Nicola Monterosso

Giuseppe Francese: l’uomo, lo studioso, il suo impegno civile e culturale, i suoi ideali

… l’organizzazione del mondo
che degrada gli uomini a mezzi
del suo sese conservare, amputa
la loro vita e la minaccia, mentre
la riproduce e li illude che essa
sia così per soddisfare il loro bisogno.

(Theodor W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino, 1970, pag. 149)

… Nella storia della mafia siciliana il rapporto con le istituzioni si può considerare un dato costitutivo e si inscrive all’interno dei processi di formazione delle classi dominanti e della concreta configurazione della forma Stato.

(Umberto Santino, Stati-mafia, Concetti Chiave n. 7, Asterios, Trieste, 2002, p. 81))

… Mafia è un insieme di organizzazioni criminali che agiscono in un contesto relazionale e si configura come un sistema di violenza e di illegalità finalizzato all’accumulazione del capitale e all’acquisizione e gestione di posizione di potere, si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale. I gruppi criminali non sono delle isole ma la punta emergente di un iceberg: essi fanno parte di un gruppo sociale transclassista, egemonizzato da soggetti illegali e legali (capimafia, professionisti, imprenditori, amministratori, politici) che costituiscono una frazione di classe dominante (borghesia mafiosa). Pertanto la mafia non è solo un gruppo criminale e una fabbrica di delitti, ma un soggetto economico e politico (…) e sulla base della rilevazione degli aspetti prevalenti e dei mutamenti del contesto è possibile delineare una periodizzazione: una fase di incubazione (fenomeni premafiosi), una fase agraria, una fase imprenditoriale, una fase finanziaria.

(Umberto Santino, Mafia, mafie, crimine trasnazionale, Concetti Chiave n. 7, p. 71-72))

… Per un verso c’è la doppiezza della mafia, che è insieme fuori e contro lo Stato, in quanto non riconosce il monopolio statale della forza, ha un suo codice e un suo sistema di giustizia, ma è pure dentro e con lo Stato per le sue attività legate all’uso del denaro pubblico e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica. Anche lo Stato è doppio, nel senso che esso ha rinunciato parzialmente al monopolio della forza delegando alla mafia compiti repressivi quando il conflitto sociale non era regolabile attraverso le vie legali (si veda in particolare tutta la storia del movimento contadino) e legittimando la violenza mafiosa attraverso l’impunità, e quando ha dovuto rispondere all’incremento della delittuosità mafiosa che colpiva anche uomini delle istituzioni come negli anni ‘ 80 e ‘ 90, lo ha fatto in un’ottica di emergenza, cioè di risposta contingente alla sfida mafiosa, ripristinando ben presto condizioni di convivenza.

(Umberto Santino, Stati-mafia, Concetti Chiave n. 7, p. 81-82))

… Il discorso non va limitato alla mafia. All’interno dello Stato italiano si sono verificati processi di criminalizzazione del potere e si sono formate delle vere e proprie istituzioni criminali. Tali possono essere considerati i cosiddetti “poteri occulti” (come i servizi segreti “deviati”, i cui dirigenti erano iscritti alla loggia massonica P2) che hanno avuto un ruolo nelle stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, in collaborazione con gruppi neofascisti e altri soggetti interessati a respingere con ogni mezzo partiti e movimenti che mettevano in forse l’assetto di potere.

(Umberto Santino, Stati-mafia, Concetti Chiave n. 7, p. 82))


GIUSEPPE FRANCESE: L’UOMO, LO STUDIOSO, IL SUO IMPEGNO CIVILE E CULTURALE, I SUOI IDEALI

In 18 anni di servizio all’assessorato regionale degli enti locali, in quel palazzo augusto di via Trinacria 36, non ho mai conosciuto una persona come Giuseppe Francese, individuo davvero “dissonante” se consideriamo la Regione come un ambiente predisposto alle convenienze sociali, al pragmatismo opportunista, al consenso parrocchiale, brevemente scossi da una stagione sindacale che non è riuscita a incrinare pettorute vocazioni verticistiche e vecchi equilibri di potere né purtroppo a innescare nuove tensioni ideali in controtendenza al visibile intruppamento generale. In quei lunghi corridoi percorsi spesso dal grigiore, dal vuoto, dalla ipocrisia, dal chiacchiericcio, da una subordinazione tanto spiacevole quanto interessata dove Bonsignore trascorse in solitudine l’ultima fase della sua esistenza, Giuseppe era pieno di ideali e di tensioni innovative: un trasgressivo! E lui aborriva l’idea che la coscienza doveva essere amministrata, controllata, prescritta, omologata. Così poco ossequioso dei cerimoniali e delle plumbee e vacue convenzioni quanto delicato, schietto, fiero, vero, rispettoso dell’individualità altrui e orgoglioso della funzione che esercitava. Un orgoglio che andava ben al di là di qualsiasi autostima formale e burocratica. Sempre alla ricerca della giusta strada, con quel suo discernimento imparziale sul lavoro, con quelle sue qualità umane, ideali e professionali che facevano di lui un individuo speciale. Giuseppe era una persona sensibile e spontanea, ma anche capace di tenere saldi i suoi principi senza vacillare davanti a compromessi o accattivanti vie di fuga dalle proprie responsabilità, anche quando si sentiva dire “Per favore, non sollevi problemi”.
Considerava il suo posto di lavoro una trincea di legalità, di onestà e di creatività. Il suo ideale di amministrazione era lo stesso che fu di Bonsignore, della cui memoria aveva una devozione veneranda, di Basile, il cui assassinio gli fece intravedere dei retroscena ancora tutti da scoprire, con ovvie implicazioni di responsabilità politiche e istituzionali. In altri termini, il suo era l’ideale di quei funzionari che svolsero e che svolgono la loro attività all’insegna del dovere, della giustizia e della legalità. Giuseppe si ispirò sempre alla trasparenza e alla professionalità come un servizio da rendere alla società.
Giuseppe Francese aveva il giornalismo nel sangue: “il giornalismo mi scorre nelle vene” diceva, premendo con forza l’indice sul polso. E insieme all’instancabile impegno professionale si dedicava alle sue ricerche appassionate e alla stesura dei suoi articoli, che offrivano al lettore uno stile elegante, scorrevole, coinvolgente, incalzante.
Giuseppe agiva nel versante della giustizia. La sua era una antimafia sociale, non delegata, non affidata irresponsabilmente ad esponenti presunti di rottura dei passati equilibri politico sociali, che faceva chiarezza sulla natura del fenomeno e che a volte assumeva i contorni della controinchiesta e dell’indagine diretta.
Le sue iniziative, i suoi contributi in giornali selezionati su cui trovava spazio (“l’inchiesta”, “Antimafia2000″, soprattutto) ricostruivano fatti, delitti, percorsi e profili ideali di persone cadute nell’oblio. Un esempio, il giornalista Cosimo Cristina, trovato morto sui binari della galleria Fossola a Termini Imerese nel lontano 1960, passato alla cronaca come suicida, al quale in seguito all’impegno di Giuseppe fu intestata una piazza. La tesi di Giuseppe, dopo attenta e scrupolosa analisi degli elementi raccolti, fu “omicidio” e nel 1998 scrisse su “l’inchiesta” un notevole articolo corredato da una documentatissima cronologia, dal titolo “Suicidato” dalla mafia? Eccone un brevissimo stralcio:

La mattina del 3 maggio, alle 11 circa, Cosimo Cristina uscì di casa ben vestito, con il solito cravattino, rasato di fresco e accuratamente profumato. Strano, per chi decide di farla finita (…) Il pomeriggio del 5 maggio 1960, ad appena venticinque anni, Cosimo Cristina fu rinvenuto privo di vita nel tunnel ferroviario di contrada “Fossola” a Termini Imerese, “Si tratta di un palese suicidio”, sentenziarono sicuri gli inquirenti, intervenuti sul luogo del ritrovamento, tanto che non predisposero nemmeno l’autopsia. Eppure quel “presunto suicidio” lascia tutt’oggi aperti tanti dubbi(3).

È la storia di un giornalista scomodo che, con i propri articoli, seminava lo scompiglio tra i potenti di Termini, Cefalù e delle Madonie. “Oggi qualcuno ha chiesto timidamente la riapertura delle indagini” riferiva Giuseppe contento. Cosimo è stato scritto alla memoria all’albo dei giornalisti. E i suoi familiari continuavano a ringraziare Giuseppe che rispondeva loro così: “Voi non dovete ringraziare proprio nessuno. Semmai siamo noi tutti che dobbiamo ringraziare Cosimo per quello che ha fatto, indignarci per quello che ha patito, per come è stato dimenticato”. Soffriva maledettamente quando gli telefonava la Signora Josè (la sorella del giornalista, adesso in chemioterapia) dicendogli “Grazie per tutto quello che ha fatto, ma la prego ci aiuti ancora”. Lui le diceva di sì ma pensava in cuor suo che il giornalista non avrebbe avuto mai giustizia.
Così anche per un avvocato vice pretore, ucciso a Corleone e “posteggiato” per ventidue anni: Ugo Triolo. Giuseppe scrisse un altro articolo: l’inchiesta è stata riaperta. “Speriamo bene!” diceva “Speriamo che anche Ugo possa avere giustizia”.
Giuseppe si dedicò per tanti anni a ripercorrere la pista che portava diritto agli assassini del padre e con volontarismo febbrile, associato ad analisi e a intuizioni fondate, nonché alla ricerca e alla raccolta di elementi preziosi, alternava le visite in Procura ai suoi articoli penetranti, incisivi e quando il processo finalmente si celebrò non si perse un solo momento dell’udienza sino alla chiusura del dibattimento e alla formulazione della sentenza. Ma tanti casi, tante vicende, anche quelle con uno sfondo sociale e politico più ampio furono per lui oggetto di studio serio e attento, ricerca approfondita e meditata, confronto costruttivo, che testimoniano il suo andare oltre la vicenda personale del padre, grande giornalista di cronaca giudiziaria, investigativa e di denuncia sociale, per coltivare una vasta gamma di interessi, illuminati dalla ricerca costante della giustizia e della verità come valori impliciti ad idee ed azioni indirizzate a modificare una terribile realtà e proiettate su una complessità sempre in movimento.

Questa terra si sa, è la terra dei misteri: dall’arrivo del Prefetto Mori, allo sbarco degli americani in Sicilia, alle clamorose gesta del bandito Giuliano, alla strage di Portella delle Ginestre, all’uccisione di Giuliano, al tentato golpe Borghese, all’omicidio del colonnello Russo, ai grandi omicidi eccellenti degli anni ’79, ’80, ’81 (che poi non è altro che il golpe dei “corleonesi”) alla misteriosa scomparsa di Sindona in Sicilia, alla seconda guerra di mafia, alle grandi stragi, Ustica compresa. Qual’è la verità? E quante sono le verità? (…) A volte mi sembra che la verità sia come un immenso puzzle, ogni intanto incastoni un pezzo e cerchi l’altro per andare avanti. Ma il puzzle è infinito, e nonostante tutto l’impegno possibile, non sarà mai completato(4).

In seguito alle indagini giudiziarie legate alle indagini investigative sulla morte del padre, aveva inserito molti suoi articoli, che riteneva di particolare interesse, in un cd-rom che consegnò alla Procura. Caso volle che giusto in quel periodo si stava anche pubblicando un libro dedicato al padre(5). Gli fu richiesto il cd-rom con i suoi articoli che volentieri consegnò.
Con un occhio sempre vigile alla realtà presente e alle tristi “innovazioni” di un dispositivo politico che secondo noi calpestava la dignità umana producendo ininterrottamente tutto ciò che diventava congeniale e propedeutico alla ripresa del crimine mafioso, guardava con attenzione alla vicenda umana dei giornalisti “uccisi dalla Mafia e sepolti dall’indifferenza”(6): Mauro De Mauro, Giuseppe Fava, Mario Francese, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Cosimo Cristina, Peppino Impastato, Giovanni Spampinato. E Giuseppe metteva in relazione fatti, analogie, formulava ipotesi, tracciava linee di demarcazione e di continuità con il presente attraverso l’osservazione attenta di una filiera di eventi che hanno cambiato la storia d’Italia: La Guerra Fredda, il Piano Solo, Piazza Fontana, il golpe Borghese, Gladio, la P2 (il cui programma riteneva fosse diventato formula di governo), le bombe nelle piazze e sui vagoni, quella di piazza della Loggia a Brescia, e sul treno Italicus in San Benedetto val di Sambro, Gelli, Sogno, Cavallo, Berlusconi (tessera n. 1816, codice E1978, Gruppo 17, fascicolo 0625 della P2), la bomba alla stazione di Bologna, l’agguato che costò la vita ad Ilaria Alpi, “La Uno Bianca”, la “Falange Armata”, dalla strategia stragista degli anni ’90 sino alle propaggini attuali della strategia della tensione, in un intersecarsi fitto di connubi tra mafia, massoneria, servizi “deviati”, camorra, ‘ndrangheta, politica, affari, ambienti militari ed industriali.
Giuseppe aveva una capacità sorprendente di decodificare e di assembleare in una visione organica fatti, accadimenti sparsi nel tempo e nello spazio, risalendo dal particolare al generale e viceversa, confrontando date, raccogliendo indizi e avvenimenti riportati sulla stampa. La sua attenta e scrupolosa lettura della realtà si associava a una mobilitazione costante alla ricerca e si avvaleva di una vasta e seria documentazione. Sebbene ne avesse il talento, Giuseppe sarebbe stato molto più di un giornalista di cronaca giudiziaria e investigativa e guardando con ammirazione al giornalismo di denuncia sociale del padre analizzava i depistaggi, le reticenze, i silenzi su quanto pur rappresentando elemento determinante e di rilievo non veniva accolto da una macchina della giustizia lacunosa e contraddittoria.

Nell’articolo I bombaroli di Cosa nostra, pubblicato su “l’inchiesta” del 6-19 maggio 1998 offre una chiave di lettura degli attentati che si susseguirono a Palermo e in altre città d’Italia tra il 1977 e il 1978 (in due anni quattordici attentati dinamitardi), del ruolo della destra eversiva, della testimonianza del boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, ucciso in quel periodo. Ne ricava l’ascesa della mafia Corleonese. Ricostruisce la vicenda dei tre pastori immolati sull’altare di una “verità” che è crollata nel 1995. Riporta gli articoli dell’epoca de “L’Ora” e del “Giornale di Sicilia” ed evidenzia le inquietanti similitudini tra le bombe di quegli anni e gli attentati successivi alle stragi Falcone e Borsellino, riesaminando il caso degli omicidi del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e del professore Filippo Costa, uccisi il 20 agosto 1977 nella piazza di Ficuzza:

La spettacolarità dei due delitti, la perfezione organizzativa, il luogo dove è avvenuto il duplice omicidio, dovevano lasciare “subito” intendere che l’eccidio, eseguito con il più ortodosso metodo mafioso fosse opera della mafia, o meglio ancora della mafia di Corleone. Vediamo di ricostruire i fatti. I carabinieri, il 25 ottobre 1977, presentano, sulla scia dell’inchiesta giornalistica sulla costruzione della diga Garcia, pubblicata sul “Giornale di Sicilia” dal 4/9/77 al 21/9/77, a firma del cronista giudiziario Mario Francese (ucciso dalla mafia il 26/1/1979), il primo rapporto sul “caso Russo”. I militari e prima ancora Mario Francese delineano come movente dell’omicidio Russo, il groviglio di interessi che ruotano intorno alla costruzione della faraonica diga Garcia, per la cui realizzazione sono stati stanziati qualcosa come 350 miliardi di lire. Per ben diciotto anni per quel duplice omicidio sono incriminati e incarcerati tre sprovveduti pastori, uno dei quali privo di un braccio e claudicante. Avviene che, l’1 settembre 1978, un pastore Casimiro Russo, si autoaccusa del delitto, chiamando in causa altri due presunti complici, Salvatore Bonello e Rosario Mulè. Casimiro Russo, nel dichiarare di aver partecipato all’omicidio (dichiarazioni poi ritrattate in istruttoria), consegna ai carabinieri l’arma che avrebbe utilizzato per il duplice omicidio. Ma la perizia effettuata, stabilisce con certezza non solo che l’arma in questione non è la stessa che ha ucciso il colonnello Russo e il professore Luigi Costa, ma è un’arma del tutto inefficiente. Inoltre, il 30 maggio di quello stesso anno viene spietatamente trucidato il boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina il quale, qualche tempo prima di morire, ha “confidato” ai carabinieri che l’omicidio Russo è opera dei “Corleonesi”. Nonostante le dichiarazioni di Di Cristina, nonostante l’arma consegnata da Casimiro Russo fosse in realtà un ferrovecchio, nonostante apparisse chiara la mancanza di personalità “criminale” dei presunti killer, i pastori vengono condannati all’ergastolo, ad eccezione del reo-confesso Casimiro Russo, che viene condannato alla pena di ventisette anni di carcere. Naturalmente a beneficiare della condanna dei tre ignari pastori sono i veri esecutori del delitto, e primo fra tutti Leoluca Bagarella, cognato del capomafia Salvatore Riina. Ma che cosa avviene realmente? Chi organizza e chi sta dietro quel depistaggio? Perché le confidenze del boss Giuseppe Di Cristina ai carabinieri non sono prese nella “dovuta” considerazione? Nei mesi in cui sono in corso di svolgimento le indagini sul duplice omicidio di Ficuzza, si registra una serie di attentati terroristici abbastanza strani (…)

Accade che, in coincidenza con la presentazione del primo rapporto dei carabinieri sul “caso Russo” (25/10/1977) a Palermo esplodono alcune bombe. Le prime tre scoppiano la notte del 26 ottobre1977, all’indomani della presentazione del rapporto. Gli ordigni vengono piazzati, rispettivamente, nella sede del Commissariato di Mondello, presso la centralina Sip di Tommaso Natale, mentre l’ultimo scoppio avviene all’1,30, presso il deposito Cirio di via Lancia di Brolo. Nel muro di cinta del Commissariato vengono rinvenute delle scritte con lo stemma di “Ordine Nuovo”. Le bombe della confusione, così vengono definite in quel periodo, non cessano. Il 30 ottobre un attentato dinamitardo devasta una cabina Enel lungo la circonvallazione. L’attentato viene rivendicato alle 22,15, con una telefonata al giornale “L’Ora”, dalla solita organizzazione estremistica di destra, “Ordine Nuovo”.
L’1 novembre, altro attentato: salta in aria una cabina di trasformazione dell’Enel, in via Fuxa (…). Sul giornale “L’Ora” del 7 novembre 1977 appare un grosso titolo “Altre bombe a Palermo. Chi le mette”?. Ed ancora, sempre sul giornale “L’Ora”, “Escalation di bombe a Palermo. Nella notte tra sabato e domenica quattro cariche di tritolo hanno distrutto altrettante cabine telefoniche in via Marconi (due), nei pressi dell’Orto Botanico e al Policlinico (…) Chi sono gli autori? Chi è il regista di questa strategia della paura? Chi sta dietro alle braccia facili da reclutare, che gettano le bombe? E cosa prepara questa successione di violenza?” Quello che avviene a Palermo è un fenomeno del tutto nuovo ed inusuale. Mai, infatti, è stato registrato un così frequente numero di attentati in successione, eccezion fatta per il 1968, con la vicenda del “Trocadero”, il gruppo di fascisti estremisti che si rende responsabile di una serie di attentati. Il decimo attentato registra il 16 novembre 1977, contro la sede centrale della Sip di Palermo. Viene utilizzato un candelotto al tritolo a combustione lenta, mentre nella notte precedente sono state lanciate quattro bottiglie incendiarie contro l’ingresso del cinema Dante. Il 21 novembre viene piazzato un ordigno in una cabina Icem, la società che ha in gestione la manutenzione della rete di illuminazione pubblica. Mezza città rimane al buio. C’è una strana coincidenza: quello stesso giorno anche la mafia “ufficiale” alza il tiro. Il boss Giuseppe Di Cristina scampa miracolosamente ad un agguato, eseguito a circa otto chilometri da Riesi. Muoiono due sue colleghi, impiegati della Sochimisi, che stavano recandosi al lavoro su una BMW. In quella automobile avrebbe dovuto trovarsi anche Di Cristina, che, però, per motivi di salute era rimasto improvvisamente a casa. Per gli attentati dinamitardi vengono messi sotto accusa alcuni personaggi che ruotano attorno agli ambienti della destra eversiva. Ma l’estrema destra non accetta le accuse. Replica dando fuoco al “Palazzo dei giornalisti”. Sul posto gli inquirenti trovano un volantino (…) “Basta con le montature di regime(..) Prendendo spunto da alcuni innocui pedardi lanciati contro due sezioni comuniste si sta cercando di coinvolgere i camerati palermitani nelle presunte trame di un fantomatico Fln (Fronte di liberazione nazionale) (…) I camerati Maselli e Scaglione sono innocenti e vittime di una trappola” (…)
Possibile che a Palermo scoppiano tante bombe senza la preventiva autorizzazione e il beneplacito di “Cosa nostra”, che ha il controllo del territorio?
Il giornale “L’Ora” dell’8 novembre 1977 così riporta: “Mafia, massoneria, malavita e fascisti: questi sono gli ingredienti e la miscela è esplosiva. La reazione è già iniziata, e i collegamenti inquietanti fra questi settori clandestini della società italiana emergono. Potevamo credere che la Sicilia restasse fuori da tanti intrighi? No, manco a pensarci. Da un rapporto del Sid consegnato il 19 settembre 1974 alla Procura della Repubblica di Roma … le attività violente del Fronte nazionale (il gruppo fascista fondato da Junio Valerio Borghese) si dovrebbero avvalere di esecutori che gravitano nel mondo dell’estrema destra e della mafia siciliana. L’interesse della mafia ad intervenire in un processo di destabilizzazione dello Stato, si può spiegare in base ad una considerazione: la mafia è sempre stata filogovernativa, ha cioè appoggiato il potere costituito perché garante del mantenimento di una situazione di fatto. Ma nel momento in cui le sinistre entrano nell’area di governo e si pongono in prospettiva di intervenire con maggior peso nell’amministrazione pubblica, l’interesse mafioso alla linea governativa viene meno (…)”. Intanto proseguono le indagini sull’omicidio del colonnello Russo. In data 25 agosto 1978 i carabinieri presentano il loro secondo rapporto sul “caso Russo”. Il rapporto contiene le dichiarazioni dell’ormai defunto boss Giuseppe Di Cristina che, ricordiamo ancora una volta, indica quali autori e mandanti del duplice omicidio i mafiosi del Corleonese. Esattamente sei giorni dopo la presentazione del rapporto, l’1 settembre 1978, ecco le strane confessioni di Casimiro Russo, che dichiara di aver partecipato all’omicidio tirando in ballo anche Salvatore Bonello e Rosario Mulè. La notizia dell’arresto dei due pastori viene data il 5 settembre. Ma in quello stesso giorno, ennesima strana coincidenza. Sul giornale “L’Ora” si legge: “Bomba per una strage. La strage è stata evitata per poco. Una potente carica di tritolo ha fatto saltare stanotte un metro di rotaia sulla direttissima Bologna-Firenze tra le stazioni di Vernio e di Vaiano. L’esplosione è avvenuta mentre transitava l’espresso “Conca d’oro” che collega Milano a Palermo. Se l’attentato è fallito si deve al fatto che il binario dispari, quello per intendersi che raccoglie il transito dei treni diretti a Firenze, era stato bloccato un’ora prima dei lavori sulla linea e quindi l’espresso era stato deviato sull’altro binario. L’esplosione (forse il tritolo era collegato ad un congegno a tempo) è avvenuta davanti al locomotore della “Conca d’oro”. Se tutto fosse andato secondo il piano stabilito, sarebbe stata una strage. Lo spettro dell’Italicus continua a vivere sulla direttissima”. A conti fatti, sembra che una sorta di “mano invisibile” manovri questo strano succedersi di depistaggi e attentati. Una somma di “casualità” che finirà con il favorire l’ascesa dei corleonesi ai vertici dell’organizzazione mafiosa.
Facciamo un grande balzo in avanti: dall’omicidio Russo passiamo agli attentati successivi alle stragi Falcone e Borsellino. Leggiamo il “Giornale di Sicilia” del 9 giugno 1995: “Il pentito Avola svela: c’era un patto scellerato con massoni deviati, terroristi neri e servizi segreti infedeli per scardinare lo Stato. Cosa nostra intendeva sovvertire l’ordine in Italia in raccordo con vecchi protagonisti dell’eversione di destra, con la massoneria deviata, con esponenti infedeli dei servizi segreti e con disinformatori di professione: lo sostiene un dossier riservato della Dia, la Direzione investigativa antimafia, del 4 marzo 1994, trasmesso alle Procure della Repubblica di Caltanissetta e di Firenze, rispettivamente competenti per queste vicende terroristiche e mafiose. Di interessi convergenti tra la mafia e altri “poteri” nelle stragi Falcone e Borsellino da tempo parlano i magistrati della Procura di Caltanissetta: Cosa nostra ha agito con altre espressioni criminali seguendo un filo logico strategico che obbediva alla necessità di soddisfare gli interessi di tutti, verosimilmente convergenti, preventivando anche la possibilità di dover sopportare nell’immediato notevoli sacrifici”.
Con sentenza del 25 gennaio 1995, Casimiro Russo, Salvatore Bonello e Rosario Mulè dopo diciotto anni di ingiusto carcere, vengono scagionati dall’accusa di aver partecipato agli omicidi del colonnello Giuseppe Russo e del professore Filippo Costa. La sentenza condanna all’ergastolo Leoluca Bagarella, quale autore del delitto, e Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Michele Greco, quali mandanti.(7)

Giuseppe riteneva che erano fatti che riguardavano tutti e apertamente ne parlava, principalmente con chi aveva da tempo maturato una coscienza civile o con chi, essendo più avanti negli anni, portava il contributo di una maggiore memoria storica che tuttavia doveva misurarsi con la sua cultura enciclopedica. Le sue tematiche, il suo modo di argomentare, riuscivano talvolta a scalfire il silenzio e l’apatia di un ambiente impermeabile al confronto libero e diretto suscitando momenti di dibattito tra più soggetti.

La strategia che vede il dissimulato rapporto sinergico di mafia, politica, affari, massoneria, neofascismo e servizi segreti “deviati” avvalersi dei morti e delle bombe nel tentativo non sempre riuscito di diventare formula di governo (Piazza Fontana docet), continua con le stragi degli anni ’80 e ’90 e le attente analisi di Giuseppe Francese, che non erano rivolte solo agli anni ’70 e che si avvalevano di una ricca documentazione, rappresentata anche da una selezionatissima e specializzata pubblicistica in materia, dalla lettura attenta e appassionata di libri, giornali e riviste, erano argomenti seri di riflessione e restano argomenti di riflessione e di dibattito serrato in un contesto sociale infirmato da un governo che mette all’ordine del giorno attacchi inediti e spietati al mondo del lavoro.

Gli interessi di studio e di ricerca di Giuseppe si inoltravano in quel continuo riferimento all’intreccio di traffico di droga, di armi e grandi affari, collocato nell’Italia della mafia, delle trame eversive e della P2. La sua interpretazione degli esiti “politici” dell’ultima stagione stragista convergeva e può sintetizzarsi con quanto riportato in alcuni passi salienti dell’introduzione al libro di recente pubblicazione Falcone e Borsellino Mistero di Stato:

È ancora da percorrere l’itinerario dei misteri che circonda la fine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dieci anni dopo, i mafiosi che hanno deciso ed eseguito gli eccidi del 1992 sono in galera. Non lo sono i beneficiari di quella stagione di sangue e orrore. Se è ormai certo e ineluttabile che Cosa nostra si occupò delle stragi di Palermo, e poi di Roma, Firenze e Milano, nel 1993, è abbastanza evidente che non Riina, vero artefice della scelta stragista, ha incassato un solo dividendo da tutta l’impresa. Eppure, quella che sembrava una scelta suicida, che avrebbe portato l’organizzazione mafiosa al tracollo, si è rivelata ugualmente fruttuosa. Dalle ceneri della stagione di sangue e orrore, una nuova mafia, più forte e silente, più abile e più subdola, si è fatta avanti. Detta legge negli affari, si è seduta a tavola più comodamente di prima, prospera nell’ombra e recluta adepti insospettabili. Non uccide, non spara ma ingrassa. E’ la mafia di Bernardo Provenzano. Non Riina, dunque, ma l’organizzazione ha guadagnato molto da quelle stragi. Ha scommesso su un passaggio obbligato meditando di ricavarne profitto sulla lunga distanza. E in questo tempo di rimozione si è sfiorata persino l’abolizione dell’ergastolo, si torna a parlare con insistenza di una soluzione quasi politica per quegli anni. La chiave per la svolta è in una parola “dissociazione”. E’ più di un progetto, viaggia in sotterranea, incontra molti favori e poggia pure su un paio di proposte di legge depositate in Parlamento. Il senso è pressappoco questo: ” dichiari di essere mafioso, ammetti le tue colpe, quelle che la giustizia ti ha già attribuito, e solo quelle. In cambio avrai misure più blande per la detenzione e la possibilità di scalare dagli anni della pena gli sconti previsti per le leggi premiali” Ciò che non è detto, ed è la parte più cospicua del contratto, riguarda i patrimoni. “Conservi i soldi, e quel che è stato è stato. Ma noi potremo dire di averti battuto”. (…) Solo chi meditava di giungere alla presa del potere poteva negoziarla (…) Dieci anni dopo sappiamo che Riina non fece tutto da solo. Consultò e incontrò persone importanti, discusse a lungo delle molte possibilità che un quadro politico in movimento gli offriva. Puntò a più tavoli. Si raccordò ad altre organizzazioni criminali. Entrò in contatto con tutti, massoni, neofascisti, esponenti dei servizi segreti, tenne un canale aperto perfino con alcuni ufficiali dei carabinieri (…) Così finiva la prima repubblica e se ne preparava un’altra. Riina inferse un colpo decisivo al crollo della Democrazia cristiana uccidendo Salvo Lima, subì il tracollo socialista quando molti dei suoi uomini facevano affari con i big dell’imprenditoria corsara prosperata all’ombra del garofano. Scrutò a lungo la Lega, si mosse abile tra mille sigle dell’arcipelago indipendentista del sud, si fece un partito tutto suo e poi ne decretò la fine quando era già nata Forza Italia. In Parlamento, ormai, sedevano uomini che forse don Totò non ha mai incontrato personalmente ma dei quali, certamente, molti gli avevano parlato benissimo. (8)

Il suo essere uomo, il significato profondo che dava alla coerenza, il suo richiamarsi alle responsabilità, erano autentici ed estranei a qualsiasi riflesso “d’ordine” e di “sovranità. Giuseppe non era un eterodiretto, non era affetto da nessuna peste clientelare e autoritaria. Non era afflitto da arrivismo e da competitività, non gli piaceva stare sotto le “palle del marchese” e confrontarsi con lui non si riduceva a parlare con un ruolo, con uno status, con una categoria, ma con un individuo sociale ricco di intelligenza e di umanità.

Il suo impegno recente alla Regione, in un servizio che si occupa di interventi per l’area minorile , era alacre, solerte, pieno di iniziativa e di interesse. In particolare si era dedicato all’indagine sul lavoro minorile in Sicilia e ai minori immigrati, quegli stessi poveri fanciulli, dagli occhi profondi, che sfuggiti alla morte in mare su imbarcazioni di fortuna, raggiungono le nostre spiagge nella sempre più improbabile speranza di un esistenza migliore. E talvolta nei pub, stringendo forte il bicchiere lo assalivano lo sdegno e la tristezza nel vedere scacciati crudelmente quei piccolini che tentavano di vendere rose per sbarcare il lunario. Non riesco la notte nei pub a non guardare gli occhi profondi dei bambini di colore che cercano di vendere rose a chi con violenza li caccia. Ed io che mi occupo anche di minori immigrati so di non potere fare un cazzo per loro (…) Perché lo sfruttamento dei minori fa comodo a tanti(9)

Giuseppe deplorava le politiche xenofobe e razziste del governo e criticava duramente, anche in ufficio, chi si faceva alfiere di queste pratiche autoritarie e disumane. Conosceva bene il vero significato della parola solidarietà.

Non era riuscito a non fermarsi nel vedere un giovane stramazzato al suolo in via Notarbartolo, tra l’indifferenza generale: telefonò alla polizia, che appena arrivata lo svegliò, gli controllò le braccia: “Vabbè è un tossico” Gli diedero una pacca e via, mentre Giuseppe si chiedeva “ma dove andrà adesso” e lo seguì per un po’, fin quando non lo perse di vista.
Non era riuscito a non fermarsi nel vedere un uomo a terra pieno di sangue perché era stato investito. Cercò di tamponargli la ferita alla testa mettendosi seduto sotto di lui premendogli con un fazzoletto la testa che zampillava sangue. Con il suo sangue addosso quella mattina andò a lavorare.

Era profondamente preoccupato dell’attuale stato di salute della “democrazia”, della “giustizia”, della “liberta” e di un potere che disprezzava i bisogni, che ratificava le illegalità, così informato agli imperativi della merce, del profitto, del denaro e riteneva che il potere criminale aveva posto termine alla strategia stragista, scegliendo quella dell’inabissamento “nel tentativo di riproporsi come principio di governo e di statalità” e che la differenza sostanziale, in termini di qualità, tra la Prima e la Seconda Repubblica, si basava sul passaggio dalle bombe nelle piazze alla strage di diritti sociali. Mentre la globalizzazione liberista rafforzava i poteri criminali spingendo al massimo la loro internazionalizzazione, a partire dalle lobby finanziarie che sono le grandi imprese di pulizia e di riuso dei proventi immensi di tutti i grandi traffici illegali del pianeta, il governo sottoponeva ad attacchi inediti e ad ulteriori vessazioni il mondo del lavoro, falcidiava la spesa sociale, attaccava la previdenza, le pensioni, rendeva precari e flessibili i diritti, legalizzava il falso in bilancio, andava verso l’abolizione del gratuito patrocinio, privatizzava e distruggeva l’istruzione e la sanità pubbliche attentando al diritto allo studio e alla salute di tutti e, in attesa di decretare definitivamente l’uso privato della giustizia e dello stato, sottoponeva ad attacchi a tutto campo, attraverso l’utilizzo spregiudicato della stampa asservita e dei media concentrati nelle mani del presidente del consiglio, quel drappello di magistrati che credono ancora nell’onesta e nell’equità delle proprie funzioni. E qui, pur partendo a volte da valutazioni diverse, le nostre analisi si incontravano.

Giuseppe era un comunista sui generis perché, intanto, era Giuseppe: un comunista indipendente che pur manifestando apertamente le sue convinzioni politiche in un contesto profondamente maccartista e adeguatamente destrorso si considerava un senza partito, nel senso che rifiutava tutte le forme di burocrazia, di centralismo, di funzionarismo. Non nutriva alcuna simpatia nei confronti di chi si poneva come ceto politico anche quando si presentava sotto le spoglie della sinistra più avanzata. Detestava le ampollosità, il machiavellismo e l’autocompiacimento dei politici di professione. Non era un “animale politico” nel senso classico della parola, bensì un uomo in rivolta contro l’ingiustizia e contro tutti i simulacri di giustizia, le cui idealità si deducevano direttamente dal modo di agire, di intrattenere i rapporti, di interpretare la realtà, più che da dogmatiche e astratte connotazioni ideologiche. Resta, comunque, assodato che profuse il suo impegno prevalente sul versante antimafioso e che questo impegno non si arenava nella centralità della giustizia penale ma si estendeva alla ricerca della giustizia sociale. Giuseppe riteneva che lo strumento più idoneo per abbattere i poteri criminali era senza dubbio la costruzione di una coscienza diffusa, di una mobilitazione generale dal basso, di cui non si intravedevano neanche i barlumi in un ambiente come la Regione, dove rare sono state sempre le voci fuori dal coro, ma che in attesa di un risveglio collettivo era importante agire in prima persona, impegnandosi civilmente e professionalmente, cosa che egli sempre fece.

Giuseppe apparteneva a quella che in certi ambienti regionali viene cinicamente definita “la schiera dei fortunati”, cioè di coloro che hanno avuto un posto di lavoro presso la pubblica amministrazione, in qualità di orfani di vittime di mafia. Giuseppe ribatteva con ironia: “Categoria fortunata: sì perché per entrare non abbiamo fatto nessun concorso, ma siamo stati assunti attraverso una legge nazionale. C’è da chiedersi allora: quanti hanno fatto un concorso alla Regione? Noi dobbiamo dire soltanto grazie ai nostri padri, morti semplicemente da uomini in mezzo a un mondo di quaquaraquà”.(10) Pensava che se gli altri erano invidiosi facevano bene ad esserlo, perché pochi avevano avuto la fortuna di avere padri come il suo e coloro che erano rimasti orfani, perché i loro padri non si erano fermati di fronte alle ingiunzioni della mafia, dovevano ardere di orgoglio.

La sua morte mi lascia sgomento, perplesso e sfioro ogni tanto con le dita quell’ultimo soffio di vita rimasto impresso per sempre nel libro dedicato al padre che un anno fa mi regalò: “Al mio amico Marcello, con la speranza che anche a noi non venga mai a mancare il coraggio della verità”.

Nella sua stanza rimane un piccolo frammento del suo mondo: il poster di Mario Francese giornalista, quello del Che in Bolivia e un riquadro di colla rinsecchita. È ciò che rimane di una foto di Giovanni Bonsignore, i cui lembi, sino ad ieri, leggermente scollati, venivano delicatamente riaggiustati dalle mani affettuose di Giuseppe.
Il suo mondo ideale era fatto di gente giusta, onesta, solidale, fatto di amici, di compagni, di fratelli. Lo stesso mondo del padre che egli amò tanto.

Avevo quegli occhioni scuri quando bruscamente sei andato via. Ho ancora gli stessi occhi e con loro continuo a percorrere le impervie strade della vita. Senza di te, ma con te. Perché mi hai lasciato dentro quella indelebile impronta. E così, con te dentro me, continuo a vivere mentre mi incontro e mi scontro con la vita.(11)

Due vite stroncate dalla mafia e dai comitati d’affari, in una Palermo facile a dimenticare.

Arrivederci Giuseppe nella Sierra Maestra… Là, sui nostri monti ideali… Sono rimasto solo, qui in “Bolivia” ma ho per amiche le stelle…
Sirio mi illumina la strada e mi rende sicuro il cammino.

Palermo, 3 Ottobre 2002
Nicola Monterosso, lavoratore dell’assessorato regionale degli enti locali


Note

(1) Mario Francese, una vita in cronaca, a cura di Giovanni Fiume e Salvo Lo Nardo, pagg. 231-235.
(2) Ibidem, pagg. 243-245.
(3) Giuseppe Francese, “Suicidato” dalla mafia?, “l’inchiesta” Sicilia, 22 aprile – 5 maggio 1998.
(4) Giuseppe Francese, Con i miei occhi. Memorie.
(5) Mario Francese, una vita in cronaca, cit.
(6) Luciano Mirone, Gli Insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza.Castelvecchi.
(7) Giuseppe Francese, I bombaroli di Cosa Nostra, “l’inchiesta” Sicilia, 6 maggio – 19 maggio 1998. L’omicidio del colonnello Russo vent’anni dopo.
(8) Enrico Bellavia Salvo Palazzolo, Falcone Borsellino Mistero di Stato, maggio 2002. Edizioni della Battaglia..Palermo Firenze.
(9) Giuseppe Francese, E ho detto tutto…o quasi. Memorie.
(10) Ibidem.
(11) Ibidem.

N.B. Tra le letture (e queste sono soltanto alcune della sua vasta biblioteca) oggetto di studio serio e attento, ricerca approfondita e meditata, confronto produttivo di Giuseppe in vita, che testimoniano il suo andare oltre la storia personale del padre, grande giornalista di cronaca giudiziaria, investigativa e di denuncia sociale che tanto lo ispirò nella ricerca costante della giustizia e della verità: Francesco Forgione, Oltre la Cupola. Massoneria mafia politica; Antonio Cianciullo Enrico Fontana, Ecomafia. I predoni dell’ambiente; Giorgio Cingolani, La destra in armi; Franco Nicastro, Il caso Contrada, le trame di boss, poteri occulti e servizi segreti; Umberto Santino, Storia del movimento antimafia; Umberto Santino, La mafia come soggetto politico; Umberto Santino, L’alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri; Luca Tescaroli, Perché fu ucciso Giovanni Falcone; El Moncada, A cura dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba.
Tra gli argomenti di confronto e di interesse comune: Edoardo M. Di Giovanni Marco Ligini, La strage di Stato; Enrico Bellavia, Salvo Palazzolo, Falcone Borsellino Mistero di Stato; Alberto Cecchi, Storia della P2; Daniele Barberi, Agenda Nera. Trent’anni di neofascismo in Italia; Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 a oggi; Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia.