Umberto Santino

Mafia e antimafia nell’era Berlusconi

Ormai il ricordo delle stragi del ’92 e del ’93 si è affievolito e la mafia non fa più notizia. Si è parlato e si continua a parlare di mafia invisibile, sommersa o inabissata, ma per molti questi aggettivi sono sinonimi di inesistente. Se, come pensano in tanti, la mafia esiste solo quando spara ed è un fenomeno di cui preoccuparsi solo quando uccide personaggi noti o notissimi, una mafia che non spara più e non produce “cadaveri eccellenti”, ammesso che ci sia ancora, comunque non merita attenzione.
Lo stereotipo della mafia come emergenza, misurata con il numero dei morti ammazzati, continua a imperare nel nostro Paese. Era forte già prima e nel nome dell’emergenza è stata elaborata tutta la legislazione antimafia, dalla legge del 1982 con cui per la prima volta con più di un secolo di ritardo veniva definita l’associazione di tipo mafioso, una settimana dopo l’assassinio di Dalla Chiesa, alle leggi e ai provvedimenti sfornati dopo le stragi del ’92 e del ’93, in cui sono caduti Falcone e Borsellino. Una volta che i mafiosi hanno rinfoderato le armi, già con il centro-sinistra era cominciato lo smantellamento della legislazione emergenziale. Qualche esempio: la legge costituzionale sul “giusto processo” (art. 111 della Costituzione) ha aperto le porte alla possibilità di rivedere anche processi con sentenze definitive e la nuova regolazione del pentitismo ha reso sempre più difficili e rare le collaborazioni.
Con il centro-destra la situazione non solo si è aggravata ma assistiamo a un salto di qualità. I fatti parlano da soli. Si comincia con le elezioni, in cui vengono candidati ed eletti personaggi sotto processo per mafia, come Marcello Dell’Utri e Gaspare Giudice. Non poteva essere dato un segnale più chiaro di spregio della legalità. Si continua con i primi cento giorni del governo Berlusconi: la depenalizzazione del falso in bilancio, l’inutilizzabilità delle rogatorie internazionali per banali vizi formali, tutelano in primo luogo interessi personali del capo del governo e dei suoi familiari. E questo non era mai avvenuto in più di mezzo secolo di Repubblica. Berlusconi è uno dei 358 superricchi che da soli possiedono quanto il 45 per cento della popolazione mondiale, ma come detentore di un cumulo di interessi, economici, politici, mediatici, è un caso unico nel panorama dei paesi occidentali. È stato un gravissimo errore dei governi di centro-sinistra non avere regolato il conflitto d’interessi e non ci si può scandalizzare se ora il magnate di Arcore lo regola a suo modo.
Non passa giorno che non ci sia un attacco alla magistratura e l’estate scorsa ha destato scandalo una dichiarazione del ministro Lunardi che diceva che bisogna “convivere con la mafia”, come se fosse un fenomeno naturale. Ma gli attacchi alla magistratura e i progetti di abolirne o ridurne l’indipendenza non sono frutto di intemperanze verbali o di carenze nel galateo istituzionale di alcuni ministri, decisamente impresentabili, ma rispondono a una precisa esigenza: il governo Berlusconi ha un modello istituzionale e un modello di accumulazione e sviluppo fondati sull’abolizione o riduzione dei controlli di legalità. Anzi: richiedono una ridefinizione della legalità che è una vera e propria legalizzazione dell’illegalità. Il modello istituzionale si fonda sul rafforzamento del potere esecutivo, l’asservimento del legislativo e la dipendenza del giudiziario, smantellando lo Stato di diritto; il modello di sviluppo mira all’incremento dei capitali, a prescindere dalla loro provenienza (così si spiegano le facilitazioni per il rientro dei capitali dall’estero), e al rilancio delle grandi opere pubbliche, da fare in gran fretta, saltando i controlli. Pazienza se su molte di esse metteranno le mani i mafiosi. Siamo ben oltre la convivenza con la mafia.
Il centro-destra coagula un blocco sociale e propone un modello antropologico fondati sulla competitività con ogni mezzo e sul successo a ogni costo. E qui ci sono forti consonanze con il modello mafioso. Anche se parecchi personaggi del governo e della maggioranza rappresentano la continuità, c’è una buona dose di discontinuità con il potere democristiano. Per avere un’idea basta guardare a come si sono comportati Andreotti e Previti. Il primo, l’uomo più discusso della prima Repubblica, accusato di reati gravissimi (mafia e omicidio), si è presentato regolarmente alle udienze dei processi; il secondo fa di tutto per sfuggire ai giudici, perché si ritiene un perseguitato dalle “toghe rosse”, dai “comunisti”. Il quadro è davvero preoccupante e per ridisegnare un’alternativa non bastano i girotondi e le manifestazioni di piazza. Anche se sono il segnale di un risveglio e di una volontà di rinnovare il quadro dirigente del centro-sinistra, che non ha perso occasione per mostrare la propria incapacità e inadeguatezza.

“Confronti”, n. 6, giugno 2002, p. 6