Augusto Cavadi

Educazione alla legalità

Vi sono formule che avanzano costeggiando il baratro della banalità. “Educazione alla legalità” è senz’altro tra queste. Infatti dice troppo poco o troppo, a seconda delle intenzionalità semantiche.
Considerata nell’accezione riduttiva – e, diciamolo pure, un po’ bacchettona – dovrebbe consistere nell’attivare strategie di convincimento dirette a far sì che le nuove generazioni rispettino le leggi: tutte e sempre, tutte e comunque. Dalle norme stabilite per l’uso dei gabinetti all’asilo infantile alle disposizioni emanate dal Parlamento europeo. Basta, però, qualche domandina indiscreta (“E se il governo fosse una dittatura fascista? O se fosse una docile pedina nelle mani di qualcuno che si chiami Stalin?”) per mandare in tilt l’apparente funzionalità dell’apparato. Forse proprio la tendenza ad accontentarsi dell’ovvio – e a rimuovere gli interrogativi più imbarazzanti – spiega perché l’educazione alla legalità risulti, in tantissimi casi, noiosa a chi dovrebbe praticarla e ancor di più a chi dovrebbe fruirne.
E’ altrettanto vero, d’altronde, che se si dà la stura alle domande più radicali (“Perché bisogna obbedire alle leggi?”, “A quali norme dobbiamo obbedire assolutamente, a quali facoltativamente, a quali mai?”, “Chi ha titolo per normare l’agire altrui in maniera unidirezionale e coercitiva?”) e si vuole reimpostare l’educazione alla legalità in tutto il suo spessore, si rischia di dover far rientrare in questa categoria tutta, o quasi, la cultura storica, teologica, filosofica, giuridica, sociologica, pedagogica e politologica. Infatti, in questa seconda accezione più corposa, educare alla legalità significherebbe educare a pensare con la propria testa, a conoscere l’origine degli organi legislativi, a discernere fra diversi progetti ideologici, ad approfondire le dinamiche psico-sociali che concretamente si stabiliscono fra leaders e gregari, a controllare le proprie tendenze egocentriche e a canalizzarle verso obiettivi condivisi: in una parola, forse, significherebbe educare sic et simpliciter.
In mancanza di una espressione più felice, ci si può accontentare di designare con “educazione alla legalità” un orientamento etico-pedagogico articolato in cinque tappe principali:

a) l’informazione. Bambini, adolescenti, adulti – ciascuno in proporzione alle proprie potenzialità intellettive ed attrezzature culturali – hanno il diritto/dovere di conoscere lo status quo dei codici sino a quel momento legittimamente vigenti per regolare le varie forme di convivenza (il galateo a tavola, la carta degli studenti a scuola, la Costituzione italiana…);
b) l’esame critico dei codici in vigore. Se la presentazione delle norme avviene in forma dogmaticamente assertoria, l’informazione predispone il terreno per un’accettazione timorosa o per un rifiuto ribellistico: in nessun caso per un’adesione libera, sincera e duratura. E’ necessario, al contrario, presentare ogni assetto normativo come storicamente condizionato già all’atto della sua formazione e la cui validità dipende essenzialmente dal consenso, mai scontato, che ogni generazione deve rinnovare (se non unanimamente, almeno a maggioranza);
c) il supporto motivazionale all’obbedienza delle leggi di cui si riconosce la legittimità (formale) e la validità (sostanziale). Non basta riconoscere, astrattamente, che certi divieti e certi obblighi sono ‘giusti': occorre trovare delle motivazioni adeguate per rispettarli esistenzialmente, praticamente. A seconda dei punti di vista dell’educatore e, soprattutto, dell’educando – ma forse in questo ambito, più ancora che in altri, siamo tutti educatori ed educandi nelle svariate circostanze della vita – si tratta di trovare delle ragioni che sostengano il percorso faticoso della coerenza: per uno sarà la fedeltà al volere divino, per un altro la cura della propria dignità, per un altro ancora la solidarietà sociale o anche solo la convenienza utilitaristica di godere i vantaggi d’una convivenza ordinata…
d) il supporto motivazionale all’obiezione di coscienza. Se le leggi che, ad un esame approfondito, ci risultano ‘giuste’ vanno rispettate a qualsiasi costo, a qualsiasi costo vanno contestate e disattese quelle che, ad un esame altrettanto approfondito, dovessero risultarci in coscienza ‘ingiuste’. L’educazione alla legalità non può, in nessun modo e in nessun caso, diventare educazione al legalismo, al conformismo, al tradizionalismo. La storia parla chiaro: le tragedie più disastrose non sono derivate solo dal dissenso dei disonesti e dei facinorosi, quanto – e più ancora – dall’assenso acritico delle maggioranze silenziose. Socrate, Gesù di Nazareth, Dietrich Bonhöffer, Gandhi, don Ernesto Balducci, Nelson Mandela sono stati rigorosi nel rispetto della Legge quanto nel rifiuto delle leggi contrarie alla loro consapevolezza morale.
e) Il supporto motivazionale – metodologico all’impegno politico. La disobbedienza civile, per quanto ammirevole e in certi casi inevitabile, resterebbe sterile se si bloccasse sul piano della pura testimonianza individuale. Il senso dei suo eventuali ‘no’ è al di là di essi: nei ‘sì’ verso cui deve portare il resto del consesso sociale. Detto altrimenti: contestare le leggi esistenti è solo il primo passo verso la promulgazione di leggi correttive e innovative. Il processo che conduce dall’opposizione nei confronti di un certo ius conditum alla proposta di uno ius condendum che possa diventare – finalmente condiviso – il nuovo ius conditum, in democrazia, è la politica. Solo facendo politica si può ottenere che gli organi a ciò deputati modifichino le normative ingiuste, o superate, promulgandone di meno ingiuste, o di più aggiornate. L’educazione alla legalità appare dunque monca tutte le volte che non si completa in educazione alla politica. La regola d’oro in proposito si potrebbe ricavare traducendo in linguaggio ‘laico’ la stupenda preghiera attribuita al mite Francesco d’Assisi : “Dio mio, dammi la serenità di accettare ciò che non va cambiato, la forza per cambiare ciò che va cambiato e la saggezza per distinguere l’uno dall’altro”.

L’educazione alla legalità, che per comodità didattica abbiamo scandito in queste cinque tappe, può raggiungere – almeno parzialmente – la propria finalità solo se intesa, e praticata, come progetto sostanzialmente condiviso da tutte le agenzie educative di un determinato territorio: i nuclei familiari, le scuole, le comunità ecclesiali, l’associazionismo laico, i partiti politici, i sindacati, i media. Ovviamente non si auspica una unanimità di contenuti, di convincimenti, di conclusioni fra questi diversi centri di formazione delle intelligenze e delle coscienze (unanimità che sarebbe tanto utopistica da ipotizzare quanto deleteria se si realizzasse effettivamente): è chiaro che le leggi ritenute giuste da una determinata chiesa possono essere ritenute ingiuste da un determinato partito. Ma questo pluralismo ha senso, o per lo meno direzione costruttiva, all’interno di un quadro metodologico condiviso: una civiltà democratica può adottare un percorso educativo come quello sopra schematizzato senza pregiudicare esiti ogni volta differenti a seconda delle culture di appartenenza, degli orientamenti psicologici, degli interessi socio-economici.
Se però manca anche questo minimum, che per altri versi è un maximum, nessuna agenzia educativa può seriamente sperare di farcela. L’esperienza attesta che non è facile per nessuno – tanto meno per un ragazzino – conciliare modelli pedagogici divergenti o addirittura conflittuali: che effetti positivi possono avere cinque anni di lezioni di educazione civica in un alunno che, dal primo giorno, sa di essere stato iscritto in una determinata sezione grazie ad uno scambio di favori tra i suoi genitori e il dirigente dell’istituto? Più in generale: come potrà atteggiarsi stabilmente nei confronti delle ‘regole’ se sballottato tra un padre autoritario e una madre permissiva (o viceversa), tra un insegnante democratico e un parroco decisionista (o viceversa), tra un’associazione aperta alla solidarietà internazionale e un partito concentrato nella difesa degli interessi privati di un determinato ceto o, peggio, di alcuni quadri dirigenti (o, più raramente, viceversa)…?
Questo va riconosciuto a chiare lettere non per riservare l’educazione alla legalità ai sognatori ad occhi aperti di una città impossibile e distoglierne quanti preferiscono procedere realisticamente con i piedi ben piantati nella concretezza della storia; piuttosto per stimolare un approccio sistemico che, pur valorizzando l’insostituibile fatica delle api, non perda mai di vista la logica complessiva dell’alveare.


I punti accennati nella ‘voce’ sono stati analizzati più approfonditamente dall’autore soprattutto nei seguenti testi (cfr. anche www.neomedia.it/personal/Augustocavadi):

Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito, Dehoniane, Bologna 1992 (2° ed. 2003);
Fare teologia a Palermo. Intervista a don Cosimo Scordato sulla ‘teologia del risanamento’ e sull’esperienza del Centro sociale ‘San Francesco Saverio’ all’Albergheria, Augustinus, Palermo 1990;
Quando l’antimafia non è del tutto gratuita, “Appunti”, 1993, 87, pp. 25 – 26;
La cattiva novella. La tavola dei “valori” mafiosi, “Horeb”, 1994, 7, pp. 5 – 13;
Sit-in nel Palazzo in difesa dei giudici, “Repubblica – Palermo”, 11. 1. 02;
Non lasciamoli soli, “Repubblica – Palermo”, 30.1.02;
La mafia non è un problema siciliano, “Repubblica – Palermo”, 19.2.02;
Una vita tanti eredi, “Repubblica- Palermo”, 8.5.02;
Impegno civile in trincea per i diritti degli emarginati, “Repubblica – Palermo” 22.5.02;
Un monito agli altri parroci, “Repubblica – Palermo” 1.6.02;
Una lezione per il fronte antimafia, “Repubblica – Palermo” 15.9.02;
Uno striscione da non cancellare, “Centonove”, 10.1.03;
La teologia della mafia, “Repubblica – Palermo” 8.2.03;
Il 21 marzo ricordati di ricordare, “Repubblica – Palermo” 20.3.03;
Le radici teologiche del peccato di mafia, “Repubblica – Palermo” 1.4.03;
Chiesa e mafia, dieci anni dopo, “Centonove”, 26.9.03;
Come distribuire i soldi dell’antimafia, “Repubblica – Palermo” 15.11.03;
Mafia, il coraggio della politica e il debito morale dei cattolici, “Repubblica – Palermo” 28.11.03;
Era don Pino… Intervista a Salvo, “Una città”, 1999, 76, p.9;
Pedagogia, in La mafia. 150 anni di storia e storie, cd- rom, ideazione e realizzazione Cliomediaofficina, produzione Mediateca Regionale Toscana, distribuzione La Repubblica (trad. inglese 1999);
Ripartire dalle radici. Naufragio della politica ed etiche contemporanee, Cittadella, Assisi 2000;
Ideologie del Novecento. Cosa sono state, come possono rifondarsi, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2002;
Scuola e droga: la formazione degli operatori scolastici, in AA.VV., Formazione degli operatori per la prevenzione delle tossicodipendenze nella comunità cristiana, nella famiglia, nelle strutture pubbliche, Paoline, Milano 1991, pp. 105 – 128;
Vietare i minori alla mafia. Analisi del presente, ipotesi del futuro, in AA.VV., Mafia Politica Affari. Rapporto 1992, La Zisa, Palermo 1992, pp. 315 – 327;
Per un nuovo modo di pensare, “Nuova Secondaria”, 1985, 1, pp. 20 – 21;
Scuola e violenza. Per una ripresa della dimensione educativa, “Nuova Secondaria”, 1985, 5, pp. 13 – 15, ripubblicato in Cavadi A., Con occhi nuovi. Risposte possibili a questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989, pp. 37 – 44;
Un futuro per i giovani?, “Nuova Secondaria”, 1986, 5, pp. 24 – 25, ripubblicato in Cavadi A., Con occhi nuovi, cit., pp. 21 – 28;
Orientare come educazione al cambiamento, “Scuola e didattica”, 1991, 12, pp. 5 – 6;
Val più l’educazione dell’esperto gettonato, “Narcomafie”, 1993, 6, pp. 32 – 33;
Nessun allievo per il prof. Riina, “Narcomafie”, 1995, 2, pp. 11 – 12;
Educare alla legalità. A quale?, “Scuola e didattica”, 1998, 5 , pp. 15 – 16;
E se lo spazio è autogestito da studenti filo-nazisti?, “Nuova Secondaria”, 15. 5. 2001; Nelle aule entri la politica, “Repubblica-Palermo”, 1.12.01;
Dal disagio alle droghe, “Repubblica – Palermo”, 11.7.03;
Lo so che pensi che sono antipatico. Intervista ad Adriana Saieva, “Una città”, 2003, 110.

Sull’argomento inoltre i contributi di altri autori (cfr. anche www.centroimpastato.com):

AA.VV., Didattica antimafia. Esperienze, riflessioni, progetti, itinerari, spunti operativi, pubblicato a cura del Coordinamento scuola e cultura antimafia, Palermo 1987;
AA.VV., Apprendere la violenza, a cura di G. Lo Cascio, Guerini e Associati, Milano 1989;
AA.VV., Obiettivo: coscienza civile. Professionalità docente e ruolo sociale: elementi per una valutazione critica, La Zisa, Palermo 1990;
AA.VV., Chiesa e lotta alla mafia, a cura dell’Osservatorio meridionale, La Meridiana, Molfetta (Ba) 1992;
AA.VV., Ragazzi della mafia, a cura di F. Occhiogrosso, Angeli, Milano 1993;
AA.VV., A scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze didattiche, a cura di A. Cavadi, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1994;
AA.VV., Il Vangelo e la lupara. Materiali su Chiese e mafia, a cura di A. Cavadi, Dehoniane, Bologna 1994, vol. I e vol: II;
AA. VV., Dalla parte di Libera, Gruppo Abele, Torino 1995;
AA.VV., Educazione alla legalità nel contesto della prevenzione educativa, Mursia, Milano 1995;
AA.VV., Viaggio nelle parole: percorso di educazione alla legalità, Fatatrac, Firenze 1996;
AA.VV., La legalità: riflessioni e percorsi per una cultura democratica a scuola, Provveditorato agli studi di Varese, Varese 1997;
AA.VV., Dove nasce la democrazia. Scuola ed educazione alla legalità, a cura di P. Blandano, Regione Toscana, Firenze 1999;
AA.VVV., Darsi una mano. Educazione alla cittadinanza: riflessioni, percorsi, scelte di gemellaggi, a cura di P. Blandano, Regione Toscana, Firenze 2001;
AA.VV., Il piacere della legalità. Idee ed esperienze per la convivenza civile, a cura di J. Garuti – G.L. Falabrino – M.G. Mazzocchi, Libri Scheiwiller, Milano 2002;
BLANDANO P. – CASARRUBEA G., Nella testa del serpente. Insegnanti e mafia, La Meridiana, Molfetta (Ba) 1993;
BOBBIO N., Legalità in BOBBIO N. – MATTEUCCI N., Dizionario di Politica, Utet, Torino 1976;
CASARRUBEA G. – P. BLANDANO, L’educazione mafiosa. Strutture sociali e processi di identità, Sellerio, Palermo 1991;
CASELLI G., La normalità come progetto, “Micromega”, 1996, 1;
CENSIS, Cultura dello sviluppo e cultura della legalità, Gangemi, Roma 1997;
CHILLURA A., Coscienza di chiesa e fenomeno mafia, Augustinus, Palermo 1990;
COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA MAFIA E DELLE ALTRE ASSOCIAZIONI CRIMINALI E SIMILARI, Conoscere le mafie costruire la legalità, XIII Legislatura, Roma s.d.;
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla legalità. Per una cultura della legalità nel nostro Paese, Paoline, Milano 1991;
DI VITA A.M., Alle radici di un’immagine della mafia. Una ricerca sulla rappresentazione e percezione di un fenomeno criminale, Angeli, Milano 1986;
FALCONE M. – MARCHESE G., Educazione alla legalità: dal rispetto della legge alla convivenza democratica, Spaggiari, Parma 1998;
LOMBARDI G., Scuola e mafia: il ruolo dell’educazione e della formazione nella lotta alla criminalità organizzata in AA.VV., Mafia e società italiana. Rapporto ’97, a cura di L. Violante, Laterza, Bari 1997, pp. 94 – 107;
MIRAGLIOTTA A. – PERRICONE BRIULOTTA G., Il costume mafioso. Un problema di formazione nella scuola?, Sigma, Palermo 1990;
PEZZINI GALLUZZO M., Scuola-territorio ed antimafia, Ila – Palma, Palermo 1992;
SALEMI R., Ragazzi di Palermo. Storie di rabbia e di speranza, Rizzoli, Milano 1993;
SANTINO U., Oltre la legalità. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”, Palermo 2002 (3° ed.);
SCORDATO C., Uscire dal fatalismo. Per una pastorale del risanamento, Paoline, Milano 1991.

Pubblicato su “Narcomafie”, n. 6, giugno 2004 e su A. Cavadi, Strappare una generazione alla mafia. Lineamenti di pedagogia alternativa, Di Girolamo Editore, Trapani 2005, con il titolo: “Uno sguardo d’insieme. Cinque tappe di una educazione alla legalità”, pp. 21-25.