Umberto Santino

Marxismo, mafia e antimafia
per Dizionario storico-critico del marxismo

Pubblicato in tedesco in: Historisches-kritishes Woerterbuch des Marxismus
htpp://www.hkwm.de

 

Il tema della mafia siciliana e di altri gruppi di criminalità organizzata, storici e di recente formazione, è stato troppo spesso trattato sulle base di idee correnti, largamente diffuse ma prive di una base scientifica (stereotipi), o di criteri con qualche fondamento scientifico (paradigmi) che colgono solo alcuni aspetti, per esempio l’associazionismo criminale e la finalità economica, di un fenomeno polimorfico e complesso.

Il mio impegno di studio si è dedicato a sviluppare un’analisi sulla base di quello che ho chiamato “paradigma della complessità”, fondato sulla seguente ipotesi definitoria:

La mafia è un insieme di gruppi criminali che agiscono all’interno di un sistema di rapporti, svolgono attività violente e illegali, ma pure formalmente legali, finalizzate all’arricchimento e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, si avvalgono di un codice culturale e godono di un certo consenso sociale.

Secondo tale visione la mafia è il risultato dell’interazione tra vari aspetti: crimine, accumulazione, potere, cultura, consenso e si fonda sul legame tra associazione criminale e contesto sociale. Si tratta di un fenomeno transclassista, che coinvolge vari strati della popolazione, da quelli più alti a quelli popolari, che costituiscono un blocco sociale in cui la funzione dominante è svolta da soggetti illegali (capimafia) e legali (professionisti, imprenditori, rappresentanti della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni), classificabili come “borghesia mafiosa” (Santino 1994a, 1994b, 1995, 2006, 2013).

L’applicazione di un’analisi di classe al fenomeno mafioso ha dovuto fare i conti con la scarsità di precedenti e con la cosiddetta “crisi delle ideologie”, che in realtà significa crisi delle ideologie alternative alla società capitalistica, in seguito all’implosione del cosiddetto socialismo reale e all’archiviazione delle formazioni politiche socialcomuniste, e trionfo del neoliberismo, che si è imposto come “pensiero unico” e ideologia vincente della globalizzazione capitalista.

 

Dal giovane Marx al Capitale. Il Marx teorico e il Marx storico

I riferimenti dei classici alla criminalità e gli studi di ispirazione marxista sulla mafia, e in genere sul crimine organizzato, non sono molti e bisogna interrogarsi sulle ragioni di questo scarso interesse. In alcuni scritti del 1842 Marx si occupa della legislazione della Dieta renana contro i furti di legna, cioè della criminalizzazione di una pratica secolare secondo cui le classi popolari avevano la possibilità di raccogliere la legna caduta dagli alberi. Con la nuova legislazione un’antica consuetudine veniva bollata come delitto e il giovane Marx argomentava che il diritto altro non era che la codificazione delle usurpazioni della borghesia e la stigmatizzazione degli usi delle classi subalterne. Cioè: delitti e diritti nascono dal prevalere degli interessi che dettano le norme e classificano i comportamenti a seconda della loro corrispondenza con gli interessi dominanti. L’effetto della nuova legge è una distorsione gravida di conseguenze. Diceva Marx, rivolto ai legislatori: “Mentre non vi riuscirà di forzare la gente a credere che vi sia delitto dove delitto non v’è, riuscirete a trasformare il delitto in un atto lecito” (Marx 1950, p. 182).

È un’intuizione che può tornare utile in tema di crimine organizzato e di criminalità dei potenti, legittimata dall’impunità o formalmente assolta con atti di legalizzazione dell’illegalità. Ugualmente utili possono essere alcuni cenni sul ruolo della violenza nell’accumulazione originaria e sulla disponibilità del capitale a sposare anche forme eclatanti di criminalità se funzionali ai processi di valorizzazione. Nella settima sezione del primo libro del Capitale, ricostruendo le dinamiche del processo di accumulazione in Gran Bretagna, Marx osservava che in alcune contee si era formato quello che veniva definito un gang-system, sistema della gang o della banda. I lavori nei campi gestiti da fittavoli venivano svolti da gangs, o bande organizzate, formate da quaranta o cinquanta persone, donne e giovani di ambo i sessi, sotto la direzione di un gangmaster (mastro della banda) capace di “spremere dalla sua banda la maggior quantità possibile di lavoro entro il più breve tempo” (Marx 1964, p. 758). I fittavoli avevano convenienza ad arruolare le gangs, poiché le donne e i bambini che ne facevano parte, sotto una direzione maschile, assicuravano il massimo di lavoro. Il rovescio era rappresentato dal lavoro eccessivo, dalla fatica degli spostamenti e dalla “degradazione morale delle gangs” soprattutto riguardo ai comportamenti dei due sessi: ragazze giovanissime messe incinte, figli dediti all’oppio (ivi, p. 759). Ma il gangmaster, detto anche the driver (il guardiano), benché dotato di un bastone, lo usa raramente e il trattamento brutale è un’eccezione, tanto che egli potrebbe considerarsi un imperatore democratico. Siamo in presenza di un racket della manodopera che però non fa uso sistematico della violenza, mentre in Sicilia i soggetti mafiosi la usano normalmente per assicurarsi il controllo sulle masse contadine.

La violenza viene chiamata in causa a proposito dell’accumulazione originaria, il punto di partenza dell’accumulazione capitalista. L’accumulazione originaria “non è altro che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione”. La struttura economica della società capitalistica deriva dalla dissoluzione di quella della società feudale, un processo di trasformazione dei produttori in operai salariati, attraverso l’espropriazione dei mezzi di produzione e “la storia di questa espropriazione è scritta negli annali dell’umanità a tratti di sangue e fuoco” (ivi, pp. 778 s., corsivo nel testo). Questa storia si sviluppa nel contesto mondiale attraverso quelli che vengono indicati come momenti fondamentali dell’accumulazione originaria: lo sterminio e la riduzione in schiavitù delle popolazioni americane, il saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di schiavi. Ma è in Inghilterra, alla fine del secolo XVII, che trovano la loro combinazione sistematica, quando si incrociano il sistema coloniale, il sistema del debito pubblico, il sistema tributario e il protezionismo.

I metodi poggiano in gran parte sulla violenza più brutale, come p. es. il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica (ivi, p. 814, corsivi nel testo).

In Inghilterra la violenza si è concentrata nella forma Stato, altrove il processo di transizione dal feudalesimo al capitalismo ha visto la convivenza tra violenza istituzionale e violenza extraistituzionale, in Sicilia la violenza mafiosa è legittimata attraverso l’impunità (Santino 2000). Ma nella stessa Inghilterra le cose sono andate diversamente, se ancora all’inizio del XIX secolo è documentata la presenza di gruppi di armati (i Volunteers) a servizio dei landlords, qualcosa di simile alle squadre di guardie private a servizio dei baroni siciliani (Thompson 1975, 1981; Santino 2000). Solo che i Volunteers inglesi non avranno futuro, poiché riesce a imporsi il monopolio statale della forza, mentre in Sicilia si costituisce un oligopolio della violenza e le guardie private a servizio dei baroni sono uno degli esempi più significativi di quelli che ho chiamato “fenomeni premafiosi” (Santino 2000).

La disponibilità del capitale a mischiarsi con i crimini più efferati pur di incrementare il profitto è rappresentata da Marx con una citazione di T.H. Dunning, menzionato come “uno scrittore della Quarterly Review”:

Il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c’è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantitegli il dieci per cento, e lo si può impiegare dappertutto; il venti per cento, e diventa vivace; il cinquanta per cento e diventa veramente temerario; per il cento per cento si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il trecento per cento, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi, anche pena la forca. Se il tumulto e le liti portano profitto, esso incoraggerà l’uno e le altre. Prova: contrabbando e tratta degli schiavi (Marx 1964, p. 823).

Per quanto riguarda l’analisi delle classi convivono in Marx un modello triadico e un’analisi pluralistica. Il terzo libro del Capitale contiene un frammento sulle classi, per un cinquantaduesimo capitolo che non sarebbe mai stato scritto. Nel frammento Marx parla delle “tre grandi classi della società moderna”: gli operai salariati, i capitalisti e i proprietari fondiari e si chiede: cosa costituisce una classe? La risposta: “A prima vista può sembrare che gli individui che formano le tre classi vivono di salario, di profitto e di rendita fondiaria, ma in realtà c’è un infinito frazionamento di interessi e di posizioni creato dalla divisione sociale del lavoro” (Marx 1965, p. 1004) Se il Marx teorico parlava di borghesia come di un blocco compatto, il Marx storico (Le lotte di classe in Francia, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, La guerra civile in Francia) individuava varie classi e frazioni di classe: l’aristocrazia finanziaria, i proprietari fondiari, la borghesia industriale, la piccola borghesia, i contadini, il proletariato industriale, il sottoproletariato. E per analizzare quell’“infinito frazionamento”, indice di una complessità difficilmente governabile, Marx ricostruisce una storia in cui si intrecciano rapporti sociali, crisi economiche, lotte politiche, modelli culturali.

 

Questione agraria, mafia e antimafia in Italia, dai Fasci siciliani al secondo dopoguerra.

La “questione agraria” impegnò per molti anni i principali pensatori e dirigenti del Movimento operaio, da Engels (1894-1951), a Kautsky (1898-1959), a Lenin (1938), ed ebbe un decisivo impatto nella realtà italiana della fine del XIX e della prima metà del XX secolo. Nel dicembre del 1885 a Mantova si tenne il congresso del Partito operaio, che indicava come linea politica la proprietà comune del suolo, e successivamente, nell’agosto del 1892, si svolse il congresso socialista di Genova e nel settembre del 1893 il congresso di Reggio Emilia. A livello europeo nel settembre del 1892 a Marsiglia si svolge il congresso del Partito operaio francese e nell’agosto del 1893 a Zurigo il congresso internazionale socialista. In quel periodo in Sicilia si svolgono le lotte contadine che vanno sotto il nome di “Fasci siciliani dei lavoratori”. Le linee sull’azione politica nelle campagne tracciate dai vari congressi sono divergenti: i protagonisti delle lotte debbono essere i contadini nella loro articolazione composita o soltanto i braccianti, cioè i lavoratori salariati, gli unici che possono considerarsi proletari? La linea prevalente è quest’ultima e ciò porta all’isolamento delle lotte contadine in Sicilia che vedono in azione vari soggetti: braccianti, ma soprattutto contadini poveri e medi (i mezzadri, cioè i piccoli affittuari dei latifondi), operai delle miniere di zolfo, artigiani, con alla testa intellettuali e professionisti provenienti dai ceti medi. I programmi di buona parte dei Fasci fanno riferimento al nascente Partito socialista ma i giudizi su di essi risentono delle discussioni all’interno del movimento socialista nazionale ed europeo. Emblematica la posizione del maggiore teorico marxista italiano del tempo, Antonio Labriola, che in una lettera a Engels del 19 gennaio 1893 definisce i Fasci siciliani delle ”burlette” ma successivamente, scrivendo sempre ad Engels nel dicembre dello stesso anno, dà un giudizio estremamente positivo: per Labriola i Fasci siciliani sono “la prima azione del socialismo in Italia” (in Santino 2009, p. 44, corsivo nel testo).

Nella mia analisi i Fasci siciliani sono il primo movimento di massa che si scontra con la mafia e con gli agrari, lottando per i miglioramenti salariali, la regolazione del rapporto di lavoro, le otto ore lavorative, il diritto al voto. Il movimento finisce in un bagno di sangue, con 108 uccisi dal gennaio del 1893 al gennaio del 1894: sparavano i guardiani mafiosi e i soldati inviati dal capo del governo, il siciliano Francesco Crispi, protagonista del Risorgimento e ora legato ai grandi agrari.

La mafia di quel periodo è presente nelle campagne e nelle città ma è soprattutto formata dai grandi affittuari dei latifondi (gabelloti), dagli amministratori (soprastanti) e dalle guardie del feudo (campieri) ed è legata ai proprietari terrieri (blocco agrario) che condividono il potere a livello nazionale con gli industriali del Nord, esprimendo spesso il capo del governo (Di Rudinì, Crispi e successivamente Vittorio Emanuele Orlando e Scelba).

Le prime lotte contadine finiscono nel sangue e nell’emigrazione (nei primi anni del Novecento lasciò la Sicilia circa un milione di persone su una popolazione di tre milioni e mezzo) ed è un copione destinato a ripetersi nelle nuove fasi di lotta: primi anni del Novecento (con altri morti, tra cui i dirigenti socialisti Lorenzo Panepinto e Bernardino Verro), anni successivi alla prima guerra mondiale (tra i caduti: Nicolò Alongi e Giovani Orcel che cercavano di unire lotte contadine e urbane) e alla seconda guerra mondiale (con decine di altri morti e la strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, dieci giorni dopo la vittoria delle sinistre alle prime elezioni regionali in Sicilia).

Le riflessioni sulla mafia si soffermano sulla dimensione culturale intesa come “coscienza del proprio essere”, “esagerato concetto della forza individuale”, escludendone la natura criminale (Pitrè 1887-1978), sottolineano l’esistenza di vari gruppi, più o meno strutturati ma senza un legame tra loro (Alongi 1886-1977, Cutrera 1900-1984), il dominio della componente borghese (i “facinorosi della classe media” che praticano l”industria della violenza”: Franchetti 1877-1974-1993, Mosca 1900-2002), le interazioni con le istituzioni e la funzione di governo locale (Tajani 1871-1993, De Felice Giuffrida 1900; Colajanni 1900-2013).

Durante il periodo fascista (1922-1943) il dirigente comunista Ruggiero Grieco, sulla scorta delle analisi di Gramsci sulla questione meridionale (1926-1966), analizza il fenomeno mafioso all’interno di un contesto di economia feudale. La mafia agisce come difesa del feudalesimo agrario siciliano ed è formata da vari strati: grande e piccola mafia, rurale e urbana, con contrasti al suo interno, e nella prospettiva di una rivoluzione proletaria e contadina in Sicilia si prevede uno “spostamento delle masse di bassi mafiosi di origine contadina… verso il proletariato rivoluzionario. Questo avvicinamento deve essere favorito sul piano della lotta contro il feudalesimo e contro il regime capitalistico” (Grieco 1949, 1964, p. 601).

Il tema dei residui feudali veniva ripreso negli anni ’40 del XX secolo dal dirigente e studioso comunista Emilio Sereni, il quale considerava la mafia una “borghesia impedita nel suo sviluppo”, in conflitto con la grande proprietà terriera latifondistica e semifeudale. Accanto a questa mafia rurale si era affermata una mafia urbana formata da professionisti. Per il suo contrasto con la società feudale la mafia avrebbe una funzione progressista e si pone il problema di agganciarla a una lotta contro i residui feudali, per l’eliminazione del latifondo e lo sviluppo capitalistico nelle campagne (Sereni 1946-1971).

Alla ripresa delle lotte contadine, subito dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra (in Sicilia già nel 1943), la strada del coinvolgimento di strati mafiosi fu tentata ma senza successo: i mafiosi rimasero legati al blocco agrario ed esercitarono una feroce repressione contro dirigenti e militanti del movimento contadino (Santino 2000-2009).

 

Dalla mafia urbano-imprenditoriale alla mafia finanziaria

L’ultima fase delle lotte contadine in Sicilia, con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, si esaurisce nella prima metà degli anni ’50, dopo una riforma agraria deludente, e con l’avvio di un flusso migratorio imponente (circa un milione e mezzo, su una popolazione di 4 milioni e mezzo, negli anni ’60 e ’70). La società siciliana da agraria si trasforma in urbana e terziaria e la mafia, senza abbandonare le campagne, si lega alla speculazione edilizia e ai traffici di sigarette e poi di droga.

Definire “urbano-imprenditoriale” la mafia degli anni ’60 vuol dire che gli interessi ora si polarizzano verso le città che assumono sempre maggiore rilievo. Prima il nodo decisivo del potere era il possesso della terra, ora è il controllo del denaro pubblico e delle attività che si sviluppano soprattutto a Palermo, capitale della Regione siciliana. Le funzioni della mafia ora sono le seguenti: gestione di attività imprenditoriali soprattutto nel settore edilizio, ma ancora con un ruolo di “parente povero” rispetto alle grandi imprese di costruzione e spesso di intermediazione tra proprietari delle aree e imprese (il cosiddetto “sacco di Palermo” vede in primo piano imprese non siciliane); controllo sui mercati alimentari (mercato ortofrutticolo e ittico), sulle assunzioni negli enti locali, sul credito. Svolgendo tali funzioni la “borghesia mafiosa” assume sempre più un ruolo dominante. In questi anni la mafia siciliana si diffonde sul territorio nazionale, grazie all’istituto del soggiorno obbligato, al controllo della manodopera nei cantieri edili e allo sviluppo del traffico e consumo di droghe. Ma la ragione principale della sua diffusione va ricercata nella disponibilità del contesto.

Lo scontro per l’egemonia interna e per il controllo delle attività porta a una guerra di mafia nei primi anni ’60 con un notevole incremento del numero degli omicidi. Nel 1963, dopo anni di vane richieste, si costituisce la Commissione parlamentare antimafia che concluderà i lavori nel 1976, raccogliendo un’ingente mole di materiali, ma senza significative conseguenze sul piano operativo (Commissione… antimafia 1976).

Nel corso degli anni ’70 e ’80 si intensifica il traffico di droghe, in Sicilia vengono installate delle raffinerie di eroina, esportata negli Stati Uniti (Alexander 1988, Santino e La Fiura 1993), l’accumulazione illegale cresce esponenzialmente e la mafia diventa una potenza finanziaria multinazionale, pur rimanendo inalterato il suo legame con il territorio. Sul piano nazionale si sviluppano soggetti criminali storici, come la ’ndrangheta in Calabria (Ciconte 1992) e la camorra in Campania (Sales 1988, Behan 1996, Barbagallo 1999, 2010) e nasce una “quarta mafia”, la Sacra corona unita in Puglia (Massari 1998).

Nei primi anni ’80 scoppia una guerra di mafia più sanguinosa delle precedenti, in cui i cosiddetti “corleonesi”, cioè i mafiosi originari di Corleone, in provincia di Palermo, si scontrano con le altre famiglie, sterminando gli avversari (Chinnici e Santino 1989). Ci sono anche delitti esterni che colpiscono uomini delle istituzioni che si oppongono al dilagare del fenomeno mafioso, tra cui il presidente della Regione, Piersanti Mattarella, che avviava una politica di rinnovamento (ucciso il 6 gennaio 1980) e il segretario regionale del Partito comunista Pio La Torre, impegnato nella lotta alla mafia fin ai tempi del movimento contadino e ora impegnato nel movimento per la pace, contro l’installazione de missili a testata nucleare in Sicilia (ucciso il 30 aprile 1982). Il 3 settembre del 1982, viene ucciso l’ex generale dei carabinieri e ora prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, e dieci giorni dopo viene approvata la Legge antimafia che, sulla base di un disegno di legge presentato da La Torre, definisce l’associazione a delinquere di tipo mafioso e dispone il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi.

Al palazzo di giustizia di Palermo, per iniziativa del Consigliere istruttore Rocco Chinnici, si forma un pool di magistrati che avviano un’inchiesta sui delitti e le attività della mafia negli ultimi anni. L’inchiesta si avvale della collaborazione di mafiosi perdenti nello scontro con i corleonesi, tra cui il più noto è Tommaso Buscetta, che svela la struttura organizzativa dell’associazione denominata “Cosa nostra”. Nel 1986 comincia il cosiddetto maxiprocesso a centinaia di capi e gregari che si conclude con pesanti condanne (Santino 1993). Subito dopo il pool antimafia viene sciolto e il magistrato più noto, Giovanni Falcone, abbandona Palermo e si trasferisce a Roma, presso il Ministero della Giustizia, ed elabora un progetto con al centro l’istituzione della Procura nazionale antimafia con il compito di coordinare le inchieste sulla mafia. Nel 1992 arriva la reazione della mafia, con le stragi di Capaci (23 maggio) in cui cadono Giovanni Falcone, la moglie magistrata Francesca Morvillo e tre agenti di scorta. Il 19 luglio altra strage a Palermo, in cui cadono il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Nel 1993 la violenza mafiosa si trasferisce sul territorio nazionale, con le stragi di Firenze (27 maggio) e di Milano (27 luglio) con dieci morti. Si parla di una “trattativa” tra uomini delle istituzioni e i capimafia per fermare le stragi e su di essa si celebra a Palermo un processo contro capimafia e uomini delle istituzioni (Torrearsa 2002-2010, Santino 2011, Travaglio 2014).

Gli studi sociologici degli ultimi decenni analizzano la mafia come problema nazionale (Ferrarotti 1967-1978), come mediazione tra comunità locale e nazionale (Blok 1974) o come broker capitalism (Schneider and Schneider 1976), come subcultura diffusa presso tutta la popolazione siciliana (Hess 1970) o come impresa (Arlacchi 1983-2007, Catanzaro 1988, Santino e La Fiura 1990, Fantò 1999, Dalla Chiesa 2012) e industria della protezione privata (Gambetta 1992, Varese 2011); registrano lo sviluppo dell’accumulazione illegale e della “mafia finanziaria” (Santino 1988), sottolineano la soggettività politica della mafia e i suoi collegamenti con settori istituzionali (Santino 1994a-2013, Dalla Chiesa 1976, 2010) o pongono l’accento sulle relazioni esterne o “capitale sociale” (Sciarrone 1998-2009), studiano le trasformazioni della mafia (Dino 2002), ne sottolineano la natura di fratellanza rituale (Paoli 2000) o di organizzazione professionale (La Spina 2005), tratteggiano una teoria generale delle mafia (Armao 2000) o ripropongono un’interpretazione culturale dell’universo mafioso (Santoro 2007). La mafia desta l’interesse di scrittori e giornalisti (Sciascia 1961, Pantaleone 1962, Fava 1982-1984, Biagi 1986, Lodato 1999, 2012, La Licata 1993, Bolzoni e D’Avanzo 1993, Anfossi 1994, Lucentini 1994, Caruso 2000, Oliva e Palazzolo 2001-2006) e sono sempre più frequenti gli studi degli storici (Hobsbawm 1959, Novacco 1963; Romano 1966, Brancato 1972-1986, Pezzino 1990, Tranfaglia 1991, Lupo 1993, Renda 1997, Marino 1998, Dickie 2004). Si misurano con il problema della criminalità organizzata giuristi e magistrati (Autori vari 1981, Borrè e Pepino 1983, Macrì e Macrì 1983, Turone 1984, Fiandaca 1985, Falcone 1991, Ingroia 1993, Ayala 1993, Di Lello 1994, Gratteri e Nicaso 2006-2009, Lodato e Scarpinato 2008, Cantone 2008, Caselli 2009, Grassi e La Volpe 2009, Pignatone e Prestipino 2012), criminologi (Ferracuti and Wolfgang 1969, Cressey 1969, Ruggiero 1992, 1996, Bandini, Lagazzi, Marugo 1993, Baratta 1994, Savona 1994), economisti (Becker 1968, Schelling 1967, Gordon 1980, Censis 1988, Zamagni 1993, Becchi e Rey 1994), psicologi e psicanalisti (Di Forti 1982, Di Vita 1986, Di Lorenzo 1996, Fiore 1997, Lo Verso 1998, Di Maria 2005), teologi e storici della Chiesa (Stabile 1989, Chillura 1990, Naro 1991, Cavadi 1995, 2009, Autori vari 1995, Savagnone 1995, Fasullo 1996, Scordato 1996, Giuè 2007).

 

La lotta alla mafia negli ultimi decenni

Sul piano istituzionale la risposta alla violenza mafiosa si concreta, come abbiamo già visto, con la legislazione antimafia e la celebrazione di processi che si concludono con pesanti condanne per capimafia e gregari.

Sul piano sociale e politico, con l’impoverimento delle forze di sinistra, sindacali e di partito, dissanguate dall’emigrazione, a contrastare la “borghesia mafiosa” negli anni ’60 e ’70 sono minoranze. Tra le esperienze più significative, l’impegno dei rappresentanti socialcomunisti all’interno delle istituzioni, e in particolare della Commissione parlamentare antimafia, contro gli uomini della Democrazia cristiana, il partito al potere, legati alla mafia (Mafia e potere politico 1976); le esperienze non violente di Danilo Dolci (Santino 2000-2009); l’attività di analisi e di impegno sociale della Nuova sinistra, e in particolare di Giuseppe Impastato, proveniente da una famiglia mafiosa, impegnato radicalmente contro la mafia e ucciso dai mafiosi nel maggio del 1978 (Impastato 2002-2008). A lui è dedicato il Centro siciliano di documentazione, fondato da chi scrive e da Anna Puglisi nel 1977, il primo centro studi sulla mafia sorto in Italia. Il Centro ha coniugato l’analisi, l’attività educativa nelle scuole e l’impegno sul territorio e ha avuto un ruolo decisivo nel salvare la memoria di Impastato, che rappresentanti delle istituzioni volevano far passare per terrorista e suicida, e per ottenere giustizia (Commissione… antimafia, 2001, 2006, 2012).

Dopo i grandi delitti e le stragi ci sono grandi manifestazioni e nascono comitati, centri studio e associazioni. Nel 1995 nasce Libera, un coordinamento nazionale di varie associazioni. Molte iniziative sono effimere, altre si sviluppano con una certa continuità. Tra queste particolarmente significative sono le attività di educazione alla legalità nelle scuole(Cavadi 2006, Gunnarson 2008), quelle antiracket, sviluppatesi soprattutto dopo l’assassinio, nel 1991, dell’imprenditore Libero Grassi, che si è rifiutato di pagare il “pizzo” (Autori Vari 2011), quelle per l’uso sociale de beni confiscati, che riprendono alcune linee che furono del movimento contadino (Santino 2000-2009, Jamieson 2000, Schneider and Schneider 2003).

 

Donne mafia e antimafia

La mafia si presenta formalmente come associazione monosessuale, essendo formata da soli uomini, ma il maschilismo non è una specificità mafiosa, esso è uno dei caratteri storici della società in cui è nata. Poiché l’organizzazione mafiosa non ha principi fissi e immutabili, ma è essenzialmente opportunista, coniugando rigidità formali ed elasticità di fatto, essa concede spazio alle donne, in varie forme: trasmissione dei codici culturali, coinvolgimento nelle attività, nell’esercizio della signoria territoriale ecc. (Siebert 1994). Recentemente si è registrato un caso in cui una donna ha assunto anche formalmente posizioni di comando, in sostituzione dei congiunti in carcere (Puglisi 2005-2012).

Il movimento antimafia ha visto e vede la partecipazione attiva delle donne, dalle lotte contadine (ai tempi dei Fasci siciliani si formarono Fasci di sole donne) ai nostri giorni. La prima associazione di massa è stata l’Associazione delle donne siciliane per la lotta alla mafia, formatasi nel 1980 (Puglisi già citata) e alcune donne sono diventate un punto di riferimento per le attività antimafia, come Francesca Serio, la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso nel 1955 (Levi 1955) e Felicia Bartolotta, la madre di Peppino Impastato (Bartolotta 1986-2003, Puglisi e Santino 2005), costituitesi parti civili nei processi contro i responsabili dell’assassinio dei figli.

 

Il paradigma della complessità

L’analisi della mafia e delle lotte contro di essa, condotta dal Centro Impastato, si è sviluppata lungo una linea di fondo: la demistificazione degli stereotipi (la mafia come emergenza, cioè fabbrica di omicidi; la mafia come antistato, cioè soggetto criminale avverso alle istituzioni; la mafia come subcultura marginale o come piovra universale), mettendo in luce la continuità e la complessità del fenomeno mafioso, non riducibile agli aspetti comportamentali, le sue interazioni con il quadro istituzionale, la molteplicità dei soggetti di tipo mafioso, e l’integrazione dei paradigmi (associazione a delinquere tipica e impresa mafiosa).

Il “paradigma della complessità” coniuga associazionismo criminale e sistema relazionale, collega l’agire criminale ai processi di accumulazione e di formazione del dominio, con l’esercizio di una “signoria territoriale” tendenzialmente assoluta (che va dal controllo delle attività economiche a quello sulle relazioni interpersonali), dà spazio agli aspetti culturali e al consenso sociale, legge la sua storia come intreccio di continuità e trasformazione, con una forte capacità di adattamento al mutare dei tempi e del contesto. Così si spiega la persistenza della mafia in fasi storiche diverse e la sua capacità di insediamento in Paesi diversi dalle aree originarie, come per esempio negli Stati Uniti (Romano 1966; Block 1980, Santino e La Fiura 1990; Lupo 2008).

Ci siamo posti il problema dei rapporti tra mafia e società, mafia e capitalismo, pervenendo alla seguente conclusione: è possibile definire mafiogena una società che presenta determinate caratteristiche: buona parte della popolazione considera la violenza e l’illegalità come mezzi di sopravvivenza e per l’acquisizione di un ruolo sociale; l’economia legale è troppo debole; lo Stato e le istituzioni sono sentiti come lontani e accessibili solo attraverso la mediazione dei mafiosi; il tessuto sociale è troppo fragile; la sconfitta delle lotte precedenti ha sedimentato una cultura della sfiducia e della rassegnazione.

Per quanto riguarda il rapporto con il capitalismo si può parlare di una via criminale al capitalismo e di una via criminale del capitalismo, ma per evitare criminalizzazioni generalizzate bisogna distinguere varie fasi e varie situazioni. Nella transizione dal feudalesimo al capitalismo si formano organizzazioni di tipo mafioso dove non si afferma il monopolio statale della forza (in Sicilia, nel contesto dell’impero spagnolo, convivono potere centrale e poteri locali); nei paesi a capitalismo maturo troviamo organizzazioni di tipo mafioso in presenza di determinate condizioni: un imponente flusso migratorio e le difficoltà all’integrazione, per cui una parte dei migranti si dedica ad attività illegali, i mercati neri originati dai proibizionismi (il caso più esemplare sono gli Stati Uniti, con il proibizionismo prima dell’alcol poi delle droghe, esteso a livello internazionale); nel capitalismo globalizzato la diffusione delle mafie si spiega con le grandi opportunità offerte dai processi di globalizzazione.

Sul fronte dell’antimafia, nella fase delle lotte contadine (dalla fine dell’800 alla prima metà degli anni ’50 del XX secolo) la lotta alla mafia è una forma di lotta di classe; successivamente è una forma specifica di attività di soggetti della cosiddetta “società civile” e presenta caratteristiche e limiti (monotematicità, precarietà ecc.) dell’azione sociale nella società contemporanea (Santino 2000-2009; 2008-2011)

 

Mafie e globalizzazione

La diffusione della mafie italiane nel mondo attuale (Forgione 2009) e la formazione e lo sviluppo di altre organizzazioni di tipo mafioso (clan corso-marsigliesi, clan turchi, mafie nei paesi ex socialisti, triadi cinesi, yakusa giapponese, cartelli colombiani e gruppi criminali in altri paesi dell’America latina, mafia nigeriana ecc.) sono effetto dei processi di globalizzazione che sono criminogeni per alcune ragioni di fondo: 1) l’aumento degli squilibri territoriali e dei divari sociali; 2) la finanziarizzazione dell’economia; 3) l’affermazione del neoliberismo.

Negli ultimi anni i ricchi sono diventati ancora più ricchi, i poveri ancora più poveri: il 23 per cento della popolazione mondiale consuma l’80 per cento delle risorse, poco più di 300 persone a livello mondiale possiedono quanto due miliardi e 300 milioni di persone, cioè il 45 per cento della popolazione mondiale. Per molte aree del pianeta, l’Africa, l’America Latina, i paesi ex socialisti, buona parte dell’Asia, emarginate dalle dinamiche della globalizzazione che rafforzano i centri e dilatano le periferie, l’unica risorsa disponibile, o la più conveniente, è il ricorso all’accumulazione illegale, con la formazione e lo sviluppo delle mafie, cioè di soggetti professionali dell’accumulazione illegale (Santino 2007).

La finanziarizzazione dell’economia ha comportato lo smantellamento dell’economia reale, produttrice di beni e servizi, ridotta ormai a una frazione minima dell’economia complessiva, e l’incremento vertiginoso degli scambi finanziari con mera funzione speculativa, con un movimento giornaliero di capitali superiore a 2.000 miliardi di dollari. Il sistema finanziario ha un alto tasso di opacità, con il proliferare dei paradisi fiscali e delle innovazioni finanziate (futures, derivati, hedge funds ecc.), per cui è diventato sempre più difficile distinguere flussi legali e illegali di capitali.

Il Finanzcapitalismo si è imposto come “forma di potere in sé” (Gallino 2011, p. 6); la crisi degli ultimi anni è stata prodotta dal sistema finanziario che la sta risolvendo a suo favore, ricapitalizzando le banche e sottraendo altri capitali all’economia reale.

Il neoliberismo si è imposto come “pensiero unico”, senza alternative; nel suo nome viene smantellato lo Stato sociale, il capitale delocalizza la produzione andando alla ricerca del lavoro a basso costo, annullando le conquiste dei lavoratori e condannando masse crescenti alla disoccupazione e alla precarietà. In questo contesto il “villaggio globale” è un grembo ospitale per le mafie, nei centri e nelle periferie del pianeta. Un’alternativa alle mafie e al capitalismo globalizzato può venire solo dalla reazione di grandi masse di emarginati se sapranno darsi un progetto e nuove forme di organizzazione. È la sfida del terzo millennio.

 

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