Condanna di Vito Palazzolo

prot. 27/2001 palermo, 7. 03. 2001

Sulla condanna di Vito Palazzolo per il delitto Impastato

La condanna a 30 anni di reclusione per il mafioso Vito Palazzolo come corresponsabile del delitto Impastato per noi è solo il secondo scalino nell’accertamento della verità giudiziaria sull’omicidio di Peppino Impastato. Avevamo ottenuto un primo risultato con la sentenza del maggio 1984, predisposta da Rocco Chinnici e completata da Antonino Caponnetto, in cui si diceva, in termini inequivocabili, che si trattava di un omicidio mafioso, anche se lasciava nell’ombra le responsabilità individuali.
Nel 1986, con la pubblicazione del dossier Notissimi ignoti e del libro La mafia in casa mia, che raccoglie la storia di vita di Felicia Bartolotta, madre di Peppino, siamo riusciti ad ottenere la riapertura dell’inchiesta e l’invio di una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. ma nel maggio del 1992 l’inchiesta veniva nuovamente archiviata e sull’onda delle dichiarazioni di Buscetta, che sul delitto Impastato hanno avuto un effetto decisamente depistante, veniva ipotizzata, ma solo come semplice “sospetto”, la responsabilità dei “corleonesi” avversari di Badalamenti.
Nel 1994, avendo saputo che tra i collaboratori di giustizia c’era Salvatore Palazzolo, affiliato alla famiglia mafiosa di Badalamenti, abbiamo chiesto che venisse interrogato sull’omicidio Impastato. Dovevano passare altri due anni per ottenere la riapertura dell’inchiesta e solo nel maggio del 1997 veniva richiesto il rinvio a giudizio di Gaetano Badalamenti e di Vito Palazzolo come mandanti dell’omicidio.
In considerazione del fatto che restava fuori dal procedimento giudiziario tutta la vicenda del depistaggio delle indagini, che non avevamo cessato di denunciare e a cui si accennava anche nella sentenza del 1984, con un promemoria presentato nel settembre del 1998 abbiamo sollecitato la Commissione parlamentare antimafia ad occuparsi del “caso Impastato”, con particolare riferimento al comportamento delle forze dell’ordine e della magistratura nella conduzione delle indagini. Com’è noto, la Commissione antimafia il 6 dicembre scorso ha approvato all’unanimità una relazione in cui si riconosce che esponenti delle istituzioni hanno avuto un ruolo nel depistare le indagini. Ora è giunta questa condanna, mentre è ancora in corso il processo a Gaetano Badalamenti. Ci auguriamo che anche questo processo finisca con una giusta condanna e che la verità storica ormai ufficialmente sancita sul depistaggio venga accertata anche a livello giudiziario. Come si vede, i gradini da salire sulla scala della verità sono ancora tanti.
Ora che la verità si è fatta faticosamente strada e che la figura di Impastato è conosciuta dai tantissimi spettatori di un film che ha avuto un grande successo, ci sembra necessario ricordare che in tutti questi anni a tenere desta la memoria di Peppino e a battersi per la verità siamo stati in pochissimi: alcuni familiari, alcuni compagni di militanza, noi del Centro siciliano di documentazione nato nel 1977 e dedicato a Impastato nel 1980 quando moltissimi lo consideravano un terrorista e un suicida. Dopo lo scioglimento di Democrazia Proletaria solo alcuni dirigenti di Rifondazione comunista, in particolare Giovanni Russo Spena, si sono impegnati con continuità. Desideriamo infine sottolineare che ancor’oggi rappresentanti delle forze dell’ordine dichiarano che allora non avevano elementi per indagare sulla pista mafiosa. Le prime pietre con macchie di sangue vennero trovate dai carabinieri e sono scomparse, che si trattasse di esplosivo da cava risultò immediatamente ed era risaputo che le cave erano gestite dai mafiosi, sui muri di Cinisi i manifesti in cui si indicava la mafia come responsabile del delitto apparvero subito dopo il ritrovamento delle briciole del corpo di Peppino, l’11 maggio del 1978 venne diffuso un volantino, presentato un esposto e si tennero un’assemblea e un comizio in cui si parlò esplicitamente di omicidio mafioso. C’erano quindi bastevoli elementi per avviare le indagini in quella direzione, ma sarebbe dovuta bastare tutta l’attività pubblica di Peppino, quotidianamente rivolta a denunciare i mafiosi con nomi e cognomi.

Umberto Santino