Umberto Santino

Cosa Nostra

Che i mafiosi usino denominare l’associazione segreta di cui fanno parte “Cosa Nostra” è un’acquisizione recente, derivante dalle dichiarazioni di mafiosi collaboratori di giustizia, e in particolare di Tommaso Buscetta. Deponendo davanti a Giovanni Falcone Buscetta così delineava la struttura portante dell’organizzazione:

“La creazione “Mafia” è una creazione letteraria, mentre i veri mafiosi sono semplicemente chiamati “uomini d’onore”, ognuno di essi fa parte di una “borgata” (questo nella città di Palermo perché nei piccoli centri l’organizzazione mafiosa prende nome dal centro stesso) ed è membro di una “famiglia”.
In seno alla famiglia vi sono: “il capo”, eletto dagli uomini d’onore. Egli, a sua volta, nomina “il sottocapo”, uno o più consiglieri (se, però, la famiglia è vasta, anche i consiglieri sono eletti, in numero non superiore a tre), e “i capidecina”.
Il capo della famiglia viene chiamato “rappresentante” della famiglia stessa.
Al di sopra delle famiglie e con funzioni di coordinamento, esiste una struttura collegiale, chiamata “commissione”, composta da membri, ciascuno dei quali rappresenta tre famiglie territorialmente contigue.
Trattasi di uno dei capi delle tre famiglie, designato dai capi delle stesse.
I membri dalla commissione, ai miei tempi, duravano nella carica per tre anni, ma non so se tuttora vengono rispettate queste regole.
Attualmente, la profonda degenerazione dei principi ispiratori della mafia, ha portato come conseguenza che queste regole vengono rispettate solo formalmente, perché nella realtà la “commissione” è lo strumento attraverso cui colui o coloro che dominano impongono la loro volontà.
Nel suo insieme, questa organizzazione si chiama “Cosa Nostra”, così come negli U.S.A.” (Tribunale di Palermo 1984, pp. 4-5).

Le rivelazioni di Buscetta per un verso costituiscono una sorta di depositum fidei della tradizione di Cosa Nostra, per un altro sono un atto di accusa delle degenerazioni che avrebbero prodotto i corleonesi con la loro inesauribile sete di potere e di sangue.
A prescindere dal nome, che costituisce una novità, tutti gli aspetti che concorrono a formare l’immagine compiuta di Cosa Nostra com’è stata ricostruita attraverso le dichiarazioni di vari mafiosi collaboratori di giustizia si ritrovano quasi identici risalendo indietro nel tempo.
La cerimonia iniziatica presenta varianti secondarie (il dito da cui viene fatto sgorgare un po’ di sangue, a volte è il pollice destro, a volte l’indice o il medio di una mano imprecisata, l’indice della destra, un dito qualsiasi, o quello con cui si spara), ma c’è sempre la panciuta, come pure l’immagine sacra che viene bruciata. Anche il giuramento ha qualche variante ma sostanzialmente la formula, quando è riportata, ribadisce l’irrevocabilità del vincolo contratto con il patto di sangue. Così giurano i neofiti della Fratellanza di Girgenti nel 1884: “Giuro sul mio onore di essere fedele alla fratellanza, come la fratellanza è fedele con me, e come si brucia questa santa e questi pochi gocci del mio sangue, così verserò tutto il mio sangue per la fratellanza, e come non può tornare questa cenere nel proprio stato e questo sangue un’altra volta nel proprio stato, così non posso rilasciare la fratellanza”. Così giura il medico Melchiorre Allegra nel 1916: “Giuro di essere fedele ai miei fratelli, di non tradirli mai, di aiutarli sempre, e se così non fosse, io possa bruciare e disperdermi, come si disperde questa immagine che si consuma in cenere”. E questo è sinteticamente il giuramento di Buscetta nel 1948: “Le mie carni devono bruciare come questa “santina” se non manterrò fede al giuramento” (in Gambetta 1992, pp. 367-369).
La cerimonia di iniziazione che prevede alcuni passaggi obbligati (il candidato dev’essere presentato da parte di un membro anziano dell’associazione, al nuovo arrivato vengono rivelate l’esistenza dell’organizzazione e le sue regole, il novizio deve scegliersi un padrino che praticherà il taglietto sul dito, la pronuncia della formula del giuramento) vuole avere la pregnanza simbolica di un battesimo, con precisi riferimenti alla liturgia cattolica, con l’uso di un’immagine sacra, prima cosparsa del sangue sprizzato dal dito del novizio e poi bruciata tra le sue mani.
Evidente poi la valenza simbolica del sangue: è una sorta di rinascita rituale, dà vita a una nuova parentela tra i consociati e contiene un preciso riferimento alla punizione che spetta a chi tradisce il patto consociativo (Paoli 2000, p. 81). Dice il “pentito” Antonino Calderone, ricordando la sua cerimonia di iniziazione: “Col sangue si entra e col sangue si esce da Cosa Nostra! Lo vedrete da voi, tra poco, com’è che si entra col sangue. E se uscite, uscite col sangue perché vi ammazzano” (in Arlacchi 1992, pp. 57-58).
Con l’iniziazione il novizio acquista lo status di “uomo d’onore” che dura tutta la vita: l’ammissione a Cosa Nostra “impegna quell’individuo per tutta la vita. Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi” (Falcone e Padovani 1991, p. 97).
L’enfasi posta su questi aspetti sacrali non può far dimenticare che si tratta di una associazione criminale, il cui scopo è la commissione di delitti, dall’estorsione all’omicidio, mentre l’immagine di sé che danno i mafiosi, almeno i vecchi mafiosi, è ben diversa. Dice Buscetta, ricordando quel che dicevano i suoi antichi maestri che lo hanno iniziato ai segreti di Cosa Nostra: “Mi hanno detto che essa era nata per difendere i deboli dai soprusi dei potenti e per affermare i valori dell’amicizia, della famiglia, del rispetto della parola data, della solidarietà e dell’omertà. In una parola, il senso dell’onore” (in Arlacchi 1994, p. 11). Da qui ai Beati Paoli, i mitici vendicatori di torti, il passo è breve. Cosa Nostra sarebbe nata perché mancava la giustizia pubblica, per difendere la Sicilia vessata in mille modi: “Perché noi siciliani ci siamo sentiti trascurati, abbandonati dai governi stranieri e anche da quello di Roma. Cosa Nostra, per questo, faceva la legge nell’isola al posto dello Stato. L’ha fatto in diverse epoche storiche, anche quando non si chiamava Cosa Nostra. Io so che una volta essa si chiamava “I Carbonari”, poi si è chiamata “I Beati Paoli” e solo in un terzo momento “Cosa Nostra”” (ibidem, pp. 15-16).
Siamo nel pieno del mito apologetico, condito di leggende e di stereotipi. Non è da escludere che la nascita delle associazioni mafiose sia stata stimolata da un contesto in cui l’associazionismo segreto era abbastanza diffuso, con la presenza di soggetti come la Carboneria e la Massoneria, e le sollevazioni popolari in Sicilia durante l’Ottocento vedono fianco a fianco vari attori, tra cui le nascenti o già consolidate associazioni mafiose. Come pure le squadre popolari che agiscono nelle rivolte del XVIII e del XIX secolo hanno una doppia anima: uno spirito di ribellione che porterà alla nascita dei movimenti popolari in lotta per il cambiamento e un’esigenza di mobilità sociale che porterà anche all’arruolamento nei gruppi mafiosi (Santino 2000, p. 136). Ma da questo a dire che c’è una linea diretta tra Carbonari e Cosa Nostra, tramite i Beati Paoli, ci corre.
Come abbiamo visto un motivo ricorrente è quello dell’onore. In cosa consiste l’onore dei mafiosi? Per Franchetti il mafioso è “un uomo che sa far rispettare i suoi diritti, astrazion fatta dai mezzi che adopera a questo fine” (Franchetti 1993, p. 97) e “il modo più efficace per farsi rispettare in buona parte di Sicilia è l’esser in fama di aver commesso qualche omicidio” (ibidem, p. 36).
Più recentemente Vincenzo Marsala, figlio del capomafia di Vicari in provincia di Palermo, ha dichiarato che “il prestigio all’interno della famiglia si raggiunge soprattutto con la consumazione di omicidi, nel senso che questo è il banco di prova nel quale si dimostra la valentia dell’uomo d’onore. In tal caso si dice che trattasi di una persona che “vale”. E più importante è l’omicidio che viene commesso, più si innalza il prestigio del mafioso” (in Paoli, 2000, p. 91).
L’abilità nell’uso della violenza ha un ruolo decisivo nello status di “uomo d’onore”. Che poi nel codice onorifico mafioso abbiano un peso altri fattori, per esempio la capacità di preservare la verginità e la castità delle donne, questo più che essere una specificità dell’organizzazione mafiosa rientra nel codice comportamentale su cui si fonda la società agro-pastorale mediterranea (Schneider 1987).
C’è da chiedersi come e perché questi “valori” entrino a far parte del bagaglio del mafioso. Si potrebbe rispondere che i membri dell’associazione criminale per coprire i loro misfatti introiettano, o manipolano, regole comportamentali delle società in cui agiscono, al solo scopo di darsi un’immagine di rispettabilità. Ma una spiegazione in termini solo utilitaristici e strumentali è insoddisfacente non tenendo conto che si è formato un codice culturale mafioso, in cui convivono aspetti diversi e contraddittori.
Buscetta è stato discriminato per le sue frequentazioni femminili ed esempi recenti dimostrano che ci sono ancora mafiosi che hanno dell’onore una concezione del tipo di quella descritta precedentemente, intesa all’osservanza della morale sessuale delle donne. Nel gennaio del 2003 l’anziano capomafia dell’Acquasanta di Palermo Antonino Pipitone è stato accusato, in seguito alla rivelazioni di alcuni “pentiti”, di aver fatto uccidere nel 1983 la figlia Rosalia per punirla di una relazione extraconiugale, fingendo che si trattasse di una rapina. Questa visione legata alla tradizione etica cristiano-cattolica in materia di comportamenti sessuali convive con una pratica che considera l’omicidio un diritto-dovere dell’affiliato e ne fa il pilastro portante del codice onorifico. E va sottolineato che l’omicidio è sempre in agguato, anche quando si tratta di uccidere donne o bambini.


Dal questore Sangiorgi a Cosa Nostra

Anche l’esistenza della struttura organizzativa risalirebbe lontano nel tempo. Scriveva nel novembre del 1898 il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi:

“L’agro palermitano di cui particolarmente mi occupo con la presente relazione, è purtroppo funestato, come altre parti di questa e delle finitime provincie, da una vasta associazione di malfattori, organizzati in sezioni, divisi in gruppi: ogni gruppo è regolato da un capo, che chiamasi capo-rione, e, secondo il numero dei componenti e la estensione territoriale, su cui debba svolgersi la propria azione, a questo capo-rione viene aggiunto un sottocapo, incaricato di sostituirlo nei casi di assenza o di altro impedimento. E a questa compagnia di malviventi è preposto un capo supremo. La scelta dei capi-rione è fatta dagli affiliati, quella del capo supremo, dai capi-rione riuniti in assemblea, riunioni che sono ordinariamente tenute in campagna.
Scopo dell’associazione è quello di prepotere, e quindi di imporre ai proprietari dei fondi, i castaldi, i guardiani, la mano d’opera, le gabelle, i prezzi per la vendita degli agrumi e degli altri prodotti del suolo” (Sangiorgi 1898, pp. 9-10).

L’associazione era divisa in otto gruppi insediati nelle borgate a ovest della città: Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza. Le altre cosche disseminate dalla zona sud-est fino al mare (Pagliarelli, S. Maria di Gesù, Ciaculli, Villabate) non pare facessero parte del coordinamento, come pure non sembra sufficientemente documentata l’estensione dell’associazione su scala provinciale (Lupo 1988, pp. 466-467).
La tesi di Sangiorgi era decisamente controcorrente. Se si toglie un testo di Augusto Schneegans, console dell’impero tedesco in Sicilia, che nel 1890 pubblica un libro in cui sostiene che la mafia è una “società segreta”, “uno Stato nello Stato” (Schneegans 1890, 1990), la convinzione più diffusa era che possono esserci cosche, sodalizi criminali in vari luoghi, ma non ci sono né “regole fisse” né “gerarchia prestabilita” (Alongi 1977, p. 49).
La visione della mafia delineata nei rapporti del questore palermitano, che però non ha retto al vaglio giudiziario (il processo del 1901 si concluse con molte assoluzioni e lievi condanne), è la più vicina a quella ricostruita attraverso le dichiarazioni dei pentiti dagli anni ’80 in poi.
Come abbiamo visto nella mafia palermitana degli ultimi anni dell’Ottocento e nei primi del Novecento le cariche sono elettive e questa tradizione avrebbe resistito al passare degli anni e sarebbe stata archiviata dall’avvento al potere dei corleonesi.
“La mafia è un organismo democratico, uno dei più importanti organismi democratici” dichiara il “pentito” Leonardo Messina che esalta il ruolo della famiglia mafiosa e ridimensiona il ruolo del capo: “Il capo viene eletto dalla base e non è vero che abbia un’immagine così rilevante: l’epicentro di tutto è la famiglia, il capo ne è solo il rappresentante. E’ sempre la famiglia che decide, il capo viene votato dalla base, dagli uomini d’onore” (in Paoli 2000, p. 43) ed elettivi sono pure i membri della commissione provinciale.
Ci troveremmo di fronte a una struttura fondata sulla democrazia diretta, in cui almeno sulla carta preoccupazione costante sarebbe stata quella di evitare la concentrazione dei poteri.
Fino agli anni ’50 del XX secolo il coordinamento tra i gruppi della provincia di Palermo sarebbe stato assicurato da rapporti informali e solo nel 1957 si sarebbe istituzionalizzata la cosiddetta “commissione provinciale”. Buscetta riferisce che sarebbe stato il boss siculo-americano Joe Bonanno a suggerire di creare un organo di coordinamento simile a quello adottato da La Cosa Nostra americana negli anni ’30, come strumento di moderazione e di pace interna (in Arlacchi 1994, pp. 65-66). Rispetto alla proposta di Bonanno furono apportati dei cambiamenti: invece di una sola commissione come negli Stati Uniti, furono costituite più commissioni, una per ogni provincia in cui era presente Cosa Nostra e venne costituita una struttura intermedia, il mandamento, una circoscrizione che comprendeva il territorio di tre famiglie contigue, con un capo che, almeno fino a un certo punto, non fosse capo di una delle famiglie, per evitare che favorisse la famiglia di appartenenza.
Sempre a dire di Buscetta, alla commissione di Palermo si decise di nominare semplici “soldati” e non capifamiglia o consiglieri: “Volevamo evitare che troppo potere si concentrasse nelle mani delle stesse persone. Consideravamo inoltre il fatto che la distanza tra un uomo d’onore soldato e uno consigliere, rappresentante o vicerappresentante, in Sicilia non era mai stata molto grande. Appartenere a Cosa Nostra implicava l’essere uomini d’onore: questa era la base di tutto. Si potevano poi inventare gerarchie, cariche, commissioni, ma all’interno di una famiglia si respirava un’aria di uguaglianza perché tutti sentivamo di far parte di una élite molto speciale” (ibidem, pp. 69-70). La proposta non piace a tutti e si arriva a un compromesso; della commissione palermitana faranno parte dodici soldati e quattro capifamiglia (ibidem, p. 71).
Solo a metà degli anni ’70 si sarebbe formata una “commissione interprovinciale” formata dai rappresentanti di sei provincie, ad esclusione di Messina, Siracusa e Ragusa, dove non c’erano uomini di Cosa Nostra. Anche qui, nel progetto originario presentato dal capomafia di Catania Pippo Calderone, si voleva evitare la concentrazione dei poteri, con un caporegione, chiamato segretario, che doveva essere, solo un primus inter pares.
L’irruzione dei corleonesi, ben presto sboccata nella guerra aperta, avrebbe travolto questi principi e imposto un regime dittatoriale, monocratico, a una sorta di repubblica confederale fondata sull’uguaglianza dei membri e sulla rappresentanza democratica.
In effetti con la guerra di mafia dei primi anni ’80 la vecchia commissione viene decimata e si forma un nuovo organismo composto da rappresentanti schierati con i vincitori. La dittatura dei corleonesi tiene in piedi l’organismo collegiale ma esso è totalmente egemonizzato da Riina e dai suoi alleati.
Già prima dell’esplosione della guerra di mafia, la struttura di Cosa Nostra aveva subìto delle modifiche in gran parte legate alla gestione del traffico di stupefacenti: la divisione in famiglie non operava più, ognuno poteva associarsi con chi voleva e si rendeva necessario il ricorso ad esterni. A dire di Buscetta, il denaro avrebbe corrotto tutto e tutti e i principi ispiratori di Cosa Nostra sarebbero stati travolti.
Se la radice di questa “degenerazione” va ricercata nel traffico di droga, addossare le responsabilità ai corleonesi non corrisponde alla realtà, dato che essi avevano un ruolo secondario rispetto ai Bontate e ai Badalamenti. Quest’ultimo mantiene il suo ruolo anche dopo essere stato “posato”, cioè espulso dall’organizzazione (Santino 1992, p. 122).
I corleonesi più che di un processo di modernizzazione, per adeguare l’organizzazione ai nuovi compiti criminali, sono portatori di un surplus di violenza che all’interno mira all’occupazione delle posizioni di potere mentre all’esterno vuole abbattere gli ostacoli che il processo di espansione delle attività incontra e condizionare le dinamiche socio-politiche. Il ricorso massiccio alla violenza e i più eclatanti delitti esterni (dall’assassinio di Dalla Chiesa alle stragi del ’92 e del ’93) produrranno effetti boomerang, innescando la reazione delle istituzioni che infliggerà gravi colpi all’organizzazione Cosa Nostra, con l’arresto e la condanna di centinaia di affiliati.


Il segreto: confidenti e collaboratori

Cosa Nostra è un’associazione segreta e i suoi affiliati sono tenuti a rispettare la legge del silenzio (omertà) ma negli ultimi vent’anni l’omertà è stata platealmente violata da centinaia di mafiosi collaboratori di giustizia.
Negli anni ’80 ha cominciato ad assumere sempre maggiore consistenza il fenomeno del pentitismo: i primi collaboratori della giustizia sono stati soggetti esterni a Cosa Nostra, legati soprattutto al traffico di droghe, poi con Buscetta e Contorno si è aperta la stagione dei capi e gregari che facevano ricorso alla giustizia rivelando i segreti dell’organizzazione. Più che di un vero e proprio pentimento, fondato su ragioni etiche (il caso di Leonardo Vitale, che nel 1973 si presentò spontaneamente alla squadra mobile di Palermo per fare una serie di rivelazioni e doveva finire rinchiuso in manicomio criminale e cadere ucciso nel dicembre del 1984, rimane almeno per lungo tempo un caso unico), si è trattato di una crisi della cultura mafiosa indotta dallo straripare della violenza interna.
La collaborazione con la giustizia nei termini in cui si è configurata negli ultimi decenni è una novità ma in passato non era rara la pratica di passare informazioni confidenziali alla polizia. Spesso ci troviamo di fronte a rapporti così circostanziati (è il caso dei rapporti del questore Sangiorgi) che non possono non farci pensare all’uso di indicazioni provenienti dall’interno del mondo mafioso. Solo che, a differenza di quanto è avvenuto con le dichiarazioni dei collaboratori, le fonti confidenziali non potevano essere citate in dibattimento e ciò spiega il fallimento di inchieste antiche e recenti.
Per fare fronte all’emorragia dei “pentiti” Cosa Nostra ha fatto ricorso per lunghi anni alla violenza, colpendo parenti esterni al mondo mafioso; più recentemente si è avviata una pratica di recupero all’interno di un mutamento strategico fondato sull’attenuazione della violenza.


Il quadro attuale

Per la mafia degli ultimi anni si parla di mafia “sommersa” o “invisibile”, la cui caratteristica più evidente è la rinuncia ai delitti eclatanti. La struttura organizzativa ha subìto una significativa torsione per ammortizzare i colpi ricevuti, procedere alle sostituzioni con la cautela necessaria per evitare defezioni e mantenere un alto livello di segretezza.
Il capo dei capi sarebbe Bernardo Provenzano, la cui latitanza ha superato i quarant’anni, che sarebbe affiancato da un direttorio ristretto. Provenzano mirerebbe a una pacificazione tra l’ala “stragista” e quella “moderata” e a una ricostruzione della struttura organizzativa attraverso un reclutamento più rigoroso, limitato a soggetti appartenenti a famiglie di tradizione mafiosa, e una rigida compartimentazione. La strategia di rilancio fa perno sul controllo del territorio, con il ricorso massiccio al prelievo estorsivo riducendo l’ammontare delle somme richieste (pagare meno, pagare tutti).
Nel frattempo i capi detenuti hanno più volte fatto sentire la loro voce ricorrendo anche a forme inedite. Nel marzo 2002 il boss Pietro Aglieri indirizza una lettera al procuratore generale antimafia e al procuratore di Palermo, di cui la stampa ha pubblicato ampi stralci, in cui esclude che possano essere “strade percorribili” la collaborazione e la dissociazione e propone l’apertura di un “confronto aperto e leale” con lo Stato per “trovare soluzioni intelligenti e concrete che producano veramente dei frutti positivi” (la Repubblica 18.04.2002; Dino 2002, p. 281). Nel luglio dello stesso anno Leoluca Bagarella durante un’udienza legge una “petizione” a nome anche di altri detenuti in cui dichiarano di essere “stanchi di essere strumentalizzati… dalle varie forze politiche” e di avere iniziato una “protesta civile e pacifica” contro le proroghe del 41 bis. Seguono due lettere di detenuti sottoposti al carcere duro, tra cui il capomafia Giuseppe Graviano, in cui si dichiara che dalla protesta “pacifica e civile” dello sciopero della fame, se non sarà abolito il 41 bis, passeranno “a forme più drastiche”. Accusano gli “avvocati meridionali” eletti al Parlamento che prima deprecavano il 41 bis ma ora non dicono una parola contro di esso. Il 22 dicembre allo stadio di Palermo compare uno striscione con la scritta: “Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia” (Narcomafie 2002, 2003). Con la legge 23 dicembre 2002, n. 279 il 41 bis è entrato definitivamente nel nostro ordinamento e i mafiosi detenuti non ci stanno a rassegnarsi al carcere a vita e alle restrizioni del carcere duro, richiamano esplicitamente o implicitamente patti non onorati e promesse non mantenute (dall’abolizione dell’ergastolo alla revisione dei processi) ma le minacce non hanno avuto seguito. Un decennio di pax mafiosa non vuol dire che Cosa Nostra abbia deposto definitivamente le armi. I segnali inviati dagli stragisti detenuti potrebbero essere le avvisaglie di una ripresa della conflittualità interna e di una nuova offensiva rivolta contro uomini delle istituzioni.


Riferimenti bibliografici

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Arlacchi Pino, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Mondadori, Milano 1992; Addio Cosa Nostra. La vita di Tommaso Buscetta, Rizzoli, Milano 1994.
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Falcone Giovanni in collaborazione con Padovani Marcelle, Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano 1991.
Franchetti Leopoldo, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, Donzelli, Roma 1993.
Gambetta Diego, La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata, Einaudi, Torino 1992.
Lupo Salvatore, Il tenebroso sodalizio. Un rapporto sulla mafia palermitana di fine Ottocento, in “Studi storici”, 1988, n. 2, pp. 463-489.
Narcomafie, n. 10, ottobre 2002, Cronologia luglio 2002, pp. 60-61; n. 3, marzo 2003, Cronologia dicembre 2002, p. 67.
Paoli Letizia, Fratelli di mafia. Cosa Nostra e Ndrangheta, il Mulino, Bologna 2000.
Sangiorgi Ermanno, Rapporto dell’8 novembre 1898, in Archivio centrale dello Stato, fondo Ministero degli Interni, Direzione generale di Ps, atti speciali (1898-1940), busta 1, fasc. 1, pp. 9-10.
Santino Umberto, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000; Mafia e maxiprocesso: dalla “supplenza” alla “crisi della giustizia”, in AA.VV., Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, F. Angeli, Milano 1992, pp. 97-178.
Schneegans Augusto, La Sicilia nella natura, nella storia e nella vita, Barbera, Firenze 1890, ristampato da Edizioni Giada, Palermo 1990.
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Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione processi penali, giudice istruttore Giovanni Falcone, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso, Palermo 1984.

Da “Narcomafie, n. 3 , marzo 2004, Dizionario di mafia e di antimafia.