Voci per il Dizionario di mafia e di antimafia di “Narcomafie”

Umberto Santino

Acqua

Il controllo dell’acqua è uno degli esempi più significativi di esercizio della signoria territoriale mafiosa e di uso privato di una risorsa pubblica. Ciò è potuto avvenire per le carenze se non il vero e proprio vuoto della regolamentazione istituzionale. Con la costituzione dello Stato unitario, non c’è stata in Italia una politica di gestione pubblica delle acque e in Sicilia, in particolare nell’agro palermitano, si è affermata la pratica del controllo privato esercitato dai guardiani, i cosiddetti “fontanieri”, stipendiati dagli utenti. I fontanieri erano in maggioranza legati alla mafia, e così pure i “giardinieri”, cioè gli affittuari e gli intermediari.
In tal modo si è avviato e sedimentato nel tempo un monopolio mafioso dell’acqua. Ma una risorsa così preziosa, essenziale per la coltivazione degli agrumi che venivano esportati sul mercato nazionale e internazionale, ha innescato contrasti all’interno del mondo mafioso. Nel 1874, a Monreale, il centro a pochi chilometri da Palermo sede del famoso duomo arabo-normanno, viene ucciso il guardiano dell’acqua Felice Marchese. Il delitto si inserisce nel conflitto tra due organizzazioni mafiose rivali, i Giardinieri e gli Stoppaglieri, che è la prima guerra di mafia documentata (Cutrera 1900; Santino 1994; Crisantino 2000).
Nell’agosto del 1890 ci sarà un altro omicidio legato al controllo dell’acqua. Viene ucciso il guardiano dell’acqua dell’Istituto psichiatrico di Palermo, Baldassare La Mantia, che si era più volte rifiutato di favorire i fratelli Vitale, gabelloti (affittuari) e capimafia della frazione palermitana Altarello di Baida. Il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi così interpretava l’assassinio di La Mantia:

È noto come questa delle usurpazioni destinate all’irrigazione dei giardini rappresenti una delle fonti d’illecito guadagno della criminosa associazione, ed è facile intuire che la resistenza del La Mantia oltreché offesa all’autorità della mafia costituì grave minaccia agli interessi economici della setta, potendo fare scuola agli altri guardiani dell’acqua non affiliati all’associazione. Sicché non deve sembrare strano che per questo motivo, in apparenza ed in altro ambiente non abbastanza grave, i Vitale e consoci abbiano determinato, come fecero, di uccidere (in Lupo 1990, p. 55).

La lesione degli interessi economici e ancora di più il mancato rispetto dell’autorità mafiosa sono motivi più che sufficienti per ricorrere alla sanzione più grave del codice criminale, con l’eliminazione fisica del guardiano colpevole di non essersi piegato al volere dei capimafia e di dare un esempio di indipendenza che potrebbe mettere in forse il potere mafioso.
Il controllo mafioso dell’acqua continuerà anche dopo e si farà di nuovo ricorso all’omicidio quando si incontreranno ostacoli per la sua perpetuazione. Nel settembre del 1945, a Ficarazzi, in provincia di Palermo, nella pianura coltivata ad agrumi, viene ucciso Agostino D’Alessandro, segretario della Camera del lavoro, che aveva avviato una lotta contro il monopolio mafioso dell’acqua, all’interno della mobilitazione dei contadini che si scontra duramente con gli agrari e i mafiosi (Santino 2000, pp. 141-142).
I mafiosi esercitano un forte condizionamento sui consorzi di irrigazione. L’esempio più noto è quello del consorzio dell’Alto e Medio Belice, istituito nel 1933, in pieno periodo fascista. Abbracciava un comprensorio di 106.000 ettari e nei programmi era la realizzazione di una diga sul fiume Belice. Per l’opposizione della mafia, che temeva di perdere il controllo sulle risorse idriche, il consorzio rimase inattivo fino al 1944 (I boss della mafia 1971, pp. 130-131). L’unica attività che i mafiosi non ostacolano è la costruzione di strade, con la raccolta e fornitura di materiali alle imprese edili. Tra i mafiosi interessati c’era il giovane Luciano Liggio, destinato a una delle carriere più sanguinarie, che costituisce una società di autotrasporti ed è favorevole alle attività del consorzio, intuendo che esse possono offrire grandi opportunità (Chilanti-Farinella 1964, pp. 47-49). La costruzione di dighe infatti sarà un ottimo affare per i mafiosi che sapranno inserirsi, accaparrandosi porzioni consistenti di denaro pubblico. L’esempio più significativo è la diga Garcia sul fiume Belice, realizzata dopo anni di mobilitazione popolare. Peppino Garda, definito “il boss di Monreale” dalla sentenza per l’assassinio di Mario Francese, acquista i terreni, con finanziamenti pubblici apporta miglioramenti alle coltivazioni e infine li rivende a un prezzo superiore a quello d’acquisto agli enti pubblici interessati alla costruzione della diga. Una speculazione orchestrata lucidamente, resa possibile grazie alla complicità delle istituzioni (Francese 2000, pp. 97-99, 175-197).


La sete di Palermo

Nella seconda metà degli anni ’70 la “sete di Palermo” stimolò l’apertura di un’inchiesta sulle fonti di approvvigionamento idrico, condotta dall’allora pretore Giuseppe Di Lello. Vennero rispolverate vecchie carte, tra cui la Carta delle irrigazioni siciliane, redatta nel 1940 dalla sezione di Palermo del servizio idrografico del Ministero dei Lavori pubblici, che individuava 114 sorgenti e 600 pozzi che prelevavano l’acqua dalla falda freatica. Un documento più recente, del 1973, redatto dall’Esa (Ente sviluppo agricolo), rilevava l’esistenza di 1.649 pozzi che attingevano alla falda freatica della fascia costiera.
Queste acque sotterranee avrebbero dovuto essere inserite nell’elenco delle acque pubbliche, invece vengono lasciate sfruttare dai privati e in particolare dai più noti rappresentanti delle famiglie mafiose. Nel piano regolatore generale degli acquedotti, redatto dal Ministero dei Lavori pubblici e approvato nel 1968, figuravano solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in via di esaurimento, mentre non c’era traccia dei pozzi gestiti dai Greco di Ciaculli, una delle dinastie mafiose più note, e da altre famiglie mafiose: i Buffa, i Marcenò, i Motisi, i Teresi. La falda freatica andava impoverendosi per il saccheggio operato dai privati e in molti pozzi era già in stato avanzato l’intrusione di acqua marina che ne rendeva impossibile l’uso. L’Amap (Azienda municipale acquedotto di Palermo) prendeva in affitto i pozzi dei privati e negli anni ’70 il Comune pagava la sua acqua circa 800 milioni l’anno. Per avere un’idea del ruolo degli enti pubblici a tutela degli interessi privati, basterà ricordare che i privati per scavare i pozzi si servivano dei mezzi dell’Esa e l’Amap, alla ricerca di nuove acque, trivellava le zone più povere d’acqua, lasciando le zone più ricche ai privati (Pretura di Palermo 1979). La pretura inviò gli atti alla Procura della Repubblica ma l’inchiesta non ebbe seguito. Un’altra inchiesta del 1988 si concluse con il rinvio a giudizio di vari mafiosi, di proprietari di pozzi e di alcuni tecnici, ma il processo si concluse con una serie di assoluzioni.
Negli anni più recenti, con la nomina di un commissario straordinario, il generale Roberto Jucci, nelle cinque provincie siciliane che soffrono la sete (Palermo, Caltanissetta, Enna, Trapani, Agrigento) sono stati censiti più di 20 mila pozzi privati, con una risorsa potenziale di circa un miliardo di metri cubi. La provincia di Agrigento, la più assetata, conta 4762 pozzi. La mappa dei pozzi sarebbe incompleta, perché mancherebbero i pozzi abusivi (Legambiente 2003, p. 236). Successivamente, nel 2002, è stato nominato commissario straordinario il Presidente della Regione.
Si è pensato di poter risolvere il problema dell’acqua con la costruzione di dighe. Si sono spese somme ingenti, lievitate con il ricorso a espedienti speculativi, ma il risultato è deludente. Ci sono dighe non completate o non collaudate, che possono contenere solo una parte della capienza. Si invoca la pioggia, si pregano i santi e si fanno processioni, ma se piove troppo, le dighe debbono essere svuotate. Altre dighe mancano delle condotte per l’utilizzazione dell’acqua. L’opera pubblica è una grande occasione di accaparramento dei fondi e attorno ad essa si forma un grappolo di interessi che coinvolge imprenditori, amministratori, politici, mafiosi che controllano la spartizione degli appalti, praticano i pizzi sulle imprese, forniscono loro materiali e servizi, o sono impegnati direttamente nell’attività imprenditoriale (Santino 2002, p. 136).
Per completare il quadro si aggiungano le condotte colabrodo, con perdite anche del 50 per cento, i furti d’acqua, gli allacciamenti abusivi, le condutture parallele, gli invasi privati riforniti con l’acqua delle aziende municipalizzate, i corsi di fiumi deviati per creare vasche di approvvigionamento. Nel 2002 le proteste dei cittadini, con manifestazioni e blocchi stradali, hanno attivato le forze dell’ordine che hanno fatto arresti, denunciato qualche centinaio di persone, sequestrato pozzi. Per le strade di Palermo assieme a 25 autobotti pubbliche circolavano 23 autobotti private, che si approvvigionavano da pozzi abusivi, con acqua non potabile (Legambiente 2003, pp. 235-243).
L’emergenza permanente, che in alcune zone è drammatica, con l’acqua che manca per settimane, è il frutto di una politica delle acque insieme dissennata e interessata, della grande frammentazione della gestione (si dovrebbero occupare di acqua 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali, 400 consorzi fra utenti) e non di una carenza naturale. Anche se sono in atto in alcune aree dell’isola processi di desertificazione, ogni anno in media in Sicilia piovono 7 miliardi di metri cubi di acqua, quasi il triplo del fabbisogno calcolato in 2 miliardi e 482 milioni di metri cubi:1 miliardo e 325 milioni per l’irrigazione dei campi, 727 milioni per i centri abitati, 430 milioni per il fabbisogno industriale (Santino 2002, p. 136).


La privatizzazione dell’acqua

Il modello mafioso siciliano fondato sull’uso privato di una risorsa pubblica non è un caso isolato e irripetibile. Negli ultimi anni si sono attuate politiche di privatizzazione delle risorse idriche gestite dalle grandi multinazionali. L’acqua non viene considerata un bene pubblico, indispensabile per ogni essere vivente, e quindi un diritto irrinunciabile, ma un bene economico, una merce nelle mani di grandi gruppi industriali che agiscono perseguendo la massimizzazione dei profitti, all’insegna del neoliberismo. Già oggi un miliardo e quattrocento milioni di persone non hanno accesso all’acqua e la cifra è destinata ad aumentare: si prevede che nel 2020 si arriverà a quattro miliardi, cioè la metà della popolazione mondiale (Petrella 2001, p. 20).
Per opporsi a questa politica di “petrolizzazione dell’acqua”, una vera e propria dittatura del mercato sull’acqua, che rilancia le grandi speculazioni connesse alla costruzione di dighe gigantesche, con la deportazione di milioni di persone e danni irreversibili all’ambiente, nel 1998 a Lisbona organizzazioni non governative e altri soggetti hanno lanciato il “Manifesto dell’acqua” allo scopo di assicurare l’accesso per ogni essere umano come diritto individuale e collettivo inalienabile. Anche in Sicilia si cerca di andare oltre la protesta episodica ponendo le basi per la costruzione di un movimento che si richiami ai principi del “Manifesto dell’acqua”: opporsi alla privatizzazione, dichiarare demanio pubblico inalienabile le grandi infrastrutture (dighe, acquedotti ed altre opere) costruite a carico della finanza pubblica, costituire un’autorità unica per tutta la regione e promuovere politiche di autogoverno del territorio (Forum sociale siciliano 2001). Per avviare questa inversione di tendenza occorre una mobilitazione adeguata, capace di esercitare la necessaria vigilanza sulle ingerenze dei gruppi mafiosi interessati a perpetuare il loro dominio.


Riferimenti bibliografici

Chilanti Felice – Farinella Mario, Rapporto sulla mafia, Flaccovio, Palermo 1964.
Crisantino Amelia, Della segreta e operosa associazione. Una setta all’origine della mafia, Sellerio, Palermo 2000.
Cutrera Antonio, La mafia e i mafiosi, Reber, Palermo 1900, ristampa anastatica Forni, Sala Bolognese 1984.
Forum sociale siciliano, Atti e documento conclusivo, Palermo luglio 2001.
Francese Mario, L’escalation di don Peppino Garda; L’incredibile storia di appalti e delitti per la diga Garcia, in Fiume Giovanna – Lo Nardo Salvo (a cura di), Mario Francese una vita in cronaca, Gelka, Palermo 2000, pp. 97-99, 175-197.
I boss della mafia, Editori Riuniti, Roma 1971.
Legambiente, Rapporto Ecomafia 2003. L’illegalità ambientale in Italia e il ruolo della criminalità organizzata, Roma 2003.
Lupo Salvatore, Il giardino degli aranci, Marsilio, Venezia 1990.
Petrella Riccardo, Il Manifesto dell’acqua. Il diritto alla vita per tutti, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001.
Pretura di Palermo, pretore G. Di Lello, Indagine sulla situazione dei pozzi dell’agro palermitano, 7 maggio 1979.
Santino Umberto, Il ruolo della mafia nel saccheggio del territorio, in Idem, Casa Europa, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato (Centro Impastato), Palermo 1994, pp. 20-45; Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000; L’acqua rubata. Dalla mafia alle multinazionali, in Fondazione Franceschi, Del diritto alla buona acqua, Milano 2002, pp. 133-139.