Amelia Crisantino

 Su La mafia dimenticata

 

Con La mafia dimenticata. La criminalità organizzata in Sicilia dall’Unità d’Italia ai primi del Novecento. Le inchieste, i processi. Un documento storico (Melampo editore, 643 pagine, 20 euro) Umberto Santino ha pubblicato un poderoso volume frutto di molti anni di lavoro, che si presenta col carattere della sintesi storica arricchita da importanti documenti originali. Santino va alle radici del “discorso” sulla mafia mostrandone lo stratificarsi all’indomani dell’Unità, ed è lo stesso “discorso” formato da idee, analisi e luoghi comuni che ha continuato a riprodursi sino a oggi. Facendo ancora un passo indietro arriviamo alla secolare incubazione di quelli che in altri lavori lo stesso Santino ha definito “fenomeni premafiosi”: sono aspetti embrionali, stili di comportamento che avranno modo di svilupparsi nel momento in cui si struttura lo Stato unitario. Cioè uno Stato che riesce a formarsi con molto ritardo e quasi per scommessa, scontrandosi con l’opposizione della Chiesa, col rifiuto di buona parte delle popolazioni meridionali e la scarsa considerazione internazionale: sarebbe bastato uno solo di questi fattori a rendere difficile la sua sopravvivenza, e molte scelte diventano comprensibili solo se le collochiamo su questo sfondo così problematico.

Se parliamo di mafia, il primo punto da affrontare è il monopolio della violenza. Uno Stato che si forma presenta se stesso come detentore del monopolio della violenza, fisica e anche simbolica, in una sorta di processo che disciplina il pullulare delle pulsioni provenienti dalla società. In Italia, scrive Santino, è il “pensiero di Stato” a imporre l’idea della mafia come fenomeno criminale, anche se una parte della popolazione trova del tutto legittimo non riconoscere il monopolio statale della violenza. Abbiamo quindi una contrapposizione radicale e ci si aspetterebbe delle decisioni conseguenti, una lotta aperta. Ma l’incalzare delle emergenze sommata a una certa predilezione per l’autoritarismo – propria della tradizione politica italiana, che spinge a criminalizzare le opposizioni – fa sì che l’interesse verso il fenomeno mafioso sia episodico, sempre legato ad eventi eclatanti che scuotono la pubblica opinione: all’indomani dell’Unità emergono la congiura dei pugnalatori nel 1862, la rivolta palermitana nel 1866, i primi grandi processi alla fine degli anni ‘70, il delitto Notarbartolo nel 1893 e i successivi sviluppi processuali: tutti episodi che, ogni volta, portano alla “riscoperta” della mafia da parte dello Stato, mentre al contempo osserviamo l’arroccamento difensivo di buona parte della cultura siciliana che si rifugia nel sicilianismo. È un meccanismo che sembra girare a vuoto riproducendo se stesso, ma ogni emergenza mostra più gravi lacerazioni e conseguenze nel corpo sociale: specie quando, con l’estensione del suffragio, il consenso è troppo spesso garantito dal mediatore mafioso. Quanto alla periodica “riscoperta” della mafia, nel lontano 1900 Antonino Cutrera scriveva che di fronte a un delitto efferato tutti sono pronti a indignarsi e allontanare da sé qualsiasi idea di equivoca vicinanza; passata l’ondata del rifiuto emotivo è la stessa idea dell’esistenza della mafia a essere messa in discussione. Cutrera era delegato di pubblica sicurezza e autore di uno dei primi libri sulla mafia, dove a chiare lettere denunciava le complicità governative in vista delle elezioni; le stesse denunce vengono reiterate da un altro delegato, Giuseppe Alongi, che nel 1904 pubblica La mafia: fattori, manifestazioni, rimedi in cui racconta quanto avviene nei paesi siciliani dove ha prestato servizio. I due delegati scrivono mentre ancora si celebrano i processi per l’omicidio di Emanuele Notarbartolo: al processo di Milano il figlio Leopoldo ha accusato il deputato crispino Raffaele Palizzolo, a cui non era stato mosso alcun addebito processuale, e nel 1902 la Corte d’Assise di Bologna ha condannato Palizzolo a trent’anni di reclusione; la sentenza è annullata dalla Cassazione, nel 1904 la Corte di Firenze ha assolto Palizzolo per insufficienza di prove. Sono processi terribili, che mostrano quanto osceno possa essere l’intreccio mafia/politica e come la mafia possa condizionare gli equilibri nazionali: lo scandalo è così imbarazzante da suggerire al comando militare di Milano di proibire ai propri ufficiali di accostarsi all’aula dove si tengono le udienze. Ma intanto i tre processi Notarbartolo celebrati a Milano, a Bologna e a Firenze hanno creato una sorta di spettacolo offerto all’opinione pubblica nazionale, con centinaia di testimoni provenienti dalla Sicilia che sfilano esprimendosi in un linguaggio tanto esotico da necessitare di un interprete per divenire comprensibile. Palermo reagisce e si mobilita, su iniziativa di Giuseppe Pitrè viene fondato il comitato pro Sicilia per difendersi da un’accusa di mafiosità che sembra coinvolgere tutti: l’adesione è in buon parte emotiva, ma non tutti sono in buona fede.

Oggi più nessuno mette in dubbio l’esistenza della mafia. Anzi delle mafie, che agiscono a livello nazionale e internazionale utilizzando la violenza come metodo per l’acquisizione del potere e l’accumulazione del capitale, con una struttura organizzativa più o meno rigida e un sistema di rapporti che permette lo svolgersi di molteplici attività criminali, illegali o formalmente legali. Il modello interpretativo elaborato da Umberto Santino è inclusivo, è un prisma a molte facce che considera la mafia come industria e come istituzione: il suo “paradigma della complessità” supera l’ambito siciliano, registrando la proliferazione dei gruppi di tipo mafioso nel panorama internazionale. Tornare indietro nel tempo, fermarsi e analizzare le dinamiche all’opera all’indomani dell’Unità equivale a dare radici e ancoraggi alla teoria. Santino pubblica documenti come la “Bolla di composizione”, che scopre dentro un dimenticato libro stampato a Palermo nel 1867: per quell’anno firmata dall’arcivescovo di Palermo Giovanbattista Naselli era ogni anno rinnovata, già nel 1711 Jean Baptiste Labat l’aveva vista affissa alla porta di una chiesa e nei Voyages d’Espagne et d’Italie aveva scritto “la Sicilia appartiene ai ladri”, basta pagare. L’articolo 18 recitava “con questa bolla… si può comporre sopra qualsivoglia genere di azione illecita, o malamente avuta, o mal guadagnata ed acquistata…”: la grande autonomia di cui godeva la Chiesa siciliana grazie alla Apostolica Legazia aveva eliminato le distanze, la Chiesa siciliana era “troppo” vicina ai suoi fedeli.

All’indomani dell’Unità questa società così “particolare” viene osservata dai funzionari governativi delegati a mantenere l’ordine pubblico, e ognuno tenta di decifrarne i significati arrivando a conclusioni spesso molto differenti. Santino pubblica le 31 relazioni scritte fra il novembre 1898 e il febbraio del 1900 dal questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, che delineano una vasta rete associativa organizzata in sezioni e divisa in gruppi ognuno con un capo, che agisce sotto la protezione di “deputati, senatori e altri influenti personaggi”: è la stessa struttura che Buscetta avrebbe svelato al giudice Falcone, con rivelazioni che nel febbraio 1986 portano al maxiprocesso. Anche Sangiorgi lavora per un maxiprocesso, in uno dei suoi rapporti individua 218 mafiosi divisi in otto gruppi in un’area che si estende dalla Piana dei Colli all’Olivella: alla fine riesce a portare in aula 51 imputati, i condannati sono 31 e la pena è mite, in genere 3 anni e 6 mesi.

In questo libro Umberto Santino ha osservato le dinamiche ottocentesche a partire dall’oggi, perché ogni studioso interroga l’oggetto del suo studio cercando una risposta alle domande che pone il tempo in cui vive. Però – insegnava il grande Braudel – ogni volta che il passato è indagato attraverso le fonti dà informazioni, non offre a tutti le stesse risposte perché l’osservabile coincide con indizi ed elaborazioni che qualcuno ha compiuto su quanto realmente accaduto. E certo anche il questore di Palermo risente della “particolare atmosfera” creata dal processo di Milano, quando le accuse di Leopoldo Notarbartolo trasformano il dibattimento in un’istruttoria contro i rappresentanti dello Stato in Sicilia e la denuncia delle commistioni tra politica, amministrazione e malaffare non sembra risparmiare nessuno. Allora il modello interpretativo della potente setta segreta giustifica molte cose: del resto era un modello che vent’anni prima era già stato avanzato, quasi imposto, dalla questura di Palermo, chiamata a dare una spiegazione per quanto accadeva in una Sicilia dove i rapporti fra politica e gruppi variamente dediti ad attività delittuose portavano a ripetute emergenze.

I rapporti del questore Sangiorgi saranno presto dimenticati, a ogni emergenza si ricomincerà daccapo. Ma, considerati i modi in cui si incrociano il circuito politici-affaristico locale e quello nazionale, era possibile che il “discorso” sulla mafia prendesse di mira quella che in altri testi Umberto Santino ha definito la “borghesia mafiosa”? Nell’incerto Paese costruito dal Risorgimento la Sicilia appare sfuggente, trasformandosi in orizzonte obbligato per molte paure: è patria di pugnalatori, ed è terra di confine selvaggia per definizione dove le sette mafiose di sicuro prosperano. Intanto a Palermo la certezza che la mafia discenda dai Beati Paoli mette tutti d’accordo.

 

Pubblicata sulla rivista “Mediterranea”, n. 42, aprile 2018, pp. 197-200.