Mafia: una guida bibliografica ragionata

Giovanni La Fiura – Amelia Crisantino – Augusto Cavadi
Di che cosa ci stiamo occupando

Può sembrare paradossale, ma una ricerca sulla mafia deve cominciare dalla focalizzazione precisa del tema: in questo caso, come in pochi altri, infatti, uno stesso termine è adoperato in significati disparati, talora contraddittori. La parola “mafia” ha insieme indicato: un comportamento e un modo di essere, cioè una mentalità e uno stato d’animo, e un dato di fatto, cioè l’associazione criminale; l’espressione del “senso dell’onore” e dell'”ipertrofia dell’io” di determinate popolazioni e la manifestazione della loro inferiorità razziale; un fenomeno locale e residuale e la “piovra” universale; l’effetto e la causa del sottosviluppo etc. etc. È evidente che l’indeterminazione pregiudica la riuscita dell’indagine, per cui si pone preliminarmente l’esigenza di individuare un’ipotesi definitoria. In un volume che raccoglie gli atti di una “giornata di bilancio e di riflessione”, svoltasi l’8 maggio 1988 nel decimo anniversario dell’assassinio del militante Giuseppe Impastato, Umberto Santino, direttore del primo centro di documentazione e di studi sulla mafia sorto in Italia, propone la seguente definizione del fenomeno mafioso:

Per mafia intendiamo un fenomeno complesso, polimorfico, consistente nell’uso di pratiche di violenza e di illegalità in genere da parte di strati sociali dominanti o tendenti a diventare tali (“borghesia mafiosa”) allo scopo di accumulare ricchezza e acquisire posizioni di potere, avvalendosi di un codice culturale non immodificabile e di un relativo consenso sociale, variabile a seconda della composizione della società e dell’andamento del conflitto di classe o comunque del rapporto tra le varie componenti (Mafia e lotta alla mafia: materiali per un bilancio e nuove ipotesi di lavoro in AA.VV., L’antimafia difficile, a cura di U. Santino, Centro Impastato, Palermo, 1989, pp. 21-22).

Per quanto riguarda lo sviluppo storico del fenomeno, esso viene visto come un intreccio di continuità e trasformazione, qualcosa di più complesso delle classificazioni correnti, imperniate su nozioni approssimative come “mafia vecchia” e “mafia nuova”. Santino individua quattro fasi:

– Un lungo periodo di incubazione (in cui più che di mafia vera e propria può parlarsi di “fenomeni premafiosi” all’interno del processo di transizione dal feudalesimo al capitalismo in una regione che sulla scorta dello schema di Wallerstein abbiamo definito una “semiperiferia anomala”, contrassegnata dalla prevalenza del lavoro mezzadrile e dal policentrismo del potere);
– una fase agraria che va dall’Unità d’Italia agli anni ’50 di questo secolo, con almeno quattro subfasi: opposizione strumentale iniziale, integrazione successiva con delega (da parte dello Stato centrale) del potere locale, espulsione relativa di fasce di bassa mafia ed integrazione dell’alta mafia nel periodo fascista, rilegittimazione politica e assunzione diretta del potere nell’immediato dopoguerra e successiva integrazione nel blocco dominante;
– una fase urbano-imprenditoriale dalla seconda metà degli anni ’50 agli anni ’60, caratterizzata dalla compenetrazione con il potere politico, l’egemonia locale, il controllo della spesa pubblica, l’intreccio tra pratiche parassitarie, come la riscossione delle tangenti, che non è mai cessata, con attività imprenditoriali che producono, d’amore e d’accordo con altri soggetti imprenditoriali, quell’insalata di palazzoni che si chiama Palermo e quel deserto di cemento che si chiamava Conca d’oro;
– la fase della “mafia finanziaria” dagli anni ’70 ad oggi, cioè una grande macchina di accumulazione del capitale a livello mondiale, che opera in collaborazione-concorrenza-competizione con altre criminalità organizzate, che sono venute assumendo caratteri omologhi, in quanto praticano le stesse attività (traffici di droga e di armi in primo luogo) e si trovano di fronte agli stessi problemi (riciclaggio del denaro sporco, investimento); la mafia nella fase attuale utilizza le opportunità offerte dal proibizionismo delle droghe, dall’espansione del mercato delle armi, dal segreto bancario e dai fenomeni di innovazione finanziaria e, forte delle sue capacità di accumulazione, è entrata in gara egemonica con altri soggetti sociali dominanti e chiede di contare di più a livello sociale e politico, abbattendo gli ostacoli che si frappongono al suo processo di espansione (U. Santino, Mafia e lotta alla mafia, cit., pp. 22-23).

Dalla preistoria alla mafia agraria

Tra i volumi più significativi che si occupano della genesi e dei primi sviluppi della mafia va citato S. F. Romano, Storia della mafia, Mondadori, Milano, 1966, che analizzava “gli antecedenti strutturali e le origini sociali della “mafia”: compagni d’arme, maestranze, squadre e controsquadre” sino all’ascesa dei gruppi mafiosi dopo la seconda guerra mondiale (con riferimenti alla mafia americana). Purtroppo si tratta di un testo da tempo irreperibile sul mercato editoriale, e già questo ci sembra indicativo di una situazione di fatto che contraddice la sensazione di un’abbondanza di informazioni sull’argomento. Se molto si è scritto e si scrive sul piano giornalistico, pochissimo è stato prodotto a livello di analisi scientifica: e sarebbe auspicabile una riedizione di questi e di altri lavori di valore da tempo caduti nel dimenticatoio, pur senza essere stati adeguatamente rimpiazzati. Per fare un altro esempio, la rassegna antologica più significativa è ancora l’Antologia della mafia a cura di N. Russo, Il Punto, Palermo, 1964, anche essa irreperibile. L’antologia raccoglie documenti degli anni ’70 dell’Ottocento, la relazione Bonfadini della prima commissione parlamentare d’inchiesta (1875-76), ampi stralci dell’inchiesta di Franchetti e Sonnino del 1876 – un testo lucidissimo nella individuazione della mafia come “industria del delitto”, cioè come violenza strumentale a fini di arricchimento e di potere, e caratteristica delle “classi medie” siciliane – e si conclude con documenti del periodo fascista. Di questi materiali, nel 1974, è stata ripubblicata dall’editore Vallecchi di Firenze, con il titolo Inchiesta in Sicilia, la ricerca condotta privatamente da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Il testo di Franchetti, con il titolo Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, è stato ripubblicato da Donzelli, Roma, 1993.
Allo stato attuale, per quanto riguarda l’approccio storiografico, bisogna dunque accontentarsi dei riferimenti rintracciabili in opere sulla Sicilia in generale come il paragrafo su mafia e corruzione politica in D. Mack Smith, Storia della Sicilia medievale e moderna, Laterza, Bari, 1970, (pp. 662-685) e il capitolo secondo del volume primo e il capitolo primo del volume terzo della Storia della Sicilia dal 1860 al 1970 di F. Renda, Sellerio, Palermo, 1984-87, in tre volumi. Cfr. anche il volume della Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi: AA.VV (a cura di M. Aymard e G. Giarrizzo), La Sicilia, Einaudi, Torino, 1987, in particolare Per una storia della mafia. Interpretazioni e questioni controverse di R. Spampinato (pp. 881-902) e Stato violenza società. Nascita e sviluppo del paradigma mafioso di P. Pezzino (pp. 903-982). In questo contributo, per “paradigma mafioso” si intende

l’insieme di analisi, indagini, interpretazioni, luoghi comuni, che si sono andati depositando e stratificando nel tempo sopra vicende e aspetti significativi della storia siciliana progressivamente, e non sempre con identico significato, classificati col termine “mafia” (p. 906),

cioè più un assemblaggio di stereotipi che un vero e proprio paradigma scientifico. Il “paradigma” si forma nei primi anni dell’Unità d’Italia e in particolare dopo l’insurrezione palermitana del 1866, e risponde a esigenze dettate dalla lotta politica, tendendo a criminalizzare come “mafiosa” qualsiasi forma di opposizione; esso successivamente,

nella duplice versione di riduzione del fenomeno a codice culturale o a forma popolare di autogiustizia, attraversa le divisioni ideologiche perché la valorizzazione della mafia come dato storico originario del popolo siciliano si colloca tra le manifestazioni più tipiche del sicilianismo: a tale ideologia le classi dirigenti siciliane ricorrevano nel tentativo di pilotare un processo di sviluppo che non mettesse in discussione la tradizionale egemonia proprietaria (pp. 958-959).

Nel periodo fascista, come in altri momenti della storia,

al paradigma mafioso elaborato dalle classi dirigenti siciliane veniva contrapposto il paradigma associativo elaborato dalle istituzioni in quelle occasioni in cui si faceva della repressione antimafia strumento di lotta politica (p. 977).

Ad avviso dell’autore, il paradigma

riemerge nelle discussioni che hanno accompagnato le vicende degli ultimi anni, e soprattutto con riferimento all’approvazione, dopo l’assassinio di La Torre e Dalla Chiesa, della Legge 13 settembre n. 646 (p. 981).

Se passiamo da opere di respiro generale a lavori di carattere monografico, vanno citati gli studi di G. C. Marino sui primi anni dell’Unità d’Italia (L’opposizione mafiosa (1870-82). Baroni e mafia contro lo Stato, Flaccovio, Palermo, 1964, ripubblicato nel 1986), sul periodo fascista (Partiti e lotta di classe in Sicilia, De Donato, Bari, 1976) e sul separatismo (Storia del separatismo siciliano 1943-47, Editori Riuniti, Roma, 1979).
Recentemente interessanti contributi sulla storia del fenomeno mafioso sono venuti da alcuni studiosi. Segnaliamo: O. Cancila, Così andavano le cose nel sedicesimo secolo, Sellerio, Palermo, 1984; G. Fiume, Le bande armate in Sicilia (1819-1849). Violenza e organizzazione del potere, Facoltà di Lettere, Palermo, 1984; S. Lupo, Nei giardini della Conca d’oro, in “Italia contemporanea”, n. 156, 1984 e “Il tenebroso sodalizio”. Un rapporto sulla mafia palermitana di fine ottocento, in “Studi storici”, aprile-giugno 1988; N. Recupero, Ceti medi e “homines novi”. Alle origini della mafia, in “Polis”, n. 2, 1987; R. Mangiameli, Banditi e mafiosi dopo l’Unità, nel n. 7-8 della rivista “Meridiana”, gennaio 1990, dedicato alla mafia, con scritti di storici e sociologi; P. Pezzino, Una certa reciprocità di favori. Mafia e modernizzazione violenta nella Sicilia postunitaria, F. Angeli, Milano, 1990; La congiura dei pugnalatori, Marsilio, Venezia, 1992.
Nel capitolo dedicato alla mafia nel volume di E. J. Hobsbawm, I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Einaudi, Torino, 1990, ma ed. or. 1959 (pp. 41-74), la mafia viene considerata come “uno sviluppo alquanto più complesso del banditismo sociale”, sempre di più “strumento di esponenti del potere o di aspiranti ad esso” (p. 9) e “sistema di potere, a carattere privato e parallelo a quello ufficiale” (p. 48).
Per anni uno dei testi a cui si è fatto riferimento è il volume di H. Hess, La mafia, Laterza, Bari, 1984, ed. or. 1970, una ricerca sociologica con taglio antropologico. Al centro della ricerca è il “comportamento mafioso”, studiato all’interno di un “sistema subculturale” che coinvolge l’intera popolazione, o la grande maggioranza di essa, delle quattro province della Sicilia occidentale (non si fa cenno alle ondate di movimento contadino anti-mafioso, dai Fasci siciliani al secondo dopoguerra). Tale comportamento svolge le funzioni di “protezione”, “mediazione” e “regolamentazione economica”, nei confronti di uno Stato estraneo o assente, per cui si arriva alla conclusione che

il comportamento mafioso non potrà più manifestarsi quando lo Stato assolverà le funzioni di protezione e regolamentazione economica e perseguirà energicamente ogni forma privata di ricorso alla violenza (p. 230).

Fanno continuo riferimento, invece, ai legami fra mafia e istituzioni e mondo politico i libri di denuncia, ancora facilmente reperibili, di Michele Pantaleone, soprattutto Mafia e politica: 1943-1962, Einaudi, Torino, 1962; Antimafia occasione mancata, Einaudi, Torino, 1969.
Al limite fra storia e sociologia è A. Blok, La mafia di un villaggio siciliano 1860-1960. Imprenditori, contadini, violenti, Einaudi, Torino, 1986 (edito in inglese nel 1975). L’autore analizza il fenomeno mafioso “dall’interno”, a partire dall’osservazione quotidiana dei comportamenti e della vita di relazione di una comunità della Sicilia occidentale, “Genuardo” (Contessa Entellina). L’indagine si sviluppa in due direzioni: da una parte una ricostruzione storica dei rapporti sociali nelle campagne siciliane e delle vicende del latifondo; dall’altra l’analisi del difficile incontro della società locale con lo Stato postunitario. Dall’incrocio di queste prospettive è lo stesso oggetto “mafia” ad essere trasformato: liquidata l’immagine della “banda delle bande” tramandata dal senso comune, i mafiosi si configurano come strumento di gestione del potere locale e di mediazione (brokers) con lo Stato. La mafia non è sinonimo del sottosviluppo di un paese senza legge, ma il prodotto della particolare forma di sviluppo che il processo di formazione dello Stato ha avuto in Sicilia.
Un’altra ricerca condotta con il metodo dell’osservazione partecipante è quella di Jane e Peter Schneider, Classi sociali, economia e politica in Sicilia, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 1989, ed. or. 1976, in cui il fenomeno mafioso viene ricondotto al cosiddetto “capitalismo di mediazione” che si sviluppa in Sicilia, considerata come area periferica (viene utilizzato lo schema centro-periferia elaborato da I. Wallerstein in Il sistema mondiale dell’economia moderna, il Mulino, Bologna, 1978).

La mafia negli anni ’60-’80

Sarebbe troppo impegnativo citare le fonti per una ricerca sulla mafia degli anni ’60-’80, che non dovrebbe prescindere dai materiali pubblicati dalla Commissione parlamentari antimafia (1963-1976), voluminosi e difficilmente reperibili. Per gli anni più recenti ricordiamo solo, per l’accessibilità anche a docenti e studenti, il volume a cura di C. Staiano, Mafia. L’atto d’accusa dei giudici di Palermo, Editori Riuniti, Roma, 1986, che pubblica stralci dell’ordinanza-sentenza istruttoria del primo maxi-processo di Palermo. Immediatamente fruibili, e coinvolgenti anche dal punto di vista psicologico, alcune “storie di vita” riguardanti personaggi femminili in rotta con il mondo mafioso e un ambiente popolare impregnato di mafiosità da cui provengono: F. Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, La Luna, Palermo, 1986; A. Puglisi, Sole contro la mafia, La Luna, Palermo, 1990. Nel primo testo viene intervistata la madre di Impastato, il militante siciliano che – avendo rinnegato la matrice mafiosa familiare – si dedica a iniziative politiche e culturali contro la mafia, finendo trucidato con una bomba ad opera di “notissimi ignoti”. Nel secondo testo sono intervistate Michela Buscemi e Pietra Lo Verso, legate a vittime di violenza mafiosa, che – rompendo una secolare tradizione di omertà – si sono costituite parti civili in processi contro la mafia. Un’importante testimonianza è il volume di Nando Dalla Chiesa, Delitto imperfetto, Mondadori, Milano, 1984.
Se passiamo dalle “fonti” alle interpretazioni critiche, troviamo molto materiale a livello divulgativo, ma molto poco a livello di ricerca empirica e di sintesi teorica. Per un orientamento nel vasto mondo della produzione giornalistica un’utile bussola è il volume G. Priulla (a cura di), Mafia e informazione, Liviana, Padova, 1987.
Le poche ricerche che propongono modelli complessivi d’interpretazione teorica della mafia contemporanea sono quelle di F. Ferrarotti, P. Arlacchi, R. Catanzaro e U. Santino.
Franco Ferrarotti, in Rapporto sulla mafia: da costume locale a problema dello sviluppo nazionale, Liguori, Napoli, 1978, pubblica i materiali di una ricerca commissionatagli dalla Commissione parlamentare antimafia. La mafia viene considerata come “fenomeno globale”, nel senso che essa

non può essere compresa se non prendendo in considerazione i nessi radicali che la legano non soltanto ai gruppi sociali che vivono nelle zone di influenza mafiosa, ma alla stessa società nazionale (p. 53).

Il volume propone una bibliografia critica essenziale e contiene i risultati di una ricerca condotta, attraverso la somministrazione di un questionario, in città e comuni della Sicilia “nell’intento di mettere in luce la cultura delle popolazioni che vivono nelle zone mafiose, intesa come il costume e la mentalità media prevalente” (p. 141), e che ha riguardato anche l’evasione scolastica e l’atteggiamento delle famiglie verso l’istruzione.
Pino Arlacchi, in La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, il Mulino, Bologna, 1983, introduce una categoria interpretativa basata sull’impresa mafiosa, e sui suoi vantaggi economico-finanziari. La prima parte del volume

è dedicata ad un riesame dei caratteri più significativi del fenomeno mafioso nel Mezzogiorno tradizionale (…). Il quadro della situazione tradizionale è stato elaborato secondo una metodologia tipico-ideale, che ricalca da vicino i classici precetti weberiani (…). L’esposizione della struttura tipico-ideale del fenomeno mafioso tradizionale (…) è stata scomposta in due sequenze differenti, corrispondenti a due diversi aspetti della stessa. Nella prima sequenza viene descritta la dinamica del fatto sociale di rilevanza strategica per la comprensione dei rapporti tra la mafia e l’ambiente socio-economico che l’esprime; il comportamento mafioso ed il suo stretto legame con il fenomeno della competizione per l’onore vigente in alcune aree della Calabria meridionale e della Sicilia occidentale. (…) Nella sequenza successiva viene evidenziata la seconda componente del fenomeno mafioso: il potere mafioso e le funzioni da esso svolte nell’universo socio-economico e politico locale e nazionale (pp. 10-11).

Nella seconda parte del volume si fa una rapida descrizione degli effetti della “grande trasformazione” post-bellica della società italiana e del Mezzogiorno sul potere e sul comportamento mafioso tradizionali, mentre la terza parte “è dedicata ad un tipo ideale della mafia e del mafioso dei nostri tempi” (p. 12). Negli anni ’70 sarebbe nata la “mafia imprenditrice”, la quale godrebbe di un “profitto monopolistico”, frutto di una “innovazione” consistente nel “trasferimento del metodo mafioso nell’organizzazione aziendale del lavoro e nella conduzione degli affari esterni all’impresa” (p. 109). Secondo l’autore,

la gravità dell’odierno fenomeno mafioso consiste (…) nel suo non costituire più una componente improduttiva e subalterna dell’economia, ma una forza della produzione radicata nelle strutture portanti dell’universo socio-economico di aree sempre più vaste del Mezzogiorno (p. 135).

Tuttavia, in un testo successivo, la grande criminalità meridionale, che da parassitaria sarebbe diventata produttiva, viene presentata come “uno degli ostacoli più importanti e più trascurati dello sviluppo economico italiano” (I costi economici della grande criminalità in AA.VV., L’impresa mafiosa entra nel mercato, F. Angeli, Milano, 1985, p. 29).
Raimondo Catanzaro in Il delitto come impresa, Liviana, Padova 1988, Rizzoli, Milano, 1989, ha proposto un’interpretazione della mafia come frutto di un processo di “ibridazione sociale”:

La mafia nasce come risposta della periferia all’impatto del centro; ma non potrebbe affermarsi senza il sostegno di quest’ultimo. L’utilizzazione del potere mafioso da parte delle autorità statali indica che il fenomeno mafioso va inquadrato nell’ambito di sistemi di alleanze tra classi sociali e fra interessi politici che si realizzano a livello locale, ma che per mantenersi in vita e affermarsi debbono travalicare il sistema politico locale e immergersi in un brodo di coltura costituito da equilibri politici nazionali (pp. 133-134).

Particolarmente significative le pagine dedicate al concetto di onore inteso come “concentrato di ricchezza, potere, prestigio e violenza” (p. 65); le considerazioni sulla violenza come “strumento di regolazione dell’economia” (pp. 71 e ss.) e le riflessioni sugli sviluppi del fenomeno mafioso negli ultimi anni, sia per ciò che riguarda le attività imprenditoriali sia per gli effetti di inquinamento del sistema politico (cfr. pp. 250 e ss.).
L’ipotesi di definizione della mafia come “borghesia mafiosa”, concetto più ampio di quello di mafia come mera associazione criminale, elaborata da Umberto Santino, è stata verificata all’interno di ricerche empiriche pubblicate nei volumi: G. Chinnici – U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni ’60 ad oggi, F. Angeli, Milano, 1989 e U. Santino – G. La Fiura, L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano, 1990. Nel primo l’omicidio mafioso viene considerato come “omicidio-progetto”, cioè come strumento per la risoluzione della concorrenza interna e della “gara egemonica” con soggetti esterni, che si inquadra in un programma complessivo delle organizzazioni criminose, con l’abbattimento degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del piano di arricchimento e di dominio. Nel secondo volume si formula l’ipotesi della “economia polimorfa” e del “mercato multidimensionale”, in cui economia legale, sommersa e illegale presentano tipologie di rapporti (compenetrazione, convivenza, conflitto) ricavate dalle risultanze dell’indagine, condotta sugli accertamenti patrimoniali in attuazione della legge antimafia. Da tali accertamenti risulta che, tolti due grandi gruppi imprenditoriali, individuati in Lombardia e in Sicilia, le altre realtà imprenditoriali sottoposte a sequestro e confisca hanno principalmente funzione di copertura e di riciclaggio del capitale accumulato illecitamente, per cui sarebbe confermata l’ipotesi di lettura della mafia attuale soprattutto come “mafia finanziaria”.

I libri sinora citati mirano, essenzialmente, a decifrare il fenomeno “mafia” da un punto di vista storico, sociologico, economico e politico. Sarebbe interessante, almeno per degli educatori, avere a disposizione anche del materiale per elaborare una “pedagogia” dell’antimafia: ma, purtroppo, su questo versante, siamo ancora a contributi sporadici sotto forma di articoli. D’altra parte è ovvio che, se non si vuole cedere agli slogans, un’azione pedagogica efficace ha senso solo se inserita in un progetto culturale, etico, sociale e politico tendente a fare delle popolazioni meridionali i protagonisti del proprio riscatto. Con limiti ed ambiguità, la chiesa cattolica è tra le pochissime agenzie educative che ha cercato di offrire elementi in questo senso: per farsi un’idea di tale impegno può consultarsi il recente volume di A. Chillura, Coscienza di chiesa e fenomeno mafia, Augustinus, Palermo, 1990, che raccoglie gli interventi delle chiese siciliane, sia a livello di vertici che di base.

Alcuni degli esperimenti più interessanti nell’elaborazione di strategie pedagogiche alternative sono il frutto della convergenza di soggettività e culture diverse, come è testimoniato, per esempio, nei recenti volumi di A. Cavadi, Fare teologia a Palermo. Intervista a don Cosimo Scordato sulla “teologia del risanamento” e sull’esperienza del Centro sociale “San Francesco Saverio” all’Albergheria, Augustinus, Palermo, 1990 e di Cosimo Scordato, Uscire dal fatalismo. Per una pastorale del risanamento, Paoline, Milano, 1991.

Anche sotto l’impulso della Legge 51/80 della Regione siciliana, non sono mancati i tentativi di approntare degli strumenti didattici attraverso cui tradurre per la pratica quotidiana delle scuole alcune informazioni essenziali ed alcuni criteri di orientamento valutativo. Purtroppo si tratta, quasi sempre, di materiali da apprezzare più per le intenzioni lodevoli che per il valore intrinseco. Un contributo pionieristico, difficilmente reperibile, è la raccolta di materiali curata dal CIDI, Mafia, camorra, ‘ndrangheta, delinquenza organizzata: anzitutto conoscere, Ediesse, Roma, 1984. Sul lavoro nelle scuole siciliane cfr. G. Cipolla, Tradizione e innovazione nelle esperienze educative antimafia in AA.VV., L’antimafia difficile, cit., pp. 128-139.

Probabilmente, per un approccio “didattico” rimangono insostituibili alcune opere letterarie con felici intuizioni sociologiche, quali Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia (Einaudi, Torino, 1961, successivamente riedito), in cui è colto lucidamente il passaggio dalla mafia agraria alla mafia contemporanea, con la doverosa avvertenza che proliferano, in questo ambito, anche romanzi apologetici di una fantomatica mafia “tradizionale”, come Il padrino di M. Puzo (Mondadori, Milano, 1978). Particolarmente significativo il lavoro giornalistico e letterario di Giuseppe Fava, fondatore della rivista “I Siciliani”, assassinato dalla mafia nel 1984. Fra i suoi scritti: Gente di rispetto, Bompiani, Milano, 1975; I siciliani, Cappelli, Bologna, 1980.

In ordine ad una pedagogia e ad una didattica anti-mafia, non si può non tener conto di alcune ricerche di psicologia sociale. Segnaliamo: AA. VV. (a cura di A. M. Di Vita), Alle radici di un’immagine della mafia, F. Angeli, Milano, 1986, in cui sono pubblicati i materiali di una ricerca della Facoltà di Magistero di Palermo, ed AA. VV., L’immaginario mafioso. La rappresentazione sociale della mafia, Dedalo, Bari, 1986, indagine dell’Istituto di psicologia dell’Università di Palermo diretto da Gigliola Lo Cascio. Un interessante tentativo, di fare il punto sulla ricerca attuale e di aprire nuove prospettive, nel volume G. Casarrubea – P. Blandano, L’educazione mafiosa. Strutture sociali e processi di identità, Sellerio, Palermo, 1991.

Da: Augusto Cavadi (a cura di), A scuola di antimafia, Quaderno del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”, Palermo 1994.

Un aggiornamento: 1994-2006

Umberto Santino

Una rassegna degli studi di sociologi, storici, criminologi, economisti, sulla mafia siciliana nel mio La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1995. Nel volume Dalla mafia alle mafie, Scienze sociali e crimine organizzato, Rubbettino, 2006, la rassegna è stata allargata ad altre discipline (psicologi, teologi) e ad altre forme di criminalità organizzata (‘ndrangheta, calabrese, camorra campana, sacra corona unita pugliese, gruppi stranieri operanti in Italia).

Il contributo dei sociologi. Sul piano degli studi sociologici, un’interpretazione della mafia come “industria della protezione privata” è quella di Diego Gambetta, La mafia siciliana, Einaudi, Torino, 1992. Per l’autore i mafiosi come tali “non si occupano d’altro che di protezione” (p. XIX) e la descrizione della mafia come industria della protezione viene presentata come la “prospettiva teorica fondamentale per la sua spiegazione” (p. 63). Una tesi unilaterale, inadeguata a spiegare la complessità del fenomeno mafioso e che, con l’intento di sviluppare un’analisi “laica”, rischia di apparire apologetica. In realtà la mafia impone la sua “protezione” come forma della sua signoria territoriale e più che approfittare di una situazione di sfiducia e insicurezza creata da altri agisce come fattore primario o concorrente di insicurezza. Il libro ripropone, in definitiva, la vecchia visione della mafia come prodotto del vuoto di Stato e della mancata realizzazione del mercato moderno. Così, per fare un esempio, secondo l’autore al mercato ortofrutticolo di Palermo non ci sarebbe più la mafia perché vi è arrivata la modernizzazione, mentre risulta che in esso sono presenti noti mafiosi, tra cui alcuni imputati e condannati al maxiprocesso.
Negli anni successivi sono apparsi gli studi di Rocco Sciarrone, Mafie vecchie, mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma, 1998; Letizia Paoli, Fratelli di mafia. Cosa Nostra e ‘ndrangheta, il Mulino, Bologna, 2000; Fabio Armao, Il sistema mafia. Dall’economia-mondo al dominio locale, Bollati Boringhieri, Torino, 2000; Alessandra Dino, Mutazioni. Etnografia del mondo di Cosa Nostra, La Zisa, Palermo, 2002. E più recentemente: Antonio La Spina, Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno, il Mulino, Bologna, 2005.
Sciarrone ha analizzato soprattutto le relazioni esterne, utilizzando il concetto di capitale sociale, elaborato da sociologi statunitensi, analizzato le attività imprenditoriali e studiato vari casi di presenze mafiose in aree storiche, come la Calabria o di nuovo insediamento come il Piemonte.
Paoli ha studiato la mafia siciliana e la ‘ndrangheta calabrese come associazioni di tipo comunitario, con legami di fratellanza e codici comportamentali messi in crisi dai processi di modernizzazione, mentre a livello internazionale si sarebbe imposto un modello organizzativo meno rigido e più flessibile. Una tesi che non spiega il persistere del fenomeno mafioso in periodi storici segnati da grandi mutamenti, ignorando o sottovalutando le capacità di adattamento.
Armao, in una ricerca di taglio politologico, ha tracciato un’ipotesi di teoria generale delle mafie e di sviluppo storico che rovescia le visioni correnti: non dal radicamento locale alla diffusione mondiale, ma al contrario dal mondiale al territoriale.
Dino ha utilizzato metodologie e strumenti dell’etnografia sociale per analizzare Cosa nostra, con un approccio complesso (il “politeismo metodologico”) che deve fare i conti con un’eccessiva dipendenza da fonti istituzionali, in particolare atti giudiziari e dichiarazioni di collaboratori di giustizia.
La Spina ha studiato in particolare gli aspetti organizzativi, utilizzando le elaborazioni della letteratura sull’organizzazione (la mafia sarebbe un’organizzazione professionale) e interrogandosi problematici su concetti come protezione e capitale sociale.
Un contributo significativo è venuto recentemente da studiosi che hanno affrontato le tematiche nonviolente, riprendendo le linee analitiche e progettuali di Danilo Dolci, operante in Sicilia dagli anni ’50. Si veda il libro Mafia e nonviolenza, a cura di Vincenzo Sanfilippo, Di Girolamo, Trapani, 2005, con scritti di Umberto Santino, Andrea Cozzo, Rita Borsellino e altri.
Mentre l’attenzione di quasi tutti gli studiosi si è concentrata sull’organizzazione, c’è stata una ripresa dell’approccio culturalista: si veda il saggio di Marco Santoro, Mafia, cultura e politica, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, n. 4, dicembre 1988, pp. 441-476. Gli aspetti culturali non possono essere ignorati e chi scrive attribuisce ad essi notevole importanza all’interno del paradigma della complessità, più volte richiamato e dettagliatamente esposto nei saggi ricordati all’inizio.
Negli ultimi anni sono apparsi studi significativi sul ruolo delle donne, analizzato attraverso il prisma di genere. La ricerca più compiuta è quella di Renate Siebert, Le donne, la mafia, il Saggiatore, Milano, 1994, che vede il ruolo delle donne all’interno di quella che ho chiamato “signoria territoriale”. Le ricerche condotte da Anna Puglisi e da me all’interno del Centro Impastato condividono la visione della mafia come organizzazione formalmente monosessuale, riservata ai maschi, ma sottolineano l’elasticità di fatto che consente il contributo sempre più rilevante delle donne. Si vedano, oltre alle storie di vita pubblicate in La mafia in casa mia e Sole contro la mafia, la raccolta di saggi in Anna Puglisi, Donne, mafia e antimafia, Di Girolamo, Trapani, 2005.
Alessandra Dino e Teresa Principato, nel volume Mafia donna. Le vestali del sacro e dell’onore, Flaccovio, Palermo, 1997, parlano del ruolo della donna come centralità sommersa, riprendono temi come il familismo amorale, riproponendo un’immagine della mafia come mondo chiuso nell’ambito parentale e sbarrato all’esterno. Gabriella Ebano ha dato voce a donne familiari di caduti nella lotta contro la mafia nel suo Felicia e le sue sorelle. Dal secondo dopoguerra alle stragi del ’92-93: venti storie di donne contro la mafia, Ediesse, Roma, 2005.

Il contributo degli storici. Nicola Tranfaglia, nel volume La mafia come metodo, Laterza, Roma-Bari, 1991, si è posto il problema del collegamento tra le varie forme di criminalità organizzate in Italia e dei rapporti con la politica e le istituzioni. Ha curato anche il volume Mafia, politica e affari nell’Italia repubblicana, Laterza, Roma-Bari, 1992, 2001, un’antologia di Atti della commissione parlamentare antimafia.
Va ricordato che la Commissione parlamentare antimafia nel corso del 1993 ha prodotto una relazione su Mafia e politica, pubblicata nel volume dallo stesso titolo, Laterza, Roma-Bari, 1993.
Salvatore Lupo, nella sua Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma, 1993, 2004, colloca l’origine della mafia nella seconda metà dell’Ottocento, quando se ne comincia a parlare in documenti ufficiali (esse est percipi), mentre da varie fonti risulta che il fenomeno mafioso si era già formato nei decenni precedenti. Particolarmente interessante la parte sulla mafia della fine dell’800 e dei primi del ‘900, in cui vengono utilizzati i rapporti del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi che parlano di organizzazioni mafiose strutturate e coordinate. Nella ricostruzione degli avvenimenti più recenti viene usata la distinzione tra enterprise syndicate e power syndicate, introdotta da Alan Block in uno studio sulla mafia di New York. Nell’ultima guerra di mafia il power syndacate (inteso come struttura territoriale delle famiglie) avrebbe cercato di controllare le attività dell’enterprise syndicate, in particolare il traffico di droga.
Tra gli studi storici pubblicati recentemente, si veda la ricerca sul periodo fascista nel volume di Giovanni Raffaele, L’ambigua tessitura. Mafia e fascismo nella Sicilia degli anni Venti, F. Angeli, Milano, 1993.
Francesco Renda, decano degli storici siciliani, protagonista delle lotte contadine e dirigente comunista, ha scritto una Storia della mafia, Come, dove, quando, Sigma Edizioni, Palermo, 1997, utilizzando soprattutto fonti ufficiali, come gli Atti delle Commissioni parlamentari. Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia, Newton & Compton, Roma, 1998 ha definito la sua storia “ardimentosa”, ritenendo necessario usare, oltre alle fonti classiche della ricerca storiografica, “metodi di ricerca di tipo indiziario”. Nel 2005 è uscito il volume dello storico inglese John Dickie, Cosa Nostra. Storia della mafia siciliana, pubblicato da Laterza: una storia di grande leggibilità, che raccoglie i risultati, non sempre condivisibili, di altre ricostruzioni. Rosario Mangiameli ha raccolto alcuni studi pubblicati precedentemente nel volume La mafia tra stereotipo e storia, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 2000.
Negli ultimi anni sono venuti molti contributi su un episodio cruciale della storia italiana, come la strage di Portella della Ginestra. Si vedano: Umberto Santino, La democrazia bloccata, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997; Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, F. Angeli, Milano, 1997; “Fra’ Diavolo” e il governo nero. “Doppio Stato” e stragi nella Sicilia del dopoguerra, F. Angeli, Milano, 1997; Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Bompiani, Milano, 2005; Autori Vari, Portella della Ginestra 50 anni dopo (1947-1997), Sciascia, Caltanissetta-Roma 1999, 2001; Angelo La Bella – Rosa Mecarolo, Portella della Ginestra, la strage che ha cambiato l’Italia, Teti, Milano, 2003. Sulle vicende degli anni ’40: Nicola Tranfaglia, Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani 1943-1947, Bompiani, Milano, 2004.
Utili anche alcune ricostruzioni giornalistiche: Alexander Stille, Nella terra degli infedeli. Mafia e politica nella prima Repubblica, Mondadori, Milano, 1995; Saverio Lodato, Trent’anni di mafia, Rizzoli, Milano, 2006; Ernesto Oliva – Salvo Palazzolo, L’altra mafia. Biografia di Bernardo Provenzano, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001, ripubblicato nel 2006 con il titolo Bernardo Provenzano, il “ragioniere” di Cosa nostra.
Hanno indubbia rilevanza le testimonianze dirette di alcuni protagonisti della lotta contro la mafia o le ricostruzioni delle loro attività: Giovanni Falcone – Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano, 1991; Corrado Staiano, Un eroe borghese. Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, Einaudi, Torino, 1991; Antonino Caponnetto, I miei giorni a Palermo, Garzanti, Milano, 1992; Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino. Storia di Rosario Livatino assassinato dalla mafia sotto il regime della corruzione, Einaudi, Torino, 1992; Tano Grasso, Contro il racket. Come opporsi al ricatto mafioso, Laterza, Bari, 1992; Luca Rossi, I disarmati. Falcone, Cassarà e gli altri, Mondadori, Milano, 1992; Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Rizzoli, Milano, 1993; Giuseppe Ayala, La guerra dei giusti, Mondadori, Milano, 1993; Sandra Rizza, Una ragazza contro la mafia. Rita Atria, morte per solitudine, La Luna, Palermo, 1993; Umberto Lucentini, Paolo Borsellino. Il valore di una vita, Mondadori, Milano, 1994; Claudio Fava, Cinque delitti imperfetti. Impastato, Giuliano, Insalaco, Rostagno, Falcone, Mondadori, Milano, 1994; Giuseppe Di Lello, Giudici. Cinquant’anni di processi di mafia, Sellerio, Palermo, 1994; Luciano Mirone, Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla Mafia e sepolti dall’Indifferenza, Castelvecchi, Roma, 1999; Bianca Stancanelli, A testa alta. Don Giuseppe Puglisi: storia di un eroe solitario, Einaudi, Torino, 2003; Francesco Deliziosi, Don Puglisi. Vita del prete ucciso dalla mafia, Mondadori, Milano, 2005.
Una testimonianza dall’interno della mafia nella storia di vita del pentito Antonino Calderone raccolta da Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore, Mondadori, Milano, 1992. Una ricostruzione della vita di Tommaso Buscetta in Addio Cosa Nostra, sempre di P. Arlacchi, Rizzoli, Milano, 1994. Con questi due libri l’autore sposava la tesi della mafia come associazione segreta, rigettata negli scritti precedenti.

Il contributo dei criminologi. I criminologi italiani nell’ottobre del 1989 hanno promosso un Seminario nazionale sulla criminalità organizzata, i cui Atti sono stati pubblicati nel volume La criminalità organizzata. Moderne metodologie di ricerca e nuove ipotesi esplicative, a cura di Tullio Bandini, Marco Lagazzi, Maria Ida Marugo, Giuffrè, Milano, 1993.
Un’analisi dei processi per omicidio a Palermo e del maxiprocesso in Giorgio Chinnici – Umberto Santino – Giovanni La Fiura – Ugo Adragna, Gabbie vuote, F. Angeli, Milano, 1992. Il volume completa la ricerca sull’omicidio a Palermo, la cui prima parte, riguardante le vittime, era stata pubblicata nel libro La violenza programmata.
Tra i contributi più recenti, interessante l’approccio dei criminologi critici. Si vedano: Vincenzo Ruggiero, Economie sporche. L’impresa criminale in Europa, Bollati Boringhieri, Torino, 1996; Delitti dei deboli e dei potenti: esercizi di anticriminologia, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, che analizzano il crimine organizzato nella sua evoluzione: dapprima predatorio, quindi parassitico, attualmente simbiotico. Vincenzo Scalia, La mafia ai tempi del postfordismo, consultabile sul sito www.centroimpastato.it, analizza gli ultimi sviluppi della mafia, nel contesto attuale segnato da mutamenti strutturali, con la frammentazione e la deregolazione dei mercati.

Il contributo degli economisti. Nell’ottobre del 1992 la Società Italiana degli Economisti ha dedicato per la prima volta la riunione scientifica annuale all’economia del crimine organizzato. Gli Atti sono stati raccolti nel volume Mercati illegali e mafie. L’economia del crimine organizzato, a cura di Stefano Zamagni, il Mulino, Bologna, 1993. Sempre sull’economia del crimine il libro del Censis, Contro e dentro. Criminalità Istituzioni Società, F. Angeli, Milano, 1992. Si occupa più particolarmente del traffico di droga il libro di Ada Becchi e Margherita Turvani, Proibito? Il mercato mondiale della droga, Donzelli, Roma, 1993. Una puntualizzazione sull’analisi economica della criminalità nel libro di Ada Becchi e Guido M. Rey, L’economia criminale, Laterza, Bari, 1994 e sulle interpretazioni della mafia nel libro di Ada Becchi, Criminalità organizzata. Paradigmi e scenari delle organizzazioni mafiose in Italia, Donzelli, Roma, 2000.
Più recentemente gli economisti hanno studiato in particolare i rapporti tra mafia e sviluppo e gli aspetti finanziari. Si vedano: Mario Centorrino – Antonio La Spina – Guido Signorino, Il nodo gordiano: Criminalità mafiosa e sviluppo nel Mezzogiorno, Laterza, Roma-Bari, 1999; Donato Masciandaro – Alessandro Pansa, La farina del diavolo. Criminalità, imprese e banche in Italia, Baldini & Castoldi, Milano, 2000.

Il contributo degli psicologi. Pionieristici gli studi di Filippo Di Forti, Le radici profonde della mafia, Silva, Roma, 1971 e Per una psicanalisi della mafia. Radici, fantasmi, territorio e politica, Bertani, Verona, 1982. Più recentemente: Silvia Di Lorenzo, La Grande Madre Mafia. Psicoanalisi del fenomeno mafioso, Pratiche Editrice, Parma, 1996 (la mafia sarebbe un fenomeno arcaico, i siciliani sono criminalizzati in blocco, il principio femminile-materno rappresenterebbe il negativo, quello maschile-paterno il positivo); Innocenzo Fiore, Le radici inconsce dello psichismo mafioso, F. Angeli, Milano, 1997; Girolamo Lo Verso (a cura di), La mafia dentro. Psicologia e psicopatologia di un fondamentalismo, F. Angeli, Milano, 1998; Autori Vari, Come cambia la mafia. Esperienze giudiziarie e psicoterapeutiche in un paese che cambia, F. Angeli, Milano, 1999; Franco Di Maria (a cura di), La polis mafiosa. Comunità e crimine organizzato, F. Angeli, Milano, 2005. Un approccio interessante, anche per il tentativo di avviare ricerche interdisciplinari, ma con un vizio di fondo: considerare il sentire mafioso, lo psichismo mafioso come caratteri inconsci del popolo siciliano, trasmessi transpersonalmente, riducendo l’opposizione alla mafia alla testimonianza di pochi isolati, ignorando la c omplessità del fenomeno mafioso e della storia e della realtà della Sicilia.

Il contributo dei teologi. La mafia è stata considerata un “peccato sociale” e una “struttura di peccato” negli studi di alcuni teologi e negli interventi del papa e di uomini di chiesa. Si vedano: Augusto Cavadi (a cura di), Il Vangelo e la lupara. Materiali su Chiese e mafia, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1993, in due volumi (il primo su Storia, Teologia, Pastorale; il secondo con Testimonianze e Tracce di preghiera); Stefano Diprima, Per un discorso cristiano di resistenza alla mafia, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1995; Autori Vari, Chiesa e mafia in Sicilia, in “Synaxis”, 1996, con studi, fra gli altri, di Cosimo Scordato, Francesco M. Stabile, Nino Fasullo. La chiesa cattolica si è occupata del tema solo dopo i grandi delitti e la riflessione non si è sviluppata adeguatamente. Sulle ambiguità e contraddizioni all’interno del mondo ecclesiastico si veda: Alessandra Dino, Chiesa, mafia: Giustizia divina, giustizia terrena, in Renate Siebert (a cura di), Relazioni pericolose. Criminalità e sviluppo nel Mezzogiorno, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2000.

Raccontare l’antimafia. Sulle lotte contadine, dai Fasci siciliani al secondo dopoguerra e sulle mobilitazioni e le iniziative degli ultimi anni si veda Umberto Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti, Roma, 2000. Non tradotti in italiano: Alison Jamieson, The Antimafia, Italy’s Fight against Organized Crime, Macmillan Press, London, 2000; Jane Schneider and Peter Schneider, Reversibile Destiny. Mafia, Antimafia and the Struggle for Palermo, University of California Press, Berkley and Los Angeles, 2003.
Repertori bibliografici

Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, Mafia, ‘ndrangheta, camorra, organized crime, Bollettino della Biblioteca, a cura di S. Pedone, Palermo, 1984.
Mercadante Vito, Mafia: bibliografia ragionata, Ila Palma, Palermo, 1986.
Regione siciliana, Assessorato dei Beni culturali e ambientali e della Pubblica Istruzione, Bibliografia sulla mafia, a cura di G. Chindemi e M. Corso, Biblioteca centrale della Regione siciliana, Palermo, 1987.
La Rivisteria, Per conoscere la mafia. Una bibliografia, a cura di G.R. Lanfranchini e B. Marin, Rizzoli, Milano, 1993.
Marrone Paolo, Mafia. Guida bibliografica, Trapani, 1993.
Bedotto Angela (a cura di), Mafie: panorama bibliografico (1945-1993), F. Angeli, Milano, 1994.
Pantano Linda (a cura di), Scritti sulla mafia disponibili presso la Biblioteca dell’Istituto Gramsci siciliano, Istituto Gramsci Siciliano, Palermo, 1995.
Regione Toscana, Giunta regionale, Centro di documentazione “Cultura Legalità democratica”, Catalogo generale, Firenze 1997.
Regione siciliana, Assessorato dei Beni culturali e ambientali e della Pubblica Istruzione, Mafia. Bibliografia 1987-2000, di A. Dioguardi, Biblioteca centrale della Regione siciliana, Palermo, 2000.
Da: Augusto Cavadi (a cura di), A scuola di antimafia, Di Girolamo, Trapani, 2007.
Il testo contiene una sezione Per l’autoformazione degli educatori e Sui sussidi didattici.
Sulle altre mafie italiane

Ciconte Enzo, ‘Ndrangheta dall’Unità a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1992.

Sales Isaia, con Ravveduto Marcello, Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli, l’ancora del mediterraneo, Napoli, 2006.
Saviano Roberto, Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano, 2006.

Massari Monica, La Sacra corona unita. Potere e segreto, Laterza, Roma-Bari, 1998.

Becucci Stefano – Massari Monica (a cura di), Mafie nostre, mafie loro. Criminalità italiane e straniere nel Centro-Nord, Edizioni di Comunità, Torino, 2001.
Sui gruppi criminali internazionali

Schede e indicazioni bibliografiche in: Umberto Santino – Giovanni La Fiura, Dietro la droga, Edizioni gruppo Abele, Torino 1993, pag. 175 – 188.

Sulla mafia russa: Umberto Santino, I padrini al Cremlino. Le mafie in Russia e nei paesi ex socialisti, sul sito alla pagina “Saggi e articoli”.