Umberto Santino

Mafia e politica, la storia continua…

L’assassinio di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica che si opponeva all’assedio del Cilento, e le recenti dichiarazioni del figlio di Vito Ciancimino e di Gaspare Spatuzza sulla “trattativa” tra mafiosi e rappresentanti delle istituzioni e sulle stragi del ’92 e del ’93 hanno riportato l’attenzione sul tema dei rapporti tra mafia e politica, che si può dire percorra la storia del nostro Paese che si appresta a ricordare il centocinquantesimo anniversario della nascita dello Stato unitario, proclamata nel marzo del 1861.
Con l’unità nazionale si apre uno scenario in cui operano gruppi delinquenziali che, agendo all’interno di un sistema di rapporti, riescono a svolgere un ruolo complesso di interazione con il potere nelle sue articolazioni periferiche e centrali. Questo vale soprattutto per la mafia siciliana , mentre camorra campana e ‘ndrangheta calabrese hanno periodi di oscuramento e di latenza.
Gia nell’ottobre del 1861 il deputato Diomede Pantaleoni in un rapporto al ministro dell’Interno Bettino Ricasoli scriveva che in Sicilia operava una “mafia politica”, formata da “facinorosi” legati al Partito della Società nazionale, il partito governativo, che usavano omicidi e attentati come mezzi di lotta per il potere, che la violenza era esercitata dalle varie forze politiche ma con la prevalenza di quelle governative, anche se le maggiori accuse andavano alle forze di opposizione. Era in atto la criminalizzazione dei garibaldini e dei mazziniani e non per caso il prefetto di Palermo Gualterio in una relazione del 1865 indicava come capo del “partito della Maffia”(è la prima volta che la parola compare in un documento ufficiale) il generale garibaldino Giovanni Corrao, il cui assassinio nel 1863 apriva la serie dei delitti politico-mafiosi.
Si è parlato per il periodo del governo della Destra (1861-1876) di una mafia all’opposizione, ma in realtà la mafia giocava su entrambi i tavoli, come farà nei periodi di transizione. Con l’avvento al potere della Sinistra ci sarebbe stata la “legalizzazione politica della mafia” e la “mafiosizzazione delle istituzioni” ma mi guarderei da giudizi sommari. Il governo Depretis con il ministro dell’Interno Nicotera e il prefetto Malusardi avvia una campagna contro il banditismo e va alla ricerca di sette di tipo mafioso, formate da manutengoli dei banditi, in particolare possidenti, nobili e professionisti, vengono celebrati processi contro gruppi mafiosi, con esito diverso. Il problema era: esiste o meno l’associazione mafiosa? Cos’è in realtà la mafia?

Mafia e borghesia mafiosa

L’inchiesta parlamentare del 1875 si era conclusa con una relazione in cui si escludeva l’esistenza di una vera e propria organizzazione e anche quella privata di Franchetti e Sonnino escludeva l’esistenza di un’unica organizzazione, ma mentre la prima si limitava a parlare di una “solidarietà istintiva, brutale, interessata” che univa “a danno dello Stato… individui e strati sociali che amano trarre l’esistenza e gli agi… dalla violenza, dall’inganno e dall’intimidazione”, la seconda individuava i mafiosi come “facinorosi della classe media” che praticano “l’industria della violenza” e sosteneva che lo Stato era deciso contro le classi popolari ma impotente contro i mafiosi e la “classe abbiente”. Analisi che ha resistito al tempo e che ho utilizzato per il mio concetto di “borghesia mafiosa”.
In base a questa analisi la mafia è un fenomeno complesso, formato da gruppi criminali strutturati e da un sistema relazionale transclassista, che va dagli strati popolari a quelli più alti della popolazione, al cui comando sono soggetti illegali, i capimafia anche se spesso quasi analfabeti, come Totò Riina e Bernardo Provenzano, e legali, come professionisti, imprenditori, rappresentanti della pubblica amministrazione, dei partiti politici e delle istituzioni. Senza questi rapporti la mafia propriamente criminale, in tutto alcune migliaia di professionisti del delitto – mentre il blocco sociale comprenderebbe alcune centinaia di migliaia e la borghesia mafiosa sarebbe formata da alcune decine di migliaia – non potrebbe avere il ruolo che ha avuto e che ha, nel contesto sociale, dall’economia alla politica.
Per decenni, si può dire fino alle dichiarazioni di Buscetta nel 1984, è prevalsa l’idea di una mafia destrutturata e le poche voci che parlavano di un’organizzazione formale, dispiegata sul territorio, con un capo, dei rappresentanti intermedi e una struttura di base, sono rimaste inascoltate. Sono stati sepolti negli archivi i rapporti del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi che alla fine del XIX e agli inizi del XX secolo descriveva un’organizzazione molto simile a quella disegnata da Buscetta più di ottant’anni dopo.

La mafia come soggetto politico

Il rapporto mafia-politica non può essere inteso come un rapporto individuale e sporadico di qualcuno con qualcuno, ma come una relazione che va analizzata alla luce della realtà della mafia e della storia concreta della forma Stato.
Utilizzando le indicazioni di studiosi come Max Weber, la mafia si può definire “gruppo politico”, nel senso che ha un suo complesso di regole, un territorio, la capacità di attuare la coercizione fisica attraverso un apparato che amministra le sanzioni a chi non osserva le regole. Lo stesso Weber nello studio delle fonti di finanziamento dei gruppi politici distingueva le prestazioni volontarie da quelle estorte e per le seconde faceva esplicito riferimento alla camorra e alla mafia. Lo Stato, sempre a dire di Weber, è un’impresa istituzionale che avanza con successo la pretesa del monopolio della coercizione fisica legittima.
Quindi si tratterebbe di due soggettività necessariamente in conflitto, perché l’uso della coercizione fisica da parte della mafia è in aperta violazione del monopolio statale della forza. Da una parte c’è lo Stato ufficiale, dall’altra il ministato mafioso. Sulla carta in perenne stato di guerra. Una guerra impari.
La storia della mafia e dello Stato in Italia ci dice che ci troviamo di fronte a qualcosa di più complesso della rappresentazione teorica. Ho parlato di una “duplice dualità”, nel senso che la mafia è insieme fuori e contro lo Stato, per il suo ricorso all’omicidio e altre forme di violenza come forma di giustizia e di polizia, dentro e con lo Stato per la sua partecipazione alla vita pubblica e le sue attività legate all’uso del denaro pubblico. Anche lo Stato è duale, perché l’esercizio del monopolio della forza si coniuga con una sorta di delega alla mafia di compiti repressivi quando il conflitto sociale non è controllabile attraverso i mezzi legittimi e l’uso della violenza mafiosa è legittimato dalla prassi dell’impunità. E all’interno delle istituzioni operano soggetti che ricorrono a forme di intervento decisamente illegali. Si pensi al ruolo dei servizi segreti nelle stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna.

Il partito armato contro il comunismo

In tutta la fase che va dall’unità al fascismo e in quella successiva al secondo dopoguerra, lo Stato italiano, formalmente democratico, è gestito da forze conservatrici e sbarrato agli strati più deboli. Il diritto di voto era concesso all’1,9 per cento della popolazione, su una base rigidamente censitaria, il suffragio universale maschile, ma con limitazioni, fu introdotto nel 1912 e il voto alle donne sarà concesso nel 1946.
Lo sbarramento non era assicurato solo dalla negazione del voto ma dal ricorso alla violenza, alle leggi eccezionali e agli stadi d’assedio di fronte alle mobilitazioni popolari. In questa guerra contro le classi subalterne si cementa il rapporto con la mafia. Così si spiegano i massacri dei dirigenti e militanti delle lotte contadine, dai Fasci siciliani (108 morti in un anno, dal gennaio 1893 al gennaio1894: sparavano i campieri mafiosi e i soldati inviati da Crispi) alle lotte precedenti il fascismo e negli anni ’40 e ’50: decine e decine di morti per omicidi mafiosi regolarmente impuniti e per intervento delle forze dell’ordine.
Archiviato il periodo giolittiano in cui si sperimenta un coinvolgimento di strati operai, il fascismo fu una scelta”naturale” delle forze conservatrici di fronte al rischio di una rivoluzione socialista. Nella sua vocazione al totalitarismo il regime cercò di imporre il monopolio della forza, arrestando migliaia di mafiosi, reali o presunti, ma gran parte dei componenti il sistema relazionale, in testa i proprietari terrieri, fu cooptata nel partito fascista. Questa duplice strategia spiega il licenziamento del prefetto Mori quando cominciò a puntare l’attenzione su agrari e gerarchi di partito.
L’union sacrée si ricompone quando si dà vita alla Repubblica, con un patto costituzionale infranto in corso d’opera, nel maggio del 1947, con l’esclusione delle sinistre dal governo, dopo la strage di Portella della Ginestra del primo maggio, dieci giorni dopo la prima e ultima vittoria delle sinistre raccolte nel Blocco del popolo alle elezioni regionali del 20 aprile 1947. La fine della coalizione antifascista, al governo dal 1944, sanciva una costituzione materiale che prescriveva l’inaccessibilità al potere dei comunisti, voluta dalla convergenza di interessi geopolitici, nazionali e locali. Un matrimonio consensuale più che un obbligo imposto da Washington.

Tra prima e seconda Repubblica

Le stragi che hanno insanguinato il nostro Paese a partire da piazza Fontana mirano a impedire l’accesso al potere del Pci e nella “strategia della tensione” neofascisti, piduisti, servizi segreti cosiddetti “deviati”, ma forse sarebbe più adeguato definirli “programmati”, si incontrano, almeno per la strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984, con soggetti mafiosi e questo intreccio spiega l’impunità dei responsabili di quasi tutte le stragi, coperti dal segreto di Stato, la foglia di fico sulla criminalità del potere istituzionale.
Anche il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, con il crollo dei Paesi cosiddetti socialisti, lo smantellamento del Pci, l’archiviazione della Dc, l’eliminazione per l’effetto Tangentopoli del Psi e la nascita del berlusconismo è segnato da una serie di delitti e di stragi, in Sicilia e nel continente. A compierle è stata solo la mafia, vogliosa di chiudere la partita con vecchi uomini di potere (Lima, legato ad Andreotti) e di intavolare rapporti con gli homines novi? Si è parlato di “trattativa” tra mafiosi e uomini delle istituzioni, con la regia dei servizi, e il discorso è ancora apertissimo e c’è il rischio che lo rimanga. Spatuzza e con lui altri mafiosi si sono chiesti e si chiedono: uccidere Falcone, Morvillo, Borsellino è farina del nostro sacco, ma le stragi di Firenze e di Milano cosa c’entrano con noi? Sono un’altra cosa. Sono state progettate dai mafiosi per costringere le istituzioni ad accettare le richieste del cosiddetto “papello” o sono state commissionate da altri per facilitarne l’ascesa?

Verso dove?

Il governo Berlusconi si vanta dei successi ottenuti con gli arresti dei mafiosi, nascondendo che essi sono effettuati da poliziotti senza mezzi e da magistrati soggetti al linciaggio quando osano perseguire uomini di potere. Finché si tratta di colpire Riina e Provenzano, arrestato dopo 43 anni di latitanza, un record che si spiega con l’inerzia e la complicità di vari soggetti, non ci sono problemi, ma se si condanna Dell’Utri e se si vogliono fare i processi a Berlusconi si abbaia alle “toghe rosse”. Da anni viviamo una fase di barbarie culturale e politica che gode però di ampio consenso perché evidentemente il modello Berlusconi piace a tanti. E il modello si fonda sull’illegalità come risorsa e l’impunità come status symbol, l’essenziale del modello mafioso. Come nel Nord, ma va scendendo verso il Centro, piace la Lega con il suo marchio identitario fatto di patacche storiche (l’inesistente Padania) e ringhioso razzismo.
Quale prospettiva si apre dopo le dichiarazioni di Ciancimino e Spatuzza? Le inchieste sulla trattativa e sulla strage di via d’Amelio sono in corso ma gli accenni a Berlusconi non so che fine faranno. Finora le inchieste su Berlusconi si sono risolte in archiviazioni. Archiviata nel 1997 dal gip di Palermo quella per concorso esterno, archiviata nel 1996 dal gip di Firenze quella per la strage del ’93 e nel 2002 il gip di Caltanissetta ha archiviato l’inchiesta in cui era accusato con Dell’Utri delle stragi del ’92. Se leggiamo le motivazioni perplessità e dubbi rimangono, ma pare che ci troviamo di fronte a un copione destinato a replicarsi. Gli strumenti giudiziari per affrontare i rapporti mafia-politica sono inadeguati: il concorso esterno non è regolato per legge e non per caso i processi contro uomini politici si sono conclusi con assoluzioni. Anche il processo più noto, quello contro Andreotti, accusato di associazione mafiosa, si è concluso con un giudizio salomonico: reato accertato, ma prescritto fino al 1980, dopo assoluzione per insufficienza di prove.
Si è parlato di “responsabilità politica” ma le richieste che i partiti si diano codici di autoregolamentazione, escludendo dalle liste personaggi sospetti, sono rimaste sulla carta. E i candidati nelle liste bloccate, anche quando sono condannati o sotto processo, come Cuffaro e Dell’Utri, vengono regolarmente eletti.

Il sindaco Vassallo, un martire della solitudine?

Il sindaco di Pollica non è il primo amministratore caduto per il suo impegno contro le cosche e il suo assassinio è il frutto di un’attività generosa e dell’isolamento, con probabili complicità e collusioni, da parte di coloro che avrebbero dovuto sostenerlo. La manifestazione dopo il delitto è stata abbastanza partecipata ma si ripropone uno scenario visto già troppe volte. L’emozione e lo sdegno non sono destinati a durare e bisognerà vedere se susciteranno una presa di coscienza diffusa e un impegno condiviso.
La lotta contro le mafie, e in particolare quella rivolta a tagliare i rapporti tra gruppi criminali, i loro complici e la pubblica amministrazione e le istituzioni, centrali o periferiche, si costruisce sulla continuità e non sull’emergenza. E questo è stato il limite di fondo delle mobilitazioni antimafia degli ultimi anni, una volta che il soggetto storico, rappresentato dalle lotte contadine e operaie, organizzate nella forma partitica e sindacale, si è dissolto e il suo posto è stato preso da una società civile più o meno organizzata che, come gli altri movimenti sociali contemporanei, registra discontinuità e precarietà. In un contesto in cui le sinistre, riformiste e radicali, hanno perso la loro identità e non sanno darsene una nuova. Oggi si impone una seria riconsiderazione della mafia e dell’antimafia in un quadro fortemente degradato, in cui la mafia militare ha ricevuto e continua a ricevere dei colpi ma la borghesia mafiosa gode di ottima salute e il modello mafioso di accumulazione e di potere è uno dei collanti del berlusconismo che può sopravvivere al destino personale di chi fino ad oggi ne è stato demiurgo e icona. La decriminalizzazione della società e delle istituzioni è uno dei terreni fondamentali su cui si gioca la partita della democrazia nel nostro Paese.

Pubblicato in: “Cometa”, n. 5, novembre-dicembre 2010, pp. 136-143, con il titolo: “Mafia, la lunga storia della società criminale”.