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Area grigia e borghesia mafiosa

Area grigia e borghesia mafiosa

Intervista di Rocco Sciarrone a Umberto Santino per la ricerca RES

1) In tema di mafia, oggi si parla con sempre maggiore insistenza di area grigia. In genere si usa questa espressione per indicare i rapporti di collusione o le cosiddette relazioni esterne delle organizzazioni mafiose. Spesso però viene rappresentata come un’area – per così dire – omogena o monolitica, oppure talmente sfumata da apparire quasi indistinguibile… A suo parere, come si potrebbe definire a livello analitico questo spazio di relazioni e di affari, rappresentato metaforicamente con l’espressione area grigia?

Area grigia è un’espressione giornalistica che non mi pare abbia dignità analitica. Fa il paio con voglia-bisogno di mafia e altre sciocchezze in circolazione. Da quarant’anni parlo di borghesia mafiosa, per indicare che professionisti, imprenditori, pubblici amministratori, politici e rappresentanti delle istituzioni sono assieme ai capimafia al comando di un blocco sociale, cioè del sistema relazionale transclassista, esteso anche agli strati popolari, entro cui agiscono i gruppi criminali mafiosi. E’ l’unica analisi che, dopo le sbornie culturaliste degli anni 60 e 70, e organizzativiste degli anni 80 e 90 (esiste solo Cosa nostra), ha retto al confronto con la realtà.

2) Secondo lei, quali sono le ragioni che sembrano indirizzare oggi una maggiore attenzione – a livello mediatico, ma forse anche giudiziario – nei confronti dell’area grigia?

L’avere scoperto che ci sono quei soggetti che indicavo prima che condividono interessi e codici culturali coin i mafiosi.

3) Perché l’area grigia è rilevante per comprendere il fenomeno mafioso? In che senso andrebbe analizzata e con quali strumenti concettuali?

Lo strumento concettuale più adatto è quello che indico da decenni con il mio “paradigma della complessità”: l’organizzazione criminale (non solo Cosa nostra, ma anche altri gruppi), il sistema relazionale, cioè il blocco sociale, e la borghesia mafiosa composta da soggetti illegali e legali.

4) Che tipo di attori “popolano” l’area grigia?

Quelli che indicavo prima: professionisti, imprenditori, amministratori, politici, uomini delle istituzioni…

5) Nel dibattito pubblico, il concetto di area grigia viene spesso assimilato a quello di “borghesia mafiosa”. Ritiene sia un’associazione pertinente?

C’è una bella differenza: quella tra ammucchiate generiche condite con qualche raccontino e un’analisi condotta sulla base di un criterio metodologico e di una documentazione selezionata attraverso fonti attendibili, giudiziarie e anche giornalistiche, se adeguatamente qualificate.

6) Già moltissimi anni fa, lei aveva elaborato il concetto di “borghesia mafiosa” e aveva rivolto l’attenzione alla dimensione finanziaria della mafia. Si può dire che aveva visto in anticipo l’evoluzione di Cosa nostra e il suo rapporto con la sfera della politica e dell’economia?
O piuttosto c’è una continuità storica della “borghesia mafiosa”? E quali sono le specificità della fase attuale?

Parlo di borghesia mafiosa dagli anni 70 e di mafia finanziaria dagli anni 80. Non so se ho anticipato, so per certo che è stata per molto tempo un’analisi ignorata o isolata e minoritaria. Negli ani 70 dominava il subculturalismo di Hess, poi c’è stato Arlacchi con la mafia destrutturata e imprenditrice che avrebbe scoperto la competizione per la ricchezza solo in quegli anni, mentre già quelli che chiamo fenomeni premafiosi documentabili fin dal XVI secolo hanno al centro insieme potere e accumulazione. Come per tutti i fenomeni di durata lo sviluppo storico è un intreccio di continuità e trasformazione. L’esistenza del fenomeno mafioso come fenomeno complesso, fatto di associazionismo criminale e sistema relazionale. è documentabile fin dagli anni trenta dell’800. I gabelloti, a fianco dell’aristocrazia terriera, erano borghesia in larga parte parassitaria e già nell’800 c’erano professionisti e altri soggetti borghesi che giocavano assieme ai mafiosi. La fase attuale è caratterizzata dalla lievitazione dell’accumulazione illegale, dalla proliferazione di gruppi di tipo mafioso a livello internazionale, dal trionfo del capitalismo e del liberismo e dall’imbarbarimento della politica. La mafia siciliana non è più un unicum, si sono affermati o sono nati altri gruppi, la globalizzazione ha effetti criminogeni alle periferie, dove l’emarginazione induce al ricorso di metodi illegali per percepire quote di reddito e per contare, e ai centri, dove la finanziarizzazione rende sempre più difficile la distinzione tra capitali legali e illegali. In Italia siamo passati dalla Dc come grande mediatrice tra tutti i poteri reali, compresa la mafia, al berlusconismo come modello intrinsecamente mafioso, per la privatizzazione delle istituzioni, l’uso dell’illegalità come risorsa e dell’impunità come legittimazione e status symbol. Questo è il periodo più buio della vita della Repubblica e non vedo prospettive, data l’inconsistenza e frammentarietà delle forze che dovrebbero essere alternative. In questo contesto poliziotti e magistrati, senza mezzi e attaccati se osano coinvolgere uomini di potere, possono arrestare e condannare capimafia a gregari ma è impossibile una lotta conseguente alla borghesia mafiosa. Si sta ripetendo quello che è accaduto durante il fascismo con l’azione di Mori: duri colpi ai mafiosi reali o presunti, alt all’azione rivolta allora ai manutengoli ora allo stesso capo del governo, icona della legalizzazione dell’illegalità.

7) Il concetto di borghesia mafiosa ha creato forse anche equivoci sul suo significato presso alcuni operatori e studiosi. Semplificando, a suo parere quale dovrebbe essere il suo “uso” appropriato nell’analisi del fenomeno mafioso?

Per anni il mio concetto di borghesia mafiosa è stato attaccato con motivazioni varie (Pezzino, Centorrino, Lupo, Fiandaca) o perché sentivano puzzo di veteromarxismo in una fase in cui crollavano le ideologie di sinistra e si affermava la superideologia del pensiero unico neoliberista, o mi facevano dire quello che non ho mai detto, cioè che criminalizzavo in blocco tutta la borghesia e tutta la società. L’uso appropriato della mia analisi significa ricostruire la fenomenologia della borghesia mafiosa analizzando tutte le soggettività e modalità di articolazione del sistema relazionale.

8) Esistono delle specificità (ad es. storiche, sociali o economiche) delle modalità d’azione della “borghesia mafiosa” nel territorio palermitano? In altri termini, quali sono le peculiarità dell’area Palermo rispetto alla borghesia mafiosa e ai settori di attività economica che la vedono coinvolta?

Bisognerebbe analizzare in concreto la realtà. Palermo è roccaforte storica, ma il quadro ormai va allargato a tutta la Sicilia, compresa quella orientale. Palermo rimane il centro decisionale con quello che significa come incrocio di interessi e di dinamiche tese a condizionare il sistema decisorio. In una rassegna delle ricerche sulla città pubblicata nel 1990 definivamo Palermo “città spugna” per il suo alto livello di consumi a fronte di una scarsa dotazione produttiva. Quella rassegna voleva preludere a una ricerca sulla città che non ci è stato possibile fare per mancanza di mezzi (il Centro Impastato era e rimane totalmente autofinanziato perché la regione Sicilia non ha accolto la nostra proposta di una legge che regoli con criteri oggettivi l’erogazione di fondi pubblici). Da allora forse le cose se sono cambiare in peggio, soprattutto per la provincia, con l’imminente chiusura della Fiat.

9) Nel suo libro su L’impresa mafiosa venivano ricostruiti studi di caso significativi rispetto all’area grigia e alla borghesia mafiosa. Se dovesse, per così dire, aggiornare quella ricostruzione, a quale tipo di attori e di attività farebbe riferimento (anche alla luce delle indagini giudiziarie più recenti)?

Allora dominavano le costruzioni, oggi ci sarebbero da approfondire altri aspetti: la sanità, il settore energetico, i rifiuti. Una ricerca seria dovrebbe analizzare la spesa pubblica in tutti i settori e vedere come sono prese le decisioni e come si configura l’allocazione delle risorse. Bisogna cioè analizzare la politica reale rappresentata dall’uso delle risorse. Quali interessi prevalgono attraverso quali dinamiche interne al sistema relazionale? In via di ipotesi direi che anche qui si intrecciano continuità e innovazioni. Per esempio l’interesse storico per una risorsa fondamentale come l’acqua oggi deve fare i conti con il ruolo delle multinazionali, che hanno introiettato il modello mafioso dell’uso privato di una risorsa pubblica. Bisogna vedere se anche le multinazionali sono pronte a usare la risorsa violenza finora specifico dell’agire mafioso.

10) La sua prospettiva di analisi sembra aver influenzato per molti aspetti l’approccio di alcuni magistrati. Cosa pensa, ad esempio, del significato attribuito all’espressione “borghesia mafiosa” dal Procuratore Pietro Grasso in diverse interviste e numerosi discorsi pubblici?

Grasso è tra i pochi magistrati che correttamente hanno riconosciuto il ruolo delle mie analisi. Altri si comportano meno correttamente. Anche l’uso della mia analisi sulla mafia come soggetto politico mi è parsa abbastanza corretto.

11) E cosa pensa, invece, della linea interpretativa di un altro noto magistrato come Roberto Scarpinato? Ci riferiamo in particolare alle tesi sostenute nel volume Il ritorno del Principe, in cui si parla anche di post-mafia.

Quel libro mi sembra il frutto insieme di un’enfasi retorica e di un sostanziale dilettantismo sul piano scientifico. Sono contrario a visioni tipo la Spectre, il Grande Vecchio. Pensare poi che don Rodrigo fosse un capomafia e che nella Lombardia manzoniana vigesse già nel 600 il sistema mafioso mi sembra semplicemente divertente. Io parlo di fenomeni premafiosi non per comportamenti violenti e illegali in genere ma per certi delitti che sono esercizio di signoria territoriale e hanno una funzione accumulativa, come per esempio l’abigeato, l’estorsione, in territori dove poi si è sviluppato il fenomeno in forma compiuta. E.P. Thompson parlava dei Volunteer nell’Inghilterra precapitalistica, cioè di guardie armate a servizio dei proprietari terrieri ma questi poi hanno scelto il monopolio statale della forza e quei fenomeni si sono estinti. In Sicilia invece si è creato un duopolio tra potere centrale e potere baronale.

12) Anche il Presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, sembra a volte fare riferimento alla “borghesia mafiosa”, e spesso parla di “blocco sociale”. Che cosa ne pensa?

Penso che sia ornai un linguaggio comune, con il rischio che diventi uno stereotipo. L’azione di Lo Bello può avere un significato se si rafforza il fronte antiracket che come documento nella nuova edizione della Storia del movimento antimafia è ancora minoritario. A Palermo finalmente a quasi vent’anni dall’assassinio di Libero Grassi (l’unica iniziativa per sostenerlo da vivo è stata organizzata dai Verdi e dal Centro ed eravamo soltanto in trenta) si è formata l’associazione Libero futuro, ma imprenditori e commercianti coinvolti sono solo circa quaranta. Un buon inizio, ma siamo soltanto ai primi passi.

13) A livello di intervento concreto, sia sul piano giudiziario che su quello più ampio delle politiche pubbliche, che tipo di strumenti sarebbe utile predisporre per contrastare le aree grigie e la borghesia mafiosa?

In primo luogo bisogna spezzare il legame con la politica. Chi è sotto processo o condannato non deve essere candidato. Decisivo per il futuro del Paese, non solo per la lotta alla borghesia mafiosa, è la sconfitta del berlusconismo e la creazione di un’alternativa credibile. Poi bisogna unificare la legislazione antimafia, regolando il concorso esterno, limitare i processi al primo grado, con il ricorso all’appello, se ci sono effettive novità emerse dalle indagini, e in cassazione solo in casi eccezionali. Il problema fondamentale è dare un duro colpo ai patrimoni, estendendo le confische, anche finanziarie, e assegnando rapidamente i beni. Il proibizionismo delle droghe continua ad alimentare l’accumulazione illegale ed è arrivato il tempo di abolirlo. Sul piano finanziario chiudere i paradisi fiscali e abolire qualsiasi forma di segretezza delle transazioni finanziarie e di scudo fiscale. Estendere l’antiracket finora limitato al Mezzogiorno a tutta l’Italia, nel Nord domina il modello barbarico leghista della pistola in tasca. Sul piano educativo rafforzare la scuola pubblica e qualificare i docenti assolutamente impreparati, nonostante la buona volontà di alcuni, ad affrontare queste tematiche, che vanno introdotte nei programmi curricolari non limitate a qualche iniziativa sporadica. Se non si modifica il quadro politico nazionale, continueremo a fare testimonianza, nobile ma perdente.