Umberto Santino

L’antimafia e gli imprenditori morali. Da “I cento passi” a “Felicia”

 

Il criminologo americano Howard Becker in un saggio pubblicato negli anni ’60 sottolineava il ruolo che hanno alcuni personaggi, definiti “imprenditori morali”, nel produrre e diffondere idee sulla criminalità, nel suscitare attenzione verso fenomeni classificabili come delittuosi, nell’elaborare progetti e strategie di intervento.

Questo ruolo possono averlo le istituzioni, in primo luogo lo Stato (Pierre Bourdieu parlava di un “pensiero di Stato”, nel senso che lo Stato produce le categorie di pensiero che applichiamo a qualunque cosa), i cultori delle scienze sociali, gli scrittori e i giornalisti, i personaggi pubblici che hanno una certa reputazione e un seguito consistente.

In Italia sono ben noti i casi di scrittori come Pasolini e Sciascia, considerati protagonisti del pensiero critico e rimpianti dopo la loro morte perché non sarebbero stati adeguatamente sostituiti nella loro funzione di segnalatori dei mali sociali e di maestri di moralità.

Questa funzione da tempo è esercitata dal cinema e dalla televisione. Sono loro gli attori principali della “società dello spettacolo”, i creatori del cosiddetto “immaginario collettivo” e su questo terreno spesso i luoghi comuni la fanno da padroni ispirando le narrazioni, sotto forma di film o di telefilm.

Facciamo qualche esempio. Il film In nome della legge, del 1949, tratto dal romanzo di Guido Loschiavo, dava l’immagine di una mafia che considera le sue leggi come leggi di natura, ma è pronta a riconoscere lo Stato e a collaborare con esso. Erano gli anni in cui la mafia uccideva dirigenti e militanti delle lotte contadine, ma questi delitti non facevano parte del copione.

Molti anni dopo, lo sceneggiato televisivo La Piovra rappresentava una mafia onnipresente e onnipotente, che veniva affrontata da un singolo personaggio, prima un commissario, poi una magistrata, che sopravvivevano solo per esigenze di copione. Il messaggio era: contro una mafia-piovra universale può solo lottare un antagonista che non può che essere un eroe, un san Giorgio contro il drago. Una storia, dimenticata, ci dice che contro la mafia hanno lottato centinaia di migliaia di contadini, guidati da dirigenti che non giocavano a fare l’eroe.

Si dice che cinema e televisione hanno un loro linguaggio, richiedono obbligatoriamente un protagonista che riassume in sé una storia esemplare, degna di essere rappresentata. Questo protagonista può essere l’eroe antimafia ma può anche essere il boss mafioso. Nonostante le considerazioni di Hannah Arendt sulla “banalità del male”, il Male è più fotogenico e attrattivo del Bene. E questo vale tanto per la Bibbia che per la tragedia greca, tanto per Shakespeare che per il più modesto sceneggiatore. In ogni caso, l’icona mediatica sostituisce la realtà, la piega alle sue esigenze, diventa verità e luogo comune, già per la semplice ragione che raggiunge e forma milioni di spettatori, che difficilmente può raggiungere un libro, tranne che non sia un bestseller, che per diventare tale segue le leggi del mercato, molto simili a quelli degli altri media.

Anche per Peppino Impastato e per la madre Felicia il film di Giordana e il telefilm di Albano hanno ricreato la realtà e hanno partita vinta su di essa. Peppino ormai è identificato come il percorritore-numeratore dei cento passi, il predicatore della “mafia montagna di merda” e della bellezza che spodesta la lotta di classe. E si può essere certi che tanti vanno a Cinisi  per incontrare quel personaggio più che il Peppino reale. Ora il telefilm su Felicia l’ha rappresentata come una sorta di Giovanna d’Arco settantenne, che è continuamente per strada o altrove per condurre la sua battaglia. Felicia usciva di casa rarissimamente, ma il 14 maggio, pochi giorni dopo l’assassinio, si è recata al seggio elettorale per votare per suo figlio e i presenti la guardavano con tanto d’occhi. Gli sceneggiatori hanno costruito un personaggio diversissimo dall’originale e questo personaggio sostituirà per tantissimi (si parla di sette milioni di telespettatori, un successo insperato) la Felicia reale. Anche il boss Gaetano Badalamenti è stato rimodellato secondo i dettami del mafioso da rappresentazione: un essere mostruoso. Al processo nell’aula bunker, Badalamenti dal teleschermo diceva che era stato amico della famiglia Impastato e non ha mosso ciglio davanti al dito puntato di Felicia che lo indicava come assassino del figlio.

In un incontro con il regista mi diceva che la televisione ha le sue regole che non possono essere disattese. Ho fatto i complimenti a Gianfranco Albano per il successo del filmato, ma non ho potuto fare a meno di ribadire quello che avevo detto agli sceneggiatori: Felicia, interpretata da una bravissima Lunetta Savino, era molto diversa da quella che abbiamo visto sugli schermi televisivi. E che io faccio cose che non ho mai fatto e non faccio quelle che ho fatto. Licenze mediatiche più forti e suadenti di quelle poetiche.

 

Pubblicato su Repubblica Palermo del 9 giugno 2016, con il titolo: Le troppe licenze mediatiche dei film sulla mafia.