Umberto Santino

Portella della Ginestra, 60 anni dopo

Qualche mese fa, da un incontro con alcuni superstiti della strage di Portella della Ginestra, organizzato dall’associazione ALI (Ambiente Legalità Intercultura) di Palermo, è scaturito un appello al Presidente della Repubblica, che ha raccolto qualche migliaio di firme. Nell’appello si chiede che in occasione del sessantesimo anniversario della strage il Presidente incontri i superstiti: “un gesto di grande valore simbolico e un segnale in risposta a tutti coloro che ancora ricercano verità”. Dal Quirinale hanno fatto sapere che il Presidente non potrà venire il primo maggio, verrà a metà giugno. Ci si augura che l’incontro con i superstiti possa comunque aver luogo.
La tesi ufficiale sull’esecuzione della strage è ben nota: a Portella spararono soltanto i banditi della banda Giuliano e i processi di Viterbo e di Roma si sono fermati qui. In vari interventi e pubblicazioni i protagonisti di quel periodo, giornalisti e storici hanno evidenziato il ruolo di mafiosi, agrari, partiti conservatori e di personaggi legati ai servizi segreti americani. Il convegno del 1977 del Centro siciliano di documentazione: “Portella della Ginestra una strage per il centrismo” mise in luce la funzione della strage nel contesto che portò alla svolta del ’47, con l’esclusione delle sinistre dal governo nazionale e regionale, e il convegno del 1997 nel cinquantennale della strage ha portato ulteriori approfondimenti. In seguito a una richiesta presentata dai partecipanti al convegno del cinquantennale la Commissione parlamentare antimafia, che aveva raccolto un’abbondante mole di documenti, li ha pubblicati, mettendo da canto per una volta il segreto di Stato.
Nell’ultimo decennio sono apparsi degli studi che hanno utilizzato le carte degli archivi americani e italiani. Penso in particolare ai libri di Giuseppe Casarrubea: si concordi o meno con le sue tesi, in ogni caso si tratta di ricerche su documenti inediti e già questo è un merito innegabile. La documentazione raccolta ha permesso di approfondire due temi: l’azione dei servizi segreti e delle formazioni fasciste.
Sui servizi si riconferma, con una documentazione straripante, un dato già noto da tempo (il libro di Faenza e Fini Gli americani in Italia è del 1976). I servizi segreti americani ebbero certamente un ruolo rilevante nell’offensiva anticomunista ma questo non vuol dire che gli ordini per la strage di Portella, per le uccisioni di sindacalisti e militanti delle lotte contadine e per l’estromissione delle sinistre dal governo siano venuti da Washington. Si è trattato di un matrimonio consensuale, in cui interessi locali, nazionali e geopolitici si sono perfettamente incontrati.
Per ciò che riguarda il ruolo dei fascisti, su cui si sofferma gran parte della documentazione pubblicata, più che puntare sulla fornitura delle armi (le armi impiegate a Portella erano le stesse in dotazione della Decima MAS di Junio Valerio Borghese ma quelle armi in realtà erano molto diffuse) o sull’arruolamento del bandito Giuliano nelle file nere e sui rapporti dell’ Evis (l’esercito separatista) con i fascisti, o sul passato fascista di personaggi come gli ispettori Verdiani e Messana e del colonnello Luca, e sul peso delle formazioni dichiaratamente eversive e golpiste che certamente facevano la loro parte, bisognerebbe sottolineare che il condizionamento effettivo è avvenuto attraverso la continuità dell’apparato statale, già analizzata dagli storici più attenti (Pavone, Gallerano), grazie anche all’amnistia dell’allora ministro della Giustizia Togliatti. E in quel grembo matureranno anche le stragi più recenti, ad opera di neofascisti e piduisti annidati all’interno dell’assetto istituzionale. E questo spiega anche la loro impunità, un filo lungo che da Portella arriva a Piazza Fontana, a Brescia e alla Stazione di Bologna.
Non vedo una contraddizione tra una lettura degli avvenimenti degli anni ’40 in chiave di lotta di classe, che vive una delle sue fasi più intense e sanguinose, e un’interpretazione che mette in risalto gli aspetti politici. Le due interpretazioni vanno necessariamente integrate se vogliamo analizzare adeguatamente quel periodo storico decisivo per le sorti del nostro Paese.
Come si diceva, quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della strage di Portella. Gli anniversari corrono sempre un rischio: quello della retorica, sempre più ingessata e ripetitiva, e del rituale, sempre più stanco e appassito. C’è da augurarsi che l’occasione venga colta per tenere aperta quella pagina, come tutte le altre pagine sulle stragi, sia a livello istituzionale che a livello di analisi e di studio. In ogni caso bisognerebbe dare un segnale, piccolo ma significativo. A Portella ogni anno da quando ci vado sono annunciati autorità e politici, candidati in campagna elettorale per la prima volta a Portella. Non ho mai sentito annunciare la presenza dei superstiti o dello stesso Casarrubea, figlio di una delle due vittime nell’attentato a Partinico del 22 giugno sempre del ’47 (il padre si chiamava Giuseppe, come il figlio, e l’altra vittima si chiamava Vincenzo Lo Jacono). Spero che quest’anno ci si ricordi di loro e non si dia luogo a passerelle incongrue e stucchevoli.

Pubblicato su “Repubblica Palermo” l’1 maggio 2007, con il titolo: Sulla strage più studi meno passerelle.