Umberto Santino

I crimini della globalizzazione. Voci per un glossario

Mafia, mafie, crimine transnazionale

Mafia: stereotipi e paradigmi

Il termine “mafia” prima impiegato solo per designare un fenomeno siciliano da qualche tempo viene usato per indicare fenomeni criminali presenti sull’intero pianeta.
La mafia siciliana è l’organizzazione criminale più nota, spesso attraverso rappresentazioni fuorvianti (stereotipi) o parziali (paradigmi). Le idee correnti sulla mafia classificabili come stereotipi danno di essa un’immagine apologetica (i mafiosi come “uomini d’onore”, come essi stessi si definiscono, eredi e custodi di una Tradizione ricca di valori positivi) o negano l’esistenza di una struttura organizzativa e raffigurano la mafia solo come una mentalità e un codice comportamentale condivisi da un’intera popolazione o da una parte rilevante di essa (subcultura).
I paradigmi più accreditati sono due: la mafia come associazione criminale tipica e come impresa. La Legge antimafia del 13 settembre 1982 ha definito per la prima volta l’ associazione di tipo mafioso, caratterizzata dal fatto che gli associati si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà (la cosiddetta legge del silenzio) che ne deriva per commettere delitti, per acquisire la gestione o il controllo di attività economiche, di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti ingiusti per sé o per altri. La legge è stata approvata una settimana dopo il delitto Dalla Chiesa, è in ritardo di più di un secolo rispetto all’esistenza documentata dell’organizzazione mafiosa ed è arretrata rispetto all’evoluzione del fenomeno mafioso, cogliendone solo il ruolo nelle attività imprenditoriali, mentre già in quella fase erano abbastanza sviluppate le attività finanziarie.
Successivamente, anche grazie alle dichiarazioni di mafiosi che hanno collaborato con la giustizia, la mafia siciliana è stata identificata con Cosa nostra, organizzazione criminale piramidale e verticistica, così strutturata: alla base le famiglie, a livello intermedio i mandamenti, al vertice una commissione provinciale o cupola e ancora più un alto una supercommissione interprovinciale, diretta da un capo dei capi.


Il paradigma della complessità

In realtà il fenomeno mafioso va oltre la dimensione associativa e l’attività imprenditoriale ed è più adeguatamente rappresentato attraverso un “paradigma della complessità”, secondo un’ipotesi definitoria così formulabile: mafia è un insieme di organizzazioni criminali che agiscono all’interno di un contesto relazionale e si configura come un sistema di violenza e di illegalità finalizzato all’accumulazione del capitale e all’acquisizione e gestione di posizione di potere, si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale.
I gruppi criminali non sono delle isole ma la punta emergente di un iceberg: essi fanno parte di un blocco sociale transclassista, egemonizzato da soggetti illegali e legali (capimafia, professionisti, imprenditori, amministratori, politici) che costituiscono una frazione di classe dominante (borghesia mafiosa). Pertanto la mafia non è solo un gruppo criminale e una fabbrica di delitti, ma un soggetto economico e politico, la cui specificità è data dall’uso privato della violenza, cioè dal non riconoscimento del monopolio statale della forza, e da una lunga tradizione di impunità, dovuta al ruolo della violenza mafiosa nei processi di accumulazione e nel controllo sociale.
Per quanto riguarda l’evoluzione storica della mafia, al di là dello stereotipo generazionale circolante, secondo cui a una mafia vecchia succederebbe una mafia nuova, la storia del fenomeno mafioso intreccia continuità e trasformazione, persistenze ed innovazioni, rigidità formali ed elasticità di fatto, e sulla base della rilevazione degli aspetti prevalenti e dei mutamenti del contesto è possibile delineare una periodizzazione: una fase di incubazione (fenomeni premafiosi), una fase agraria, una fase imprenditoriale, una fase finanziaria.
Lo stereotipo che identifica la popolazione siciliana, o gran parte di essa, con la mafia è privo di fondamento: in Sicilia, in tutta la fase del movimento contadino (dai Fasci siciliani dell’ultimo decennio del XIX secolo agli anni ’50 del XX secolo) ci sono state lotte di massa tra le più grandi d’Europa, avendo coinvolto centinaia di migliaia di persone, che hanno avuto un alto costo di sangue, scontrandosi con la mafia e con le istituzioni, e si sono dissolte nell’emigrazione. Anche negli ultimi decenni, in risposta all’incremento della violenza mafiosa, dovuta al lievitare dell’accumulazione illegale e conseguentemente della richiesta di spazi di potere e di occasioni d’investimento, c’è stato un movimento antimafia che ha avuto come protagonista la società civile e settori delle istituzioni, anche se con forti limiti, come la precarietà, l’emotività, la mancanza di un progetto in grado di coinvolgere vasti strati della popolazione.


Altre mafie

La legge antimafia ha esteso il modello mafioso siciliano ad altre organizzazioni criminali italiane, storiche come la ‘ndrangheta calabrese e la camorra campana, e nuove come la Sacra corona unita pugliese o la mafia del Brenta operante nel Veneto.
A livello internazionale si usa il termine mafie anche per organizzazioni criminali complesse, attive da tempo, come le Triadi cinesi e la Yakusa giapponese, o costituitesi recentemente, come i cartelli latino-americani, la mafia russa, albanese, nigeriana ecc.
Questi gruppi presentano aspetti specifici, ma condividono con la mafia siciliana aspetti costitutivi come l’esistenza, in forme diverse, di una struttura organizzativa e la finalizzazione delle attività criminali all’arricchimento e all’acquisizione di posizioni di potere attraverso il controllo del territorio. Sono in atto processi di omologazione, in quanto i gruppi criminali svolgono le stesse attività, come il traffico di droghe, si trovano ad affrontare gli stessi problemi, come il riciclaggio del capitale illegale, e si avvalgono di un sistema relazionale, intrattenendo rapporti con soggetti che rendono possibile l’utilizzazione di strumenti della tecnologia avanzata, danno indicazioni sulle scelte più convenienti per l’impiego dei capitali e assicurano i collegamenti con il contesto sociale e istituzionale.
Fra i vari gruppi criminali ci sono forme di collaborazione e di divisione del lavoro ma non risponde alla realtà, almeno fino ad oggi, la rappresentazione circolante sui media secondo cui esisterebbe una cupola mondiale, una sorta di Supermafia, per di più egemonizzata dalla mafia siciliana, raffigurata come una Piovra universale.

 

Il crimine transnazionale

Da qualche tempo, in documenti ufficiali delle Nazioni Unite, si parla di crimine transnazionale, Secondo la definizione adottata dalla Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale, firmata a Palermo nel dicembre del 2000, un reato è transnazionale se è commesso in più di uno Stato, è commesso in uno Stato ma è preparato, controllato e diretto in un altro Stato, se vi è implicato un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato.
La convenzione dispone l’introduzione negli ordinamenti degli Stati firmatari del reato di associazione criminale di tipo mafioso, sul modello della legislazione italiana e di quella degli Stati Uniti, che prevede il reato associativo nella forma di conspiracy, di norme contro il riciclaggio e contro la corruzione, per la confisca dei beni derivanti da attività illecita. Due protocolli aggiuntivi riguardano la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, e il traffico di migranti.
La Convenzione rappresenta il tentativo di creare un diritto penale internazionale a partire dal tema dell’internazionalizzazione del crimine organizzato, ma, a parte l’affidabilità di vari Stati firmatari direttamente o indirettamente coinvolti in attività criminali, non può affrontare il problema della eziologia del crimine, prodotto dai processi di globalizzazione e in particolare dall’aggravamento degli squilibri territoriali e dei divari sociali, che rendono sempre più conveniente il ricorso all’accumulazione illegale, e dalla finanziarizzazione che rende sempre più difficile la distinzione tra capitali legali e illegali.


Bibliografia
Santino Umberto, La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all’impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000; Dalla mafia al crimine transnazionale, in “Nuove Effemeridi”, XIII, n. 50, 2000, sito Centro Impastato: www.centroimpastato.it.
Camera dei deputati – Senato della Repubblica, La costruzione dello spazio giuridico europeo contro il crimine organizzato, Roma 2001: contiene il testo in italiano della Convenzione delle Nazioni Unite sul crimine transnazionale.


Finanza e crimine

Secondo un’opinione diffusa il sistema bancario e finanziario è particolarmente esposto alle attività illecite. Lo era già prima e lo è ancora di più adesso. Andando indietro nel tempo, già nel 1893 l’uccisione di Emanuele Notarbartolo, direttore generale del Banco di Sicilia dal 1876 al 1890, mirava a coprire attività speculative svolte da gruppi politico-affaristico-mafiosi che avevano il controllo della più importante struttura finanziaria siciliana e i processi conclusi con l’assoluzione degli imputati del delitto, tra cui il deputato liberale Raffaele Palizzolo, evidenziarono i rapporti tra mafia e politica e il ruolo di uomini delle istituzioni nel depistare le indagini e nel coprire i responsabili.
Tra gli esempi più recenti, possiamo ricordare l’attività di personaggi come Calvi e Sindona. Roberto Calvi, direttore del Banco Ambrosiano, per anni ha utilizzato per le sue speculazioni una serie di rifugi fiscali (tax havens) dislocati in varie parti del mondo, dal Lussemburgo a Panama, da Managua a Nassau. In molte attività era coinvolta la Banca Vaticana, allora diretta da Monsignor Marcinkus. Il crack del Banco Ambrosiano e la morte del banchiere, trovato impiccato sotto un ponte londinese, dopo una fuga orchestrata da mafiosi e da faccendieri senza scrupolo, non hanno certo posto fine alle relazioni tra mondo finanziario e crimine. Un epilogo drammatico ha avuto anche la vicenda di Michele Sindona, morto per ingestione di sostanze tossiche nel carcere di Voghera (verosimilmente più un delitto che un suicidio), dov’era rinchiuso in seguito alla condanna all’ergastolo per l’assassinio di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato milanese nominato liquidatore della Banca privata italiana, una delle tante impalcature del sistema finanziario sindoniano. Una macchina complessa, formata da un gruppo di imprese operanti in vari settori, da una costellazione di società finanziarie ubicate in vari paradisi fiscali (Svizzera, Lussemburgo, Liechtenstein, Liberia, Panama, Bahamas, isole Cayman ecc.), da alcune banche, di cui due a Milano e un’altra, la Franklin National Bank, negli Stati Uniti. Molte delle attività di Sindona erano dirette al riciclaggio del capitale illegale attraverso operazioni che utilizzavano i canali delle innovazioni finanziarie, escogitate per sfuggire ai controlli e alle regole. Sindona per anni ha goduto di un indiscusso credito internazionale, ha intrattenuto ottimi rapporti con uomini politici a livello nazionale e internazionale, ha fatto buoni affari con la banca del Vaticano, è stato considerato “il salvatore della lira”, finché le sue speculazioni hanno pestato i piedi ai colossi della finanza mondiale e sono venuti a galla i suoi rapporti con la mafia e con la massoneria, in particolare con la loggia segreta P2, diretta da Licio Gelli, uno dei centri di potere più inquinanti nella storia della Repubblica italiana.
Andando ai nostri giorni, tra le attività illecite connesse con il mondo finanziario si richiama in particolare il riciclaggio del capitale illegale proveniente da varie fonti: i traffici di droghe, di armi, di materiali nucleari, l’evasione fiscale, la corruzione, le frodi, l’appropriazione di fondi pubblici.


Le innovazioni finanziarie

Le innovazioni finanziarie, già sperimentate da Sindona, nel frattempo si sono potenziate. Agli strumenti utilizzati in passato (fondi comuni d’investimento, titoli atipici, società fiduciarie ecc.) si sono aggiunti nuovi strumenti: swaps (accordi con cui le parti si impegnano a scambiarsi flussi di pagamento in un determinato periodo di tempo), futures (contratti a termine con cui le parti si impegnano a vendere o ad acquistare beni, titoli o valute a una data prefissata), derivati (contratto o titoli il cui valore è legato al valore di altri titoli o merci), opzioni (diritti di comprare o vendere qualcosa a un prezzo determinato, o di dare inizio o porre fine ad un accordo finanziario a data determinata), hedge funds (un tipo di fondo comune d’investimento che opera in maniera spregiudicata con capitali di investitori privati). Il mercato dei derivati ha avuto un incremento spettacolare: si calcola che il valore complessivo dei contratti relativi a derivati in circolazione in ventisei paesi nel 1995 equivaleva al doppio della produzione economica mondiale, cioè a circa 47,5 trilioni di dollari.
Il sistema bancario-finanziario è diventato un vero e proprio casinò, per cui si è parlato di “finanza barbara” o di “denaro impazzito” ed è sempre più complesso, per la presenza di nuovi operatori specializzati: gli intermediari finanziari (brokers), gli operatori valutari, professionisti delle speculazioni più ardite e più rovinose per le economie più deboli (va sotto il nome di ramping la speculazione che consiste nel concentrare somme rilevanti in mercati di valute poco trattate, manovrandone l’ascesa o il crollo a seconda delle convenienze).
Per quanto riguarda i paradisi fiscali, i paesi e i territori che offrono particolari facilitazioni per attirare i capitali, sarebbero tra 60 e 90. Una lista nera pubblicata dall’Ocse (Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel giugno 2001 comprende 35 paesi. Da un recente studio del “Financial Times” limitato a 37 Stati risulta che la loro attività negli ultimi anni è cresciuta. Nel 1997 nelle isole Vergini britanniche sono state costituite 50 mila nuove società (nelle isole operano più di 260 mila società), nelle isole Cayman ne sono state costituite più di 42 mila, a Cipro più di 34 mila. I depositi in denaro hanno raggiunto 241 miliardi di dollari nelle Bahamas e oltre 500 miliardi di dollari nelle isole Cayman, con un incremento del 27,4% nelle isole Vergini britanniche. Anche se ubicati in isole offshore i paradisi fiscali si raggruppano nelle vicinanze dell’Europa e degli Stati Uniti, cioè delle grandi centrali finanziarie e obbediscono alle esigenze di frazioni crescenti del capitale di sfuggire ai controlli e cercare sbocchi speculativi più remunerativi degli investimenti produttivi.
Ciò si spiega all’interno dei processi di finanziarizzazione dell’economia mondiale. Nel 1998 c’è stato un movimento giornaliero di capitali di 2.000 miliardi di dollari, di cui una frazione minima (tra un cinquantesimo e un centesimo della cifra totale) riguarda l’economia reale, produttrice di beni e servizi, tutto il resto è capitale finanziario in circuitazione permanente alla ricerca di sbocchi speculativi. Negli ultimi trent’anni gli scambi finanziari hanno fatto registrare aumenti vertiginosi: nel 1970 erano tra 10 e 20 miliardi di dollari, nel 1980 sono passati a 80 miliardi, nel 1990 hanno raggiunto 500 miliardi.
Non tutto il capitale finanziario è di provenienza illegale ma, data l’opacità del sistema finanziario, è difficile se non impossibile distinguere i vari flussi di capitale.
Nonostante le norme antiriciclaggio, introdotte dalla legislazione di alcuni Paesi, dalle direttive europee e richiamate dalla Convenzione sul crimine transnazionale, il sistema finanziario ha come regole fondamentali l’efficienza, la sicurezza e la riservatezza, e la competizione si gioca nell’intreccio di questi tre termini, il che significa che il segreto bancario continua ad essere in vigore e lo sviluppo della new economy via rete telematica invece di rendere il mercato più trasparente incoraggia l’anonimato delle transazioni, con le convenienze prevedibili per gli operatori illegali.
La proposta del premio Nobel per l’economia Tobin di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, avanzata nel 1972, finora non è stata introdotta per la refrattarietà del capitale finanziario a qualsiasi forma di controllo.
In Italia la legislazione antiriciclaggio è stata introdotta con la legge 197 del 1991 ma le segnalazioni di transazioni anomale sono molto poche. Nel periodo 1991-1996 a fronte di 2 miliardi e 100 milioni di transazioni bancarie, le banche hanno segnalato 7134 operazioni anomale, di cui solo 13 hanno portato ad identificare operazioni di riciclaggio.
Insieme alla innovazione tecnologica dell’informazione (Internet) e alla globalizzazione dei mercati finanziari senza un’armonizzazione degli ordinamenti, per cui proliferano i paradisi fiscali, è stato indicato come terzo cavallo di Troia, nel senso che offre maggiori opportunità per il riciclaggio del denaro sporco, l’integrazione monetaria europea (con l’introduzione dell’euro). L’unione economica e monetaria europea può innescare un meccanismo di riduzione dei costi di transazione, e questo vale sia per l’economia legale che per quella illegale


Lista dei paradisi fiscali dell’Ocse
EuropaAfrica: Liberia, Seychelles.
Asia e Oceania: Barhain, Isole Cook, Isole Marshall, Maldive, Nauru, Nive, Samoa, Tonga, Vanuato.
America: Anguilla, Antigua e Barbuda, Antille Olandesi, Aruba, Bahamas, Barbados, Belize, Grenada, Isole Vergini (Gb), Isole Vergini (Usa), Montserrat, Panama, Repubblica Dominicana, St. Christopher and Nevis, St. Luca, St. Vincent and the Grenadines, Turks and Caicos.


Bibliografia

Santino Umberto, La mafia finanziaria, in Idem, La borghesia mafiosa, Centro Impastato, Palermo 1994, pp. 179-241.
Masciandaro Donato – Pansa Alessando, La farina del diavolo. Criminalità, imprese e banche in Italia, Baldini & Castoldi, Milano 2000.
Strange Susan, Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro, Edizioni di Comunità, Torino 1999.

Ecomafie

Il termine indica le attività di gruppi criminali organizzati dannose per l’ambiente, come l’abusivismo edilizio, lo smaltimento illegale di rifiuti tossici e nocivi, il traffico di opere d’arte e di reperti archeologici, il commercio illegale di specie animali protette.
Le ricerche finora effettuate attraverso i rapporti annuali di Legambiente riguardano l’Italia ma il fenomeno dell’ecomafia e più in generale della criminalità ambientale ha già varcato i confini nazionali e il modello di saccheggio del territorio e delle risorse ambientali è facilmente esportabile su tutto il pianeta. Ma il saccheggio del territorio non è una peculiarità della mafia e di altre organizzazioni criminali. Le loro attività si inseriscono nell’opera di aggressione, depauperamento e inquinamento del territorio, una vera e propria depredazione e distruzione dell’ambiente, in cui sono coinvolti grandi imprese e istituzioni pubbliche e che è stata funzionale allo sviluppo del capitale globale, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. L’ecomafia è solo una sezione specifica di un’ecocriminalità istituzionalizzata e diffusa.


In Italia

Sono state individuate tre filiere principali dell’ecomafia: il ciclo del cemento (che si estenderebbe dalle attività estrattive alla produzione di materiali per l’edilizia, ma andrebbe oltre comprendendo anche l’abusivismo edilizio e gli appalti di opere pubbliche), il ciclo dei rifiuti (raccolta, trattamento e smaltimento), il racket degli animali (la zoomafia). A questi settori si è aggiunto il traffico di opere d’arte e di reperti archeologici, la cosiddetta archeomafia.
Le attività sono molto remunerative e presentano rischi molto ridotti dal punto di vista penale. Legambiente per il 2000 ha stimato un giro d’affari complessivo di 26 mila miliardi di lire, mentre i reati ambientali sono considerati soltanto delle contravvenzioni, con pene lievi e tempi di prescrizione ridotti: da 3 a 5 anni. I disegni di legge sull’introduzione dei delitti ambientali finora non sono riusciti ad andare in porto.
Dal 1996 al 2000, stando ai dati forniti dalle forze dell’ordine, ci sono stati 143.553 reati ambientali, sono state denunciate 76.406 persone e sono stati effettuati 22.361 sequestri. Il 44,2% dei reati è concentrato nelle quattro regioni a forte presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). I clan mafiosi implicati direttamente nel ciclo del cemento, dei rifiuti e nel racket degli animali sono passati da 53 nel 1996 a 143 nel 2000.
L’abusivismo edilizio non è opera solo delle organizzazioni criminali ma il frutto di un’illegalità diffusa su tutto il territorio nazionale, anche se in gran parte concentrato nelle quattro regioni meridionali (con il 59,6%). Negli ultimi cinque anni si calcola che le case abusive siano state 163.391, per una superficie complessiva di 23 milioni di metri quadrati e un valore immobiliare di oltre 20 mila miliardi di lire.
All’inizio e alla fine del ciclo ecomafioso ci sono le cave, usate prima per ricavare materiali di costruzione e poi come depositi per rifiuti smaltiti illecitamente.

Secondo i dati raccolti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, ogni anno in Italia vengono prodotti complessivamente circa 108 milioni di tonnellate di rifiuti, tra speciali e solidi urbani. Si calcola che circa 35 milioni di tonnellate di rifiuti, soprattutto speciali, sono smaltite illecitamente. Il mercato illegale avrebbe un fatturato annuo di oltre 15 mila miliardi di lire.
Le organizzazioni criminali hanno uno stretto rapporto con i produttori di rifiuti, offrendo servizi che presentano notevoli convenienze: abbattimento dei costi, superamento di ostacoli burocratici, immediato deflusso dei rifiuti. Lo smaltimento dei rifiuti spesso apre strade alla penetrazione dei gruppi criminali in nuove aree, come il Centro-Nord: è stata verificata la formazione di un circuito criminale tra Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Campania.
Risulta che rifiuti tossici e nocivi sono stati versati in mare (è il caso dei Cantieri navali di Palermo: amianto), e sono stati utilizzati per costruire strade e abitazioni.
Lo smaltimento illecito dei rifiuti nocivi non è monopolio delle mafie. Società commerciali e imprese, anche a partecipazione di capitale pubblico, a volte lo gestiscono direttamente. Il caso più noto è quello del Petrolchimico di Porto Marghera, che ha smaltito illegalmente rifiuti nocivi inquinando la laguna veneta, con effetti gravissimi per i lavoratori (c’è stato un numero imprecisabile di morti per cancro).
Tra i produttori di rifiuti non ci sono solo le imprese ma anche le amministrazioni pubbliche. I rapporti tra queste ultime e i gruppi criminali sono mediati da società di intermediazione commerciale perfettamente legali.

Il giro d’affari del mercato italiano di animali selvatici e di specie protette è calcolato dall’Osservatorio permanente sulla Zoomafia della Lav (Lega antivivisezione) in circa 510 miliardi di lire. In Campania e in Sicilia il commercio illegale di fauna selvatica fattura circa 50 miliardi l’anno ed è controllato dalla criminalità organizzata.
In Italia il giro d’affari delle scommesse legate ai combattimenti di cani si aggirerebbe intorno ai mille miliardi di lire all’anno. Campania e Sicilia si contendono il primato dei combattimenti.
Clan criminali sono anche coinvolti nelle corse clandestine di cavalli. Si calcola che in Sicilia abbiano un giro d’affari di circa 200 miliardi.

Tra il 1994 e il 1999 sono stati recuperati in Italia 140.000 reperti provenienti da scavi clandestini. Le regioni più colpite sono la Puglia, la Sicilia e la Campania. Il mercato illegale di reperti archeologici e di opere d’arte si è da tempo globalizzato ed è in particolare rivolto verso gli Stati Uniti, che incettano il 40% delle opere d’arte italiane trafugate.


Quadro internazionale

Nel periodo 1992-98 sono stati accertati in Europa 173 casi di traffico illecito di materiali nucleari e fonti radioattive. Già precedentemente, dopo il disastro ambientale di Seveso, materiali radioattivi erano stati dispersi in vari paesi e recentemente un’inchiesta giudiziaria ha accertato che la mafia siciliana, la ‘ndrangheta e la banda della Magliana hanno collaborato a un traffico di materiale nucleare proveniente dalla dismissione di una centrale nell’ex Congo belga.
Da molti paesi industrializzati partono ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti verso i paesi dell’Africa e dell’Asia, considerati come le pattumiere del mondo. Il traffico di rifiuti viaggia sulle stesse rotte del traffico di armi. È quanto avviene, per esempio, in Somalia: l’assassinio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin è stato collegato a un’inchiesta che stavano conducendo su questi intrecci. In Africa aree dell’ex Sahara spagnolo, del Malawi, dello Zaire e del Mozambico sarebbero state utilizzate per lo smaltimento di rifiuti. Anche i paesi ex comunisti vengono usati come pattumiere. Queste operazioni sarebbero impossibili senza il coinvolgimento delle istituzioni locali.
Un sistema impiegato per occultare grandi masse di rifiuti pericolosi è quello delle “carrette”, cioè navi fatiscenti che vengono fatte affondare. Tra il 1979 e il 1995 nelle vicinanze delle coste italiane sono state affondate 39 navi: ci sono state numerose denunce dei Lloyds di Londra che hanno dovuto pagare i premi assicurativi.
Le organizzazioni criminali offrono un servizio alle grandi multinazionali, impegnate nella gara concorrenziale e spinte a realizzare i maggiori risparmi nello smaltimento dei rifiuti. Ciò significa che c’è un rapporto tra imprese produttrici di rifiuti e gruppi criminali in grado di assicurarne regolarmente lo smaltimento, senza rischi per le imprese.
Tra i rifiuti smaltiti illecitamente ci sono anche i prodotti chimici utilizzati per produrre droghe sintetiche.

Il traffico di fauna selvatica e di specie protette a livello mondiale avrebbe un giro d’affari di 6-7 miliardi di dollari l’anno. Molti degli Stati esportatori di animali, per esempio Bolivia, Colombia, Thailandia sono anche coinvolti nel traffico di stupefacenti.


Bibliografia
Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, Le rotte delle ecomafie, Roma 2001.
Cianciullo Antonio – Fontana Enrico, Ecomafia, Editori Riuniti, Roma 1995.
Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, Proposta di documento sui traffici illeciti e le ecomafie, 25 ottobre 2000.
Legambiente, Rapporti di vari anni.
O’Connor James, La seconda contraddizione del capitalismo: cause e conseguenze, in “Capitalismo, Natura, Socialismo”, n. 6, dicembre 1992.
Santino Umberto, Il ruolo della mafia nel saccheggio del territorio, in Idem, Casa Europa, Centro Impastato, Palermo 1994, pp. 21-45.
Troiano Ciro, Zoomafia. Mafia, camorra & gli altri animali, Edizioni Cosmopolis, Torino 2000.


L’industria della morte. Droghe, armi, organi umani

Il traffico di droghe

Il traffico internazionale di sostanze stupefacenti negli ultimi anni ha visto il moltiplicarsi delle sostanze classificate come psicoattive e abitualmente denominate droghe (ai derivati della cannabis, agli oppiacei e alla cocaina si sono aggiunte varie droghe sintetiche, tra cui la più diffusa è l’ecstasy ), il proliferare di gruppi criminali dediti alla produzione e alla commercializzazione, la diffusione del consumo.
Le zone tradizionali di produzione sono: per l’oppio il Triangolo d’oro (Birmania, Laos, Thailandia) e la Mezzaluna d’oro (Afghanistan Iran, Pakistan); per la foglia di coca: Bolivia, Colombia, Perù, Ecuador; per la marijuana: Messico, Colombia, Giamaica; per l’hashish: Libano, Pakistan, Afghanistan, Marocco.
Negli ultimi anni coltivazioni di coca e di papavero da oppio sono state installate in nuove aree del mondo, per esempio la coca nella Repubblica democratica del Congo e il papavero in Kenya.
Secondo il World Drug Report dell’Undcp (Programma antidroga delle Nazioni Unite) del gennaio 2001, la produzione di cocaina sarebbe diminuita del 20%, mentre sarebbe stabile quella di oppio, invertendo il precedente andamento di crescita, e la produzione di derivati dalla cannabis sarebbe di circa 30.000 tonnellate all’anno. Il traffico invece si sarebbe globalizzato, però i dati sui sequestri dimostrerebbero che molti paesi hanno cominciato ad affrontare seriamente il problema.
Sempre secondo il rapporto dell’Undcp negli ultimi anni ’90 i consumatori di droghe sono stati circa 180 milioni: 144 milioni di cannabis, 29 milioni di stimolanti tipo amfetamine (Ats), 14 milioni di cocaina, 9 milioni di eroina. Negli USA si sarebbe registrata una diminuzione del 40% del consumo complessivo di droghe, del 70% per la cocaina, in seguito all’incremento degli investimenti per la riduzione della domanda.
Questi dati vengono contestati da organismi e studiosi che considerano il rapporto falsato da una volontà apologetica del lavoro svolto dall”Undcp: nel rapporto non si parla delle droghe sintetiche, della criminalità organizzata e del riciclaggio e i dati sarebbero stati manipolati.
Quel che è certo che le campagne di eradicazione hanno portato a una diminuzione della produzione di coca in Bolivia e Perù, compensata dall’incremento in Colombia (da 44.700 ettari del 1994 si è passati a 122.500 ettari nel 1999) dove fino a dieci anni non c’erano coltivazioni di oppio mentre oggi si producono più di 100 tonnellate: il paese è diventato il quarto produttore mondiale e il primo fornitore di eroina per gli Stati Uniti. C’è stata una diminuzione della produzione di oppio in Pakistan ma un aumento in Afghanistan. In Pakistan è aumentato il consumo di eroina: i tossicodipendenti sarebbero circa un milione e mezzo, più dell’intero mercato europeo e statunitense.
Nel caso delle droghe naturali i profitti più rilevanti vanno ai paesi consumatori, con uno scarto tra il prezzo delle materie prime e del prodotto finito e distribuito in piccole dosi tra 1000 e 2500 per cento.
Le stime dei proventi oscillano tra i 300 e gli 800 miliardi di dollari l’anno, tra droghe naturali e sintetiche. Più contenuta la valutazione del Gafi (Gruppo d’azione finanziaria internazionale): 122 miliardi di dollari.
Il proibizionismo introdotto nel 1914 negli Stati Uniti si è imposto a livello internazionale con la stipula di convenzioni, la più recente è quella di Vienna del 1988. Si parla di una vera e propria “guerra alla droga” con la presidenza di Ronald Reagan e l’avvio delle campagne di eradicazione delle piante da droga realizzate attraverso l’intervento militare, particolarmente pesante in America Latina. Recentemente, con uno stanziamento del Congresso Usa di 1.374 milioni di dollari, è stato varato il Plan Colombia, un programma di fumigazioni delle coltivazioni di coca e di sostegno alla politica del presidente colombiano Andrés Pastrana, che comporta l’intervento militare diretto degli Stati Uniti non solo sul territorio colombiano, dove da molti anni operano gruppi guerriglieri, ma in un’area più vasta.


Droghe e armi

La droga è stata la ragione per lo scatenamento di conflitti armati, come le guerre dell’oppio tra Inghilterra e Cina (la prima dal 1839 al 1842, la seconda dal 1856 al 1858), o ha funzionato come moneta per il finanziamento dei conflitti, come nel Sud-est asiatico, in Afghanistan, in America centrale (i contras antisandinisti in Nicaragua), con un ruolo di primo piano dei servizi segreti, in particolare della Cia, e più recentemente in America latina e nei Balcani, e il traffico di droghe spesso è collegato con quello delle armi e da qualche tempo con quello di materiali nucleari.
Già negli anni ’70 e ’80 l’inchiesta del giudice Carlo Palermo aveva portato alla luce un fitto intreccio di traffici di armi e droga che vedeva al centro esponenti di organizzazioni criminali (mafia siciliana, turco-siriana, altri trafficanti), compagnie di trasporti, imprese, la loggia massonica P2, servizi segreti, da quello bulgaro alla Cia, e riforniva di armi (dai carri armati agli elicotteri, alle bombe atomiche) vari paesi.
Negli ultimi anni, in seguito al crollo dei paesi socialisti, con lo smantellamento degli arsenali, e in coincidenza con i conflitti nell’area dei Balcani, il traffico di armi si è intensificato e ha visto affermarsi il ruolo delle mafie dell’Est. Nell’aprile del 2001 la Dia (Direzione investigativa antimafia) di Torino ha tratto in arresto il petroliere ucraino Alexander Zhukov, il cosiddetto “re dei missili”, e sequestrato duemila tonnellate di armi. Il traffico era gestito da uomini dell’ex Kgb e dalla “Brigata del Sole”, un potente clan della mafia russa, e ha alimentato nei primi anni ’90 il conflitto serbo-croato. Parte del ricavato del traffico sarebbe confluito nella Trade Concept, una società di Jersey (Gran Bretagna) definita dagli investigatori “il motore finanziario di un’enorme holding impegnata nel commercio internazionale di petrolio greggio e derivati”, di cui Zhukov è socio.
Il traffico illegale di armi è solo una parte di un più vasto fenomeno: la produzione e il commercio di armamenti che si intensificano all’interno del quadro attuale delle relazioni internazionali. Le proposte di riconversione dell’industria bellica si scontrano con questa realtà. Nel luglio del 2001 le Nazioni Unite hanno presentato un rapporto sulle armi leggere, adatte a usi sia civili che militari: senza contare quelle in possesso clandestino, ci sono in circolazione circa 550 milioni di armi da fuoco, 305 milioni in possesso di privati. Il commercio legale avrebbe un volume d’affari di circa 4 miliardi di dollari l’anno, per quello illegale si parla di un miliardo. I principali paesi produttori sono Stati Uniti, Cina e Russia. In Italia alcune associazioni e organizzazioni non governative hanno promosso una campagna sulle armi leggere, chiedendo la moratoria delle vendite ai paesi africani, in cui le armi vengono usate nelle guerre in corso, e la campagna “Banche armate”, contro le banche che finanziano operazioni legate al commercio internazionale di armamenti.


Il traffico di organi

Tra i caratteri più disumani della globalizzazione è la mercificazione degli esseri umani, con lo sfruttamento del lavoro a costo zero o irrisorio e la riduzione dei corpi a prodotti usa e getta e a banca di organi. Uomini, donne, vecchi e bambini vengono tratti in schiavitù per essere utilizzati per i lavori più faticosi o per essere avviati alla prostituzione. I “nuovi schiavi” sarebbero secondo alcune fonti 27 milioni, ma altre fonti parlano di non meno di 200 milioni. Secondo l’Ilo (Organizzazione internazionale per il lavoro) i bambini che lavorano in condizioni disumane sarebbero 250 milioni. Il giro d’affari della prostituzione non sarebbe inferiore a quello delle droghe.
Anche se le prove giudiziarie sono ancora inadeguate, il traffico di organi umani sarebbe in pieno sviluppo ed è in gran parte sotto il controllo di organizzazioni criminali, che però non potrebbero agire senza la collaborazione di medici specialisti e di strutture ospedaliere. I casi di cui si parla sono svariati: dall’immigrato che paga il costo del viaggio con l’espianto di un organo ad adulti e bambini fatti sparire, ai caduti nelle guerre in corso (per esempio, durante la guerra in Cecenia ci sarebbero stati reparti speciali che prelevavano organi dai corpi dei soldati caduti in combattimento), ai condannati a morte in Cina.
Negli anni ’80 e ’90 al centro del traffico d’organi era l’India dov’era possibile comprare organi legalmente; secondo una recente inchiesta il mercato illegale degli organi negli ultimi anni avrebbe come centrale la Turchia. Almeno duecento “donatori” di reni sarebbero venuti dalla Moldavia, un paese poverissimo dove non ci sono soldi per pagare l’elettricità nelle strade e dove opera una “mafia internazionale degli organi umani”. A chi si sottopone all’espianto vanno 6 milioni in lire italiane, mentre il chirurgo che pratica i trapianti illegali chiede da 200 milioni a mezzo miliardo, per un giro d’affari di 2 miliardi al mese.


Bibliografia
AA.VV., L’Onu e la guerra alla droga. Gli ultimi fuochi, in “Narcomafie”, aprile 2001.
Commissione antimafia, Relazione sul traffico di esseri umani, Roma 2001.
Labrousse Alain – Koutouzis Michel, Géopolitique et Géostrategie des Drogues, Economica, Paris 1996. Trad. italiana, Geopolitica e geostrategie delle droghe, Asterios, Trieste 1997.
OGD, La géopolitique mondiale des drogues 1998-1999, Avril 2000.
Santino Umberto – La Fiura Giovanni, Dietro la droga, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993.
UNDCP, World Drug Report 2000, Vienna 2001.

 

Stati-mafia

L’espressione Stati-mafia è stata impiegata negli ultimi anni per designare alcuni Stati direttamente impegnati in attività criminali. Si tratta in particolare di Stati balcanici, come la Serbia e l’Albania, nati dopo la dissoluzione dei regimi socialisti. In questi paesi le organizzazioni mafiose locali, dedite al traffico di droghe e di armi e con un ruolo di primo piano nelle guerre che hanno insanguinato l’area balcanica, si sono annidate ai vertici delle istituzioni, dando vita a regimi criminocratici.
Situazioni sostanzialmente omologhe si sono registrate in altri paesi ex socialisti, a cominciare dalla Russia, dove le organizzazioni criminali si sono sviluppate dal seno stesso del Kgb e del Pcus e le borghesie in ascesa sono espressione di gruppi criminali, mentre pratiche illegali e corruzione allignano ai vertici del potere, come nel caso della famiglia Eltsin, coinvolta in operazioni di riciclaggio di capitali attraverso banche di vari paesi.


Narcocrazie e criminocrazie

L’espressione Stati-mafia è nuova ma il fenomeno non lo è e non si può dire che sia limitato ai paesi ex socialisti. Di criminocrazia, più esattamente di narcocrazia, si è parlato per vari paesi, i cui governanti sono risultati direttamente coinvolti nel traffico di droghe, e tra i casi più eclatanti si citano la dittatura del generale García Meza in Bolivia, il regime di Noriega in Panama, il regime militare in Birmania.
Nella storia della mafia siciliana il rapporto con le istituzioni si può considerare un dato costitutivo e si inscrive all’interno dei processi di formazione delle classi dominanti e della concreta configurazione della forma Stato. Nell’esperienza storica italiana il monopolio statale della forza formalmente non è mai venuto meno, ma di fatto, per quanto riguarda i rapporti con la mafia, si è dato luogo a una duplice dualità. Per un verso c’è la doppiezza della mafia, che è insieme fuori e contro lo Stato, in quanto non riconosce il monopolio statale della forza, ha un suo codice e un suo sistema di giustizia, ma è pure dentro e con lo Stato per le sue attività legate all’uso del denaro pubblico e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica.
Anche lo Stato è doppio, nel senso che esso ha rinunciato parzialmente al monopolio della forza delegando alla mafia compiti repressivi quando il conflitto sociale non era regolabile attraverso le vie legali (si veda in particolare tutta la storia del movimento contadino) e legittimando la violenza mafiosa attraverso l’impunità, e quando ha dovuto rispondere all’incremento della delittuosità mafiosa che colpiva anche uomini delle istituzioni, come negli anni ’80 e ’90, lo ha fatto in un’ottica di emergenza, cioè di risposta contingente alla sfida mafiosa, ripristinando ben presto condizioni di convivenza.
Il discorso non va limitato alla mafia. All’interno dello Stato italiano si sono verificati processi di criminalizzazione del potere e si sono formate delle vere e proprie istituzioni criminali. Tali possono essere considerati i cosiddetti “poteri occulti” (come i servizi segreti “deviati” , i cui dirigenti erano iscritti alla loggia massonica P2) che hanno avuto un ruolo nelle stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, in collaborazione con gruppi neofascisti e altri soggetti interessati a respingere con ogni mezzo partiti e movimenti che mettevano in forse l’assetto di potere.
Anche in paesi come gli Stati Uniti ci sono stati fenomeni di criminalità del potere, come nel caso dell’assassinio del Presidente Kennedy, volutamente non chiarito in sede giudiziaria.
Gli Stati-mafia, pertanto, non sono soltanto nei Balcani o in paesi dittatoriali (dalla Grecia dei colonnelli all’America latina) ma l’espressione può essere usata per rappresentare un duplice fenomeno: le connessioni tra organizzazioni criminali e istituzioni, spesso rappresentate da uomini incriminati per corruzione o per mafia, come in Turchia, dove sono al governo uomini della banda politico-criminale dei Lupi grigi, e nell’Italia berlusconiana, e l’uso, continuativo o anche episodico, di pratiche criminali da parte delle istituzioni stesse.


Bibliografia
AA.VV., Gli Stati mafia, quaderno speciale di “Limes”, maggio 2000.
U. Santino, La mafia come soggetto politico, Centro Impastato, Palermo 1994.