Umberto Santino

Giustizia per Rostagno: 26 anni dopo

Finalmente è arrivata la sentenza per il delitto Rostagno, con la condanna di due mafiosi, uno come mandante, l’altro come esecutore. Sono passati 26 anni da quel 26 settembre del 1988 e non ci si può non chiedere perché è trascorso tanto tempo. All’inizio sembrava tutto chiaro: un delitto di mafia, il cui movente era da ricercare nell’attività giornalistica di Rostagno presso la RTC di Trapani. Un’attività quotidiana, con servizi e telegiornali in cui parlava di mafia, di massoneria, di traffici di droga e di armi, di delitti e di affari. Poi è cominciato qualche problema. Una delle armi usate non faceva parte dell’arsenale tradizionale della mafia, per di più si era inceppata, e la vulgata vuole che il delitto mafioso sia un’esibizione di efficienza e di professionalità. E in seguito si cominciò a percorrere un’altra pista, quella interna. Nell’agosto del 1996 il procuratore di Trapani Garofalo, saputo che Mauro Rostagno alcuni mesi prima dell’omicidio mi aveva intervistato, mi chiamò a deporre, come persona informata sui fatti. Il 3 maggio del 1988 Mauro, preannunciato da una ragazza di Palermo, era venuto al Centro Impastato, con un numero speciale della rivista “Segno” del 1982, in cui era stata pubblicata una mia relazione sul traffico di droga presentata a un seminario su droga e tossicodipendenza organizzato dal Centro. Mauro, che non vedevo dal 1976, e i rapporti tra militanti dei gruppi a sinistra del Pci non erano stati proprio idilliaci, aveva preparato un centinaio di domande e l’intervista durò circa due ore. Ho riferito al procuratore del nostro incontro, degli appuntamenti che ci eravamo dati per altre interviste, sulla violenza mafiosa, riprendendo il nostro libro sugli omicidi a Palermo, sulla mafia finanziaria e sul sistema del riciclaggio del capitale illegale. Dopo l’intervista avevamo parlato del suo lavoro alla televisione, avevo manifestato qualche preoccupazione, avevo chiesto del proprietario della televisione, l’imprenditore Bulgarella. Rostagno mi aveva detto che lavorava in piena libertà, non gli era mai stata fatta nessuna osservazione. Gli ho parlato delle nostre iniziative per il decimo anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato, che considerava Rostagno un punto di riferimento (“un compagno che mi dà garanzia e sicurezza”). Ha mostrato di avere qualche disagio a parlare di Impastato, e avevo pensato a dissapori che negli ultimi anni c’erano stati tra Peppino e Lotta continua. Sulle nostre iniziative ha chiesto a un suo collaboratore di farmi una breve intervista, che mi risultava essere stata trasmessa. Non sapevo invece nulla dell’intervista sul traffico di droga. Avevo riferito al procuratore che il giorno dopo il delitto mi ero recato alla comunità Saman assieme a mia moglie Anna e a Giovanni Impastato e, parlando con alcuni degli ospiti, avevamo constatato che non sapevano nulla dell’attività di Rostagno alla televisione, nulla di Peppino Impastato e del Centro.
Avevo ricordato anche altre cose: al funerale avevo chiesto di parlare, ma non mi era stato concesso; assieme ad altri avevo manifestato dissenso per le cose che diceva Martelli (Rostagno veniva fatto passare per un progressista, un filosocialista) e avevo pubblicato uno scritto in cui definivo quel funerale “un’appropriazione indebita di cadavere”. In un incontro con Francesco Cardella, guru di Saman, una persona che sapevo poco raccomandabile, questi mi aveva chiesto se potevo fare una sorta di investigazione privata sul delitto, qualcosa di simile a quello che i compagni avevano fatto per Peppino Impastato. Ho detto che non avevo nessuna competenza per fare quel lavoro e che, dato che la tesi seguita dagli investigatori era quella del delitto di mafia, non vedevo la necessità di un’indagine alternativa e consigliai di collaborare con la giustizia.
A metà degli anni ’90 la pista mafiosa era stata abbandonata. In primo piano era la pista interna che portò anche all’arresto della compagna di Rostagno. Nel 1997 veniva pubblicato il libro di Bolzoni e D’Avanzo, Rostagno: un delitto tra amici, e sotto scopa era Saman, definita in un altro libro una “comunità salvifica”, con metodi discutibili e qualche imbroglio. Si era imboccata una strada che minacciava di non portare da nessuna parte. In un incontro a Torino, Carla, la sorella di Mauro, mi chiese cosa potevo consigliare. Mi sono limitato a ricordare quello che avevamo fatto per Impastato: non darsi tregua e non dare tregua; in Italia, anche con i magistrati più seri e impegnati nella ricerca della verità, la giustizia bisogna guadagnarsela.
Per fortuna negli ultimi anni si è tornati sulla pista mafiosa. Sono stato di nuovo chiamato a deporre dal presidente della Corte Angelo Pellino, che ricordo estensore della sentenza di condanna di Vito Palazzolo per l’assassinio di Peppino: un testo che è un esempio di rigore e di professionalità. Ho ribadito quello che avevo detto al procuratore Garofalo: un delitto di mafia per chiudere una bocca che a giudizio dei mafiosi parlava troppo. Un peccato imperdonabile nel pantano trapanese.
Ora, dopo tre anni di dibattimento, nonostante amnesie, false testimonianze, depistaggi, è arrivata la condanna. Non so se nelle motivazioni si farà luce sul contesto. Ma, se si tiene conto di come si erano messe le cose, già questa sentenza è un risultato insperato. Voglio ricordare la ragazza che veniva al Centro per preparare l’incontro con Mauro. Si chiamava Alessandra Faconti ed è morta nel 2007. Ricordo un incontro con lei qualche anno dopo l’omicidio. Mi diceva che stavano insabbiando l’inchiesta.. Per fortuna le cose sono andate diversamente. Penso anche grazie a persone come lei.

Pubblicato su Republica Palermo del 18 maggio 2014, con il titolo: Rostagno messo a tacere dalla mafia. La lunga marcia per la verità.