Giovanni Burgio

Intervista a Umberto Santino sui tren’anni del Centro

In questi trent’anni quali ritiene siano state le battaglie più importanti affrontate dal Centro, oltre ovviamente tutta la vicenda di Peppino Impastato?

La battaglia più lunga dall’inizio della nostra attività a oggi è stata quella contro la scarsità di risorse. Siamo autofinanziati, poiché finora non siamo riusciti ad ottenere delle norme che stabiliscano dei criteri oggettivi per l’erogazione di fondi pubblici (gli altri centri nati dopo di noi sono finanziati con leggine-fotografie) e quindi abbiamo avuto notevoli difficoltà a mettere in piedi la struttura (biblioteca, emeroteca, archivio), a condurre le nostre attività di ricerca e documentazione e a pubblicare. In alcuni casi abbiamo trovato degli editori, altre volte abbiamo pubblicato direttamente con grossi problemi per la distribuzione.
L’impegno del Centro si è sviluppato su vari terreni, dalla lotta alla mafia a quella per la pace, soprattutto negli anni in cui si volevano installare i missili a testata nucleare a Comiso. Certo l’impegno più gravoso è stato quello per Peppino Impastato. Prima abbiamo dovuto smantellare la montatura che lo voleva terrorista e suicida, poi abbiamo cercato di salvarne la memoria, e per molti anni siamo stati in pochi ed eravamo considerati i compagni del terrorista. Per avere giustizia ci sono voluti più di vent’anni e in tutto questo tempo non ci siamo limitati a chiedere giustizia ma abbiamo stimolato in tutti i modi la magistratura, raccogliendo elementi di prova, presentando esposti e dossier. Una svolta c’è stata con la pubblicazione della storia di vita della madre di Peppino nel volume La mafia in casa mia, dove Felicia raccontava del viaggio del marito negli Stati Uniti dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla distribuzione di un volantino in cui Peppino lo attaccava duramente. Negli Stati Uniti Luigi Impastato, parlando con una parente, le aveva detto: “Prima di uccidere Peppino debbono uccidere me”. Su questa base si è riaperta l’inchiesta ma per arrivare al processo c’è voluta la dichiarazione di un mafioso collaboratore di giustizia che faceva parte della famiglia Badalamenti. Si è arrivati a lui per una nostra richiesta di interrogarlo sul delitto Impastato, dopo aver appreso dalla stampa che un badalamentiano collaborava con la giustizia. Poi, com’è noto, ci sono stati due processi, uno contro il vice di Badalamenti, Palazzolo, l’altro contro Badalamenti, conclusi con trent’anni di carcere e con l’ergastolo. Sul comportamento di rappresentanti delle forze dell’ordine e della magistratura abbiamo chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di occuparsene, dato che il riferimento contenuto in una prima sentenza del 1984 non aveva avuto seguito, Nel dicem
e del 2000 la Commissione ha approvato una relazione in cui si riconosce che carabinieri e magistrati, indirizzando le indagini solo sull’ipotesi dell’atto terroristico, avevano depistato e coperto i mafiosi. La vittoria è stata quindi su tutta la linea. Ora però dobbiamo raddrizzare e integrare l’immagine mediatica, alquanto riduttiva, formatasi in seguito al grande successo del film: Peppino non era un Peter Pan di provincia che faceva piazzate notturne ma un dirigente politico, non era subalterno al Pci ma si muoveva autonomamente fin da giovanissimo, Badalamenti non era un benefattore della famiglia Impastato e l’inchiesta si è riaperta non per autonoma volontà della procura, ma per l’impegno quotidiano della madre e del fratello di Peppino, di alcuni compagni di militanza e di noi del Centro di Palermo, intitolato a Peppino quando quasi tutti lo consideravano un terrorista.


La mafia nel corso del tempo è cambiata o è strutturalmente e nelle sue caratteristiche fondamentali sempre la stessa?

Prima bisognerebbe dire cosa per noi si intende per mafia. Non c’è solo Cosa nostra con qualche altro gruppo di criminali organizzati, c’è soprattutto un sistema di relazioni con soggetti formalmente esterni: professionisti, imprenditori, amministratori, politici, rappresentanti delle istituzioni. Quella che chiamiamo “borghesia mafiosa”. Storicamente la mafia intreccia continuità e innovazione, come del resto tutti i fenomeni di durata. Ci sono aspetti permanenti, a cominciare dalla “signoria mafiosa”, cioè il controllo, tendenzialmente totalitario, sulle attività e sulle relazioni che si svolgono sul territorio. L’estorsione è una forma di esercizio di questo signoraggio territoriale, una sorta di fiscalità criminale che vuol dire: qui comandiamo noi. I pizzi sono documentati sulla piazza di Palermo fin dal XVI secolo, quando più che di mafia si può parlare di “fenomeni premafiosi”. Anche l’uso della violenza è una costante, almeno nelle fasi in cui si svolge la gara egemonica interna ed esterna, con l’eliminazione dei concorrenti e di chi ostacola l’attività dei gruppi mafiosi. Ma anche l’elasticità, l’adattamento ai mutamenti del contesto, l’inserimento nelle nuove attività più redditizie si può considerare un dato strutturale. Antico e nuovo convivono in un rapporto di reciproca funzionalizzazione.


La mafia si può sconfiggere? E se sì, come?

Si può lottare e sconfiggere se si è capaci di confrontarsi con il fenomeno mafioso in tutti i suoi aspetti: crimine, accumulazione, potere, codice culturale, consenso sociale. E se si agisce non solo sulla leva della repressione ma pure su quella della prevenzione e si mette in agenda non solo la lotta contro i cinque-seimila affiliati ai gruppi mafiosi ma pure lo smantellamento del sistema relazionale.
Bisogna agire sugli aspetti che rendono mafiogena una società: l’esiguità dell’economia legale e la gracilità delle infrastrutture sociali, per cui l’illegalità è una risorsa per ampi strati della popolazione e l’associazionismo criminale un rifugio rassicurante, la prassi della politica come ricorso ai santi protettori e della vita quotidiana come competizione aggressiva e con tutti i mezzi. Occorre un progetto non un pronto soccorso. Tutta la legislazione antimafia è legata all’idea di mafia come emergenza delittuosa e non come fenomeno continuativo e anche buona parte delle iniziative della società civile è legata dall’emozione suscitata dai grandi delitti e dalle stragi. La lotta contro la mafia dev’essere un impegno continuativo, quotidiano e deve essere capace di costruire concrete alternative, come l’uso razionale delle risorse e la partecipazione democratica, senza deleghe a presunti liberatori.


Perché il lavoro del Centro Impastato è costantemente ignorato dai politici, dall’università, dalle istituzioni e dai media?

Non sarei così drastico. Il Centro non è una cittadella assediata. Siamo riusciti ad ottenere risultati significativi. Parecchie ricerche del nostro programma sono state condotte a termine e pubblicate, lavoriamo moltissimo nelle scuole, siamo invitati nelle altre regioni d’Italia e all’estero. Senza un rapporto con alcuni uomini politici non si sarebbe potuta fare la relazione della Commissione antimafia sul depistaggio per il delitto Impastato. Abbiamo fatto corsi e seminari in alcune Università, altre usano come li
i di testo nostre pubblicazioni. In manuali in uso presso Università americane le pagine sulla mafia italiana sono scritte da me. Certo, non sempre abbiamo un riconoscimento adeguato. Sui media non abbiamo molto spazio, anche perché testate che si definiscono “di sinistra” praticano più o meno accentuate forme di bigottismo e di appartenenza e noi siamo rigorosamente non appartenenti. Ora molti parlano di borghesia mafiosa ma spesso si dimentica di ricordarne la paternità. Dopo il successo del film su Peppino sono nati associazioni e sezioni di partito a lui dedicate che spesso ignorano il nostro lavoro, poiché si fermano all’icona cinematografica, molto più “digeribile” del Peppino reale.
Tutto questo può amareggiarci ma non scoraggiarci: sapevamo fin dall’inizio che il nostro lavoro, fuori dagli schemi, per il tipo di analisi e di attività che svolgiamo, sarebbe stato difficile. Ci sono state delusioni nei nostri tentativi di creare coordinamenti e reti o di farne parte. Nel corso degli anni ottanta si concluse negativamente l’esperienza del Coordinamento antimafia, nato nel 1984 su una nostra proposta, e recentemente siamo usciti da Libera, condizionata da una gestione carismatica incompatibile con la democrazia associativa, con referenti regionali nominati e non eletti, dirigenti che “scompaiono” senza nessuna discussione, impegni presi e proposte accolte e poi lasciati cadere. Comunque ci riproviamo, anche dopo le delusioni. Per adesso lavoriamo alla realizzazione di una iniziativa ambiziosa: il Memoriale laboratorio della lotta alla mafia, che comprenda un percorso storico, un itinerario didattico, una biblioteca e un archivio molto più grandi di quelli che abbiamo costituito con il Centro, una casa delle associazioni e uno spazio di socializzazione, un laboratorio di iniziative unitarie. Stiamo provando a mettere insieme vari soggetti e ci auguriamo che questa volta ci si riesca. E anche per gli impegni nel sociale, come l’antiracket e le lotte dei senzacasa, abbiamo realizzato buoni rapporti con quel che si muove sul territorio, per esempio con Addiopizzo, che ha raccolto il testimone di Libero Grassi (siamo stati tra i pochissimi che l’hanno sostenuto quando era vivo) e il comitato “12 luglio” che rappresenta una svolta nelle lotte per le case a Palermo, avendo individuato, anche con il nostro aiuto, nelle case confiscate ai mafiosi una possibile strada per risolvere almeno parzialmente uno dei tanti problemi permanenti della città.

Pubblicato su “Centonove” del 13 luglio 2007