Umberto Santino

Le risse nell’antimafia: per fortuna c’è dell’altro…

Il quadro dell’antimafia tracciato dal servizio di Emanuele Lauria è desolante ma coglie solo alcuni aspetti di una realtà che per fortuna è più articolata e complessa. L’antimafia non è solo la vetrina di personaggi abituali frequentatori del palcoscenico mediatico, non si è sviluppata solo sul terreno politico-istituzionale ma anche, o soprattutto, su altri terreni.
Distinguerei tre piani: quello istituzionale, quello politico e quello civile e sociale. Sul primo piano, che riguarda la legislazione, l’attività investigativa e giudiziaria, direi che la svolta registratasi nei primi anni Ottanta con la legge antimafia aveva grossi limiti: la nuova legge rispondeva a una logica fondata sullo stereotipo dell’emergenza (non ci sarebbe stata senza il delitto Dalla Chiesa) ed era arretrata rispetto alla realtà. Infatti coglieva solo la dimensione imprenditoriale di una mafia che, in seguito all’incremento del consumo di stupefacenti, nonostante o grazie al proibizionismo, gestiva un’accumulazione illegale enormemente cresciuta e si era avventurata sul terreno finanziario. Anche le altre leggi sono venute dopo le stragi del ’92 e del ’93 e solo l’impegno di alcuni magistrati, nonostante lo smantellamento del pool di Palermo dopo il successo del maxiprocesso, è riuscito a dare continuità a un’attività che si sarebbe voluta temporanea e schiacciata sulla dimensione criminale. Le inchieste fondate sul concorso esterno, non regolato con atto legislativo, e i processi più noti, come quello ad Andreotti, conclusosi “all’italiana”, e quello in corso sulla trattativa mafia-Stato, sono più il frutto di scelte individuali o di gruppo, non senza contrasti interni, che di una strategia complessiva. L’esigenza di mettere ordine nella legislazione antimafia, di redigerne un corpus organico, è stata sostanzialmente tradita dal cosiddetto “codice antimafia”, ma, premier Berlusconi, non ci si poteva aspettare di meglio.
Sul piano politico, la crisi della forma-partito, sull’onda lunga di Tangentopoli, ha dato vita a clan padronali e nominativi, espressioni di un deficit di cultura democratica nel nostro Paese, le cui radici sono lontane. In questo contesto sono stati candidati ed eletti parenti di vittime della mafia e ultimamente si è consumata la disavventura elettorale di uno dei magistrati più impegnati in inchieste sulla mafia. Ora assistiamo a una vera e propria rissa, in cui l’etichetta di antimafioso viene assegnata o negata in base all’indice di gradimento nei confronti di capi più o meno improvvisati e le storie personali si riscrivono in base alla direzione del vento.
Ma c’è un’altra antimafia, quella quotidiana, che poggia sull’impegno di insegnanti, nonostante la crisi della scuola pubblica dovuta a una politica che mira a diroccare uno dei pochi presidi democratici sul territorio, di centri, comitati e associazioni che sono riusciti a formare un tessuto di società civile e di antimafia sociale, costituendo un patrimonio di analisi e di esperienze che può fare da base a un movimento con una più ampia partecipazione.
Anche la società civile non va mitizzata e anche qui non mancano problemi, legati alle peculiarità dell’azione sociale nel mondo contemporaneo, analizzate dagli studiosi più avvertiti (precarietà di gran parte dei soggetti impegnati, monotematicità e mancanza di un progetto generale), o ai comportamenti delle varie componenti (in Sicilia non si è riusciti a cancellare la vergogna di finanziamenti discrezionali e a ottenere una regolazioni sulla base di criteri oggettivi) o alla scarsa capacità di convivenza tra anime diverse, per cui le strutture di coordinamento ben presto si dissolvono e le aggregazioni nazionali si reggono su forme di leaderismo carismatico. Comunque è questa antimafia, legata al territorio, che bisognerà sviluppare. E forse con un movimento antimafia più forte e diffuso si riuscirà a incidere sugli altri terreni. Sul terreno politico-istituzionale le difficoltà che ancora oggi si riscontrano per integrare la fattispecie dello scambio elettorale politico-mafioso sono la riprova della mancanza di volontà di affrontare il problema dei rapporti tra mafia e politica e sono certo che non gioveranno a risolverlo prassi compromissorie e liturgie unanimistiche. Negli anni scorsi si è assistito all’assieparsi davanti alla lapide che ricorda l’assassinio di Chinnici e degli altri caduti della strage del 29 luglio 1983 di rappresentanti del governo berlusconiano, che non avevano nulla da spartire con quel magistrato. E non è stato un caso unico. La stessa cosa si può dire per Giovanni Falcone, diventato amico di tutti dopo morto, anche di quelli che più l’hanno avversato da vivo. La manipolazione della memoria, in forma di appiattimento e amputazione della radicalità (assolutamente necessaria se si vogliono attuare cambiamenti reali), o anche di eroicizzazione, può essere funzionale alla spendita dell’antimafia come rendita ereditaria e jolly da giocare nell’arena mediatica e sul mercato elettorale.
Sciascia criticava i “professionisti dell’antimafia”, ma i professionisti sono necessari, sono i dilettanti e gli opportunisti che sono dannosi.

Pubblicato su “Repubblica-Palermo” del 16 aprile 2014, con il titolo: Alla vera antimafia servono i professionisti.