Mafia, antimafia e il voto del 13 maggio 2001

Massimo Oriti del giornale “L’Ora” di Palermo intervista Umberto Santino

Lo scorso mercoledì 23 maggio è stato il nono anniversario della strage di Capaci. Il prossimo 19 luglio sarà quello della strage di via D’Amelio.
Falcone e Borsellino sono soltanto le vittime più eclatanti, le più importanti, di una strategia di violenza mafiosa che in quei mesi fra il ’92 e il ’93 colpì lo Stato, i suoi servitori, la Chiesa, la gente comune, e gli stessi mafiosi. Ricordare è un atto di dovere. Il 12 marzo ’92 viene ucciso Salvo Lima l’uomo che guidava di fatto la DC siciliana, secondo solo ad Andreotti in Sicilia; il 4 aprile viene ucciso ad Agrigento il maresciallo Giuliano Guazzelli collaboratore del giudice Livatino; il 23 maggio tocca a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo, agli uomini della scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani; il 19 luglio la strage in via D’Amelio, Paolo Borsellino e la sua scorta, Agostino Catalano, Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina; il 17 settembre cade Ignazio Salvo, l’esattore della mafia, già condannato al maxiprocesso; il 28 settembre il cittadino comune Paolo Ficalora, colpevole di aver ospitato nel suo villaggio turistico, a sua insaputa, il collaboratore di giustizia Totuccio Contorno. E poi il 1993, la mafia alza il mirino e sbarca sul continente: il 14 maggio a Roma, in via Fauro, esplode un’autobomba provocando una vittima; un’altra esploderà il 27 dello stesso mese a Firenze in via dei Georgofili, nei pressi della Galleria degli Uffizi, 5 i morti (Angela Fiume, Fabrizio Nencioni, le loro figlie Elisabetta e Caterina, e Dino Capolicchio); il 27 luglio ancora un’autobomba esploderà a Milano (altre 5 vittime, Carlo Lacatena, Stefano Picerno, Sergio Pasotto, Alessandro Ferrari e Driss Moussafir); tre quarti d’ora dopo altri due esplosioni a Roma, uno alla basilica di S. Giovanni in Laterano e l’altro davanti alla chiesa di S. Giorgio al Velabro, segno che neanche la Chiesa è risparmiata dall’azione mafiosa.
La risposta dello Stato in verità non si fece attendere. L’arresto di Riina, di Santapaola, di Pulvirenti, la speciale legislazione antimafia dovevano colpire una criminalità che a detta di tutti si era spinta troppo in là e, soprattutto, dovevano tranquillizzare l’opinione pubblica fortemente scossa dalla violenza dell’attacco.
Oggi, a quasi dieci anni dalla violenta rappresaglia criminale, viviamo in una sorta di limbo culturale. La mafia non è più visibile, e l’azione antimafia (civile e politica) si è resa sfocata, incerta e velleitaria. Ma abbiamo ancora bisogno di ricordare, e soprattutto di capire la realtà nella quale stiamo vivendo. Ne abbiamo parlato con Umberto Santino, fondatore del Centro di documentazione “Peppino Impastato”, una delle più lucide coscienze dell’antimafia, da trent’anni uno dei punti fermi nell’azione culturale contro la criminalità organizzata.

Nelle sue opere, a partire dal suo ultimo libro Storia del movimento antimafia, lei affronta il tema dell’evoluzione dell’antimafia nel corso delle varie “stagioni” politiche, culturali, civili ed economiche di questa terra. Quali differenze ci sono tra l’azione antimafia a seguito delle stragi Falcone e Borsellino e delle bombe a Roma, Milano e Firenze e l’antimafia di questi ultimi tempi.

Negli anni ’80 e ’90 c’è stata un’antimafia che in larga parte, sia a livello istituzionale che a livello di società civile, è stata una risposta all’escalation della violenza mafiosa. Cioè c’è stato un limite di fondo che chiamo “emergenzialismo”: ricordiamoci che la legge antimafia venne una settimana dopo l’omicidio di Dalla Chiesa, il maxi-processo è venuto sull’onda dello stesso delitto Dalla Chiesa, e poi ci sono state altre leggi, altri processi, altri arresti, altre condanne, negli anni ’90 dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio e le stragi di Firenze e di Milano. Sia a livello istituzionale che di società civile l’emozione e l’indignazione suscitate dalla violenza mafiosa, dalla sfida mafiosa, che colpiva personaggi che nell’immaginario collettivo avevano il ruolo di eroi antimafia (prima Dalla Chiesa e poi Falcone e Borsellino), hanno portato alla legislazione antimafia, alla repressione, hanno portato anche alla mobilitazione della società civile con grandi manifestazioni e con il proliferare di associazioni e di comitati. Ma sfiorite le emozioni, sia l’impegno istituzionale sia la mobilitazione della società civile sono andati sempre più scemando, e adesso viviamo in una fase di flessione, di arretramento. Per quanto riguarda il ruolo delle istituzioni, gran parte degli strumenti legislativi che erano stati ideati e messi in atto dopo le stragi sono stati o attenuati o cancellati e i magistrati oggi si trovano ad avere armi spuntate: le collaborazioni sono finite, il processo penale ritorna ad essere quello “normale”, con notevoli appesantimenti per la formazione della prova, con dilatazione dei tempi ecc.
Anche a livello della società civile dopo le grandi manifestazioni, dopo il fiorire delle associazioni c’è stato un arretramento: alle manifestazioni si partecipa sempre in meno, molte delle associazioni che sono nate nel corso degli anni ’90 sono entrate in crisi e parecchie non ci sono più.
Questo è il dato su cui riflettere: l’antimafia che abbiamo vissuto sia a livello istituzionale che di società civile si è configurata esclusivamente o principalmente come risposta alla sfida mafiosa, in base a un’idea di mafia considerata come un’emergenza temporanea, di cui preoccuparsi solo quando colpisce in alto, come è stato per Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino. Una volta finita l’emergenza molti hanno pensato che il pericolo era passato e che si potevano tirare i remi in barca.

Qual è l’evoluzione dell’impegno dei partiti, visto che nella lotta alla mafia tutti si richiamano alle medesime idee.

Intanto c’è un dato storico da tenere presente: la lotta alla mafia l’hanno fatta le forze di sinistra e anche alcune componenti del mondo cattolico, don Sturzo e Piersanti Mattarella, per fare qualche esempio. Però il grande contributo alla lotta contro la mafia storicamente l’hanno dato le forze di sinistra.
Questo discorso che si fa oggi che la mafia colpisce tutti e quindi che la lotta alla mafia riguarda tutti forse può riguardare l’ala militare. Ma la mafia è un sistema di relazioni, è un sistema di rapporti con il mondo economico, con le amministrazioni pubbliche, con il mondo politico e istituzionale. La storia della mafia e dell’antimafia ci dicono che c’è chi questa lotta l’ha fatta e chi era dall’altra parte. Francamente queste dichiarazioni di Berlusconi, dopo il grido d’allarme del procuratore Grasso sulla “mafia invisibile”, sono in netta contraddizione con le sue scelte: candidare personaggi che sono sotto inchiesta per mafia significa lanciare un messaggio che non può non tornare gradito ai mafiosi. La lotta alla mafia significa essenzialmente coerenza fra le cose che si dicono e le cose che si fanno. All’interno di Forza Italia e delle altre forze che hanno vinto le elezioni non vedo questa volontà di fare la lotta alla mafia, e il segnale che hanno dato durante la campagna elettorale candidando e facendo eleggere i personaggi di cui parlavo è un segnale pro mafia e non contro.
C’è un appiattimento dell’idea di mafia come ala militare, in particolare l’ala stragista, cioè Totò Riina e i suoi fedelissimi. Ma se si fa un’analisi corretta della mafia che lega i gruppi criminali ad un blocco sociale, a un sistema di rapporti, qui cominciano le differenziazioni.

Chiarito che nella lotta alla mafia i partiti di sinistra hanno avuto un posto in prima linea, allora quali cambiamenti sono venuti maturando in questo impegno nel corso degli anni?

Negli anni ’40 e ’50 erano le grandi masse contadine che lottavano contro la mafia e non eroi solitari, e c’erano impegnati sindacati, partiti politici: il partito socialista, il partito comunista. Questa è stata la grande stagione di lotta contro la mafia, quella che comincia dagli anni ’90 del XIX secolo e si conclude negli anni ’50 del XX secolo. Negli anni ’60 e ’70 c’è stata una fase di transizione in cui dopo l’emigrazione (ricordiamo che sono partiti più di un milione di persone su una popolazione di quattro milioni, quattro milioni e mezzo negli anni ’50-’70, ci fu un dissanguamento che ha ridotto le forze di sinistra e il sindacato a presenza minoritaria) si aprì una fase in cui la lotta si è spostata a livello istituzionale: la Commissione Antimafia, con Li Causi, La Torre, Terranova. A livello di attività politica ci fu l’impegno dei gruppi della “Nuova sinistra”, al cui interno c’è l’esperienza di Peppino Impastato. Successivamente c’è la fase dell’impegno di settori delle istituzioni e della società civile, con il limite dell’emergenzialismo di cui ho già parlato.
Io ritengo che negli ultimi anni non si sia fatta lotta politica contro la mafia; al di là di qualche manifestazione, di qualche iniziativa, anche apprezzabile, è crollata la lotta politica contro la mafia. Ha operato una sorta di delega nei confronti della magistratura e di alcuni magistrati particolarmente impegnati e particolarmente esposti. Mentre prima la lotta alla mafia era intrisa di politicità, negli ultimi tempi ha operato la supplenza ai magistrati in base a una delega che è stata data come se loro potessero affrontare non solo i crimini mafiosi ma anche i rapporti fra mafia e politica. Io ritengo che l’insuccesso di alcune iniziative della magistratura che hanno cercato di portare sul terreno giudiziario il rapporto tra mafia e politica si debba anche al fatto che si è pensato che i magistrati fossero gli unici ai quali delegare l’attenzione per questo rapporto, che a mio avviso deve essere il terreno su cui si deve sviluppare la lotta culturale e politica. C’è stata insomma una supplenza della magistratura nella assenza della lotta politica alla mafia.
Nella relazione della Commissione parlamentare antimafia su mafia e politica del ’93 si parlava di responsabilità politica oltre che di responsabilità giudiziaria. Questo tema della responsabilità politica, che implicava l’autoregolazione da parte dei partiti, siccome è privo di sanzioni è rimasto sulla carta. Quando si candidano, e si fanno eleggere, personaggi inquisiti o personaggi sotto processo si dice chiaramente che questa responsabilità politica è soltanto un’espressione verbale, cioè non ha nessuna rispondenza sul piano dei comportamenti di fatto. Si parlava di autoregolazione da parte dei partiti, ma i partiti si sono autoregolati in un altro senso, sostenendo o dando ad intendere che questa dimensione politica della responsabilità non esiste. Ma questo è frutto del fatto che la lotta politica contro la mafia è finita. C’è stato un vero e proprio assenteismo delle forze politiche.

Lei ha parlato del procuratore Grasso e del suo allarme per questa mafia che si rende sempre più invisibile. Questa invisibilità della mafia, il suo nascondersi agli occhi tanto delle istituzioni che a quelli della società civile, è una strategia o il frutto di un accordo, ancorché tacito, con le istituzioni?

In base all’analisi vuoi ingenua vuoi interessata, per cui la mafia esiste quando spara ed è un fenomeno di cui preoccuparsi quando uccide personaggi come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, si dice che la mafia non c’è più, è alle corde, che la mafia è stata vinta, è scomparsa. Qualche magistrato o qualche esponente della società civile di tanto in tanto lancia l’allarme dicendo che la mafia è invisibile ma c’è ancora, che la mafia ha ricevuto dei colpi ma è ancora vivissima. La mafia attraverso l’inabissamento, l’immersione, cerca di rendersi meno visibile per rilanciare il suo ruolo sia a livello economico che a livello politico-istituzionale. Io condivido questa analisi, però dico chiaramente che è inadeguata rispetto alla complessità che il fenomeno mafioso è andato sempre più assumendo, soprattutto tenendo conto del quadro internazionale in cui anche la mafia siciliana si colloca.
La storia della mafia intreccia rigidità formali ed elasticità di fatto; la mafia di adesso più che essere l’incarnazione di una nuova mafia, ritorna indietro alla fase della sua storia prestragista. Cioè la mafia che mette al centro la mediazione, la scarsa visibilità, che mette al centro il terreno degli interessi, dei rapporti con la politica, con l’economia, con le istituzioni, è la mafia classica. La mafia stragista rappresenta l’alterazione di un modello che, pur essendo sempre fondato sulla negazione del monopolio statale della forza (i mafiosi usano l’omicidio come la pena di morte), ricorreva più alla mediazione che alla sfida eclatante. Da qualche anno i mafiosi hanno capito che gli omicidi come quelli di Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, hanno avuto degli effetti boomerang: la legislazione antimafia, gli arresti, le condanne all’ergastolo. Hanno capito che bisogna ritornare alla mediazione. La mafia invisibile di adesso è in larga parte la ripresa del modello classico. I capimafia hanno capito che bisogna controllare la violenza, soprattutto quella rivolta verso l’alto, e questa è la condizione necessaria per rilanciare il proprio ruolo a livello economico, a livello sociale e a livello politico.
Che ci sia un accordo non è da escludere: Con un sistema politico fondato sull’alternanza la mafia cerca di intrecciare rapporti con quello che considera di volta in volta il cavallo vincente. Se la nuova DC è rappresentata dal centro-destra, e in particolare da Forza Italia, allora si apre una stagione in cui i rapporti saranno soprattutto con i nuovi detentori del potere. Queste operazioni, del resto, sono già cominciate con le elezioni politiche del marzo ’94: le intercettazioni telefoniche di Mandalari, il commercialista consulente di vari capimafia, da Badalamenti a Riina, la dicono abbastanza lunga sugli approcci che sono cominciati già allora. Ne parlo ampiamente nelle ultime pagine del mio libro L’alleanza e il compromesso.
Questa strategia dell’invisibilità è il frutto di un ripensamento da parte dei mafiosi ma può anche essere il risultato di alleanze che si cominciano a costruire e che si fondano su un do ut des, i mafiosi rinunciano, almeno in parte, all’uso della violenza, garantendo un certo rapporto di “convivenza pacifica” con i detentori del potere, che in cambio soddisferanno le richieste dei mafiosi su vari terreni, a cominciare dagli appalti di opere pubbliche e dalla messa in atto di un sistema di garanzie che assicuri una buona dose di impunità.

Considerando i risultati degli ultimi procedimenti giudiziari a carico di Andreotti e Contrada e le ultime decisioni della Corte di Cassazione in merito alla non responsabilità di mafiosi che pur appartenendo alla “cupola” non sono responsabili dei delitti di cui sono solo a conoscenza, in cui cioè non hanno avuto ruolo attivo, da più parti si dice che oggi ci troviamo in una nuova stagione di garantismo.

Come dicevo prima l’arretramento delle istituzioni, come anche della società civile, è cominciato una volta che i mafiosi hanno capito che non bisognava più compiere stragi, i cosiddetti delitti eccellenti. Quindi se l’attivazione della società civile, e delle istituzioni, ha avuto il limite dell’emergenzialismo di cui parlavo, riusciamo a capire che una volta finita questa sfida da parte dei mafiosi c’è stato il ritorno a quella che si definisce una condizione “normale”. Ritengo che questa accentuazione del garantismo che è già passata a livello legislativo, con la modifica costituzionale del cosiddetto giusto processo e con queste assoluzioni, siano il prodotto di un clima che è determinato dal fatto che si pensa che la mafia non ci sia più o che non sia più pericolosa come prima.
Però c’è da chiedersi se non ci sono state anche carenze relative alla legislazione così come si era configurata e alla pratica della magistratura così com’era possibile all’interno del quadro legislativo dato. Per esempio, vogliamo vedere la legislazione antimafia che c’è in Italia? Essa è il frutto dell’affastellamento di una serie di misure che sono state pensate ed attuate nell’ottica dell’emergenza, cioè nell’ottica della risposta alla sfida mafiosa. Noi abbiamo una legge antimafia frettolosa e carente, che non affrontava per niente la dimensione finanziaria, cioè era arretrata di almeno vent’anni rispetto alla realtà, approvata nel settembre del 1982, per dare una risposta immediata al delitto Dalla Chiesa. Abbiamo una serie di altre leggi dopo l’assassinio di Libero Grassi, dopo le stragi in cui sono morti Falcone e Borsellino. Tutte queste leggi, ripeto, sono state pensate nell’ottica della reazione alla sfida mafiosa. Il risultato è un castello di contraddizioni e di incongruenze. Da qualche anno si parla di un Testo unico in cui ricostruire questo impianto legislativo, in base ad un criterio di coerenza, ma ancora questo Testo unico non si vede. Quindi il fatto che si sia attenuata e in parte cancellata questa legislazione, con il rientro di un garantismo che non tiene conto dell’evoluzione del fenomeno mafioso, è il frutto di un clima determinato dal ritorno alla “normalità”. Invece di abrogare sostanzialmente la legislazione antimafia, bisognerebbe mettere mano seriamente al riordino di questa legislazione, definire con chiarezza le varie figure di reato e, per quanto riguarda il rapporto mafia-politica e più in generale l’articolazione del sistema relazionale mafioso, bisogna definire con chiarezza la figura del concorso esterno in associazione mafiosa. Come bisogna pure che ci sia una legislazione sui collaboratori di giustizia che non sia come quella che è passata negli ultimi tempi, dettata dal desiderio di buttare insieme il bambino e l’acqua sporca. Le collaborazioni hanno avuto un ruolo e bisogna incentivarle, ma bisogna che tutto questo avvenga all’interno di un quadro di garanzie che deve portare ad un uso corretto dei collaboratori di giustizia ma non alla loro “abolizione”. Bisogna riordinare tutto questo mondo della legislazione in modo da dare alla magistratura degli strumenti adeguati, per poter agire correttamente ed efficacemente.

Per quel che riguarda la società civile e la voglia di normalità, come ribadire l’importanza dell’azione antimafia tra l’indolenza, l’apatia, la stanchezza della gente ?

La società civile deve fare un salto di qualità, cioè passare dall’emozione al progetto. Questo è molto difficile, però o si fa questo o si regredisce e ci si limita a vivacchiare. Il problema è unire valori a interessi, unire la lotta alla mafia ad un progetto di sviluppo economico, rafforzando l’economia legale, e ad un progetto di partecipazione democratica. Bisogna incentivare la cultura della partecipazione, esatto contrario della cultura della delega. I processi di liberazione non avvengono attraverso la delega ad un liberatore ma attraverso un impegno corale, quotidiano. L’antimafia o torna ad essere lotta di massa sul piano dello sviluppo, dell’economia legale, sul piano della lotta politica, dell’impegno quotidiano, oppure la delega a qualcuno non potrà che essere un’opzione perdente. Non vedo l’azione antimafia come qualcosa di separato da un progetto di cambiamento, che potrà cominciare a concretarsi solo se ci sarà una presa di coscienza e la partecipazione attiva di coloro che vogliono seriamente impegnarsi collettivamente, rifuggendo da una duplice tentazione: quella della mera testimonianza e l’altra della retorica unanimistica.

Quale percorso crede che seguirà l’antimafia alla luce dei risultati delle recenti elezioni e considerando anche le successive consultazioni regionali e comunali?

Se vogliamo riflettere seriamente sul voto possiamo dire che ha vinto una certa immagine del potere, che possiamo schematicamente ricostruire in questo modo: per un verso c’è il successo personale di un personaggio che si propone come l’imprenditore che si è fatto da sé, come l’uomo di successo che si è costruito con le sue stesse mani, poi bisognerebbe vedere se si è fatto veramente da sé o se questo suo successo imprenditoriale è il risultato del peggio della prima repubblica. Insieme con questo successo personale, altro ingrediente dell’immagine del potere è l’ostentazione della ricchezza, un terzo ingrediente si può definire l’ostentazione dell’impunità. Nonostante tutti gli attacchi che ha ricevuto da una certa parte, Berlusconi dà di sé un’immagine vincente come qualcuno che è riuscito, o con la prescrizione o con altri strumenti, ad aggirare la giustizia, è uscito indenne dai processi già celebrati e pensa di uscire indenne dai processi in corso. Per inciso, questo non riguarda solo Berlusconi, in questa ostentazione dell’impunità troviamo anche altri personaggi che sono stati candidati nonostante processi in corso e sono stati eletti con valanghe di voti.
Che cosa significa candidare questi personaggi indagati o sotto processo per concorso in associazione mafiosa? Significa che c’è una sfida alla giustizia e uno sfoggio dell’illegalità impunita, anzi impunibile. I processi in corso vengono fatti passare come atti persecutori delle “toghe rosse” e molti hanno accettato quest’immagine di una legalità persecutoria messa in atto da magistrati che si servono della giustizia per fare politica. Per completare il quadro, si aggiungano le dichiarazioni di Berlusconi sulle società offshore, collocate nei vari paradisi fiscali, costituite per pagare meno tasse, un vero e proprio elogio dell’elusione fiscale e una sorta di manifesto del Neoliberismo elaborato dalla Scuola di Arcore, condensato nella massima: “per la sinistra è consentito tutto ciò che è permesso dalla legge, per noi è consentito tutto ciò che non è vietato”. Una bella lezione di moralità a cui non dev’essere estraneo l’apporto dell’apostolo Previti.
Questi ingredienti: il successo personale, la ricchezza ostentata, l’impunità che si meritano il ricco e l’uomo di successo, hanno costruito un’immagine del potere che è anche un modello antropologico vincente. C’è un vecchio proverbio siciliano, intriso di mafiosità, che tradotto in italiano suona così: “chi ha soldi e amicizia se ne infischia della giustizia”. Questa vecchia “sapienza” mafiosa ha fatto strada e ha trovato nuovi devoti, in Sicilia e altrove.
In Sicilia abbiamo avuto risultati che, con punte dell’ordine del 63,3% per il centro-destra ad Acireale, del 62,1% in un collegio del catanese, del 61,7% in un collegio messinese e anche nel palermitano abbiamo avuto 60,7% a Bagheria, vanno oltre i successi della Democrazia Cristiana, anche se bisogna tener conto del passaggio dal sistema proporzionale a quello attuale, un misto di maggioritario e di proporzionale, che ha avuto effetti micidiali in tutta l’Italia, ma in particolare in Sicilia, dove il centro-destra, ha preso tutti i seggi (61 su 61) attribuiti con il sistema maggioritario e il centro-sinistra è rimasto a bocca asciutta. Il distacco in termini di voti non è così netto ma è comunque preoccupante (alla Camera il centro-destra ha avuto circa un milione e mezzo di voti, il 51,5 %, e al Senato quasi 1.245.000 voti, il 49%; il centro-sinistra alla Camera poco più di un milione di voti, il 34,7%, al Senato poco più di 765.000 voti, il 30,4).
Un altro dato preoccupante è il crollo delle sinistre, di quel tanto che rimane delle sinistre, anche nelle provincie che erano delle roccaforti rosse. Qui bisogna riflettere seriamente. Questa è una sconfitta che in larga parte il centro-sinistra si è meritata, in questi anni non si è fatto che inseguire i temi privilegiati della cultura di destra, come la flessibilità e la sicurezza. Cioè in definitiva il centro-sinistra si è presentato come un “meno peggio” e gli elettori, tanto in Sicilia che nel resto del Paese, hanno pensato che il rinnovamento passasse attraverso la delega al santo miracolatore Silvio Berlusconi. Ma bisogna dire che anche nel centro-sinistra altri personaggi hanno questa cultura del liberatore, del leader carismatico, del “ci penso io”. In definitiva c’è una tentazione pericolosa che è la tentazione della delega, cioè l’espoliazione della politica e la delega al santo miracolatore che risolverà tutti i problemi. Ovviamente il santo miracolatore numero uno è Berlusconi che si è presentato come un “Giano millefronti”, operaio e imprenditore, quello che fa tutto e il contrario di tutto. Ma anche nel centro-sinistra c’è la stessa tentazione della delega, della devozione per il liberatore, il santo miracolatore, che qui a Palermo rinnova i fasti di Santa Rosalia che avrebbe liberato la città dalla peste.
In conclusione, oggi di antimafia ne vedo molto poca in giro. In ogni caso vorrei ribadire che l’antimafia non si delega a nessuno. Alle prossime elezioni regionali bisogna impedire che ci sia un’altra ondata di piena del centro-destra, ma il presidente della Regione e il suo governo potranno dare un contributo alla lotta contro la mafia a livello istituzionale solo se faranno delle scelte chiare e coraggiose, senza inseguire il consenso ad ogni costo.
Il problema è fare della lotta alla mafia uno dei punti essenziali di una politica di rinnovamento, con forze politiche seriamente impegnate a ridefinire la loro identità e una società civile capace di darsi un progetto e una reale autonomia. Ripeto, io non credo nei liberatori, non credo nei santi miracolatori, qualunque sia il colore dell’aureola.

Pubblicata sul giornale “L’Ora”, 1 giugno 2001. Il testo è stato rivisto.