Umberto Santino

Alcuni punti per una strategia antimafia

Il dibattito con cui si sono concluse le iniziative per ricordare la strage di Via D’Amelio ha messo a fuoco alcuni punti che dovrebbero costituire la base di partenza per una ridefinizione della strategia non solo di contrasto ma pure di prevenzione nei confronti del fenomeno mafioso.
Il primo punto è che bisogna uscire da visioni stereotipe che continuano a circolare e hanno pesantemente condizionato l’attività antimafia, a cominciare da quella legislativa. La considerazione della mafia come emergenza, per cui essa c’è quando spara e diventa un fenomeno di cui preoccuparsi quando produce una montagna di morti o colpisce uomini delle istituzioni, non è solo presente nel sentire comune ma ha informato la legislazione del nostro Paese, finora all’insegna della risposta all’esplosione della violenza mafiosa. La legge antimafia del 1982 è venuta dopo l’assassinio Dalla Chiesa, con più di un secolo di ritardo rispetto all’esistenza documentata dell’associazione mafiosa, e così pure le altre leggi hanno fatto seguito ad omicidi e stragi, costituendo un coacervo di disposizioni che attendono di essere coordinate e armonizzate. Si parla da tempo di un Testo unico ma finora non se n’è fatto nulla. Riuscirà il nuovo governo a sistematizzare una politica criminale che invece di inseguire emergenze si fondi su un’analisi adeguata? La mafia non va in vacanza tra un omicidio e l’altro ma è un’organizzazione permanente e se non spara non è perché è scomparsa ma perché non ha ragione di farlo.
Un altro punto è che passata la sbornia Provenzano, frutto di un’iconizzazione del personaggio che oscurava la complessità della mafia e l’articolazione del sistema relazionale su cui essa fonda gran parte del suo potere, si dia vita a una regolazione legislativa di figure come il concorso esterno, che mira a colpire i rapporti al di fuori dell’associazione criminale vera e propria. Capisco che ci sono problemi, che si rischia di tralasciare qualche aspetto della fenomenologia ma l’attuale incertezza, dovuta a una pratica basata sull’elaborazione giurisprudenziale, se può tornare utile come strumento flessibile che si presta ad essere impiegato per una vasta gamma di comportamenti, espone al rischio della discrezionalità e offre il fianco alle critiche di un garantismo interessato.
In sede di analisi, dopo decenni in cui la mafia era considerata solo come una mentalità senza organizzazione, in seguito alla “scoperta” di Cosa nostra, sull’onda delle dichiarazione dei mafiosi collaboratori di giustizia, si è passati a un’altra polarizzazione: la mafia come struttura organizzativa, dimenticando che siamo davanti a un fenomeno composito, in cui mentalità e codici culturali si saldano perfettamente con gli organigrammi associativi e in cui la violenza e l’illegalità sono impiegate come risorsa che innesca o potenzia dinamiche legate ai processi di accumulazione e di formazione dei rapporti di potere. E’ quello che sostengo da tempo, con il mio “paradigma della complessità” che coniuga crimine, accumulazione, potere, codice culturale e consenso e vede i gruppi criminali, in tutto alcune migliaia di affiliati, interagire con un blocco sociale molto ampio e articolato al cui interno la funzione decisiva è svolta da soggetti illegali (i capimafia) e legali (rappresentanti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni) che ho definito “borghesia mafiosa”.
L’espressione è ormai abbondantemente usata da magistrati impegnati in indagini antimafia e sta diventando di uso comune, ma rischia di diventare uno stereotipo che sottintende una criminalizzazione generalizzata o una metafora del potere, sempre, comunque e dovunque. Nella mia analisi essa è il frutto di una riflessione elementare (i capimafia sono in gran parte rozzi e semianalfabeti e da soli non possono neppure ideare gran parte delle cose che gli si attribuiscono: dal traffico di droghe al riciclaggio del denaro sporco, agli investimenti in settori-chiave come la sanità, all’accaparramento del denaro pubblico, al condizionamento delle scelte politiche) e si configura non come una generica chiamata di correo ma come un’ipotesi analitica che seleziona rapporti documentati e documentabili tra i professionisti del crimine e i soggetti che prima indicavo. Lascio ad altri proiezioni cosmiche, suggestive ma di dubbio fondamento.
Il problema è che il consenso, fondato su convergenze se non identità di interessi e di comportamenti, non riguarda solo soggetti classificabili come borghesi ma si estende a una vasta gamma di soggetti, classificabili come strati popolari, per i quali l’illegalità, più o meno legata o confinante con l’universo mafioso, è mezzo di sopravvivenza e di mobilità.
Qui torna come punto centrale del dibattito della sera del 19 luglio e più in generale di una ridefinizione della strategia complessiva, il problema della fuoriuscita dall’illegalità e della ricanalizzazione del consenso. I “giovani” di Addipoizzo hanno portato la loro esperienza che cerca di sposare no al racket e consumo critico; un’altra esperienza che ho ricordato è quella dei senza casa che hanno chiesto e ottenuto l’uso delle case confiscate ai mafiosi. Primi passi di una strategia di disarticolazione del blocco sociale a egemonia mafiosa attuale e di costruzione di un blocco alternativo. Ma se ci limitiamo ad esperienze esemplari e non diamo vita a un progetto ambizioso ma pure realistico, potremo felicitarci di qualche risultato, prezioso ma parziale, e rassegnarci a ulteriori sconfitte.
La proposta che ho cercato di tratteggiare nel corso del dibattito vuole coniugare analisi e progetto e vorrebbe avere sbocchi operativi a breve. In sintesi, riprendendo un discorso già altre volte accennato (vedi la proposta “Ricostruire Palermo”, del Centro Impastato e del centro San Saverio del 1987): costituire dei comitati unitari, con partiti, sindacati, soggetti della società civile, altri, sparsi sul territorio, che costruiscano progetti che mettano al centro i problemi dell’occupazione, della ricostruzione, fisica e culturale, della città, della partecipazione.
Bisogna sapere che tantissimi voti vanno al centrodestra perché il suo sistema clientelare offre mezzi di sopravvivenza per una vasta parte della popolazione che vive il disagio permanente della disoccupazione e della precarietà. Edili disoccupati, professionisti disoccupati o precari, senza casa dovrebbero essere i soggetti portanti di questa rifondazione strategica dell’impegno politico e sociale. Questa immersione nel territorio potrebbe ancorare alla realtà, per esempio, un’opposizione che se si limita all’interno dell’assemblea regionale, sarà ineluttabilmente perdente (per cominciare, si potrebbe dar conto dell’attività nel Palazzo con un foglio informativo e assemblee periodiche).
Mi piacerebbe chiamare questo progetto “Liberare Palermo”: dalla subalternità alla mafia e al clientelismo, dalla rassegnazione, dalla delega al miracolatore di turno, suscitando le energie migliori, presenti o potenziali, che la città offre. E il discorso non vale solo per Palermo.
Un’ultima notazione. Chi fa antimafia deve sapere che una delle discriminanti passa attraverso le modalità di acquisizione dei fondi pubblici, finora erogati con leggine-fotografie ed emendamenti ad hoc. Centri studi, Università dovrebbero darsi un programma comune di ricerca e contibuire alla progettazione, uscendo da pratiche separatiste e rituali. E mi sia consentita una nota personale, ma non tanto. La mia recente condanna, che si unisce a quella di Riolo, è un grave colpo a chi fa analisi e ricerca. Se si vuole tutelare efficacemente l’onorabilità delle persone, si chiedano rettifiche, correzioni, integrazioni, non soldi. L’onorabilità non è un genere da supermercato e per trattare questi temi sarebbe più adatto un giurì apposito. La campagna per la libertà di stampa e di ricerca nella lotta conto la mafia prosegue.

Pubblicato su “Repubblica Palermo”, 23 luglio 2006