Umberto Santino

Sulla cattura di Provenzano
L’incubo, la farsa e lo stereotipo

Con la cattura di Provenzano è finito un incubo (quello del supercapomafia onnipotente, al centro di tutte le trame criminali del nostro tempo), è finita la farsa (quella della “primula rossa” inafferrabile, nonostante fosse, come tutti pensavano e dicevano, a due passi da casa, e inconoscibile, nonostante la pioggia di identikit presentati pure a “Chi l’ha visto”, delle esternazioni che lo davano per morto o dei filmati che lo reclutavano tra i fantasmi), ma non è detto che sia finito lo stereotipo (secondo cui Provenzano avrebbe incarnato l'”altra mafia”, quella della moderazione e della pax mafiosa).
La “pista del bucato” (il latitante da 43 anni è stato trovato seguendo il viaggio di un pacco con la biancheria pulita inviato dalla moglie, dalla sua casa di Corleone) questa volta è andata in porto e non ci si può non chiedere quante altre piste, in più di quattro decenni, sono state percorse invano o sono state lasciate a metà o non sono state neppure avviate.
Premono altre domande: chi è stato realmente Provenzano, chi ha coperto la sua latitanza, cosa può succedere dopo la sua cattura?
Provenzano è stato presentato come lo stratega e il garante della pax mafiosa e il campione della moderazione. In realtà è stato un uomo per tutte le stagioni: killer con Luciano Liggio in gioventù, stragista con Riina negli anni ’80 e nei primi anni ’90, ha riverniciato la moderazione quando Cosa nostra ha ricevuto dei colpi e bisognava far buon viso a cattivo gioco. Più una scelta obbligata che una vocazione. Un’ennesima dimostrazione della capacità della mafia di coniugare continuità e trasformazione, rigidità formali ed elasticità di fatto.
Chi ha coperto la sua latitanza? Ormai è il segreto di Pulcinella: Provenzano è stato coperto da professionisti, imprenditori, politici, uomini delle istituzioni. Di parecchi si sanno nome e cognome, qualcuno è sotto processo, con varie incriminazioni, che vanno dall’associazione mafiosa al concorso esterno e al favoreggiamento.
Non so se Provenzano collaborerà (più d’uno pensa di no), comunque ora che è stato catturato ci sarà modo di aggiungere altri nomi a una lista che è già abbastanza nutrita. E va ribadito che coloro che hanno garantito una latitanza così lunga, sono gli stessi o sono amici e colleghi di tutti coloro che hanno messo in piedi la struttura imprenditoriale-finanziaria e assicurato proficui collegamenti con il mondo politico e istituzionale.
Ormai tutti, o quasi, parlano di “borghesia mafiosa”, espressione che utilizzo dai lontani anni ’70 e che fino a poco tempo fa era considerata frutto di fantasie estremistiche e di “suggestione”, ma si tratta di un concetto concretissimo che, lungi dal configurare una criminalizzazione generalizzata, individua in soggetti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, lo zoccolo duro su cui si regge il fenomeno mafioso. Se la mafia fosse soltanto qualche migliaio di criminali di professione, sarebbe certamente un fenomeno grave, ma è questo legame, storico e attuale, con questa frazione di classe dominante e con un più vasto blocco sociale che ne fa un protagonista del sistema di accumulazione e di potere.
Avere puntato i riflettori solo su Provenzano e su altri campioni della mafia militare ha significato ignorare tutto il resto, nonostante che non ci sia occasione in cui il presunto “sommerso” viene a galla ma si fa finta di non vederlo.
Un tempo la lotta contro la mafia avveniva soprattutto sul terreno politico; da decenni la politica ha delegato tutto alla magistratura, rilasciando una cambiale in bianco quando si tratta di rispondere all’esplosione della violenza mafiosa, e ritirando la delega quando la violenza si attenua o viene a cessare; battendo le mani quando si arrestano e condannano capimafia e gregari e gridando al complotto delle “toghe rosse” quando si comincia a far luce più in profondità. Quello che è avvenuto negli ultimi anni va ben oltre l’oscenità. Un governo e una maggioranza che hanno teorizzato e praticato la “legalizzazione dell’illegalità” e hanno attaccato frontalmente chi esercita il controllo di legalità, magistrati in testa. L’illegalità è diventata una risorsa, l’impunità una bandiera. E in questo contesto, si può anche arrestare Provenzano, ma l’alt ad andare oltre è più esplicito che sottinteso. Per averne una riprova si legga la relazione di maggioranza della Commissione parlamentare antimafia che esclude il rapporto mafia-politica, ma anche l’opposizione non ha fatto il suo dovere (non per caso nel 2005 mi sono dimesso da consulente della Commissione).
Cosa rispondere all’altra domanda che mi ponevo all’inizio: che succederà dopo l’arresto di Provenzano? Riprenderà la vocazione stragista, ci sarà una guerra di successione?
Non è da escludere, ma credo che parecchi mafiosi abbiano capito che la pax è un ottimo affare. Il problema è un altro: il sistema relazionale che fa forte l’organizzazione criminale reggerà o sarà incrinato dal quadro socio-politico che si profila in Sicilia e nel Paese? L’arresto del capomafia cade in un momento emblematico, che può preludere a dei cambiamenti che possono essere solo marginali e di facciata o delle autentiche rotture.
C’è da augurarsi che i giorni a venire portino a un impegno non solo contro l’organizzazione criminale ma anche contro un sistema di accumulazione e di dominio, che sappia misurarsi su vari terreni, andando oltre il folklore delle ricotte della masseria corleonese e l’ermeneutica dei pizzini di un criminale che si è inventato un ruolo di maestro di sapienza e sacerdote di un dio che maschera la ferocia sotto le vesti del paciere.

Aprile 2006
Dalla prefazione al libro: Ernesto Oliva, Salvo Palazzolo, Bernardo Provenzano, Rubbettino 2006.