Umberto Santino

L’industria della pandemia

 

Si susseguono quotidianamente dichiarazioni sul possibile ruolo delle mafie nel dopo virus. A lanciare l’allarme prima sono stati il capo della polizia Gabrielli, il procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho, i procuratori di Milano e Napoli, Greco e Melillo, ora si è unita la ministra dell’Interno Lamorgese. Il rischio che le mafie si inseriscano nella gestione delle attività in programma è reale e i precedenti, anche se non avevano questa portata, lo dimostrano. Ad esempio, per il terremoto in Irpinia si parlò di “economia di catastrofe”, con buona parte dei fondi che finì nelle tasche dei camorristi.

Le mafie potrebbero intervenire a due livelli. Il primo: accaparrarsi quote consistenti dei fondi pubblici stanziati per fronteggiare gli effetti indotti dalla pandemia e per rilanciare l’economia, attraverso il condizionamento degli appalti, l’offerta di servizi e forniture; il secondo: prestare denaro a soggetti emarginati dalla crisi e gestire una sorta di “welfare” elementare per settori della popolazione il cui disagio sociale si aggraverà esponenzialmente. Si parla di 10 milioni di persone a rischio povertà.

Sono gli effetti i di quello che, con qualche infedeltà rispetto alle categorie introdotte dal nazistissimo Carl Schmitt, è stato chiamato, anche da chi scrive, “stato d’eccezione”, perché l’espressione rappresenta efficacemente una situazione, che non sarà la guerra mondiale, ma nega o comprime libertà fondamentali, come la mobilità sul territorio, ha una dimensione planetaria, ha stravolto la vita quotidiana e provocato una crisi che si ritiene più grave di quella del 1929.

Se il rischio c’è, bisogna vedere come farvi fronte, sul piano della prevenzione, prima che su quello della repressione, a buoi scappati. Intanto bisogna tener conto dell’entità dei fondi pubblici e della destinazione della spesa, e molto si deciderà a livello europeo, se si riesce a vincere le resistenze dei crociati del fondamentalismo mercatista. Il problema non è tanto scegliere tra il Mes, senza condizioni, ma il trattato che l’ha istituito le prevede, e gli eurobond, quanto mutare politica, varando un piano di investimenti che metta al centro il lavoro e affronti i grandi problemi che abbiamo davanti, dalla pandemia, che rischia di essere più che un’emergenza congiunturale, ai disastri ambientali, alle migrazioni, e non si limiti alla contabilizzazione di qualche punto di Pil. Il Recovery Fund può essere un primo passo in questo senso. Keynes ritorna, anche per i coltivatori di tulipani che non avrebbero a chi venderli. Ma se non ci sarà una mobilitazione come quella che c’è stata per i mutamenti climatici non penso che ci sarà un effettivo cambiamento.

I fondi per le opere pubbliche saranno utilizzati tramite gli appalti e qui bisogna intervenire radicalmente, snellendo le procedure e calibrando i controlli. Ed è centrale in Italia il problema della burocrazia. Forse lo “stato d’eccezione” può essere l’occasione per una riforma di apparati che sono insieme paralizzanti e aperti a ogni tipo di infiltrazione. Bisogna non sono snellire ma responsabilizzare, evitando lo sport nazionale dello scaricabarile. E resta sempre da affrontare il problema dell’evasione fiscale.

Sul secondo punto: per evitare il ricorso al credito e al “welfare” mafiosi, più che il prestito agevolato attraverso le banche, la strada migliore sarebbe erogare aiuti diretti a fondo perduto, come si è fatto in altri Paesi, e l’assistenza emergenziale dovrebbe evolversi in strategia che miri a liberare dal bisogno parte della popolazione e a sottrarla alla “carità” interessata dei gruppi criminali. Non basta il reddito di cittadinanza.

Questo significa intervenire sugli aspetti che rendono mafiogena una società, per cui le mafie si riproducono, nonostante l’efficacia della repressione. È inutile parlare di legalità quando ci sono strati sociali che vivono di illegalità e la considerano mezzo di sopravvivenza e pratica quotidiana.

La ministra Lamorgese ha parlato anche della regolarizzazione dei lavoratori agricoli immigrati. Adesso si scopre che sono indispensabili e che bisogna sottrarli alla mafia dei caporali. Ma ci sono altri immigrati da liberare dalla quarantena permanente della clandestinità.

Diceva don Abbondio: “È stata un flagello questa peste, ma è stata anche una scopa, ha spazzato via certi soggetti che… non ce ne liberavamo più”. Ma non si può desiderare la pandemia per fare quello che dovremmo fare quando siamo in buona salute.

Pubblicato su Repubblica – Palermo, il 26 aprile 2020, con il titolo: “Rischio mafie nel dopo virus. La risposta spetta all’Europa.