Umberto Santino

A proposito di elezioni. Consigli ai candidati: un manuale per Cicerone

Vulgus vult decipi è un antico latinetto facilmente comprensibile anche per chi non sa di latino: “il popolo vuole essere ingannato” o “alla gente piace essere ingannata”. Solo che il verbo ingannare oltre che al passivo va coniugato anche, o soprattutto, all’attivo. Ingannare è uno sport, un affare, una politica, una religione. Per gli esempi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Per il gioco del calcio abbiamo prove fresche o stagionate di giocatori dopati, arbitri comprati e scudetti fasulli. La pubblicità sui giornali e alla televisione è tutta, o quasi, ingannevole e anche se sulla carta sarebbe un reato è dispensata a piene mani e senza di essa giornali e televisioni potrebbero chiudere. Le religioni promettono premi e castighi in aldilà di cui non si sa nulla, ma tanto più esistono e incombono sulla vita di ciascuno quanto più sono incerti e improbabili (qualche anno fa il Sommo Pontefice ha abolito il Limbo, come se fosse un condominio dismesso, si dice che l’Inferno potrebbe essere spopolato e si pongono problemi per il sovraffollamento del Paradiso). Le campagne elettorali sono il trionfo dell’arte ingannatoria e gli elettori lo sanno perfettamente che quegli slogan sono ridicoli, che quelle promesse non saranno mantenute, ma, se non vogliono ingrossare le fila degli astenuti, si accingono ugualmente a votare amministratori e politici ripromettendosi di cavarne qualcosa, o direttamente o tramite contatti amicali o reti clientelari.
Sembrano novità ma ci arrivano smentite vecchie di qualche millennio. Siamo a Roma, nel 63 avanti Cristo, Marco Tullio Cicerone, che è già un avvocato affermato, si candida al consolato (e durante la campagna elettorale deve indossare la toga candida, cioè bianca, da ciò il verbo e il sostantivo che dovrebbero simulare un’innocenza che è tutta da provare). È un novizio della politica (un homo novus) e deve sgomitare per farcela. I suoi avversari sono delle vecchie volpi e appaiono più quotati. Uno di essi è Catilina,.che passerà alla storia per la sua congiura e che già allora è sospettato di crimini vari, tra cui l’omicidio del cognato. Il fratello di Cicerone, Quinto Tullio (o chi per lui, l’autore è incerto), scrive un manualetto per la campagna elettorale (il titolo in latino è Commentariolum petitionis). La lettura del testo è insieme interessante e divertente. In sintesi Quinto Tullio dà al più illustre Marco Tullio una serie di consigli. Il primo è di avere dalla sua i nobili, in particolare i giovani, e di conquistarsi il favore popolare, procurandosi amici di ogni tipo: magistrati, consoli, tribuni della plebe. Per fare ciò il candidato Cicerone deve riuscire simpatico a tutti e quello che normalmente può sembrare dissennato, in campagna elettorale è consentito, anzi necessario. Il candidato deve blandire, avere un largo seguito, dare banchetti e conviti. Il mondo è pieno di inganni, di tranelli e di perfidia – scrive Quinto Tullio – e gli uomini credono più ai discorsi che alla realtà e il candidato deve comportarsi di conseguenza. Deve lusingare, promettere anche quando sa che non potrà mantenere, essere brillante, non badare a spese. E deve denigrare i concorrenti, spargendo su di loro sospetti, per esempio “di lussuria o di sperpero”. Nel primo caso pare di essere più negli Stati Uniti di oggi, o in Francia, o ad Arcore, che nella Roma antica; nel secondo gli esempi possono trovarsi dappertutto, soprattutto a casa nostra, dove si spendono soldi per manifesti, striscioni, gigantografie, pubblicità sui giornali, spot televisivi, con o senza par condicio. Roma è corrotta e piena di vizi – continua l’autore del manualetto – e bisogna sopportare l’insolenza, l’astio, la tracotanza di molti. A chi pensa Quinto Tullio? A noi vengono in mente tanti personaggi dello scenario politico attuale, nazionale o locale, e in particolare qualcuno.
Un’altra arma importante, se non decisiva, è suscitare negli avversari il timore di processi e incriminazioni: Marco Tullio è avvocato e sa come fare. Questa parte del testo sembra la meno attuale, soprattutto in Italia e in particolare in Sicilia, dove indagini, processi e condanne sono più aureole che palle al piede. E per molti l’assoluzione, prima o poi, è assicurata. O ci si salva prima con la prescrizione o, a condanna pronunciata, la pena è così irrisoria che pare più un premio che un castigo.
Il Manualetto di campagna elettorale è stato pubblicato in italiano dalla casa editrice Salerno, con testo latino a fronte, nel 1987, ristampato nel 2006, e se si cerca su Google si trovano ancora copie disponibili (c’è un’edizione per le scuole della casa editrice Simone, del 2012). La presentazione era affidata a Giulio Andreotti, un esperto di elezioni e di altro. Il vecchio Giulio, da par suo, sottolineava la modernità del testo e osservava che nell’antica Roma almeno le cose si dicevano e scrivevano, mentre oggi si fanno ma non si dicono. Va detto però che Quinto ha come un certo pudore nello scrivere le cose che scrive. E non pare che il pudore abbia fatto progressi, non solo per le esibizioni di nudità femminili. L’introduzione era di uno studioso, Paolo Fedeli, che alla fine di un testo che sposava scienza e ironia riportava due frammenti: uno era antico, l’altro era dalle pagine di cronaca del quotidiano “la Repubblica”. Scriveva lo studioso: tra qualche millennio un lettore non saprebbe distinguere tra i due, come se il tempo si fosse fermato. Ma sappiamo che non è così. Il tempo non si è fermato e da allora ad oggi ci sono state e ci sono tante novità. In politica e in tutto il resto. Resta da stabilire quante sono in meglio e quante sono in peggio.