Vincenzo Scalia

LA MAFIA AI TEMPI DEL POSTFORDISMO

1. Introduzione. – 2. Dalla borghesia mafiosa alla mafia orizzontale: le trasformazioni del modo di produzione e della politica mafiosa. – 3. Territorio e cultura: continuità e trasformazioni della mafia postfordista. – 4. La nuova organizzazione mafiosa o l’outsourcing delle economie sporche. – 5. Conclusioni.


1. Introduzione

“Lo dovresti vedere. Sembra un “gonzaghino” (allievo della scuola gesuita della Palermo-bene). Passeggia ogni pomeriggio in via Libertà. È vestito elegante, non è per niente “tascio” (pacchiano), parla un italiano perfetto, senza inflessione dialettale, non usa nemmeno una parola di palermitano, dicono anche che è laureato. Ogni volta che passa, tutti i negozianti si affrettano ad uscire dalla strada e lo salutano, e lui ricambia con un sorriso. È intelligentissimo, e non perdona nessuno, si dice che abbia fatto qualche “lavoretto”… e non ha nemmeno trent’anni, ma dovresti vedere come hanno paura di lui quelli di cinquant’anni. E gira senza guardaspalle al seguito…” [Commerciante palermitano del centro].

Cento anni di rappresentazioni del mafioso, poco più di trenta di esperienza diretta, vanno in frantumi con questa descrizione. Il mafioso pacchiano, arrogante, che a New York continua a mangiare la pasta con le sarde, come ce lo hanno descritto Scorsese e Coppola, non esiste più. Figuriamoci il mafioso agro-pastorale incarnato da Michele Greco e Totò Riina, che parla l’italiano traducendo dal siciliano e si veste ancora da guardia campestre.
Dalla metà degli anni novanta, quando la riprovazione generale sollecitò gli arresti di Riina, Bagarella e Brusca, non si sente più parlare di mafia, salvo qualche sporadica notizia relativa alla mancata cattura del presunto “boss dei boss”, Bernardo Provenzano. Se da un lato questa tendenza può essere attribuibile all’attenzione rivolta dai media ad altre “emergenze” (immigrazione, terrorismo), o al fatto che la maggioranza attuale annoveri tra le sue file la presenza di alcuni personaggi chiacchierati o addirittura sotto processo per le loro presunte aderenze mafiose, dall’altro lato è anche il frutto di una valutazione errata, arretrata, del fenomeno mafioso. Tale lettura si regge sulla convinzione che la mafia sia la stessa organizzazione verticistica degli anni ottanta, così come è stata descritta dai pentiti e disvelata dagli inquirenti. Ne consegue la convinzione che sia bastato decapitare la vecchia Cupola per risolvere il fenomeno mafioso, a cui mancherebbe come ultimo tassello la cattura del nuovo presunto capo, Bernardo Provenzano.
Procedendo di questo passo si rischia di trascurare il profondo radicamento di Cosa Nostra tra le pieghe della società, e di ridurre la questione mafiosa a uno scontro al vertice tra poteri legittimi (lo Stato) e illegittimi (la criminalità organizzata). Inoltre, anche la mafia, in quanto fenomeno sociale inserito nella rete delle relazioni di potere politico ed economico, è andata incontro a trasformazioni profonde, che ne hanno ristrutturato gli assetti organizzativi, gli interessi e la configurazione culturale e relazionale. Se è vero che la mafia, da organizzazione sorta per regolamentare la produzione e i rapporti sociali all’interno del latifondo [U. Santino, 2000], si è poi adeguata alle trasformazioni del sistema produttivo, bisogna supporre che le trasformazioni produttive e sociali che definiamo come postfordismo abbiano prodotto dei mutamenti qualitativi rilevanti anche all’interno di Cosa Nostra. In questo intervento cercherò di fornire degli spunti interpretativi che permettono di aprire la strada a una nuova lettura del fenomeno mafioso, fondata sul pensiero critico contemporaneo. A partire da alcuni recenti fatti di cronaca, cercherò di delineare un percorso di possibili mutamenti in senso postfordista di Cosa Nostra, sotto i quattro aspetti dei mercati all’interno dei quali opera, della rete dei valori a cui fa riferimento, della sua struttura organizzativa e dei processi comunicativi.
La categoria “postfordismo”, introdotta per la prima volta negli anni ottanta dalla scuola regolazionista francese [A. Gorz, 1993], conosce da anni un uso diffuso nelle scienze sociali [A. Zanini, U. Fadini, 2001]. Di solito si mostra adeguata a inquadrare i mutamenti strutturali che hanno avuto luogo all’interno della sfera produttiva e distributiva: passaggio da un’accumulazione rigida a una flessibile fortemente influenzata dalle dinamiche dei mercati finanziari [D. Harvey, 1989]; prevalenza della produzione di beni immateriali e della logistica sui beni materiali; organizzazione della produzione sul modello del just in time al posto della vecchia catena di montaggio [T. Ohno, 1994]; tramonto della grande fabbrica e affermazione di un’organizzazione produttiva basata su piccole e medie aziende diffuse sul territorio, o “fabbrica diffusa” [A. Bonomi, 1998]; ritorno al lavoro autonomo, che pur orbitante attorno alle grandi multinazionali, comporta comunque una contrazione della manodopera legata da un rapporto di lavoro dipendente [S. Bologna, 1998]. Tali mutamenti strutturali hanno modificato in profondità i rapporti sociali, producendo una società fortemente frammentata, orientata all’individualismo [Z. Bauman, 2002], attenta ai processi comunicativi in misura maggiore rispetto al passato [O. Marchisio, 2000]. Infine, il postfordismo ha inciso significativamente nelle relazioni tra società, economia e stato [K. Ohmae, 1996]. In quanto vera e propria rivoluzione produttiva, avvenuta sotto l’egida del neoliberalismo, il postfordismo non si caratterizza soltanto per la riduzione delle prerogative statuali all’interno dell’economia. Ha anche ridimensionato i partiti come principale strumento della rappresentanza collettiva, rilanciando una politica fondata sui personalismi a livello locale, sul leaderismo a livello nazionale, in un contesto di competizione elettorale all’interno del quale i contorni ideologici si fanno sempre più sfumati.
Sulla scia dello sforzo già compiuto da altri studiosi [D. Melossi, 1999], che hanno posto attenzione alle trasformazioni dei fenomeni criminali in relazione al postfordismo, tenterò di mettere in relazione quest’ultimo con la mafia. Se il fenomeno mafioso, come crediamo, si connota per essere una realtà osmotica con l’economia, la società e la politica ufficiali, con le quali condivide le trasformazioni più significative, di conseguenza, come cercherò di dimostrare nel corso di questo lavoro, si può parlare di “mafia postfordista”. Utilizzerò la categoria sopra esposta per delineare alcune delle tendenze più significative in merito alle trasformazioni di Cosa Nostra, che incominciano a partire dalla fine degli anni settanta, ma proseguono, più tumultuosamente, dall’inizio degli anni novanta in poi [U. Santino, 1992; 2002]. Sul versante economico, la mafia siciliana, alla stregua delle grandi multinazionali, sceglie di specializzarsi nelle funzioni direzionali e nei settori più qualificati, delocalizzando o abbandonando quei settori produttivi, in particolare quelli dei mercati illegali, che comportano alti rischi. Questa scelta risente in misura non secondaria di una strategia comunicativa, che Cosa Nostra sceglie di adottare per la prima volta nella sua storia in seguito all’attenzione e alla riprovazione che l’opinione pubblica le ha riservato a partire dall’omicidio del generale Dalla Chiesa (1982), ma soprattutto dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio (1992). Questa strategia, verso l’interno, si traduce in una maggiore oculatezza nel reclutamento e nella formazione dei propri membri, ai quali vanno richieste competenze altamente qualificate anche sul piano culturale. Verso l’esterno, si manifesta nella scelta di non dare vita a omicidi eclatanti o ad altre azioni particolarmente efferate. Della trasformazione in senso postfordista ne risentono anche i rapporti con la politica e con lo Stato. Cosa Nostra non predilige più alcuni partiti o uno schieramento in particolare. La personalizzazione e la deideologizzazione delle contese elettorali consentono all’organizzazione di scegliere tra un ventaglio di candidati trasversale agli schieramenti. Inoltre, la riduzione dell’importanza del ruolo dello Stato nell’economia crea per la mafia siciliana maggiori opportunità per mettere ulteriormente a frutto le proprie ramificazioni internazionali, proponendosi così come un soggetto attivo di primo piano nella globalizzazione dei mercati.
La finalità di questo lavoro non è quello di dare una spiegazione definita delle trasformazioni del fenomeno mafioso. Lo scopo piuttosto consiste nel delineare, a partire da fatti recenti, alcune ipotesi sulle trasformazioni tendenziali dello stesso fenomeno, per creare una nuova cornice interpretativa che ne consenta una lettura aggiornata e una comprensione maggiore. La mia esposizione prende le mosse utilizzando come riferimenti teorici i lavori di due autori in particolare. Il primo è Umberto Santino, il cui “paradigma della complessità” [U. Santino, 1995, 129 s.], che definisce la mafia come “un insieme di organizzazioni criminali, di cui la più importante ma non l’unica è Cosa Nostra, che agiscono all’interno di un vasto e ramificato contesto relazionale, configurando un sistema di violenza e di illegalità finalizzato all’acquisizione del capitale e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, che si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale”, rappresenta un valido punto di partenza per una lettura più articolata del fenomeno mafioso, rifuggendo i riduzionismi che inquadrano di volta in volta Cosa Nostra alla stregua di un’impresa, sia della protezione privata [D. Gambetta, 1992] o meramente criminale [R. Catanzaro, 1987]. In particolare, risulta convincente l’insistenza da parte di Santino sull’aspetto culturale e relazionale, che risulta centrale nei processi produttivi della società contemporanea. Il secondo autore è Vincenzo Ruggiero, che negli ultimi anni ha insistito sulla strutturazione di gerarchie risalenti alla divisione del lavoro all’interno dell’organizzazione criminale [V. Ruggiero, 1996]. L’impianto analitico di Ruggiero mostra una certa forza nella misura in cui ci consente di mettere in relazione la mafia con le trasformazioni produttive, che influiscono anche sul piano delle relazioni e dei legami sociali.


2. Dalla borghesia mafiosa alla mafia orizzontale: le trasformazioni del modo di produzione e della politica mafiosa

Il fenomeno mafioso, sin dagli albori [L. Franchetti, S. Sonnino, 1974], si qualifica come un sistema locale di regolamentazione dei rapporti di produzione capitalista. La mafia fa leva su un sistema articolato di relazioni sociali, a partire dal quale vengono garantiti il reclutamento della manodopera, un livello di produttività proporzionato alle esigenze del mercato, una commercializzazione a prezzi concorrenziali. Il modo di produzione mafioso è organizzato gerarchicamente, partendo dai braccianti per ascendere ai caporali, fino ad arrivare ai campieri e infine ai grandi affittuari, che gestiscono il latifondo per conto dei nobili. Questi ultimi due soggetti agiscono in collegamento diretto, a volte in sovrapposizione, con politici, professionisti, banchieri, imprenditori, che dal latifondo traggono una rendita di posizione. Mario Mineo [1995] definirà questo composito blocco di potere come “borghesia capitalistico-mafiosa”.
La mafia si caratterizza fin dall’inizio come un fenomeno sociale interno al modo di produzione capitalistico. A partire da questo elemento si può spiegare la scelta da parte della classe dirigente siciliana di sposare la causa della formazione dello Stato unitario. La liquidazione del regno borbonico consente a nobiltà e agrari di ritagliarsi un ruolo di potere all’interno della nuova formazione politica. Nel corso della fase monarchica dello Stato italiano la borghesia capitalistico-mafiosa gestisce il potere in periferia e assicura lo sviluppo dell’agricoltura intensiva del latifondo e lo sfruttamento delle miniere di zolfo. È all’interno di questa cornice che si delineano all’interno della società siciliana quei sommovimenti che poi sfoceranno nei Fasci siciliani di fine secolo [F. Renda, 1977] e daranno slancio alla nascita di un movimento contadino e operaio articolato, che Cosa Nostra non tarderà a reprimere, da sola e con la collaborazione delle autorità statali [U. Santino, 2000]. La sconfitta definitiva di questi movimenti sociali produrrà la prima grande emorragia, che sfocerà nella massiccia emigrazione dalla Sicilia al di là dell’Oceano, in particolare negli Stati Uniti d’America. Il fascismo, se da un lato spegnerà gli ultimi sussulti di soggettività contadina, dall’altro lato intratterrà un rapporto ambiguo con le classi dirigenti siciliane. All’inizio si porrà in conflitto con un sistema di potere che mette in discussione la pretesa del regime di controllare direttamente e totalmente il territorio. In seguito si verificherà un’adesione diffusa al regime da parte della borghesia e della nobiltà siciliana, inclusi alcuni membri di Cosa Nostra [M. Pantaleone, 1969].
L’autonomia regionale, acquisita dalla Sicilia nel secondo dopoguerra, permette alla borghesia mafiosa di compiere il salto di qualità. Di fronte alla nascita della Repubblica e alla crescita dei movimenti operaio e contadino, la borghesia mafiosa si propone come un soggetto attivo della politica nazionale. Al di là del ruolo rivestito nella conquista dell’isola da parte alleata [F. Gaja, 1990], tuttora in discussione, tra il 1943 e il 1947 Cosa Nostra agisce non soltanto nelle vesti della sua classica funzione repressiva dei movimenti emancipatori che prendono piede in ambito locale, ma anche strutturandosi come uno dei soggetti cardine dell’anticomunismo. La strage di Portella della Ginestra [U. Santino, 1997; G. Casarrubea, 1997, 2001], nella quale documenti recenti hanno testimoniato la presenza di figure dei servizi segreti italiani e internazionali, suggella il compimento di questo salto di qualità. Le aspettative di riscatto sociale insite nel nuovo ordine politico vengono neutralizzate attraverso una politica che alterna la repressione violenta a pratiche clientelari diffuse. La nuova fase del dominio mafioso provoca una nuova ondata migratoria, rivolta verso il Nord Italia e l’Europa Settentrionale. La leva dell’intervento statale per rilanciare l’economia assicura alla borghesia mafiosa la possibilità di crearsi nuovi spazi di potere a livello locale e nazionale.
La classe dirigente siciliana si ambienta perfettamente all’interno del contesto dirigista e normante del sistema produttivo fordista-keynesiano: i trasferimenti di reddito dal centro servono a creare una classe media di origine impiegatizia, nonché un esteso apparato burocratico funzionale alla riproduzione dei rapporti di potere permeati dall’egemonia mafiosa. Il denaro accumulato nel latifondo viene investito soprattutto nell’edilizia e nel suo indotto industriale, oltre che nel piccolo commercio. A fianco delle attività lecite, ricevono attenzione anche i mercati illeciti, soprattutto la droga, le armi, le sigarette di contrabbando. Attraverso questi canali, la borghesia mafiosa riesce ad assicurarsi un consenso sociale diffuso, soprattutto grazie alla possibilità di assicurare, grazie alle sue plurime ramificazioni in campo economico, una posizione relativamente stabile all’interno del mercato del lavoro a una massa di popolazione dotata di qualificazione medio-bassa. Dagli impiegati regionali agli addetti al commercio al dettaglio, passando per gli operai edili, il modo di produzione mafioso, nel suo singolare intreccio di produttività e parassitismo [U. Santino, 1995], crea un bacino occupazionale duraturo, di massa, serializzato.
Dagli anni settanta in poi, sulla scia della crisi del fordismo nelle aree industrializzate del Paese, il sistema di potere mafioso apre un nuovo versante, per differenziare ulteriormente le sue attività economiche. Grazie alle deroghe sulla legislazione bancaria di cui gode la Sicilia, cominciano a proliferare nell’isola banche, società finanziarie, di consulenza, che in massima parte riciclano i capitali risultanti dai proventi delle attività mafiose. La mafia finanziaria, sull’onda dell’esaurimento dei margini di profitto nei mercati dell’edilizia e dell’industria pubblica, si candida con successo a un ruolo di intermediazione delle transazioni finanziarie che nascono a partire dall’esigenza di riciclare i capitali accumulati nelle attività illegali, organizzando una rete sovranazionale che, sulla scia della globalizzazione dei mercati, conosce uno sviluppo tumultuoso. Esempi di questo tipo sono il caso di Vito Palazzolo, il mafioso siciliano da anni residente in Sudafrica e titolare di un impero economico imperniato sulle attività finanziarie, e alcuni gruppi mafiosi con base in Sudamerica, come i fratelli Caruana e Cuntrera, che dal traffico di stupefacenti passano a gestire una serie di attività basate sul turismo e la finanza. Sin dai tempi di Michele Sindona, Cosa Nostra si mostra in grado di mettere a frutto le sue ramificazioni transnazionali, la risorsa relazionale dei legami col mondo politico, il suo accresciuto peso economico, per votarsi a svolgere funzioni direzionali altamente specializzate.
Un altro mutamento produttivo qualitativamente rilevante si riferisce al versante degli appalti pubblici. Le recenti vicende relative ai fondi di Agenda 2000 e le disavventure giudiziarie che mettono in discussione il governatore della Sicilia Cuffaro descrivono una mafia meno interessata alla realizzazione di dighe, autostrade, zone industriali, alloggi popolari. La nuova frontiera dell’appalto mafioso è rappresentata dal Ponte sullo Stretto, dai trasporti pubblici (metropolitane di Palermo e Catania in primis), dai complessi turistici e alberghieri, dal cablaggio delle principali città siciliane, dalla cultura. Opere che, oltre ad allinearsi con l’economia dell’informazione, della conoscenza, del movimento, hanno anche l’effetto di realizzare una forte presa sull’immaginario collettivo.
Un’analoga tendenza si avverte in ambito commerciale. Negli ultimi anni, a Palermo, si è assistito alla chiusura di catene commerciali storiche e alla crisi dei luoghi di approvvigionamento tradizionali (primo tra tutti la Vucciria), di pari passo allo sbarco di griffe di fama mondiale e all’espansione di centri commerciali e ipermercati, tuttora prepotentemente incoraggiata dalle amministrazioni locali. Il controllo del territorio esercitato da parte di Cosa Nostra lascia supporre che la conversione degli interessi produttivi mafiosi giochi una parte capitale nel riallineamento degli equilibri della distribuzione commerciale in Sicilia.
Il passaggio ad attività manageriali da un lato, la concorrenza di organizzazioni nazionali e internazionali dall’altro (vedi la ‘Ndrangheta o le mafie dell’Est), fa sì che la mafia siciliana si ritragga dai mercati illegali più tradizionali, come il traffico di stupefacenti e di sigarette, per puntare sul traffico dei rifiuti tossici e investire, come sta venendo alla luce dai processi Fininvest, anche nel campo dell’informazione e della conoscenza, sia investendo direttamente, sia gestendo i terminali periferici della new economy.
Anche all’interno della sfera politica si registrano alcuni mutamenti significativi. In primo luogo, con la crisi della prima Repubblica e con la globalizzazione dei mercati, si esaurisce il peso della spesa pubblica e dell’intervento statale nelle economia. Il clientelismo di massa registra una crisi irreversibile, legata al tracollo dei principali partiti che lo gestivano e lo sviluppavano, nonché all’introduzione del sistema elettorale maggioritario, imperniato sulla rappresentanza individuale. In secondo luogo, la crescita di una sensibilità antimafia diffusa a livello di società civile, l’implementazione di alcune significative politiche pubbliche antimafia dagli anni ottanta in poi [A. La Spina, 2005], ostacolano la perpetrazione dell’intreccio tra mafia e politica negli stessi termini. Le recenti vicende giudiziarie fanno trapelare che l’influenza mafiosa sulla politica si manifesterebbe in maniera meno organica a uno schieramento politico, preferendo porsi sotto forme di trasversalità rispetto a diversi candidati. Lo scopo sarebbe quello di muoversi in maniera più agile e attrezzata ad affrontare i frequenti cambiamenti di maggioranza causati da un sistema politico bipolare. Inoltre, le tendenze al decentramento comportano il consolidamento dell’attenzione di Cosa Nostra verso lo spazio politico locale.
Le conseguenze di questi mutamenti si avvertono anche sul piano dell’organizzazione e su quello della cultura mafiosa. Da una borghesia capitalistico-mafiosa, vertice di un sistema produttivo che prendeva le mosse dalla relazione tra centro e periferia per orientare i flussi di denaro pubblico e dei proventi delle attività illegali verso il settore secondario e terziario arretrato, si passa a una “mafia orizzontale”, che fa leva sul consistente controllo dei capitali per operare, attraverso prestanome, imprenditori conniventi, estorti o sottoposti al ricatto dell’usura, professionisti, all’interno dei nuovi settori di mercato. La mafia orizzontale, pur continuando a perseguire lo sfruttamento parassitario della ricchezza sociale a mezzo della violenza, è ormai pienamente integrata nell’economia ufficiale, rendendosi meno individuabile e contrastabile. Ne consegue un diverso utilizzo del territorio, un adattamento dei codici culturali alle nuove esigenze, una diversa configurazione organizzativa.


3. Territorio e cultura: continuità e trasformazioni della mafia postfordista

Il territorio ha costituito da sempre la risorsa cruciale per l’affermazione e lo sviluppo del sistema di potere mafioso. La mafia agraria, come quella industriale, concepivano il territorio come la risorsa principale da sfruttare per organizzare e realizzare i loro guadagni. Nell’epoca del latifondo lo sfruttamento delle potenzialità produttive della terra si coniuga al controllo delle risorse idriche, delle vie di comunicazione, dei mercati. La mafia industriale fonda la sua affermazione sulla capacità di convertire, nelle aree urbane, i fondi agricoli in aree edificabili, che consente di realizzare profitti consistenti su scempi urbanistici e ambientali come il “sacco di Palermo”.
La società locale dell’epoca approva e legittima la speculazione edilizia non solo sulla base delle potenzialità occupazionali insite nel volano edilizio, ma anche a partire dalla convinzione che il prezzo del progresso consista nel sommergere i rigogliosi agrumeti della Conca d’Oro con anonimi e pletorici falansteri di cemento armato. Il controllo politico e militare del territorio da parte di Cosa Nostra s’intreccia quindi con la produzione e la circolazione di discorsi condivisi collettivamente, che scaturiscono dalla ricettività delle trasformazioni culturali da parte dei mafiosi, manipolate e rimodellate secondo le esigenze di dominio e veicolate attraverso il controllo dei canali comunicativi e relazionali [A. Blok, 1986]. In altre parole, la mafia si forma all’interno del contesto socio-culturale siciliano, di cui condivide i valori dell’amicizia, della famiglia, del rispetto, dell’onore. Questi valori vengono utilizzati ai fini della costruzione del dominio mafioso, sia attraverso la creazione di reti familiari e amicali che fanno capo a esponenti della mafia, sia per regolamentare le controversie e i conflitti che sorgono all’interno della società locale. Inoltre, la famiglia, l’amicizia, il rispetto e l’onore fungono anche da veri e propri entitlement per regolamentare la distribuzione delle risorse, oltre che da strumenti preventivi di eventuali violazioni dell’ordine sociale. Il controllo del territorio, prima che dal piano fisico e politico, passa attraverso il dominio simbolico e relazionale, facendo sì che in anticipo sulla società postfordista la società siciliana venga “messa al lavoro” dalla mafia.
Il passaggio dalla mafia industriale a quella finanziaria produce un’ulteriore modificazione del rapporto tra dominio mafioso, territorio e sistema culturale. Come in tutte le economie postfordiste, la mafia si deterritorializza. La messa al lavoro del territorio cessa di essere funzionale allo sfruttamento delle risorse locali ai fini del profitto. Da un lato, lo sfruttamento intensivo della rendita fondiaria è andato incontro a un naturale esaurimento, dall’altro la diversificazione delle attività imprenditoriali nelle direzioni dell’economia della conoscenza tolgono al territorio la connotazione di bacino produttivo. I codici culturali condivisi, fondati sul quadrinomio famiglia-onore-amicizia-rispetto, si riadattano in direzione del reclutamento di personale specializzato destinato a ricoprire mansioni superiori all’interno dell’organizzazione. In altre parole, la mafia utilizza il territorio locale per localizzarvi le funzioni direzionali più importanti, come l’organizzazione e la progettazione delle sue attività, nonché per mantenersi quegli spazi di potere politico che le permettono di pesare al di fuori del contesto siciliano.
La necessità di dotarsi di un patrimonio comunicativo più consono alla società contemporanea fa sì che, come ci mostra l’esempio citato in apertura, a differenza delle generazioni precedenti il nuovo mafioso si doti di una formazione culturale superiore e assuma codici comunicativi che attingono più all’immaginario globale che a quello della società siciliana degli cinquanta o della New York degli anni trenta. Al Capone e don Calò Vizzini cedono il posto volentieri al manager efficiente, specializzato e suadente, per assicurare la sopravvivenza e il rinnovamento di Cosa Nostra. L’attenzione della mafia verso l’aspetto comunicativo è dimostrata dalla diversa utilizzazione dello strumento ultimo del dominio mafioso, vale a dire l’omicidio. In realtà, a differenza di altre organizzazioni criminali, Cosa Nostra ha sempre dosato con oculatezza la violenza, limitandone l’uso alla ridefinizione degli equilibri di potere interni [U. Santino, G. Chinnici, 1989] o alla rinegoziazione dei suoi rapporti con le istituzioni, come nel caso degli omicidi eccellenti. Il consenso sociale e culturale di cui godeva all’esterno, la coesione e la stabilità interna, facevano sì che l’uso della violenza fosse “programmato”, quindi limitato a brevi periodi: la prima guerra di mafia, apertasi negli anni sessanta, la seconda guerra di mafia, di inizio anni ottanta, esemplificano questa scelta “politica”.
L’avvento dell’era della comunicazione costringe Cosa Nostra a un mutamento di rotta. Sin dall’omicidio del generale Dalla Chiesa la mafia ascende prepotentemente alla ribalta mediatica. Proliferano film, serial televisivi, libri, dibattiti pubblici dedicati alla questione mafiosa, conditi da un’improvvisa fioritura di mafiologi, che Leonardo Sciascia, pur con riferimenti sbagliati, non tarderà a definire “professionisti dell’antimafia”. Le stragi del 1992 di Capaci e via D’Amelio, amplificate dai mezzi di comunicazione, moltiplicano la riprovazione nei confronti di Cosa Nostra, insediata sul terreno del consenso sociale, che ne aveva assicurato lo sviluppo nei decenni precedenti. Per attrezzarsi a rispondere a questa sfida si producono importanti ristrutturazioni all’interno della mafia. Sotto il primo aspetto, come ipotizzano alcuni autori [S. Lodato, 1999], si verifica la sconfitta della cosiddetta “ala militarista” e la cattura dei suoi esponenti più importanti come Riina, Bagarella, Brusca, che avrebbero voluto le stragi del 1992. Sotto il secondo aspetto, si avvia una vera e propria organizzazione di marketing finalizzata al rilancio dell’organizzazione. Gli omicidi si riducono drasticamente, le stragi e i delitti eccellenti cessano. Un mutamento qualitativo da sottolineare avviene anche nell’utilizzo di una delle tecniche mafiose più diffuse, vale a dire la “lupara bianca”. Nel passato le vittime di questo tipo di soppressione fisica scomparivano inspiegabilmente, e i loro parenti si recavano dopo pochi giorni a denunciare la scomparsa alle Forze dell’ordine. Le tendenze più recenti, secondo quanto afferma un testimone privilegiato, vanno in tutt’altra direzione: “I parenti aspettano alcuni giorni, cominciano ad informarsi in giro. Finché un giorno, a casa loro, si presentano alcune persone che spiegano come stanno le cose: ‘Suo marito è con noi, non lo sappiamo quando può tornare… State tranquilli e non fate niente, che è meglio per tutti…'”. Fino ai primi anni ottanta Cosa Nostra non si curava molto dell’attenzione dell’opinione pubblica verso le sue attività delittuose, forte anche dell’indifferenza di molti settori della stampa locale, che negavano o ridimensionavano l’esistenza di una organizzazione criminale sul territorio. La mediatizzazione del fenomeno mafioso ha prodotto un mutamento sostanziale nelle strategie comunicative dell’organizzazione. Le manifestazioni di violenza, brutalità, sopraffazione producono un messaggio negativo, che suscitano nel ricevente reazioni di riprovazione. La pace, il silenzio, oltre a scaturire da un riassetto consolidato degli equilibri interni, sono soprattutto il frutto della scelta di rifuggire l’attenzione mediatica e di creare un clima pacificato, rilassato, che consente con successo la ripresa degli affari, il recupero delle posizioni di potere, e prepara la strada al riposizionamento e all’espansione nei nuovi mercati. Il mutato rapporto col territorio, la diversificazione delle attività economiche, le diverse strategie comunicative hanno luogo di pari passo ai mutamenti degli assetti organizzativi interni.


4. La nuova organizzazione mafiosa o l’outsourcing delle economie sporche

Vincenzo Ruggiero, nel suo Economie Sporche, traccia un parallelo tra le economie ufficiali e quelle che ruotano attorno alle attività illegali, o che adoperano mezzi illegali in settori ufficiali. Anche nelle “economie sporche” esistono diversi livelli di stratificazione rispetto alle competenze, ai saperi, alle risorse, al potere contrattuale. Le gerarchie inferiori delle organizzazioni criminali si trovano conseguentemente più esposte ai rischi della precarietà economica, della disoccupazione, della repressione delle Forze dell’ordine. Il modello di Ruggiero, pur non indagando a fondo l’intreccio tra economie “pulite” e sporche, ci serve come utile punto di riferimento per esporre le tendenze attuali degli equilibri organizzativi interni alla mafia, e alle sue implicazioni politiche.
La mafia industriale si struttura secondo il modello descritto dai pentiti, in particolare da Tommaso Buscetta [Aa. Vv., 1991]. In particolare, sembra riprodurre, in Sicilia e negli Stati Uniti d’America, la configurazione organizzativa delle imprese dell’epoca fordista. Strutturalmente legata al territorio al fine di affermare il proprio dominio, Cosa Nostra deve controllarlo capillarmente. Di conseguenza si dota di un assetto verticistico, centralizzato, rigido, al fine di assicurare un presidio militare, accrescere il potere contrattuale all’esterno, regolamentare le controversie interne. L’uomo d’onore, unità di base dell’organizzazione, è inquadrato all’interno di decine, mandamenti e famiglie, modellate sulla conformazione territoriale sulla quale sono deputate a esercitare il governo attraverso una forte disposizione gerarchica delle funzioni. La Commissione, a Palermo, e la Cupola, in Sicilia, svolgono le mansioni di veri e propri organi esecutivi delle attività dell’organizzazione. Il presidio militare del territorio s’intreccia con l’esigenza di controllarne e dirigerne direttamente le attività produttive, nonché col fine di pesare sugli equilibri politici nazionali. Il traffico di stupefacenti, il contrabbando di sigarette, l’edilizia, il commercio all’ingrosso sono direttamente pianificati e gestiti da Cosa Nostra, che si avvale della sua organizzazione capillare.
Agli inizi degli anni novanta la diversificazione degli interessi economici s’incrocia con la caduta del muro di Berlino. La mafia perde la sua importanza politica a livello internazionale, dal momento che il fattore K è cessato per sempre. Contemporaneamente si affacciano sulla scena le organizzazioni criminali dell’Europa dell’Est, mentre in Italia si fanno strada prepotentemente la ‘Ndrangheta e la Sacra Corona Unita, che si avvantaggiano delle nuove rotte dell’economia illegale [M. Massari, 1997; Santino, 2002]. Sul piano sociale Cosa Nostra deve fare i conti con la crescita dei movimenti antimafia e dell’attenzione mediatica, mentre i conflitti interni producono una proliferazione dei cosiddetti “pentiti”.
I tempi sono maturi per un riassetto organizzativo, con implicazioni sia all’interno che all’esterno. L’esigenza di ricompattare le schiere dopo che le rivelazioni dei pentiti hanno squarciato il velo sulla struttura interna dell’organizzazione si coniuga con quella di dotarsi di una struttura “leggera”, più consona a interessi economici non più imperniati sullo sfruttamento del territorio, nonché alla necessità di disporre di affiliati dotati di un più alto livello di cultura e attenti alle strategie comunicative. La nuova Cosa Nostra si compone di un numero minore di affiliati, più in grado di mescolarsi alla società ufficiale ma altrettanto efficienti e spietati.
Gli effetti di questa ristrutturazione si avvertono anche all’esterno. Cosa Nostra tiene per sé le mansioni direzionali, delegando all’esterno la gestione dei suoi affari. Nel caso delle attività più tradizionali, come il traffico di stupefacenti e il contrabbando di sigarette, si assiste a un vero e proprio outsourcing, affidato a gruppi criminali minori. In altri, come l’usura, il commercio, le attività produttive, la mafia si affida ai prestanome o alle società miste, composte di imprenditori “puliti” e di parenti senza precedenti penali, allo scopo di aggirare la legislazione antimafia sulle licenze, proseguendo per un percorso intrapreso all’inizio degli anni sessanta. Un’ulteriore possibilità è rappresentata dalla costruzione di società finanziarie gestite da personaggi puliti che riciclano i flussi di denaro sporco e attraggono capitali freschi, che poi percorrono i tragitti delle transazioni finanziarie lecite. Infine la mafia si avvale della sua rete relazionale e del suo peso politico, ancora forte, a livello locale, per orientare le scelte in materia di appalti e di politica economica, poi gestiti da un circuito di professionisti, consulenti, politici, committenti non direttamente collegati a Cosa Nostra. Attraverso questi nuovi assetti organizzativi, che stanno cominciando ad affiorare nelle più recenti indagini, la criminalità organizzata siciliana continua a garantirsi una rendita di posizione a livello nazionale e globale, riducendo i costi e i rischi che comportava un’organizzazione capillare, eccessivamente visibile, con troppi affiliati.


5. Conclusioni

Questo articolo ha voluto essere, oltre che un tentativo di illustrare e analizzare le trasformazioni della mafia, anche la proposta di un nuovo percorso di studi sul fenomeno mafioso, che tengano conto delle interazioni di questo con i processi di trasformazione sociale e produttiva. In quanto fenomeno sociale integrato nella realtà di cui fa parte, la mafia non può essere considerata come un’anomalia, un’emergenza, o come la conseguenza di una mancanza di legalità, come è stato fatto in questi anni. Cosa Nostra è un soggetto attivo delle relazioni di potere della società italiana, e sopravvive perché riesce ad adeguarsi ai mutamenti. Di conseguenza non si può pensare che sia bastato arrestare alcuni dei suoi esponenti più pericolosi per porre fine alla sua forza o ridimensionarla. Dall’altro lato, non si può nemmeno collocare il fenomeno mafioso al di fuori delle dinamiche socio-culturali e politiche. Questo atteggiamento porta alla giustificazione di emergenze tanto sterili sul piano pratico (vedi l’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario e altro) quanto strumentali sul piano politico. Nell’epoca della globalizzazione parlare di mafia si deve e si può. Si deve perché Cosa Nostra continua a costituire un elemento costitutivo dell’ordine sociale dominante, quindi uno degli avversari contro cui le nuove soggettività sociali e politiche devono combattere. Si può perché la vicenda della mafia è scandita dalle trasformazioni capitalistiche moderne. Non c’è bisogno di andare lontano, bisogna infittire la rete, soprattutto verso Sud…

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