluppi.
Negli ultimi anni si è detto e ridetto che la mafia era “sommersa”, che i boss più sanguinari ormai erano definitivamente sottochiave, che Provenzano, uomo di tutte le stagioni (killer con Liggio, stragista con Riina, e ora mediatore e pacificatore), latitante da quasi 40 anni, aveva saldamente in mano le redini di Cosa nostra e aveva optato per il business rinunciando alla violenza. Poi, nel marzo di quest’anno, era arrivata la lettera di Aglieri al superprocuratore Vigna, con la richiesta di “soluzioni intelligenti e concrete” per i mafiosi in carcere, e in seguito gli “stragisti” hanno deciso di “emergere”, coniugando protesta e minaccia, avviando un’offensiva che, stando ai rapporti del Sisde, potrebbe culminare in azioni sanguinose.
L’offensiva non è fatta solo di dichiarazioni e di minacce, ma anche di manovre intese a colpire personaggi che hanno assunto un ruolo di primo piano. Farebbe parte di questo canovaccio l’attacco a Gianfranco Micciché, il reuccio siciliano tirato in ballo a proposito del giovane di belle speranze Alessandro Martello che circolava liberamente nel ministero con le bustine di cocaina. Tutto si deve a una telefonata anonima e qualcuno sussurra che fu pure una telefonata anonima che portò alla cattura di Nino Giuffrè, che avrebbe indebolito la posizione di Provenzano.
Cosa ha spinto gli stragisti detenuti ad avviare questa sorta di girotondo dell’impunità che ha come parola d’ordine: Iddu (cioè Berlusconi) pensa sulu a iddu (a se stesso) e a noi no? È solo la questione del 41 bis, riconfermato almeno per questa legislatura, o c’è dell’altro?
Il problema dei problemi è l’ergastolo e per i mafiosi condannati è un’esigenza vitale, pena la loro decadenza da capi, che si faccia di tutto per cancellare le condanne o per abolirlo definitivamente.
Ci sono due disegni di legge che i mafiosi attendono con ansia che arrivino in porto. Entrambi sono stati presentati da esponenti del Polo. Il primo porta il numero 1447 ed è stato presentato il 20 novembre del 2001 da Michele Saponara (Fi) e Mario Pepe (An). Si introduce una modifica al codice di procedura penale e in nome della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e del principio del “diritto a un processo equo”, si dispone la revisione del processo nel caso in cui l’imputato non ha potuto controinterrogare il testimone d’accusa che ha reso le dichiarazioni solo in sede istruttoria. Pepe smentisce di aver firmato quella proposta di legge e sostiene che con quel numero corre un disegno di legge, sottoscritto anche da deputati dell’opposizione e già approvato dalla Commissione Giustizia, che riguarda la revisione dei processi in seguito a condanna della Corte europea del diritti dell’uomo e che dopo le perplessità manifestate dal procuratore Grasso avrebbe presentato un emendamento che esclude i processi di mafia.
L’altra legge è l’art. 15 della cosiddetta proposta Pittelli. In soldoni: le dichiarazioni di un “pentito” devono essere confermate da “elementi di prova di diversa natura”, non dalle dichiarazioni di un altro pentito. Queste leggi darebbero un colpo mortale ai processi e alle condanne degli ultimi anni.
Si chiedono i mafiosi: perché vanno avanti speditamente provvedimenti come l’abolizione del falso in bilancio, il legittimo sospetto, cioè le leggi ad personam, a tutela di Berlusconi e dei suoi fedelissimi, e non si approvano le leggi a nostro favore?
Per Berlusconi la priorità più impellente è tirarsi fuori dai processi che lo riguardano e risolvere a suo modo il conflitto d’interesse (che i governi di centro-sinistra non seppero risolvere) e per questo è pronto a sfidare l’opinione pubblica nazionale e internazionale, mentre una legislazione smaccatamente favorevole ai mafiosi scoprirebbe un po’ troppo il gioco. Forse si pensa di poter soddisfare gli appetiti dei mafiosi picconando lo Stato di diritto, delegittimando la magistratura e rilanciando le opere pubbliche, riducendo o eliminando i controlli di legalità. Ma questo andrebbe bene per i mafiosi a piede libero, Provenzano in testa, non per i soci di Riina costretti a scontare pene definitive. E i mafiosi ergastolani non si rassegnano a fare i capri espiatori. D’altra parte il ricorso al delitto “eccellente” non è detto che sia vincente, potrebbe riportare l’emergenza e innescare reazioni come quelle degli anni ’80 e ’90, con leggi speciali in seguito cassate o attenuate.
Viviamo quindi un periodo difficile, in cui può accadere di tutto. Dell’Utri ha rinunciato alla scorta e ha fatto recitare al Parlamento europeo l‘Apologia di Socrate di Platone. Socrate sarebbe lui, mentre Meleto e gli altri accusatori del filosofo sarebbero i giudici che lo processano per mafia. Ma né lui né Previti sembrano avere la stoffa dei saggi e degli eroi. Se tra le vittime probabili della offensiva mafiosa ci sono loro è per motivi molto meno nobili. Se le parole degli agenti del Sisde corrispondono a quello che pensano e dicono i mafiosi, Dell’Utri sarebbe “un bersaglio ideale”, perché viene “percepito come mascariato, come compromesso con la mafia e quindi non difendibile a livello di opinione pubblica” e lo stesso discorso vale per Previti. Qualunque cosa succeda, l’epitaffio per i due amiconi di Berlusconi è già scritto e non potrebbe essere peggiore.

“Liberazione”, 15 settembre 2002, pag. 8, con il titolo Quei disegni di legge che i mafiosi attendono con ansia