1. Sul circolo “Musica e Cultura”, 1975-76
La nascita del Circolo “Musica e Cultura” si colloca all’interno di un contesto politico (il dopo 15 giugno) in cui si dava quasi per scontato un governo di sinistra a brevissima scadenza e il rilancio, su basi rivoluzionarie, dell’iniziativa politica di massa, affievolitasi dopo la primavera del ’73 (occupazione di Mirafiori), a partire anche dalle prime scelte di istituzione capitalistica e dalla conseguente riduzione della capacità di incidenza della nuova classe operaia. Questo spiega gli iniziali rapporti di collocazione tra PCI e sinistra rivoluzionaria, da una parte, e la particolare estensione della iniziativa, fin dagli inizi, coincidente, di fatto, con un fenomeno di orientamento generico a sinistra presente all’interno di larghi settori di opinione giovanile, dall’altra.
Non a caso, infatti, il momento da cui ha preso materialmente le mosse “Musica e Cultura”, il concerto del 28 dicembre 1975, è stato caratterizzato da precise prese di posizioni, almeno nel documento di presentazione, rispetto al tentativo di boicottaggio messo in atto da un prete e rispetto a tutto un modo di gestire la politica da parte della DC e della mafia.
Nel gennaio del ’76, dopo alcuni incontri in cui veniva espressa apertamente l’esistenza di altri momenti di aggregazione a partire dal fatto musicale, si apriva lo spazio di via Faro Pizzoli.
E quella che possiamo definire la prima fase, la fase musicale del circolo: la musica, di fatto, era centrale in questo periodo di attività e la si intendeva come un mezzo di per sé alternativo e quindi di rottura. Il fatto stesso che certe espressioni musicali hanno strutture differenziate rispetto alla musica tradizionale, veniva inteso come momento politico aggregante e quindi sufficiente a motivare comportamenti “eversivi”. Questo atteggiamento ha contribuito non poco a caratterizzare il tipo di aggregazione di Musica e Cultura, costruita più su basi emozionali che politico-culturali, anche se proprio in quel periodo è emersa per la prima volta la esigenza di una produzione autonoma, nella fattispecie musicale.
La proposta dell’apertura di un cineforum all’interno dell’attività del circolo, anche se partita da esigenze politiche precise (nel senso della caratterizzazione antifascista), si risolveva di fatto in un ulteriore contributo, per l’incapacità di dibattito e di proposte politiche, all’aggregazione su basi emozionali: la proiezione era più un momento dello “stare insieme e conoscersi” che un’occasione di incontro e chiarificazione politica.
Prevalente, comunque, era l’interesse musicale: buona parte degli sforzi venivano concentrati nell’organizzazione del secondo concerto, che si teneva nei locali del circolo alla fine di marzo.
Che il punto di vista sul ruolo della musica si sia radicalizzato ed esteso in quella occasione lo dimostra ampiamente il manifesto stesso di convocazione: due pugni chiusi che spezzano una catena, su uno sfondo rosso con scritti sopra i nomi dei gruppi musicali che aderivano.
Frattanto, a livello nazionale, cominciavano a nascere i primi circoli del proletariato giovanile e ad emergere le prime posizioni sul nuovo modo di vivere e far politica: la crisi della militanza, l’esplodere della contraddizione femminista e la battaglia per l’aborto contribuivano largamente a diffondere la tendenza, da parte dei due movimenti di massa (femminista e giovanile), all’affermazione dell’autonomia delle loro lotte a partire dai propri bisogni. E la posizione di un binomio (personale-politico) che di fatto e molto contraddittoriamente caratterizzerà la storia del movimento extraistituzionale fino ad oggi.
Tutta questa problematica all’interno di “Musica e Cultura” veniva vissuta molto di riflesso e sporadicamente: i tre dibattiti, tra fine marzo e i primi di aprile, sulla condizione della donna e sull’aborto non riuscivano infatti a coinvolgere la struttura nel senso di iniziative di mobilitazione, anche se hanno lasciato delle tracce su cui più avanti, all’inizio dell’estate, si innesterà un processo di aggregazione a livello femminile.
Un secondo ciclo di proiezioni, estremamente disarticolato sul piano dei contenuti e staccato da qualsiasi esigenza di intervento politico-culturale organico e alcune esperienze teatrali, proposte indipendentemente da qualsiasi considerazione sul fatto teatrale e sul rapporto tra teatro e iniziativa politico-culturale, chiudevano questa fase di attività di Musica e Cultura, alla vigilia delle elezioni politiche del giugno del ’76.

Scelta antirevisionista

In campagna elettorale esplodeva la contraddizione col PCI. Fin dagli inizi, infatti, il PCI si era posto nei confronti del circolo in termini di egemonizzazione burocratica.
Già in gennaio un primo tentativo di trasformare la struttura nel circolo ARCI; poi in marzo il, il tentativo di far partire il tesseramento UDI; infine, in maggio, in campagna elettorale, la proposta di aprire la struttura a tutti i partiti del cosiddetto “arco costituzionale” per adeguarla alle esigenze del compromesso storico.
Messo in netta minoranza su quest’ultima sua proposta, il PCI usciva di scena quasi definitivamente.
La scelta antirevisionista della stragrande maggioranza dei membri di “Musica e Cultura”, pur movendosi su basi emozionali, conteneva in sé i germi di una scelta di campo che sboccava subito dopo nella adesione alle proposte di lotta e di opposizione al compromesso storico di DP, piuttosto che al cartello elettorale di DP.
Quello è stato senz’altro il momento più favorevole per far partire un processo di aggregazione politica in termini di proposte politico-organizzativo precise. Non è successo, nonostante il favorevole risultato elettorale a Cinisi, anche perché la sconfitta consumata su scala nazionale precipitava la sinistra rivoluzionaria in uno stato di crisi profonda e contraddizioni laceranti, che a Parco Lambro, subito dopo, troveranno drammatica espressione.
La componente politica interna a “Musica e Cultura” ha risentito di questo stato di crisi che si è innestato sulla sua limitata capacità di porsi all’interno del circolo come polo di aggregazione politica, dovuta anche ad una situazione oggettiva esterna caratterizzata da livelli di repressione mafiosa, religiosa, familiare, politica.
Uno dei limiti più grossi di tutta l’esperienza di “Musica e Cultura” è da ricercare nel mancato approfondimento del nesso mafia-famiglia-religione e nella incapacità di indicare obiettivi di lotta e di organizzazione specifici. I tre mesi di attività estiva, infatti, confermeranno, da un lato, l’espansione dell’aggregazione e, dall’altro, la difficoltà sempre maggiore ad innescare un processo di politicizzazione. È stato il periodo dei primi tentativi di autocoscienza, del primo spettacolo teatrale femminista e delle prime riunioni del collettivo femminile, della mostra itinerante e di altre esperienze teatrali vissute come esperienze isolate e ancora una volta non precedute da un dibattito su una politica di intervento culturale. E stato il periodo dei Murales, su cui c’è pure stato un minimo di discussione sui contenuti e sul metodo di realizzazione, e del raduno musicale di fine settembre.
Riteniamo che una valutazione critica del raduno sia comprensiva di tutta la fase e ci aiuti a capire bene tutti i limiti e le contraddizioni del Circolo “Musica e Cultura”, dalla sua nascita fino a quella data Innanzi tutto è tornato ad essere prevalente il momento musicale: ancora come momento di aggregazione su basi emozionali; poi, l’assoluta incapacità di andare a quella scadenza con un minimo di proposte politiche collettivamente elaborate, pur se delle esigenze in questo senso erano state espresse in sede di preparazione del raduno e che, purtroppo, si traducevano in qualche intervento isolato e personale: temi come disoccupazione, precariato edile e lavoro nero, condizione femminile e repressione familiare non hanno avuto un momento di elaborazione prima e di amplificazione durante il raduno.

Contraddizioni e problemi irrisolti

È passato, e questa volta in maniera definitiva, un certo modo di intendere e produrre aggregazione: la ricerca, cioè, dell’estensione dei rapporti umani e della comunicazione personale. E proprio a partire da questo terreno prendeva corpo la proposta di un gruppo di autocoscienza (gruppo di studio) che coinvolgeva, di fatto, tutta la struttura ad esclusione della componente politica.
Un’esigenza di maggiore comunicazione combinata con una tendenza alla socializzazione dei bisogni, da una parte, e all’instaurazione di rapporti di coppia, dall’altra, è andata a caratterizzare un’esperienza che, durata poco più di due mesi, ha sollevato contraddizioni e problemi notevoli lasciandoli irrisolti.
Non si è arrivati, infatti, dopo il fallimento del gruppo di autocoscienza a momenti di dibattito e approfondimento sulla contraddizione uomo-donna, sulla repressione familiare, sul rapporto di coppia, nonostante la proposta di un seminario su “famiglia-repressione-coppia” e un ciclo di proiezioni esclusivamente impostato su questa problematica.
Tra gli altri motivi, quello che forse è stato decisivo è da ricercare nel logoramento dei rapporti personali e politici all’interno del circolo. C’è voluto quasi un mese, infatti, per far partire la proposta di un seminario su “classi sociali e mercato del lavoro” e dell’organizzazione di un comitato di disoccupati.
Ancora un fallimento dovuto, senza alcun dubbio, al tipo di aggregazione che ci ha sempre caratterizzati e alla contraddizione tra lavoro manuale ed intellettuale vissuta da quei compagni su cui doveva marciare la proposta stessa.
Da quel momento si entrava nella fase in cui prevaleva la tendenza all’espansione dei rapporti personali che, dal 31 dicembre a tutto il carnevale e fino a giugno, doveva paralizzare ogni attività del circolo ed ogni possibilità di fuoriuscita nel sociale. L’esigenza di continuare l’esperienza del 31 dicembre in termini di “star bene insieme”, di evitare momenti di disgregazione che il carnevale avrebbe prodotto all’interno della struttura, di tentare il recupero della tradizione popolare in termini di “festa collettiva” e di produzione musicale e teatrale autonoma, l’esigenza di vivere il rapporto uomo-donna in maniera diversa, a partire anche da una diversa interpretazione e considerazione del ballo e della festa, l’esigenza infine di dimostrare all’esterno di esser capaci di una gestione economica condusse alla scelta, quasi unanime, di trasformare la struttura e di aprirla all’euforia carnevalesca.
Nessuna delle motivazioni iniziali ha avuto riscontro positivo all’interno della festa: la disgregazione che tanto si voleva evitare ha trovato un terreno di coltura estremamente favorevole, in quanto ognuno se la trascinava dietro assieme al suo individualismo ed alla sua solitudine; il recupero della tradizione è andato a farsi fottere sia sul piano della produzione autonoma, sommerso da un’ondata di spontaneismo forzato, sia sul piano del ballo collettivo, che spesso è divenuto momento pessimistico-orgiastico ed autodistruttivo; il “modo diverso di vivere ed intendere il rapporto uomo-donna” non c’è stato perché, riteniamo, prevalente sia stata la tendenza ad esorcizzare il problema con l’introduzione di mistificazioni sulla emarginazione, vista dove non c’era e non presa in considerazione dove esisteva realmente: sì, è vero, non ci sono state manifestazioni appariscenti di gallismo, se non per introduzione esterna, ma il fondo del rapporto uomo-donna è rimasto quello tradizionalmente battuto sia per precarietà di critica femminista, sia, di conseguenza, per scarsa disponibilità di tutti, in particolare del soggetto maschile, a mettersi in discussione; ancora una volta il tipo di aggregazione che ci ha caratterizzati ci ha fottuti.
Gli unici aspetti positivi del carnevale sono stati la gestione economica, veramente alternativa, della festa e le due uscite esterne se viste come tentativi di riappropriazione di uno spazio: si è riusciti, di fatto, a riprendere la strada, ma in maniera non politica, non eversiva, nonostante esistesse la possibilità di farlo e qualche proposta in questa direzione venisse avanzata.

Il problema del fumo

E su questo sfondo di contraddizioni e problemi irrisolti, o addirittura non affrontati, si è innestata e sviluppata la contraddizione del fumo, che, visto come strumento di comunicazione, si diffondeva immediatamente investendo una parte considerevole della struttura: il circuito delle contraddizioni era tale e talmente drammatico, così come l’aspirazione a fuoriuscirne, che qualsiasi mezzo veniva subito accettato e spacciato per buono, quindi ideologizzato. Il fumo, inserito in questo contesto di mancata comunicazione, se non a livelli minimi e con scarsi fondamenti politico-culturali, ha funzionato, e non poteva essere altrimenti, come moltiplicatore di disgregazione ed emarginazione.
L’episodio dell’assemblea notturna è stato emblematico di tutto quel periodo: la radiografia del circolo “Musica e Cultura”. Una cinquantina di coscienze si sono agitate e dibattute tra quelle pareti a vuoto e per un’intera notte: una situazione da processo kafkiano dove esistevano solo le imputazioni senza accusati: in realtà eravamo tutti accusati ed accusatori.
Le lotte studentesche e le occupazioni degli atenei di quei mesi, d’altra parte, venivano vissute molto di riflesso: creavano situazioni di partecipazione a livello cittadino, ma all’interno della struttura producevano soltanto momenti di discussione sporadici, marginali e dalla mezzanotte in poi.
Certe anticipazioni, o intuizioni, delle linee di tendenza del processo di ristrutturazione dell’apparato repressivo dello stato, per certi versi prodigiose, non riuscivano ad avere la dilatazione auspicabile e necessaria Al contrario, diveniva sempre più impraticabile ogni tentativo di dibattito e chiarificazione sulle contraddizioni vissute sulla nostra pelle: a partire dal problema fumo, su cui è stato impossibile articolare qualsiasi iniziativa per l’affiorare puntuale di paure e reticenze che stanno, in ultima analisi, alla base di ogni processo di aggregazione di questo tipo (la paura della perdita del rapporto e con esso della protezione del gruppo vissuto come padre collettivo).
L’adesione alla proposta radicale degli otto referendum, seppure praticata sui suoi contenuti, ancora una volta, anche per limiti di carattere oggettivo, non è riuscita a trasferirsi sul terreno dell’iniziativa e della mobilitazione politica.
Si consumava in maniera definitiva la rottura col PCI a partire dagli eventi che, su scala nazionale, collocavano il partito revisionista all’interno del processo di ristrutturazione e di germanizzazione.
Continuavano, intanto, a cadere nel vuoto tutte le altre proposte nel senso dell’uscita all’esterno e nel sociale della struttura “La festa del sole”, che voleva essere un tentativo di recupero e di proposizione, di contenuti presenti all’interno del movimento di opposizione a livello nazionale (ironia, riappropriazione della vita) nel senso di un coinvolgimento di larghi settori giovanili, è abortita nella prima fase di gestazione, anche perché la situazione politica e le lotte del movimento raggiungevano livelli di particolare drammaticità (fatti di Roma e Bologna).

Mafia, repressione familiare, disoccupazione

Una seconda proposta di animazione teatrale di strada si arenava nel momento stesso in cui si poneva in termini di socializzazione dei bisogni e delle contraddizioni sul terreno politico.
È stato, di fatto, il solo momento in cui il problema dell’intervento culturale è stato posto in maniera corretta: innanzi tutto nel senso della produzione autonoma, poi in quello di partire dalla propria realtà e dai propri bisogni vissuti come esseri sociali in rapporto all’esterno, infine nel senso del collegamento dialettico tra momento culturale, personale e politico.
Uno dei motivi del fallimento della proposta è da ricercare nel modo stesso in cui essa è stata posta: cioè nella mancata considerazione degli interessi per forme specifiche e differenziate di produzione ed intervento culturale.
Una mostra sul rapporto mafia-territorio, di cui si era cominciato a parlare a gennaio e che sarà allestita solo in luglio, non è stato possibile metterla in piedi, anche se proposta e riproposta in diverse occasioni e nonostante la disponibilità della documentazione, perché ogni qualvolta se ne discuteva non emergevano scelte precise.
Una certa situazione di sfiducia collegata a momenti di accentuazione della repressione familiare vi contribuiva in maniera considerevole. Alcuni allontanamenti, anche se motivati in maniera diversa o non motivati affatto, riproponevano drammaticamente la precarietà del processo di aggregazione di “Musica e Cultura” e il nesso mafia-repressione familiare-disoccupazione.
Un ultimo ciclo di proiezioni con materiali molto qualificati sul piano politico-culturale, che voleva essere l’apertura del discorso sulla repressione e sulla emarginazione sociale, in rapporto alla problematica nuova sui marginali e sul loro ruolo all’interno del processo di trasformazione sociale, concludeva infelicemente e senza dibattito il ciclo di attività del circolo “Musica e Cultura”.

Da: Centro siciliano di documentazione, 10 anni di lotta contro la mafia, 1978; Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli, Rubbettino, 1995, 2008; Giuseppe Impastato, Lunga è la notte, a cura di Umberto Santino, Centro Impastato, Palermo, 2002, 2008, 2014.

 

2. Sulla partecipazione del Pci alla giunta comunale di Cinisi

Al di là di ogni considerazione di carattere politico complessivo, cioè di linea, riteniamo che l’esperienza della partecipazione del PCI alla giunta del comune di Cinisi sia stata fallimentare e che il comportamento del consigliere comunista, attualmente vice sindaco, sia stato e continui ad essere impacciato, incerto, indecifrabile sotto certi aspetti e perciò stesso oggettivamente aperto a qualsiasi interpretazione, non esclusa quella, demagogica e di comodo, di una collusione con il gruppo dirigente DC che nello scacchiere politico locale, come su quello nazionale, si pone come un ’associazione d~ tipo ma f oso non solo e non tanto per la convergenza di mafia e di clientele parassitarie che è riuscito a suscitare e ad aggregare attorno a sé, quanto per il modo stesso, banditesco e truffaldino concepire ed esercitare il potere nella amministrazione della cosa pubblica.
Ma veniamo subito ai fatti, ribadendo che non è nostra intenzione affrontare in questa sede i nodi teorici che caratterizzano l’attuale linea politica complessiva del PCI, cioè il compromesso storico.
1) Cominciamo dalla strada panoramica, che è il primo eclatante esempio di corruzione politica di cui siamo a conoscenza. Abbiamo la certezza che il progetto fu elaborato dall’ing. Agnello, dietro precise indicazioni dei consiglieri socialisti Zangara e Manzella e di Silvio Ruffino, della segreteria del locale PSI. Ebbene, il risultato di questa operazione fu che la strada seguiva un tracciato che, se da una parte tagliuzzava decine di piccoli appezzamenti di terra a conduzione diretta, gettando quindi sul lastrico un numero considerevole di famiglie, dall’altra “baciava” le terre di proprietà di alcuni ras democristiani di Cinisi e di Terrasini, tra cui quelle dello stesso Ruffino, del Manzella, di Mangiapane (consigliere comunale DC) e di Paolo Pagano, segretario del PSI di Terrasini.
È vero che il progetto fu elaborato e presentato all’approvazione della giunta quando il compagno Maniaci non ne faceva parte, vero che egli presentò successivamente, da consigliere di maggioranza, alcune modifiche che non risolvevano il problema, o lo risolvevano in parte, ma è altrettanto vero che fu proprio il compagno Maniaci a respingere I ’invito a battersi per ottenere la riconversione dei fondi di stanziamento per la realizzazione del progetto, circa 200 milioni, al fine di rifare le preesistenti strade di campagna, motivando che per legge era impossibile farlo. Apprendiamo oggi che i fondi sono stati convertiti per realizzare il rifacimento di alcune strade urbane (?) in ottimo stato di agibilità, dopo che nella questione si erano inseriti i fascisti scatenando una virulenta bagarre che ha procuralo loro non pochi consensi elettorali il 15 giugno.
2) E veniamo adesso alla strada Siino-Orsa, di cui tanto si è parlato, e che è costata una cifra incredibile: 40 milioni di lire. Abbiamo serissimi dubbi che l’asta per quell’appalto sia stata truccata; è certo comunque che vi partecipò una sola ditta e che la vinse scendendo di sole 43 mila lire al di sotto della cifra minima fissata dal comune. Ci sembra chiaro che di questo il compagno Maniaci non porti alcuna responsabilità, in quanto allora non faceva parte della maggioranza, ma meno chiaro risulta essere il comportamento da lui assunto in sede di votazione in giunta per la concessione di 11 dei 40 milioni, come finanziamento, a Giuseppe Finazzo, noto mafioso, che è stato il vero vincitore dell’appalto ed è il solo beneficiario di tanta manna (e che in precedenza aveva costruito il campo sportivo di Salvo Mangiapane e della DC ed aveva fatto dei lavoretti, per tre milioni di lire, per i consiglieri DC Faro Pellerito e Calogero Di Stefano).
Ebbene, per amor di chiarezza, dobbiamo dichiarare che il voto del compagno Maniaci, per la concessione & quegli 11 milioni, contrariamente a quanto si possa credere e pensare, e contrariamente alle sue affermazioni, secondo le quali sulla questione avrebbe condotto una feroce battaglia di principio, è stato favorevole.
3) Passiamo oltre e veniamo al progetto PA 2, che è, a nostro modestissimo avviso, il più grosso tentativo di speculazione edilizia e di corruzione politica degli ultimi 20 anni. Ci sta dietro un gruppo finanziario che gestisce un giro di parecchi miliardi, capitanato da Caldara, Nino Cusumano, nolo imprenditore edile della zona e fascista, e Pino Lipari, dirigente dell’ANAS.
Il progetto è stato elaborato alcuni anni fa, sulla base dell’impegno assunto e mantenuto dal Lipari, di concedere uno svincolo della costruenda autostrada Palermo-Mazara, in prossimità del distributore di benzina gestito dal sindaco stesso, ed ha preso corpo concomitantemente alla elaborazione del piano di fabbricazione (ed in ciò il compagno Maniaci è stato quantomeno disattento), dove la zona in questione veniva classificata come zona turistica (BH) ad altissimo quoziente di edificabilità. Ad una prima fase di gestione dell’affare da parte del sindaco, di un settore della DC e del socialista Zangara, successe una seconda, quella attuale, in cui, a tirare le redini della scandalosa questione è personalmente il segretario della DC, Cucinella, un altro settore della DC e il solito Zangara, con il consenso dell’indipendente di sinistra Pizzo e col silenzio del PCI.
Questo è dovuto in parte al fatto che Lipari e compagni hanno cercato e trovato nuovi consensi (a quanto pare anche quello silenzioso dell’onorevole Pandolfo), che di fatto hanno sminuito il ruolo del sindaco, ed in parte alla piega che la questione a un certo punto stava prendendo sul piano giuridico-legale (ci riferiamo al muro di cinta eretto nella zona, in barba alle leggi vigenti che regolano la materia).
Per concludere abbiamo }a certezza che nella zona saranno costruiti bungalows per circa 800 posti letto (sarà consentito chiaramente un altissimo quoziente di edificabilità), ed un porticciolo per consentire l’attracco dei panfili e dei natanti da diporto della ricca borghesia palermitana e della zona (altro che turismo!).
Per quanto riguarda la strada di accesso al demanio dallo svincolo dell’autostrada Palermo-Punta Raisi e le relative aree di parcheggio, che il compagno Maniaci presenta a quanto pare come una soluzione accettabile, è evidente che trattasi di infrastrutture necessarie alla funzionalità e all’efficienza del progetto stesso.
4) E che dire di Porto Rais? Poco, ma quanto basta: anche qui il comune ha concesso un pezzo di costa che è stato regolarmente chiuso dal proprietario, e a cui si può accedere soltanto pagando 10 mila lire al mese. E il compagno Maniaci? Ancora una volta silenzio.
5) Ma c’è ancora un caso di corruzione che, per gravità ed infamia supera tutti gli altri ed è quello relativo ai due cantieri scuola di contrada “Purcaria”: finanziamento di entrambi per complessivi 40 milioni. Ebbene, questi cantieri, che erano stati concessi nel migliore stile clientelare dall’assessore D’Acquisto ad un proprietario della zona per spianarsi ed asfaltarsi una strada di accesso alla sua casa di montagna, Sono stati chiusi per esaurimento di fondi ed i 20 operai che vi lavoravano sono stati riportati allo stato di disoccupazione precedente.
Apprendiamo in questi giorni che i 44 tra direttori e vice-direttori, sono stati denunciati per interesse privato: si tratta, come al solito di parenti ed amici del sindaco e di clienti della DC, fra cui Francesco Badalamenti. Ancora una volta il PCI non c’è, o meglio è in maggioranza.
6) E, dulcis in fundo, il problema dell’acqua. Corre voce infatti che in contrada Cipollara è stato scavato un pozzo con i soldi dell’ESA da Rosolino Finazzo e che si sia trovato un notevole quantitativo d’acqua. Si dice ancora che il pozzo sia stato coperto e che il sindaco tenga chiuso in cassetto il testo della convenzione tra l’ESA e il Finazzo, con la conseguenza che nessuno è riuscito a conoscere la reale entità della falda intercettata
Concludiamo senza alcun commento, convinti che siano questi fatti che parlano chiaramente in favore di una decisa e chiara presa di posizione da parte del PCI per il suo ritorno all’opposizione, in sintonia la sua originaria e persistente ispirazione di partito operaio che si è sempre battuto contro la mafia e la DC che ne incarna lo spirito e ne guida la mano.

Da: Centro siciliano di documentazione, Accumulazione e cultura mafiose, 1979; Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli, Rubbettino, 1995, 2008; Giuseppe Impastato, Lunga è la notte, a cura di Umberto Santino, Centro Impastato, Palermo, 2002, 2008, 2014.

 

3. Su Radio Aut

Il gruppo OM

Il gruppo OM nasceva nell’estate del ’74 e si configurava subito come prodotto di “coagulo affettivo” più che di un vero e proprio processo di aggregazione, all’interno del quale era presente soltanto e vagamente l’esigenza di un’esperienza teatrale quasi fine a se stessa più che di un intervento culturale. Lo avrebbero dimostrato ben presto le iniziative del gruppo stesso che stentava palesemente a definire la propria identità culturale (se non politica) anche se fin dal maggio del ’75 (dopo le prime due rappresentazioni teatrali) cominciava a porsi il problema di una scelta culturale precisa. Seguiva poi un lungo periodo (fino all’autunno del ’76) in cui nel gruppo (che già si era notevolmente frantumato sulla base di interessi culturali nuovi che cominciavano ad emergere) si dibatteva sul problema di una scelta teatrale intesa come scelta di vita.
L’iniziativa di un cineforum gestito assieme al PCI e la scadenza del giugno ’76 avevano, da un lato, acuito le contraddizioni interne e, dall’altro, posto in termini più urgenti il problema di una scelta che fosse essenzialmente politica oltre che culturale. L’autunno del ’76 trovava il gruppo ancora impreparato a una scelta collettiva: diventava così impossibile e insignificante il mantenimento della struttura, data l’incapacità a destinarla ad una politica di intervento culturale anche minima.
Si decideva non senza fatica, per la prima volta politicamente, di chiudere un’esperienza che minacciava di trascinarsi senza possibilità di sbocchi politici cui approdare collettivamente. A partire da questa scelta si innescava un processo di aggregazione graduale e a livello individuale a “Musica e Cultura” prima, e successivamente a “Radio Aut”, dove chi proveniva dal gruppo OM aveva quanto meno la possibilità di inserirsi in una struttura che coinvolgeva settori giovanili consistenti. Questo processo avrebbe potuto comportare la possibilità di una verifica minima della propria disponibilità ad operare scelte differenziate rispetto all’esperienza di provenienza.

Esigenza di nuove esperienze culturali

L’aggregazione dei “naufraghi” del gruppo OM a “Musica e Cultura”, dopo alcuni contatti per modi e tempi diversi, si muoveva più per esigenze (fra l’altro non valutate e verificate all’interno del gruppo OM) di nuove esperienze culturali che per scelte politiche precise. Già in aprile al “Circolo” partiva la proposta dell’apertura di “Radio Aut”. Si apriva la discussione quindi sui modi e sui tempi di realizzazione del progetto, da cui emergevano alcune esigenze: quella di trovare modi e spazi nuovi di aggregazione e di lavoro politico-culturale e quella di superare la crisi di sfiducia che serpeggiava all’interno del “circuito”.
La disponibilità immediata del materiale radiofonico ha ridotto notevolmente i tempi di installazione e quindi i tempi di discussione. Quando Radio Aut trasmetteva (primi di maggio) ancora non era in piedi un minimo di struttura redazionale che potesse garantire la continuità di produzione e di trasmissione a partire dalle proposte uscite già in sede di discussione ed essere, al tempo stesso, momento di sintesi rispetto alla esigenza di apertura a tutte le realtà di base presenti in zona (Collettivo femminista, Consigli di cantiere, Comitato di disoccupati), e quindi essere momento di intervento e amplificazione politica.
Il primo periodo di trasmissione è stato caratterizzato da momenti di buona informazione, (con particolare riferimento ai fatti del 12 maggio a Roma: uccisione di Giorgiana Masi e alla campagna per gli otto referendum), all’interno di una programmazione radiofonica lasciata allo spontaneismo e all’improvvisazione. La fascia oraria di trasmissione (dalle 16 alle 24) registrava la continuità di due programmi soltanto, notiziari e “Onda pazza” (peraltro non frutto di elaborazione redazionale) e sporadicamente la messa in onda di programmi, alcuni molto validi sul piano politico-culturale, frutto della iniziativa personale di qualcuno.
Le trasmissioni musicali coprivano un buon 70 per cento della fascia e, pur partendo dall’esigenza di dare spazio a generi non commerciali, non riuscivano però ad avere una loro organicità in quello non collegate, in sede di impostazione e commento, a fenomeni socio-politici e culturali di cui erano espressione più o meno diretta Ciò nonostante assente è stata la discussione per rispondere all’esigenza di mettere in piedi un minimo di gruppo redazionale che assicurasse organicità ai programmi. Comunque è stato quello il periodo di maggiore ascolto: alcune trasmissioni facevano registrare, infatti, un indice senz’altro superiore rispetto alle altre radio.
La spaccatura del quarzo ed altri inconvenienti di carattere tecnico immobilizzavano Radio Aut per un mese e mezzo. E stato uno spazio di tempo rimasto inutilizzato: sarebbe stato possibile, infatti, affrontare alcuni problemi di organizzazione interna di vitale importanza per la costruzione ed il funzionamento di una radio democratica. Ma il tipo di aggregazione che aveva caratterizzato “Musica e Cultura” si è rivelata come la cartina di tornasole anche a Radio Aut. Si tentava contemporaneamente il rilancio dell’attività del Circolo a partire dalla proposta di organizzare per i primi di agosto un secondo raduno musicale. E emersa subito l’esigenza di arrivare ad un appuntamento di quel genere con un minimo di proposte politiche, sia nel senso della collocazione all’interno del movimento di opposizione, sia nel senso di apertura dell’iniziativa a tutte le istanze politico-culturali della zona e cittadine: in mancanza di questo, si proponeva di trasformare il raduno in una festa finalizzata esclusivamente al finanziamento di Radio Aut.

Mostra sul rapporto mafia-territorio

Né l’una né l’altra proposta passavano; il clima di sfiducia e il procedere veloce della disgregazione vanificavano tutto. Si riusciva ad organizzare solo due spettacoli teatrali che portavano alle casse della radio circa 160.000 lire. Subito dopo, a partire da un’impennata di rabbia e di disperazione, si portava finalmente fuori la mostra sul rapporto mafia-territorio. Una notevole partecipazione che si è inserita in un contesto d~ divieto e quindi di sfida rispetto all’autorità costituita, ispirava la convinzione che ci si trovava davanti ad un momento nuovo della vita e della storia del gruppo: il contatto con la piazza e l’inserimento all’interno di una festa in svolgimento focalizzavano però i nostri limiti e le nostre contraddizioni: in realtà eravamo soltanto portatori di una mostra e non protagonisti di una situazione politica che siamo riusciti, sì, a creare ma non a gestire.
C’erano già stati i primi contatti con “Villa Fassini” in sede di discussione per la riapertura di Radio Aut (vedasi lettera a L.C. allegata). Il rapporto con Villa Fassini ha avuto un impatto senz’altro negativo con “Musica e cultura” e Radio Aut: e cercheremo di vedere il perché. Innanzitutto perché esso è avvenuto sul terreno che ci è ormai abituale, quello dei rapporti umani e personali; poi, a partire dalle intenzioni di Villa Fassini di inserirsi all’interno di un processo di disgregazione già in atto per mancanza di retroterra politico, perché è stato portatore di posizioni pseudo-culturali e pseuo-ideologiche ammantate di efficientismo e funzionalità che, in assenza di valutazioni puntualmente critiche, hanno funzionato come acceleratore di disgregazione e di penetrazione all’interno del gruppo: è stato il momento in cui passava la proposta delle commissioni a partire dalla teorizzazione del rifiuto di ogni impostazione di carattere politico.
Sintomatico a questo proposito è stato il funzionamento di alcune commissioni; non momento di elaborazione politica e culturale ma momento dello stare insieme (vedi tentata esperienza balneare della commissione cultura) a partire dal quale andare in sala trasmissione per proporre non si sa bene cosa Siamo alla vigilia della trasgressione a chiappe selvagge.
L’allargamento della fascia oraria ed il non funzionamento delle commissioni costituivano la caratteristica della nuova fase di trasmissione. In un contesto di spontaneismo selvaggio e di aumentata improvvisazione, marciavano comportamenti e atteggiamenti “originali” spacciati per “trasgressivi”: Incredibili manifestazioni tra l’esibizionismo e il narcisismo, associate alla ricerca e alla proposizione forzata di un linguaggio “disinibito”, allucinanti stravaganze da rotocalco scandalistico venivano esibite come proposte di liberazione sessuo-politica.
Radio Aut rischiava di divenire lo strumento di diffusione di un codice comportamentale pseudo-liberatorio e di “cena filosofia freak” che, da Parco Lambro in poi, ha prodotto soltanto situazioni di “pacifico accampamento ai margini della società del lavoro e della miseria”: La scissione del personale dal politico (rifiuto del politico) e la sua riduzione a dimensione privata (autarchia della esperienza) hanno contribuito a creare una situazione di vera e propria “atomizzazione” di settori di movimento tendenti ad allargarsi sempre più e a collocarsi in uno “spazio cuscinetto” tra sinistra rivoluzionaria e sinistra istituzionale. Il rifiuto dell’organizzazione, tipico di cena “area creativa”, si configura di fatto come rifiuto della teoria rivoluzionaria. E uno “spazio cuscinetto” destinato a sfociare sul terreno del disimpegno qualunquistico o a disperdersi tra le braccia gratificanti della mamma revisionista: tutto questo a partire dal processo di radicalizzazione dello scontro sociale e di classe.

Area creativa e pratica rivoluzionaria

La tendenza del sociale all’autonomia comporta, sì, il rifiuto del politico inteso in senso tradizionale (delega, rappresentatività, centralizzazione burocratica, ecc.) ma non il rifiuto dell’organizzazione autonoma di base e della teoria rivoluzionaria. In queste condizioni, ancora una volta, il “fumo” rischia di giocare il ruolo di veicolo di penetrazione per comportamenti e atteggiamenti. a dir poco, pericolosi. Riteniamo sia urgente l’apertura di un dibattito, su scala generale, sul rapporto tra area creativa e pratica rivoluzionaria (in questo senso è stata concepita la lettera inviata a Lotta Continua e mai pubblicata).
Nonostante si fosse tentato più di una volta a Radio Aut, di aprire la discussione su questa problematica non è stato mai possibile farlo collettivamente e in maniera critica, anche se non sono mancate le polemiche e le forzature (allontanamento di Villa Fassini dalla radio).
All’interno di un processo di accelerata disgregazione, le trasmissioni continuavano a disarticolarsi e ad essere sempre più precarie: ancora una volta soltanto i notiziari e qualche trasmissione, frutto di iniziative personali, rompevano il procedere caotico dell’attività della radio.
Cominciavano ad arrivare i primi contributi, anche se saltuari, del collettivo femminista.
A metà settembre, vista l’insostenibilità di una fascia oraria così diffusa (9-24), si tornava a trasmettere dalle prime ore pomeridiane sino alla mezzanotte. Questa soluzione di per sé non risolveva i problemi di organizzazione e produzione radiofonica Infatti emergeva subito dopo l’esigenza di un collettivo redazionale, visto anche come collettivo politico e come momento di riaggregazione del gruppo sulla base di una fuoriuscita nel sociale e di una penetrazione del sociale stesso all’interno della struttura
L’inchiesta sulla condizione giovanile è stato il primo passo in questa direzione nuova, anche se ancora stenta a procedere; essa costituisce un tentativo di analisi e di intervento sulla strada dell’elaborazione di una piattaforma politica e della rifondazione di “Musica e Cultura” e Radio Aut: la costituzione del collettivo politico è il momento centrale, di analisi e di sintesi, di quasi due anni di attività. In questo senso, e solo in questo, è da intendere l’interruzione delle trasmissioni di Radio Aut e la costituzione di una commissione aperta che si occupa di ricercare linee di discussione critica sulle esperienze precedenti e proposte di analisi e di interventi politici.
Riteniamo che sia il momento di operare delle scelte che possano risolvere la crisi che stiamo vivendo e aprire la possibilità di esperienze sociali e culturali, da valutare collettivamente nelle loro articolazioni, per un nuovo rapporto con la realtà ambientale e territoriale.

Da: Centro siciliano di documentazione, 10 anni di lotta contro la mafia, 1978; Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli, Rubbettino, 1995, 2008; Giuseppe Impastato, Lunga è la notte, a cura di Umberto Santino, Centro Impastato, Palermo, 2002, 2008, 2014.

 

4. Motivi di una scelta elettorale

Cinisi è un piccolo centro del palermitano con una struttura socioeconomica caratterizzata da una fortissima presenza di piccola borghesia agraria e del settore terziario.
Emigrazione e terziarizzazione sono state le conseguenze immediate della distruzione del mondo contadino, in seguito agli espropri delle terre per la costruzione dell’aeroporto di Punta Raisi sullo scadere degli anni ’50 e della terza pista trasversale nel ’68.
Il proletariato (una quota minoritaria di braccianti occasionali, una quota molto più consistente di edili precari e l’immancabile quota dei mille mestieri) vive una condizione oggettiva e soggettiva di estrema disgregazione e precarietà. Da vent’anni non esiste più una Camera del Lavoro in grado di funzionare almeno come polo di aggregazione, se non di sintesi e di organizzazione politica delle lotte.
Una considerevole “area di parcheggio” studentesca completa e definisce il quadro strutturale di un paese che si potrebbe assumere a simbolo del processo di “sviluppo” di questa Repubblica “nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro”, almeno per come l’ha vissuta e patito il Sud.
Il quadro politico è di facile immaginazione. Una D.C. tra le più clientelari e vigliacche, un PSDI con le clientele in avanzato stato di decomposizione, una “sinistra storica” molto debole e permeabile a penetrazioni clientelari di ogni tipo, completamente subalterna, sia sul piano politico che su quello ideologico alla D.C. e ai suoi “protettori”.
E la mafia, (a Cinisi opera uno dei nuclei più organizzati e feroci), che ha assunto dimensioni industriali e si muove in una direzione su uno stato di controllo-integrazione col quadro politico: un fenomeno relativamente nuovo che ha coinciso con l’inserimento del PCI nell’area della maggioranza prima, (fine ’72) e nella giunta poi. Con ciò non intendiamo sostenere che il PCI sia stato veicolo di penetrazione, ma molto più semplicemente che non ha mai fatto niente per ostacolare questo processo e sottolineare al tempo stesso la sua assoluta subalternità alla D.C. In Sicilia il compromesso storico, con buona pace di Occhetto, se lo si vuol fare lo si fa con la mafia.
La Sinistra Rivoluzionaria è presente a Cinisi da più di dieci anni e la sua storia è ricchissima di esperienze e di contraddizioni. Dalle lotte contadine di Punta Raisi, ai primi tentativi di organizzare gli edili precari, dalle battaglie politiche sui diritti civili, alla magnifica esperienza di un Circolo giovanile, che rappresenta di fatto l’unico momento di aggregazione di vasti strati giovanili, anche se su un terreno immediatamente culturale.
Per citare alcuni dati: nel ’76, alle elezioni politiche, D.P. ha ottenuto da Cinisi il 4,2% dei voti, la più alta percentuale siciliana, e nel ’77 una delle maggiori percentuali di firme sugli 8 referendum.
La scelta di presentare una lista di D.P. a questa scadenza non è stata facile né priva di contraddizioni. La crisi del dopo-giugno è stata molto profonda e ha comportato per molti compagni una vera e propria forzatura nell’assunzione di una precisa identità politico-culturale. L’emergere dei nuovi movimenti, la teoria dei bisogni, con tutte le sue implicazioni positive e le sue deformazioni, le contraddizioni uomo-donna e personale-politico, se da un lato hanno arricchito di contenuti nuovi la nostra esperienza, dall’altro hanno allontanato non poco la nostra capacità di intervento politico. C’è stato un momento in cui sembrava affermarsi la decisione di non presentarsi alle elezioni e di puntare a un minimo di ristrutturazione interna funzionale alla ripresa del lavoro politico e all’ulteriore sviluppo e articolazione del nostro lavoro di controinformazione (da un anno abbiamo messo in piedi una struttura radiofonica). ma l’approvazione del dibattito e l’insistenza di molti compagni hanno spostato sulla scelta di presentarci alle elezioni per i motivi che elenchiamo:
1) Negli ultimi anni, se non altro sul terreno della controinformazione, siamo stati l’unica forza di opposizione alle varie maggioranze che si sono susseguite al Comune (siamo riusciti a bloccare alcuni progetti speculativi con evidenti interessi di mafia);
2) Siamo stati l’unico polo di aggregazione a livello giovanile, e questo da dieci anni, sia sul terreno politico che su quello culturale;
3) Sn terreno della difesa della democrazia e dei diritti civili siamo stati e siamo la sola forza della sinistra che abbia prodotto informazione, lotta ed aggregazione;
4) Tutte le lotte operaie e proletarie di questi dieci anni hanno sempre visto nostri compagni in prima fila, fino all’ultima, vincente, degli operai della centrale elettrica di Punta Raisi, per il posto di lavoro: il delegato sindacale è nostro candidato.
Partecipare alle elezioni, quindi, per portarvi dentro tutta la nostra esperienza e le nostre proposte di opposizione sociale e politica Una lista aperta, di conseguenza, a tutte le istanze di movimento e di opposizione, una foto fedele della nostra storia. Una lista, la cui composizione parla da sé: quattro operai, due studenti, due insegnanti e quattro disoccupati, di cui due sono compagne del Collettivo Femminista.

Questo articolo è stato in parte pubblicato sul “Quotidiano dei Lavoratori” in un numero di aprile ’78, in occasione della presentazione della lista: seguono altri due fogli manoscritti, che forse volevano essere l’inizio di un documento programmatico, purtroppo interrotto:

Non ci presentiamo a questa scadenza elettorale con un programma, almeno nel senso in cui comunemente viene inteso questo termine. Siamo una forza di opposizione e, sin da subito affermiamo la nostra indisponibilità a qualsiasi “alleanza” che non sia finalizzata a una battaglia di opposizione, e alla politica del piccolo cabotaggio. Abbiamo fortissima la convinzione, altresì, che una presenza di opposizione non possa esaurirsi sul terreno istituzionale e che la nostra presenza in Consiglio Comunale non sarà altro che un momento, peraltro secondario, dell’articolazione complessiva dell’opposizione sociale e politica a Cinisi.
Le nostre saranno, quindi, proposte minime per la costruzione di un movimento di opposizione, a partire dai bisogni dei proletari, delle masse giovanili e femminili, degli emarginati, dei non garantiti. Ma andiamo con ordine: ~
l) Disoccupazione: Cinisi è un paese dove la piaga della disoccupazione ha avuto, almeno negli ultimi dieci almi, caratteristiche peculiari. La figura del disoccupato si è andata sempre più integrando con quella del lavoratore precario (tutti giovani tra i 16 e i 25 anni) che vive una condizione di allucinante circolarità tra emigrazione (fin quando era possibile), disoccupazione e brevissimi periodi di occupazione stagionale, uno o due mesi, nel settore dei servizi turistici (Città del Mare) e dei servizi aeroportuali, che assorbono una quota molto piccola di lavoratori.
La ristrutturazione interna dei due settori, che si è espressa in termini di aumento dei ritmi, cumulo delle mansioni e straordinari, ha assottigliato notevolmente le capacità occupazionali. La riduzione della base produttiva, il blocco delle assunzioni e il ricorso a contratti stagionali sempre più limitati ne sono state le conseguenze immediate. Basti pensare che “Città del Mare” ha ridotto il suo organico di svariate decine di unità negli ultimi tre anni e che a Punta Raisi si lavora con un sottorganico complessivo di circa cento unità, mentre la ventilata regionalizzazione dei servizi di terra mette in forse il posto di lavoro per molti altri lavoratori fissi e “garantiti”. E tutto questo nel silenzio, spinto fino alla complicità, dei revisionisti e dei vertici sindacali.
In campo femminile la situazione è ancora più allucinante, nel senso che la precarietà dell’occupazione femminile è ancora più drammatica. Le donne costituiscono, ancora una volta, la quota più debole e sono sempre più ricacciate nel ruolo di casalinghe, spose fedeli e madri, che la società patriarcale ha ritagliato per loro. Ma c’è di più: le donne, all’interno del lavoro precario, sono quelle che più di tutti gli altri subiscono la violenza del lavoro nero e sottopagato, in particolare nel settore dell’abbigliamento.
Sono presenti anche situazioni di “fabbrica diffusa”, sempre nel settore dell’abbigliamento, dove si produce per fabbriche del Nord o di Palermo che hanno già ristrutturato e licenziato.

Da: Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli, Rubbettino, 1995, 2008.