Umberto Santino

La mafia torna a uccidere? Non ha mai smesso di usare la violenza

L’omicidio di Giuseppe Di Giacomo, fratello di un capomafia della famiglia storica di Porta nuova e forse reggente della cosca, avvenuto nel pomeriggio del 12 marzo, in una strada del quartiere Zisa affollata e di grande traffico, mentre rientrava a casa in macchina con accanto il nipotino di 9 anni, scampato alla sparatoria, ha riproposto un vecchio interrogativo, puntualmente replicato a ogni delitto di mafia: la mafia è tornata a uccidere, dopo un periodo di silenzio, e questo delitto può dare l’avvio a una nuova fase conflittuale, preludio a un’ennesima guerra di mafia?
Capisco, ma non condivido, la sorpresa di quanti hanno pensato e scritto che la mafia da tempo non spara più e questo sarebbe l’effetto di una mutato clima sociale che negherebbe consenso alla mafia. Queste affermazioni mi sembrano più il frutto di un desiderio che di un’analisi documentata o documentabile. In primo luogo non risponde al vero che la mafia da molti anni non commette omicidi. Si ricordino, negli ultimi anni, e solo a Palermo, le uccisioni dell’imprenditore Nicolò Romeo (11 gennaio 2010), dell’avvocato Enzo Fragalà (23 febbraio 2010), del mafioso Davide Romano (5 aprile 2011), dello spacciatore Claudio De Simone (8 aprile 2011), del capomafia di Santa Maria di Gesù Giuseppe Calascibetta (20 settembre 2011), dello spacciatore Antonio Zito (12 dicembre 2012), del mafioso Francesco Nangano (17 febbraio 2013). Altri omicidi in provincia (faida a Misilmeri con più morti) e in altri centri della Sicilia. Non bastano? Ci vuole un nuovo “attentatuni” per tornare a preoccuparsi? Che Porta nuova sia un punto caldo lo si doveva capire già prima, con l’uccisione, il 13 giugno del 2007, del reggente Nicola Ingarao. Ora bisognerà vedere se ci sono testimoni per il delitto Di Giacomo, oltre il nipotino che si dice assistito da psicologi. Per gli adulti che non vedono, non sentono e non parlano ci vogliono l’oculista e l’otorino? Intanto prendiamo atto che il funerale del boss è stato un vero trionfo, con il gonfalone della confraternita delle Anime sante, le saracinesche dei negozi abbassate, gli applausi di centinaia di partecipanti, i cori da stadio, la messa in chiesa. Ma come? Palermo non era cambiata e aveva voltato le spalle alla mafia? A quanto pare no. Chi vuole illudersi continui a farlo. Purtroppo non faccio parte di questa scuola di pensiero. Preferisco guardare in faccia la realtà e tenere i piedi per terra.
Dopo le stragi dei primi anni Novanta la mafia ha rinunciato alla violenza eclatante, rivolta verso l’alto, perché ha capito che quella violenza ha avuto effetti boomerang e quindi è salutare evitarla. La strategia della sommersione degli ultimi decenni ha solo questo significato: la constatazione che il cosiddetto “omicidio eccellente” è controproducente, non la rinuncia all’uso delle armi. Così il ricorso alla violenza in forma omicidiaria si è limitato ad operazioni di “potatura”, per usare un’espressione di Giovanni La Fiura, coautore del libro L’impresa mafiosa. Dall’Italia agli Stati Uniti, pubblicato nel lontano 1990, 24 anni fa. E la potatura ha soprattutto riguardato soggetti impegnati in scalate che potevano mettere in forse assetti di potere: personaggi che hanno approfittato dei vuoti lasciati dai boss in carcere che, tornati in libertà, vogliono riprendere il loro posto; emergenti che cercano di farsi strada nell’organizzazione, nella signoria territoriale, nei traffici illegali. Il che vuol dire che la gara egemonica continua a svolgersi in forme violente, con l’eliminazione fisica del concorrente.
Poi c’è la serie interminabile di attentati, danneggiamenti, intimidazioni, a magistrati, pubblici amministratori, imprenditori e commercianti che ancora in gran parte continuano a pagare il pizzo. Anche queste sono forme di violenza. La “forza di intimidazione”, che si configura come violenza attuata o minacciata, si inscrive nello statuto della mafia come soggetto politico, che non riconosce il monopolio statale della forza e prescrive la pena di morte per chi non osserva le sue regole o ostacola i suoi interessi. Non per caso è entrata nella definizione contenuta nell’art. 416 bis che ha introdotto il reato di associazione di tipo mafioso.
Sarei propenso alla cautela quando si parla di una società in rivolta, di una presa di coscienza diffusa, se non generalizzata, riproponendo il mito di una società civile che avrebbe fatto, irreversibilmente, il grande salto di qualità, una rivoluzione etica. Il sistema di rapporti dei mafiosi continua a coinvolgere vari strati della popolazione e costituisce ancora un punto di forza e preferirei parlare di “blocco sociale” e di “borghesia mafiosa” piuttosto che di ginecologica “voglia di mafia”. E sul fronte dell’antimafia, se invece di fare discorsi generici si punta lo sguardo sulle attività continuative (nelle scuole, l’antiracket, l’uso sociale dei beni confiscati), si può dire che si è avviato un cammino ma la strada da fare è ancora lunga. E si smetta di pensare l’antimafia come una novità degli ultimi decenni. Finora il più grande movimento antimafia rimane il movimento contadino, con centinaia di migliaia di persone mobilitate per qualcosa di concreto, come il pane quotidiano, il lavoro e altri diritti elementari. Si chiamava: lotta di classe. E finché non si imboccherà la strada dell’antimafia sociale, accanto ai senza casa, ai disoccupati e ai precari, a tutti gli emarginati dai processi di globalizzazione, strutturalmente mafiogeni, l’antimafia resterà astratta e minoritaria.

Pubblicato su “Repubblica Palermo” del 20 marzo 2014, con il titolo: L’illusione svanita della società civile.