Umberto Santino

L’ombrello di Altan: metafora di un futuro inevitabile?

Sulle pagine nazionali del giornale “la Repubblica” Altan ha rispolverato la vignetta dell’ombrello. Bisogna dire che la metafora ha un doppio senso: se per buona parte degli italiani quell’oggetto, debitamente chiuso, è foriero di dolori più o meno lancinanti (anche in questo caso è un problema di assuefazione), per tantissimi altri, che più di una volta nelle competizioni elettorali si sono imposti come maggioranza, lo stesso oggetto, debitamente aperto, anzi spalancato, può avere la funzione di riparo e/o di paracadute. Questa funzione l’ha avuta, tanto per fare un esempio, per Berlusconi, che piegando la politica e il potere alla cura degli interessi privati, ha offerto un riparo a se stesso e ai suoi alleati e con le leggi ad personam è riuscito a cadere in piedi nelle vicende processuali risoltesi a suo favore, una volta cancellati i reati di cui era accusato. L’ultima della serie è l’autoassoluzione per il caso Sme. Così in un’Italia in cui non si perde occasione per proclamare la fede nei valori cristiani e nella legalità, buona parte dei comandamenti mosaici sono quotidianamente trasgrediti da personaggi che godono dell’amicizia di papa Ratzinger e del cardinal Ruini e anche quando qualche magistrato, “prevenuto e politicizzato”, si permette di condannare, il condannato trova il modo per ripararsi sotto l’ombrello. Cuffaro, dopo l’infortunio dei cannoli e le dimissioni, sarà candidato alle prossime elezioni politiche, per la semplice ragione che l’Udc senza di lui si ridurrebbe agli amici e parenti della coppia Casini-Caltagirone, “peccatori pubblici” secondo l’etica cattolica. E si può essere certi che Totò sarà eletto con una valanga di voti e un posto di ministro non glielo toglierà nessuno, anche se l’incarico più congruo sarebbe quello di presidente della Commissione antimafia.
Nel centrosinistra le cose stanno diversamente. L’ombrello ha l’impiego classico, almeno nell’iconografia altaniana, greve ma efficace. Pare che si dia l’esito per scontato e, perso per perso, ognuno cerca di salvare la faccia. A livello nazionale Veltroni annuncia che correrà da solo, con il nuovo Partito democratico (poteva aspettare un po’ per dare l’annuncio, invece l’ha dato quando c’era ancora il governo Prodi e dubito che gli abbia allungato la vita), dopo aver fatto lo stesso errore di D’Alema con la Bicamerale: cercare di far diventare un personaggio come Berlusconi un “normale” avversario politico, con cui si può discutere e ragionare. Non si capisce, o si fa finta di non capire, che il suo modo di far politica è indissolubilmente legato alle sorti del suo impero, nato all’ombra del potere e che per perpetuarsi ha bisogno dell’occupazione del potere. E non vedo come gli si possa accordare fiducia quando promette che se vince darà vita a una “legislatura costituente”, con riforme istituzionali concordate con l’opposizione, e importerà in Italia il verbo di Attali, che ha chiamato a raccolta le teste pensanti, a prescindere dal loro colore politico, per disegnare il futuro della Francia. Anche se Dell’Utri per qualche tempo ha portato sulle scene l’Apologia di Socrate, con l’intento di mettere sullo stesso piano se stesso, Berlusconi e il pensatore greco come “perseguitati dalla malagiustizia”, è difficile immaginare lo “statista di Arcore” nei panni di un Platone fondatore di una repubblica dei filosofi. Se Veltroni andrà da solo, le sinistre si preparano a fare un cartello elettorale e più in là non pare che possano andare.
In Sicilia si gioca a tirar fuori nomi di candidati, che rispondono che tutto hanno in mente meno che candidarsi alle elezioni regionali. Hanno già detto di no Anna Finocchiaro e Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria isolana, le cui dichiarazioni antiracket attendono di essere confermate dai fatti. Comunque, a sentire il Pd siciliano, tutti sono candidabili meno Rita Borsellino. Bisognerebbe almeno dire perché. La Borsellino come capogruppo dell’Unione si è comportata male, ha gestito la sua attività solo con il suo gruppo di fedelissimi, è inaffidabile perché non fa parte del partito? Che altro?
Quel che è certo è che se il centrodestra in Sicilia si avvia a proseguire sulla strada di Cuffaro e a rinverdire un sistema di potere che non basterà qualche “codice etico” a smacchiare dalle sue interazioni con il mondo mafioso (il “cuffarismo” è stato in linea di continuità con il clientelismo democristiano e si è ulteriormente “arricchito” con il contributo dei berlusconiani che adesso non possono prendere le distanze come se in tutti questi anni fossero stati a guardare), il centrosinistra non si capisce dove voglia andare a parare. Il Partito democratico è più postdemocristiano che postcomunista e parte con il piombo nelle ali; i partitini alla sua sinistra sono debolissimi: ripropongono la candidatura della Borsellino o quella di Crocetta per una scelta politica o per mimetizzare dietro un simbolo la loro inconsistenza?
Ed è altrettanto certo che se si dà per persa la partita in partenza, si riuscirà a perderla malamente. Non si è ancora in tempo per cercare di giocarsela non da solitari ma con un minimo di programma comune e con uno schieramento unitario? Non sarebbe il caso di aprire un confronto invece di trincerarsi nella propria impotenza? Bisogna proprio rassegnarsi a considerare l’ombrello di Altan come la metafora, greve ma efficace, di un futuro inevitabile?