L’Inquisizione era un’associazione a delinquere? Il clero e l’“impresa del crimine”

 

“Et perché tutti quelli che sono familiari ovvero officiali del Santo Offitio, sono ancho sudditi a quello in criminale et in civile, si cerca in Sicilia di intrare nel numero di quelli con desiderio incredibile, parendo a chi è giunto a quel segno d’essere affatto libero d’ogni timor di giustizia. (…) Li quali familiari insolentemente si serveno di quella esentione del tribunale reggio, che sempre sono gli autori di maggiori crimini et di più temerari delitti che si commettono”.

Così leggiamo negli Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré di Sicilia di Scipio Di Castro, considerato una sorta di Machiavelli siciliano, un testo del 1577.

L’Inquisizione, sorta nel 1487, ufficialmente doveva indagare sulle eresie, in realtà era un’istituzione a servizio del potere spagnolo (l’eresia era considerata una forma di ribellione a una monarchia che definendosi cattolicissima per molti aspetti può definirsi una teocrazia) ma sottraendo i suoi “familiari”, cioè i collaboratori, alla giustizia statale, spesso assicurava loro l’impunità. Da ciò la corsa a iscriversi nei suoi ranghi. Il viceré Colonna ne era perfettamente consapevole se in una lettera del 3 novembre 1577 osservava che familiari dell’Inquisizione erano “todos los ricos, nobles, y los ricos delinquentes”. E lo era anche il re Filippo II che nel 1591 con una sua prammatica vietava ai baroni del regno di affiliarsi all’Inquisizione e disponeva che gli accusati di omicidio non potessero rivolgersi al suo foro privilegiato. Ma la situazione non era destinata a cambiare.

Lo Stato non riesce a imporre in Sicilia il suo monopolio, c’è un polipolio della forza e della giustizia, con la convivenza tra potere centrale, potere baronale ed ecclesiastico, con un ruolo privilegiato dell’Inquisizione che costituisce un potere a sé e fa di tutto per mantenerlo. Giovanni Evangelista di Blasi, abate benedettino del convento di San Martino, nella sua monumentale Storia del Regno di Sicilia, pubblicata tra il 1844 e il 1847, racconta un episodio accaduto nel 1602: un familiare dell’Inquisizione, Mariano Agliata, viene accusato e condannato per avere ucciso un ufficiale spagnolo, gli inquisitori intimano di annullare la sentenza e mandare gli atti al Santo Ufficio, i giudici disobbediscono e vengono scomunicati. Il viceré Lorenzo Suares, duca di Feria, chiede di revocare la scomunica e ottiene l’appoggio dell’arcivescovo di Palermo Diego de Aedo. Gli inquisitori scomunicano l’arcivescovo, minacciano di interdire la diocesi e chiedono ai familiari di presidiare il palazzo, lo Steri. Il viceré manda mille soldati spagnoli e il boia, minacciando di arrestare e impiccare chi si opponesse. Inquisitori e familiari mostrano lo stendardo con il crocifisso e lanciano sulla folla biglietti di scomunica. Ma i soldati forzano il portone ed entrano nel palazzo. Della vicenda dovrà occuparsi la corte di Madrid.

L’Inquisizione era un’associazione a delinquere, come sostiene Orazio Cancila? Quel che si può dire è che assicurava l’impunità a una categoria di delinquenti garantiti, che potremmo definire “delinquenti di Dio”. E in quel periodo, riguardo al ruolo di uomini di chiesa, c’è dell’altro. Risulta che membri del clero erano direttamente coinvolti in attività delittuose. Il caso più noto è quello della “banda dei ferlesi” (da Ferla, oggi in provincia di Siracusa). Non si tratta di un gruppo di banditi alla macchia e neppure di bravi manzoniani dediti a esercizi di prepotenza in nome e per conto di un signorotto, ma di una “impresa del crimine”, come scrive Giovanni Marrone, composta da soggetti che svolgono continuativamente attività criminose come l’omicidio su commissione, l’abigeato (il furto di animali), il sequestro di persona e la composizione (la richiesta di denaro per liberare il sequestrato o restituire gli animali rubati) e al loro fianco sono personaggi del clero, della nobiltà, come la baronessa Anna Requesenz e Moncada, governatori di città. I criminali si rifugiano nel convento dei frati francescani che si oppongono all’ingresso degli uomini del capitano di giustizia di Ragusa. Fra i personaggi coinvolti ci sono i fratelli Battaglia, uno, Matteo, è sacerdote e il loro fratello è il priore del convento. Le complicità si allargavano ai frati del conventi di Ragusa e di Palazzolo, rifugio di criminali, e ad altri centri del val di Noto. Siamo nel 1616 e dieci anni dopo troveremo altri chierici dediti a pratiche estorsive, degni antenati dei frati del convento di Mazzarino alla ribalta negli anni ’50 del Novecento.

Tornando all’Inquisizione, l’ultimo rogo fu acceso nell’aprile del 1724. Furono bruciati vivi Fra Romualdo (al secolo Ignazio Barberi) e suor Gertrude (Maria Cordovana), condannati perché “quietisti” (professavano una spiritualità personale e negavano la funzione della chiesa) e “molinisti” (seguaci delle teorie di Miguel de Molinos sulla grazia): per queste “colpe” si finiva sul rogo. In un’incisione di Francesco Cichè, pubblicata nel libro del canonico Antonino Mongitore sull’Atto pubblico di fede, si vedono cavalieri e dame nelle tribune a godersi lo spettacolo mentre il piano di sant’Erasmo è affollato di banchettanti e venditori di cibarie: una festa insieme religiosa e mondana, come il festino di santa Rosalia. Su quel piano sorgerà villa Giulia. Com’è noto, il viceré Caracciolo, reduce dal soggiorno parigino, durante il quale aveva fatto amicizia con i filosofi illuministi, abolì l’Inquisizione siciliana nel 1782. Gli atti dell’archivio furono bruciati, una decisione dettata da preoccupazioni generalizzate, come annotava il marchese Villabianca: “La distruzione di tali carte incontrar videsi il comune applauso, stante esser memorie che, Dio liberi, si fossero commerciate, era lo stesso che infettare e imbrunire di nere note molte e molte famiglie di Palermo e del Regno tutto ch’oggi sono del rango nobile e delle oneste e civili”.

 

Pubblicato su Repubblica – Palermo il 20 maggio 2015, con il titolo Gli abusi dell’Inquisizione santa impresa del crimine