Umberto Santino

La mafia, oggi. Continuità e mutamento

Dall’11 al 15 settembre, presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università degli Studi Milano, si è svolta la settima edizione della Summer School sul tema: “La mafia, oggi”, organizzata da Nando dalla Chiesa. Al centro dei lavori una serie di domande: la mafia non è più quella di una volta, non spara più, ha ceduto il passo alla corruzione? La mafia non ha più territori, è ovunque? La mafia “vera” c’è solo nelle regioni meridionali, la criminalità organizzata delle altre regioni non è mafia? “Mafia Capitale” non esiste, è un abbaglio della procura di Roma?

Le relazioni in programma, nel rispondere agli interrogativi, con gli strumenti della ricerca teorica e con le ricostruzione dei fenomeni in atto,hanno posto l’accento sul rapporto tra continuità e mutamento e tra crimine organizzato e potere. Per le mafie storiche si è chiarito che, al di là di rappresentazioni rigide e schematiche, se può parlarsi di continuità per la persistenza di aspetti costitutivi, come l’estorsione, espressione emblematica della “signoria territoriale”, di sostanzialmente continuativo c’è proprio la capacità di trasformarsi e rinnovarsi, con una grande capacità di adattamento al mutamento dei contesti spazio-temporali. Senza questa elasticità, soprattutto la mafia siciliana, in gran parte identificata con Cosa nostra, sarebbe scomparsa da tempo, spazzata via dalla modernità. Se c’è ancora è proprio per la sua capacità di intrecciare arcaico e post-moderno.

Nei tempi della post-verità, delle narrazioni che eroicizzano i boss, utilizzano la mafia come brand pubblicitario, le dedicano ristoranti e luoghi di ritrovo, scambiano l’esse con il percipi, il “discorso” scientifico sulla mafia stenta a farsi strada, anche perché troppe volte prevalgono rappresentazioni che ignorano la storia, cancellando la continuità, e fanno della mafia una corporation manageriale, con i boss che mandano i figli a studiare ad Oxford e giocano in borsa. Che la mafia degli ultimi decenni possa definirsi “finanziaria,” per la superfetazione dell’accumulazione illegale, e “transnazionale”, per l’articolazione delle presenze e dei traffici, non ci sono dubbi, ma basta ascoltare le voci anche di una sola intercettazione per rendersi conto che persistono accenti e posture vernacoli e rionali. Che si sposano benissimo con le opportunità offerte dalla globalizzazione, soprattutto attraverso il sistema relazionale, che non ha funzione di mero supporto, ma è stato, ed è, un aspetto costitutivo del fenomeno mafioso.

Le “nuove mafie” sono mafie o sono un’altra cosa? Qui il problema è l’ancoraggio al territorio, che pur non essendo esplicitamente previsto dalla formulazione della legge antimafia del 1982, è considerato requisito indispensabile del fenomeno mafioso. L’elaborazione più recente, avallata anche dalla Cassazione, indica la possibilità di applicare il 416bis anche quando il controllo è su un settore d’attività: le forniture, il movimento terra, lo smaltimento dei rifiuti ecc.

Sul problema della corruzione, che porta più d’uno alla considerazione che ormai le mafie non hanno bisogno di usare la violenza poiché risulta più efficace l’uso di pratiche corruttive, si è precisato che non si tratta di una novità e che in ogni caso corruzione e mafia sono fenomeni distinti e non c’è nessun bisogno di inserire nel 416bis un riferimento alle pratiche corruttive, anche quando assumono il carattere di corruzione sistemica e organizzata. La legge antimafia, è stato sottolineato, rappresenterebbe una risposta eccezionale a una condizione eccezionale, cioè l’attacco allo Stato mosso da Cosa nostra con i grandi delitti e le stragi. E c’è chi, nel corso dei lavori, ha posto il problema della sua applicabilità in presenza di condizioni diverse. In ogni caso, un ampliamento ad libitum della figura di reato porterebbe alla polverizzazione del fenomeno mafioso, a una sorta di mafia fai da te.

Il tema di fondo che è emerso dai lavori riguarda il contesto attuale, in cui legale e illegale si sovrappongono, la politica coincide con gli interessi privati, il potere formale viene sostituito da un potere reale, che si pone non come eccezione ma come regola. In questo quadro rimane un vuoto di verità. Le stragi del ’92 e del ’93 sono solo mafiose o richiamano responsabilità all’interno delle istituzioni? Sono espressioni di un delirio di onnipotenza criminale o, avendo pesantemente condizionato le dinamiche del potere nel nostro Paese, non possono non coinvolgere altri attori? A suo tempo chi scrive aveva proposto che il lavoro che la Commissione parlamentare antimafia ha fatto sul depistaggio dell’inchiesta per l’assassinio di Peppino Impastato venisse fatto per i grandi delitti e le stragi su cui non c’è una verità giudiziaria o è solo inadeguata e parziale. A Milano il Presidente del Senato ha proposto la costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi. Mi auguro che la sua richiesta venga accolta, ma la storia del nostro Paese, da Portella della Ginestra a oggi, è stata una collezione di scheletri negli armadi.

Pubblicato su Repubblica Palermo del 20 settembre 2017, con il titolo: Mafia, quel vuoto di verità che pesa.