Umberto Santino

Cu vincìu? Ovvero: la Sicilia dopo la disfatta

Se ci si limita al risultato elettorale, la domanda ha una risposta fin troppo ovvia: ha vinto, anzi ha stravinto Totò Cuffaro e a poco più di un mese dalle elezioni politiche la “Casa delle libertà” ha incassato un altro trionfo, incrementando il già abbondante bottino di voti. Aveva fatto man bassa con 61 seggi su 61 nel maggioritario, ora il candidato alla presidenza del centro-destra ha superato il 59 per cento, la coalizione si è attestata al 65,2 (alle elezioni del 13 maggio aveva avuto il 56,2) e Forza Italia è il primo partito con il 25, anche se arretra rispetto alle politiche (dove aveva riportato il 36,7), mentre i democristiani del Ccd, del Cdu e del Biancofiore incamerano quasi il 20. E questa volta non ci sono alibi. Per le elezioni politiche si era data la croce addosso a Bertinotti e a Di Pietro che non avevano appoggiato l’Ulivo, questa volta il centro-sinistra si presentava unito e la sconfitta si è tramutata in disfatta. I Ds hanno avuto il 10, le due Margherite (per Rutelli e per la Sicilia) quasi il 14, Rifondazione comunista solo il 2,4, ancora meno, l’1,2, Primavera siciliana che raccoglieva qualche frammento di società civile, il centro-sinistra totalizza solo il 30,2 (alle politiche aveva riportato il 34,5) e Orlando si ferma al 36,6. Ha perso anche a Palermo, dove veniva considerato una sorta di santo-patrono.
Ma la domanda, che riprende il titolo di un libro di Liborio Guccione, un protagonista delle lotte contadine degli anni ’40 e ’50, vorrebbe andare oltre il voto e mirerebbe a stimolare un’analisi di ciò che accade in Sicilia volgendo lo sguardo un po’ indietro nel tempo.


Un’onda lunga…

A mio avviso la Sicilia dell’ultimo mezzo secolo è stata percorsa dall’onda lunga generata da una sconfitta e da un’esclusione. La sconfitta è quella delle lotte contadine del secondo dopoguerra che, dopo un decennio di mobilitazioni, si conclusero con l’emigrazione di più di un milione di persone. L’esclusione cominciò nel maggio del 1947, quando dopo la prima e ultima vittoria delle sinistre alle elezioni regionali del 20 aprile, seguita dalla strage di Portella della Ginestra, si formò un governo democristiano aperto alle destre, in parallelo con la rottura della coalizione antifascista a livello nazionale e l’avvio del centrismo.
Ancor’oggi alcuni storici parlano di un esito tutto sommato positivo del movimento contadino e ricordano la conquista dell’autonomia regionale, la fine del latifondo, lo sgretolamento del blocco agrario e si avventurano fino ad affermare che la mafia fu cacciata dalle campagne. In realtà il blocco agrario si sgretolò perché l’agricoltura cominciò a contare sempre meno, gli interessi si spostarono verso le città, con il boom delle costruzioni e del terziario, la mafia avviò una nuova fase della sua storia, riuscendo ad inserirsi nelle attività speculative e nei traffici internazionali, prima di sigarette e poi di droga. Sembrava un residuo feudale destinato a scomparire con il latifondo e invece si sarebbe rivelata un sistema di accumulazione e di potere abbarbicato alle sue radici ma capace di adattarsi ai mutamenti del contesto.
Quanto all’autonomia regionale, bisognerebbe ricordare le parole di Girolamo Li Causi, segretario di un Partito comunista allora forte e capace di capire com’era fatto il mondo. Diceva nel 1947, anno cruciale della storia siciliana e nazionale: “Non è il fatto dell’autonomia in sé che può risolvere i nostri problemi, quanto il contenuto di questa autonomia e le forze che devono dirigerla”. E i contenuti dell’autonomia dovevano essere la riforma agraria e la riforma industriale e per potere realizzare quelle riforme al governo dell’isola dovevano andare le forze democratiche. Invece la riforma agraria fu una beffa (pochi lotti di terra, quasi tutti di pessima qualità, assegnati per sorteggio individuale: un invito a sciogliere le cooperative che si erano formate per coltivare le terre concesse in attuazione dei decreti Gullo); l’industrializzazione fu qualche cattedrale nel deserto incapace di promuovere sviluppo e le forze che prendevano in mano la regione a statuto speciale dovevano essere quelle stesse che avevano armato la mano dei banditi che spararono a Portella. Come sorprendersi se i siciliani facevano fagotto verso altri lidi?
La Regione sarebbe stata la nutrice di un blocco sociale cementato dalla spesa pubblica al cui interno si affermò come frazione egemone una borghesia che per comunanza di interessi e condivisione di codici culturali con l’organizzazione criminale sarebbe stata definita “mafiosa”. Un’analisi che prendendo le mosse da Franchetti (“l’industria della violenza”, i “facinorosi della classe media”) fu proposta da Mario Mineo, ripresa da chi scrive, con grave disappunto di chi per scoprire la mafia e il suo sistema di relazioni avrebbe atteso le rivelazioni di Buscetta.
Alla lunga egemonia democristiana per decenni si è contrapposta una sinistra minoritaria, priva com’era di una consistente base sociale. I contadini non c’erano più, gli operai erano troppo pochi, e spesso intrappolati nei reticoli clientelari, i ceti medi erano in gran parte parassitari. I tentativi del Pci di reinserirsi nel gioco del potere e costruire legami con il contesto sociale miravano a coinvolgere gli imprenditori siciliani, ma essi erano per lo più rappresentanti di un’imprenditoria assistita, complici o conviventi con la mafia, pronti a pagare pizzi e a sedersi al tavolo delle spartizioni con gli ambasciatori di Cosa nostra, per cui quando apparve uno come Libero Grassi non poteva non sembrare un alieno.
Così si spiega il fallimento del milazzismo, una rivolta contro la Dc fanfaniana, la Confindustria e i monopoli, in nome degli “interessi della Sicilia”, che voleva rilanciare l’imprenditoria locale ma si risolse in un guazzabuglio che annegò le buone intenzioni nella farsa finale (la compravendita di un deputato per assicurare la maggioranza al governo Milazzo si risolse con la caduta del corruttore nella trappola tesagli dai democristiani). Destinato a fallire era anche il “patto con i produttori” degli anni ’80, che portò il Pci e le cooperative rosse al rapporto con Cassina, indicato nella relazione della Commissione antimafia stilata da Pio La Torre come un “pilastro del sistema di potere mafioso”, e con i “cavalieri di Catania” individuati come imprenditori “sani”, immuni dal contagio mafioso.
Questo non significa che in Sicilia, conclusosi il ciclo delle lotte contadine, non ci sia stato più niente. Ci sono state lotte di massa significative, dalla lotta contro le gabbie salariali del ’68, con i morti di Avola, alle lotte dopo il terremoto del Belice, al movimento per la pace dei primi anni ’80, alla mobilitazione antimafia degli ultimi anni. Ma queste lotte non sono riuscite a coagulare un blocco sociale alternativo, capace di spostare gli equilibri politici. Né poteva riuscirci la Nuova sinistra nata dal ’68, anche quando ha mobilitato migliaia di studenti e di senzacasa.
La Dc ha resistito fino alla fine, sotto l’egemonia di uomini come Salvo Lima, capace di “aperture” che hanno giovato alla perpetuazione del potere democristiano ma non certo alla salute di quel tanto che rimaneva di sinistra. Neppure Orlando è riuscito a mettere in crisi la Dc, con le sue tirate contro le appartenenze e gli inviti ad uscire dalle tende, mentre lui è rimasto sotto la tenda democristiana fino al 1990, dopo avere portato il partito al suo massimo storico, mentre i suoi alleati, a cominciare dai comunisti, hanno visto dimezzati i loro voti. Un’altra avventura che si è risolta in un suicidio.
La Dc doveva crollare subito dopo e l’assassinio di Lima voleva essere la lastra tombale su una storia ormai conclusa, ma che sarebbe continuata sotto altri nomi. I democristiani riciclati si incontravano con i manager rampanti della Fininvest, il clientelismo si sposava con il potere mediatico e così sono nati Forza Italia, il Polo e la Casa delle libertà, macchine elettorali dotate di grandi mezzi, ben presenti sul territorio con sedi e comitati elettorali che sono diventati le botteghe del nuovo potere.
A sinistra, liquidata l’esperienza del Pci, prima il Pds e poi i Ds hanno amministrato il declino, diroccando quanto rimaneva delle strutture del partito. Dal novembre del 1998 al luglio del 2000 i Ds hanno avuto la presidenza della Regione per un ribaltone che replicava quanto avveniva a livello nazionale con la costituzione del governo D’Alema. La giunta Capodicasa si è data da fare, ponendo mano al risanamento dei conti, con una situazione finanziaria che registrava un deficit di bilancio di 1.700 miliardi, è riuscita a recuperare fondi europei che sarebbero andati perduti, ha siglato gli accordi di programma sui trasporti (13 mila miliardi) e sulle acque (5 mila miliardi), ha fatto approvare la legge-voto per la riforma dello Statuto che ha portato all’elezione diretta del presidente, ma è stata spazzata via dal passaggio dei deputati dell’Udeur al centro-destra. Il tentativo di rientrare nel gioco ha condotto ancora una volta all’alleanza con forze politiche che hanno fatto del trasformismo la loro ragion d’essere.
In tutti questi anni hanno resistito alcune roccaforti, nei paesi che erano stati al centro delle lotte contadine, dai Fasci siciliani agli anni ’50. Ora sono crollate pure quelle. Rifondazione comunista è stata, già prima della scissione, una piccola forza, e a Palermo è stata sempre subalterna a Orlando.
Dopo le stragi del ’92 e del ’93 più d’uno aveva creduto che ormai si fossero verificati mutamenti irreversibili, che la mafia si potesse battere, che il suo sistema di relazioni fosse andato definitivamente in crisi nella stagione dei grandi delitti marcata dal delirio di onnipotenza criminale dei “corleonesi” di Totò Riina, che finalmente si potesse affrontare il problema dei rapporti tra mafia e politica, che ci fosse un risveglio della società civile, che la legalità fosse diventata cultura condivisa, che le esperienze delle giunte progressiste avessero generato una nuova classe dirigente, che l’elezione diretta dovesse premiare le persone più capaci e impegnate. Che fine hanno fatto quelle “certezze” adesso è sotto gli occhi di tutti.
Appresa la lezione dagli effetti boomerang che hanno avuto i grandi delitti e le stragi, a cui sono seguiti i maxiprocessi, gli arresti e le condanne, la mafia è ritornata alla mediazione e al controllo della violenza e il suo gioco a nascondersi (si parla di “mafia invisibile” o “inabissata”) è perfettamente riuscito: oggi parecchi pensano che la mafia non c’è più, o che comunque non è pericolosa, e la legislazione ideata e attuata in un’ottica di emergenza, cioè di risposta alla violenza mafiosa, è stata attenuata o cancellata (sono crollati due dei pilastri dell’antimafia “emergenziale”, come gli articoli 513 e 192 del codice di procedura penale sull’assunzione e valutazione della prova fondata sulle dichiarazioni dei “pentiti”).
Dopo le grandi manifestazioni successive alle stragi, la società civile è tornata ad essere un grumo di associazioni e di comitati, molti dei quali hanno ben presto chiuso i battenti. Nonostante qualche tentativo di andare verso un'”antimafia sociale”, molti si sono limitati ad esprimere un’indignazione sacrosanta ma sterile.
I processi ai politici accusati per mafia hanno avuto esiti deludenti, i magistrati si sono trovati ad affrontare temi che non sempre sono traducibili in sede giudiziaria, nell’assenza di una lotta politica, come se i rapporti tra mafia e politica fossero un problema tecnico da affidare agli addetti ai lavori. La “responsabilità politica” di cui parlava la relazione della Commissione antimafia del 1993 rimandava a codici di autoregolamentazione mai adottati, e ormai si è fatta strada l’idea che il rapporto mafia-politica sia l’invenzione di qualche “toga rossa” e che i politici incriminati siano dei perseguitati. L’avere candidato alle elezioni politiche personaggi come Marcello dell’Utri e Gaspare Giudice, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, il primo eletto in Lombardia, il secondo in Sicilia, è un preciso segnale.
Tutti i discorsi sulla cultura della legalità adesso sono ribaltati nell’apologia dell’illegalità e nell’ostentazione dell’impunità, anche se ottenuta per prescrizione, e questo vale per i politici inquisiti per mafia o per corruzione come per gli abusivi della Valle dei templi di Agrigento e per tutti gli altri che hanno cementificato le coste, a cui si promette una sanatoria che più che legittimare il passato mira a ipotecare il futuro.


Un fiume di interessi

Ci sono tutte le condizioni perché il fiume di interessi comuni tra i vari soggetti di un blocco sociale articolato possa riprendere il suo corso. Ci sarà qualche santuario della new economy nel futuro della Sicilia, ma saranno ancora la spesa pubblica e le grandi opere ad occupare il centro della scena. I fondi non arrivano più dalla Cassa per il Mezzogiorno ma da Bruxelles. La nuova mucca da mungere si chiama Agenda 2000, il programma dei fondi strutturali per gli anni 2000-2006 con 18.230 miliardi di lire. La Regione rischia di perdere alcuni finanziamenti ma Cuffaro ha promesso che farà di tutto per fare arrivare quei soldi in Sicilia e che per facilitare le cose saranno tolti una serie di vincoli alle imprese. Ma non ci sono solo i fondi europei: nei prossimi sei anni, se si sommano i trasferimenti ordinari e aggiuntivi dello Stato, in Sicilia arriveranno quasi 50.000 mila miliardi. E poi c’è il Ponte: il fantasma che ha cercato di materializzarsi tante volte, con miliardi spesi in studi e progetti, riuscirà a prendere forma? Comunque a partire dal 2010 nascerà l’Area euro-mediterranea di libero scambio, un grande mercato in cui ci si potrà muovere liberamente e per chi ci saprà fare sarà il business del millennio.
Tra gli imprenditori che si preparano a gestire appalti miliardari molti non amano i controlli di legalità e si aspettano che resti nel cassetto la legge regionale che prevede di ridurre a nove, una per provincia, le cinquecento stazioni appaltanti, legge già insabbiata dall’ultimo governo di centro-destra, che non si può dire avesse il culto della “trasparenza”. I padrini “invisibili” non staranno a guardare e con l’ausilio di professionisti e faccendieri riprenderà il grande giro d’affari, si rafforzeranno vecchie e nuove alleanze, con notabili “perseguitati” e figliocci emergenti. E di questa compagnia faranno parte parecchi dei 16 mila impiegati regionali che hanno siglato un contratto che dispensa avanzamenti di carriera (ma per il rilancio delle pensioni baby hanno votato pure i Ds). Si aggiunga il personale di enti, istituti, opere pie, associazioni, che vivono di finanziamenti regionali, una selva che non è stata disboscata e non è detto che lo sarà sotto l’egida di Cuffaro. E all’interno della Chiesa cattolica, se qualcuno agita ancora il vessillo antimafia, altri non nascondono le loro simpatie per l’ex allievo dei salesiani, che si propone di costituire un assessorato per la famiglia, con canale privilegiato per le curie e le parrocchie.
Il grande problema della Sicilia è stato e continua ad essere la disoccupazione: siamo al 24 per cento, ma quella giovanile è quasi al 59 per cento, anche se bisogna tener conto del lavoro nero e sommerso che non viene rilevato dalle statistiche. Su questo terreno la sinistra avrebbe dovuto operare per costruire un blocco alternativo, compito certamente molto difficile, ma bisognava almeno provarci, e partiti e sindacati se ne sono guardati bene. Amministrazioni locali e società civile sono riuscite ad ottenere che i beni confiscati ai mafiosi vengano usati socialmente e si è creato qualche posto di lavoro, ma è troppo poco. Anche in Sicilia si parla di economia sociale e terzo settore ma i fatti non coincidono con le buone intenzioni.
L’esercito dei precari cronici si è ampliato a dismisura, con più di cinquantamila unità (gli “articolisti” della regione sono 33.000, i lavoratori socialmente utili solo a Palermo sono 7.000), si sono formate le “cooperative sociali” che raccolgono vari soggetti, tra cui gli ex detenuti, e ogni giorno per le strade del capoluogo va in scena lo spettacolo della protesta, con l’assedio dei palazzi, l’interruzione del traffico, l’incendio dei cassonetti dell’immondizia, in una città che non si riesce mai a pulire. L’industria del precariato produce un bacino di voti che coinvolge familiari, parenti, amici ed è a disposizione di chi promette di più. Con disoccupati e precari ci hanno provato in tanti a tenere in piedi aspettative di lungo corso, ma il Polo evidentemente è più credibile perché è ormai il nuovo detentore del potere e tutto lascia pensare che lo sarà per molto. E Cuffaro sembra l’uomo adatto per realizzare il connubio tra veteropopulismo democristiano (una grande scuola) e neoliberismo berlusconiano in versione locale, cioè con qualche venatura di sicilianismo che in tempi di “federalismo” non guasta.


Tre (ex) democristiani

Com’è noto i candidati alla presidenza della Regione siciliana erano tre (ex) democristiani. Su D’Antoni c’è poco da dire. Si è incaponito ancora una volta nella sua idea di rifare la Dc e un Grande Centro e ha raccattato meno briciole di prima. Comunque dice di avere il cuore al centro, ma lo ha a destra.
Cuffaro sembra ricalcato sullo stereotipo del politicante della provincia siciliana, espansivo e accomodante. Ma non si dimentichi che ha fatto parte della giunta regionale presieduta da Capodicasa, sempre da assessore all’agricoltura (una poltrona che è stata un posto di comando strategico, da cui è riuscito a spremere all’Unione europea qualcosa come 2.000 miliardi, e che ha fatto da trampolino di lancio alla scalata alla presidenza), e che per un certo periodo si è parlato di lui come candidato del centro-sinistra a sindaco di Palermo, quando si pensava a uno scambio di poltrone tra comune e regione, dove avrebbe dovuto sedere Leoluca Orlando.
Di Orlando potremmo dire che l’immagine che ha dato di sé, di Palermo, della Sicilia, non è proprio una fotografia fedele della realtà. Durante la conferenza delle Nazioni Unite sul crimine transnazionale svoltasi a Palermo il dicembre scorso, sul sito internet dell’ONU c’era una pagina su Palermo in cui si leggeva che la Sicilia prima era nota in tutto il mondo per la mafia, ma che negli anni ’80 la mentalità dei siciliani cominciò a cambiare e ora la mafia è a pezzi e Palermo vive il suo Rinascimento. Parallelamente in Italia l’inchiesta su Mani pulite aveva cambiato la classe dirigente. Affermazioni un po’ forzate (la lotta contro la mafia era nata ben prima degli anni ’80 e dell’epifania di Orlando) e un po’ troppo ottimistiche, che andavano sotto una citazione di Giovanni Falcone datata dicembre ’92, quando il magistrato era morto da sette mesi, e nel corso della conferenza si sono sentiti proclami sulla “morte della mafia” che hanno suscitato qualche protesta e molte risate.
Nel corso della campagna elettorale l’ex sindaco ha preso le distanze dall’abusivismo edilizio ma ha gareggiato con Cuffaro a chi offriva di più alle scuole cattoliche e ha sciorinato ad ogni occasione la sua cultura politica da leader carismatico che considera i partiti e le coalizioni come ferrivecchi e predica una “nuova politica” che proprio nuova non sembra, anzi ha tutta l’aria di riproporre il culto del santo-miracolatore. In un’intervista al quotidiano “La Stampa” del 25 giugno ha dichiarato di considerarsi il Berlusconi di Sicilia, di essere l’unico populista della sinistra italiana e che se vinceva avrebbe preso il posto di Bernardo Provenzano. Testuale: “Io ora sconfiggo la mafia sostituendola. Facendo bene le cose che la mafia fa male”. Dichiarazioni certo paradossali e provocatorie, ma perfettamente in linea con la natura del personaggio. Ha chiesto, senza grandi risultati, il voto disgiunto e dopo la sconfitta ha detto che si prepara a costruire un nuovo movimento, da Bolzano a Pachino. Con tutta la boscaglia di sigle che c’è in giro, non se ne sente proprio il bisogno.

A commento dei risultati elettorali qualcuno ha scritto che i siciliani sono servili. Di stereotipi sui siciliani, frutto di un’antropologia sommaria e opinabile, ne circolano a dozzine e più che aiutarci a capire ci inchiodano a una disperazione che non ha via d’uscita. Purtroppo non ci invitano a nutrire grandi speranze le notizie che giungono sulle reazioni degli sconfitti. Pare che molti siano più interessati ad esprimere le loro delusioni personali e a vedere rotolare qualche testa che ad avviare una discussione adeguata. E non ci si può consolare sapendo che questo non accade soltanto al di qua dello Stretto.

Pubblicato su “la rivista del manifesto”, settembre 2001, pp. 31-35