Umberto Santino

Mafie e droghe tra proibizionismo e crociate antidroga

Nel giugno del 1987, alla fine del processo denominato “Pizza connection”, la Corte distrettuale di New York condannò Gaetano Badalamenti e Salvatore Catalano a 45 anni di carcere. Secondo i magistrati americani Badalamenti per molti anni era stato una sorta di capo dei capi del traffico internazionale di eroina, che dalle raffinerie attorno all’aeroporto di Palermo fluiva incessantemente verso il mercato degli Stati Uniti, e il “gruppo Catalano”, in stretto collegamento con il boss di Cinisi, aveva assunto negli ultimi anni la regia del traffico.
In realtà già allora la mafia siculo-americana non era l’unica organizzazione criminale interessata al traffico di droga, ma con ogni probabilità rivestiva un ruolo di primo piano, se non egemonico.
Quel che è certo è che Badalamenti operava su piste già aperte in precedenza. L’ingresso della mafia siciliana nel traffico di droga era avvenuto molti anni prima. Il primo sequestro di una partita di droga in terra di Sicilia rimonta al 1952: 6 kg di eroina furono sequestrati ad Alcamo, a metà strada tra Palermo e Trapani, e vennero denunciati mafiosi destinati ad avere un ruolo di primo piano nella storia della mafia: Frank Coppola tornato nella sua Partinico dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti, Salvatore Greco esponente della ben nota dinastia palermitana, John Priziola indicato come capomafia di Detroit.
In quegli anni gran parte dei traffici avvenivano fuori dalla Sicilia, ma ad opera di siculo-americani, di cui il più noto era Lucky Luciano che operava in stretta collaborazione con società farmaceutiche, come la Schiapparelli di Torino e la Saicom di Milano, che dirottavano verso il mercato clandestino dell’eroina quantitativi consistenti di morfina usata per scopi farmaceutici. Operavano fuori dalla Sicilia anche i fratelli Salvatore e Ugo Caneba, che imbarcavano verso gli Stati Uniti l’eroina fornita dai corso-marsigliesi e in gran parte prodotta nel laboratorio milanese. Da inchieste degli anni ’60 risulta che la mafia siciliana sarebbe stata “la principale artefice del contrabbando di stupefacenti diretto dalla mafia statunitense” (Commissione antimafia 1976, p. 459).

 

Dal summit di Palermo del 1957 alla Pizza connection

Il patto di collaborazione tra mafia siciliana e mafia nordamericana sarebbe stato siglato nel summit svoltosi a Palermo nell’ottobre del 1957, nella piena indifferenza degli organi investigativi che non furono allarmati dalla presenza all’hotel delle Palme di boss notissimi, come Giuseppe Genco Russo, Joe Bonanno, Lucky Luciano, Gaspare Magaddino. In quell’occasione si sarebbe formato un gruppo operativo composto da membri della famiglia Bonanno con la collaborazione di mafiosi di Partinico e di Castellammare del Golfo, paese d’origine di Bonanno.
Le famiglie mafiose siciliane operavano come fornitrici di droga alle consorelle americane che avrebbero avuto il monopolio della commercializzazione negli Stati Uniti e in Canada. Negli anni ’70 la direzione sarebbe passata dagli americani ai siciliani. Al di là di queste rappresentazioni inficiate da una buona dose di semplificazione, quel che è certo è che la Sicilia in quegli anni diventa laboratorio di produzione. Nel corso del 1980 sono state scoperte varie raffinerie di eroina operanti a Palermo e nelle vicinanze: una in via Villagrazia, nei pressi della villa di Giovanni Bontate, un’altra in contrada Piraineto di Punta Raisi, gestita da Gerlando Alberti, un’altra a Trabia. Nel 1982 sarà scoperta una quarta raffineria, a Palermo, in via Messina Marine. Ciascuna di esse produceva 50 kg di eroina a settimana. La signoria territoriale esercitata dalle famiglie mafiose, e in particolare dalla famiglia Badalamenti sull’area dove sorge l’aeroporto di Palermo, espressione di un potere statuale che caratterizza la mafia siciliana fin dai suoi primi giorni, si sposa con i traffici internazionali, a riprova di un’elasticità e capacità di adattamento che non svelle le radici ma le rafforza, funzionalizzando aspetti arcaici e premoderni alle nuove occasioni di accumulazione offerte dal mercato mondiale.
Così, stando alle inchieste giudiziarie, quattro famiglie siciliane (gli Spatola-Inzerillo, i Gambino, i Bontate e i Badalamenti) avrebbero costituito un gruppo compatto, cementato anche da legami di parentela, e assieme ai cugini americani avrebbero avuto un ruolo egemonico nel mercato dell’eroina. A capo di questo gruppo sarebbe stato il boss siculo-americano Carlo Gambino. Nello scontro con i corleonesi, al centro della guerra di mafia dei primi anni ’80, queste famiglie sono risultate perdenti, ma i sopravvissuti continuano a gestire negli anni successivi il traffico di droga, come risulta dall’inchiesta e dalle condanne del processo denominato “Pizza connection”.
Sulla mafia di quegli anni circola una lettura schematica e fuorviante: l’inserimento nel traffico di droga avrebbe snaturato l’organizzazione “Cosa nostra” (denominazione venuta alla luce in seguito alle rivelazione di Buscetta), si sarebbe verificata una sorta di mutazione genetica che avrebbe sepolto sotto palate di dollari le regole e i “valori” che avrebbero caratterizzato la vecchia mafia, fedele alle sue radici contadine. Nella versione di Buscetta, i suoi amici (da Bontate a Badalamenti) rappresentano la mafia “buona”, che agiva nel rispetto di codici comportamentali fondati sull’onore, mentre i corleonesi sono i portatori di una sanguinaria deregulation all’insegna dell’arricchimento facile. In realtà i protagonisti dei traffici di sigarette e di eroina sono proprio gli amici di Buscetta, mentre i corleonesi erano i parenti poveri e imbracciano le armi per chiedere una maggiore porzione della torta. Su questa base una mafiologia tanto diffusa quanto gratuita ha favoleggiato di una “mafia tradizionale in competizione per l’onore e il potere”, che sarebbe stata soppiantata da una “mafia imprenditrice” che solo negli anni ’70 avrebbe scoperto “la competizione per la ricchezza”.
La storia della mafia reale ignora distinzioni tra mafia buona e mafia cattiva (la strage di Portella della Ginestra e gli assassinii dei militanti del movimento contadino non sono meno feroci degli omicidi e delle stragi degli anni più recenti) e un’analisi adeguata legge gli adattamenti dettati dai mutamenti del contesto come uno dei caratteri fondamentali del fenomeno mafioso, la cui persistenza nel tempo è frutto della capacità di combinare rigidità formale ed elasticità di fatto. Senza questa elasticità la mafia sarebbe morta con il feudo, non si sarebbe riambientata in una società urbanizzata e a economia prevalentemente terziaria e successivamente in uno scenario sempre più internazionalizzato e finanziario. E il mantenimento del radicamento territoriale l’ha salvaguardata dal destino dei mutanti alla deriva. Così si è realizzato quel mix di continuità e innovazione che informa i fenomeni di durata, la signoria territoriale si è sposata perfettamente con la “riproduzione allargata del capitale” e ricchezza, prestigio e potere, per la mafia, ma non solo per lei, hanno fatto e continuano a fare tutt’uno.
Non c’è stata quindi nessuna degenerazione, nessuna mutazione da “uomini d’onore” in “uomini del disonore”, ma questo non vuol dire ignorare o sottovalutare le conseguenze che ha avuto l’inserimento nel traffico di droga delle famiglie mafiose. Ci sono stati aggiustamenti organizzativi (si è formata almeno per qualche tempo una struttura interfamilistica che gestiva il contrabbando di sigarette e il traffico di droga) e la lievitazione dell’arricchimento ha scatenato appetiti all’origine della conflittualità interna ed esterna, fino al “delirio di onnipotenza criminale” di Riina e soci, culminato con le stragi di Capaci, via D’Amelio, di Firenze e di Milano. Resta da vedere se le stragi siano state soltanto il frutto di un “delirio” o di dinamiche più complesse innescate dai processi di transizione che hanno portato alla cosiddetta “seconda Repubblica”, ma francamente non so quali risultati sortiranno le indagini che tentano di far luce in questa direzione.

 

Proibizionismo e accumulazione mafiosa

Se alla radice di questa stagione di sangue sta l’enorme arricchimento dovuto al traffico di droga (anche se non vanno sottovalutate le altre fonti di accumulazione, vecchie e nuove, dalle estorsioni all’usura, agli appalti di opere pubbliche), non è difficile individuare nel proibizionismo la causa e l’occasione più propizia per la scalata criminale e per la traduzione dell’agire mafioso in impresa che gestisce in regime di monopolio o di oligopolio l’offerta di un bene o servizio illegale ma con una domanda di massa.
Dal proibizionismo dell’alcol negli anni ’20 a quello attuale delle droghe assistiamo alla replica di un copione: i gruppi criminali diventano soggetti economico-finanziari di prim’ordine con tutto quello che ciò comporta come ruolo socio-politico e come interazione se non identificazione con ambienti di potere.
Gli effetti più significativi del proibizionismo degli alcolici, introdotto negli Stati Uniti con il Volstead Act del 1920 e durato fino al 1933, furono l’inosservanza della legge e quindi una illegalità diffusa, l’esposizione a rischio dei consumatori, il salto di qualità dei gruppi criminali e l’incremento della corruzione dei pubblici ufficiali, dai poliziotti ai magistrati e ai politici. Il proibizionismo (la Prohibition) è stato definito la “levatrice del crimine organizzato in America” (Sifakis 1982, p. 589). In effetti in quegli anni le gangs, che erano in disarmo o si limitavano ad attività poco redditizie, compirono un salto di qualità, si formò una nuova leva di criminali-imprenditori che realizzavano livelli di accumulazione pari se non superiori alle grandi corporations legali. “Siamo più grandi della U.S. Steel” sosteneva Mayer Lansky, e personaggi come lui, come Al Capone, Lucky Luciano, Benjamin “Bugsy” Siegel, non sarebbero diventati così noti, ricchi e potenti, senza le grandi opportunità offerte dalla Prohibition. Si calcola che Al Capone abbia intascato 60 milioni di dollari dal bootlegging (spaccio clandestino di liquori). E questo arricchimento degli imprenditori del crimine porta a un rovesciamento dei ruoli: se prima erano i politici che riuscivano a controllare i gangsters, ora sono questi ultimi che dettano ordini. “I own the police” (“Ho in mano la polizia”), diceva Al Capone, e non era una spacconata, anzi i suoi legami andavano ben oltre la polizia di Chicago.
La storia del proibizionismo delle droghe è nota: dalla conferenza internazionale di Shangai del 1909 alle Convenzioni dell’Aja (1912), di Ginevra (1925, 1931, 1936), alla Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961 fino alla Convenzione di Vienna del 1988, si è imposto il modello americano, fondato sulla criminalizzazione della produzione, commercializzazione e consumo, con effetti che riproducono e aggravano quelli generati dal proibizionismo dell’alcol: l’espansione dei consumi e la diffusione dell’illegalità, la lievitazione dell’accumulazione illegale e il rafforzarsi e proliferare delle mafie attirate dai grandi profitti che si possono realizzare producendo e smerciando su scala mondiale un prodotto a larghissima richiesta. Com’è noto, le stime del volume d’affari annuale del narcotraffico hanno oscillazioni rilevanti. Secondo il National Intelligence Council, sarebbe tra i 100 e i 300 miliardi di dollari, mentre le Nazioni Unite parlano di 400 miliardi e la Banca mondiale di 1.000 miliardi. In ogni caso il traffico di droghe sarebbe ancora l’attività più remunerativa: il traffico di armi sarebbe al secondo posto con 290 miliardi di dollari, seguirebbero a notevole distanza il traffico di rifiuti tossici (10-12 miliardi) e la tratta di esseri umani (7 miliardi) (Politi 2001).

 

Un mercato sempre più complesso

Il mercato delle droghe negli ultimi decenni è diventato sempre più complesso per il proliferare delle sostanze psicoattive (a quelle naturali si sono affiancate quelle di sintesi), l’espansione dei consumi e l’incremento dei soggetti criminali che producono e commercializzano le varie droghe. Ai gruppi storici che operavano da tempo sul mercato delle droghe (oltre alla mafia siciliana e alle altre mafie italiane, la ‘ndrangheta, la camorra e da alcuni anni anche la criminalità pugliese, la mafia turca, le triadi cinesi e la yakusa giapponese) si sono aggiunti gruppi di formazione più o meno recente, come i cartelli colombiani, le mafie albanese, russa, nigeriana ecc. Alcuni gruppi, prima impiegati come manovalanza criminale, hanno via via acquistato autonomia e si sono messi in proprio.
Si può discutere l’uso generalizzato del termine “mafie” per i vari gruppi criminali ed è certamente da respingere lo stereotipo secondo cui ci sarebbe una piovra universale diretta da una cupola mondiale che per qualche tempo sarebbe stata pilotata dal quasi analfabeta Totò Riina. Anche l’espressione “crimine transnazionale”, usata dalle convenzioni internazionali e dalla letteratura giuridica e criminologica, è meramente descrittiva. Quel che è certo è che il traffico di droghe ha aperto, ancora più del contrabbando di sigarette, le porte del mercato internazionale e della globalizzazione del crimine.
A un monopolio o oligopolio oggi si è sostituito un polipolio dell’offerta e mentre vari gruppi hanno fatto registrare livelli notevolmente alti di conflittualità interna non si sono verificati fino a oggi episodi significativi di contrasto tra i vari gruppi tali da far pensare allo scatenarsi di una guerra tra loro. Si è stabilito un regime di convivenza pacifica, di criminal agreement, che dimostra che anche i gruppi più violenti, come Cosa nostra siciliana o la mafia albanese, quando ci sono in gioco grossi affari riescono ad agire, o a interagire, sottomettendo la cultura della violenza ai dettami della razionalità economica.
Che tipo di rapporti si è stabilito tra vecchi e nuovi soggetti criminali sul terreno del traffico di droghe e su altri terreni di accumulazione illegale? Siamo di fronte a un universo in mutazione, in cui si ripropone, in termini che bisognerebbe studiare attentamente sulla base di una documentazione adeguata, la dialettica continuità-trasformazione, radicamento-internazionalizzazione o globalizzazione.
Per quanto riguarda il nostro Paese, le organizzazioni criminali storiche e nuove negli ultimi anni hanno fatto registrare significativi mutamenti in risposta alle ondate repressive e alle novità del contesto. Cosa nostra siciliana, dopo la stagione delle stragi, si è “sommersa” e “inabissata”, cioè è tornata alla mediazione, e per arginare l’emorragia dei “pentiti” ha innalzato le barriere della segretezza e della compartimentazione, rivedendo i criteri di reclutamento e disciplinando più rigidamente le relazioni tra i vari sodalizi. Ma è significativo che alla sua testa, anche se affiancato a quanto pare da un “direttorio”, ci sia un uomo per tutte le stagioni come l’eterno latitante Bernardo Provenzano, prima killer con Luciano Liggio, poi stragista con Riina e ora regista della transizione nel nuovo secolo.
Secondo la Dia, i rapporti di Cosa nostra con i sodalizi criminali stranieri sarebbero sporadici e inconsistenti (Dia 2001, p. 7), ma da recenti inchieste comincia a emergere una realtà ancora tutta da esplorare. La relazione conclusiva della Commissione antimafia del marzo 2001 parla di un “comparto estero” di Cosa nostra e di una “strategia di “globalizzazione finanziaria” delle organizzazioni criminali nel contesto di una integrazione in chiave transnazionale dei “mercati criminali”” (Commissione antimafia 2001, pp. 66 sgg.). In realtà la finanziarizzazione della mafia è un fenomeno avviato già da tempo, anche se ha fatto fatica a emergere per la dittatura dello stereotipo “mafia imprenditrice” presentato negli anni ’80 come una grande scoperta, mentre le analisi economiche sul crimine organizzato erano state elaborate negli Stati Uniti già vent’anni prima. Oggi si parla della possibilità che Cosa nostra “si stia ritagliando un ruolo internazionale tanto importante quanto evoluto; un ruolo di struttura finanziaria in grado di attivare e controllare attività illecite – condotte materialmente da varie organizzazioni italiane e straniere che agiscono raccordandosi tra loro – servendosi della medesima struttura che negli anni passati essa ebbe ad utilizzare per gestire la parte finanziaria dal contrabbando di tabacchi lavorati esteri e dal traffico di stupefacenti, e cioè i trasferimenti di denaro, il riciclaggio e i reinvestimenti” (Dia 2001, p. 21). Bisogna vedere quanto in questa ipotesi giochi l’immagine già consolidata nel recente passato.
La ‘ndrangheta avrebbe negli ultimi anni mutuato il modello organizzativo di Cosa nostra, con la creazione di mandamenti e l’adozione di una struttura unitaria e sarebbe l’organizzazione più proiettata sul piano nazionale (in particolare in Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana) e internazionale.
La camorra, strutturata in molteplici gruppi in conflitto tra loro, intreccia attività classiche, come estorsioni, usura, appalti, contrabbando di tabacchi lavorati esteri e traffico d droghe, e nuove, come la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, il commercio di carni dopo l’emergenza “Mucca pazza”, e opera in collegamento con altri gruppi con proiezioni a livello internazionale e internazionale, in particolare in Germania e nel Regno Unito.
Anche la criminalità organizzata pugliese ha struttura reticolare e i vari gruppi interagiscono fra loro e con altre organizzazioni italiane e straniere, in particolare di etnia kosovaro-albanese, sul terreno del traffico di clandestini e di stupefacenti, di cui la Puglia è diventata uno dei crocevia più importanti.
Tra i principali gruppi stranieri insediatisi nel territorio italiano (albanesi, nigeriani, cinesi, colombiani, russi) gli albanesi sono i più numerosi e avrebbero assunto un ruolo prevalente: sono i grandi rifornitori di droghe dei gruppi criminali italiani e operano alla pari con essi. Dall’Albania arrivano in Italia ingenti quantità di marijuana, di eroina e cocaina. Una volta interrotta per i conflitti nell’ex Iugoslavia la via balcanica dell’eroina verso il Nord Europa (ma recentemente si sarebbe riaperta), i gruppi albanesi controllano la cosiddetta “rotta balcanica meridionale”, che dalla Turchia passando per la Bulgaria arriva in Albania e attraverso il canale di Otranto giunge in Italia. Gli albanesi hanno rapporti con i cartelli colombiani, ricevendo sul loro territorio carichi di cocaina in arrivo dai porti nordeuropei, in particolare olandesi, e non si esclude che la “cocaina rosa” sia raffinata in Albania.
La mafia albanese è strutturata su base clanica e familistica e ha rapporti continuativi con le organizzazioni pugliesi e campane ma anche con la criminalità comune. I rapporti con organizzazioni salentine cominciano fin dai primi anni ’80 con il contrabbando di sigarette e con la Sacra corona unita negli ultimi anni ha operato un patto di divisione e territorializzazione del lavoro criminale: i pugliesi gestiscono il contrabbando di sigarette e il traffico di eroina, di cocaina e di armi; gli albanesi il traffico degli immigrati clandestini e il racket della prostituzione e delle droghe leggere, in aree ben delimitate sulle due sponde dell’Adriatico (Piacente 1998).
La criminalità nigeriana è costituita da gruppi rigidamente strutturati senza collegamento tra loro, con una forte connotazione culturale (si fa un largo impiego di pratiche magico-religiose: i riti woodoo) e le sue principali attività sono il traffico di esseri umani, lo sfruttamento schiavistico della prostituzione e il traffico di stupefacenti. Opera in particolare nelle regioni del Centro-Nord ma è presente anche in Campania: qui, per l’esercizio della prostituzione delle immigrate nigeriane la camorra riscuote una sorta di tassa per l’occupazione del suolo.
I nigeriani sarebbero passati negli ultimi anni da corrieri a servizio di altre organizzazioni a imprenditori criminali in proprio, collocandosi ai primissimi posti nella graduatoria dei trafficanti internazionali. Stando alle fonti investigative, i sodalizi dediti al traffico di stupefacenti avrebbero rapporti diretti con i produttori e avrebbero un alto profilo organizzativo, sapientemente mascherato fino all’invisibilità con la rinuncia all’uso della violenza verso l’esterno (Dia 2001, p. 43). I proventi delle attività illecite sarebbero in buona parte investiti in Italia.
I rapporti della mafia siciliana con i cartelli colombiani rimontano agli anni ’80: nell’ottobre del 1987 furono sequestrati sul mercantile Big John nei pressi di Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, 596 kg di cocaina, destinati alla famiglia dei Madonia. Allora si parlò di patto di esclusiva tra il cartello di Medellín e la famiglia siciliana e nel ’91 a Milano fu arrestato per riciclaggio il manager Giuseppe Lottusi, indicato come cassiere del cartello colombiano. Allora la porta d’ingresso per la cocaina era la Spagna, ora la droga arriva attraverso l’Albania e i colombiani dispongono in Italia di vari centri logistici in cui vengono svolte le fasi finali della raffinazione e mentre gli uomini dei cartelli curano le operazioni più complesse, i piccoli quantitativi di cocaina vengono gestiti da piazzisti non collegati direttamente con essi (Commissione antimafia 1999, p. 31).
Non risulta fino ad oggi un ruolo significativo nei traffici di stupefacenti dei gruppi criminali cinesi insediatisi in Italia, in particolare nelle regioni del Centro-Nord. La criminalità cinese in Italia è costituita da vari gruppi, con composizione variante dalle dieci alle cinquanta unità, e le principali attività sono l’immigrazione clandestina, le estorsioni, le rapine e l’usura, praticate all’interno del gruppo etnico in funzione del pagamento del debito contratto dagli immigrati.
Operano nel Centro-Nord anche i gruppi criminali russi dediti a varie attività, tra cui il traffico di stupefacenti. Non risultano rapporti con le organizzazioni criminali italiane, se non per acquisti sul mercato nero delle armi e per speculazioni finanziarie come l’acquisto di rubli, scambiati con denaro di illecita provenienza, destinati all’investimento in Russia in funzione di riciclaggio.
Tra i nuovi arrivati ci sono anche i rumeni, mentre i turchi sono vecchie conoscenze. Da tempo la mafia turca ha un ruolo di primissimo piano nel traffico di eroina e tale ruolo risulta confermato e potenziato negli ultimi anni. Ma i collegamenti con la criminalità italiana, ampiamente documentati per il passato, secondo fonti ufficiali negli ultimi anni si sarebbero affievoliti.
In Italia non siamo ancora al melting pot delle etnie e di conseguenza anche del crimine, ma come del resto per altri paesi occidentali la strada è quella indicata da tempo dal modello pluralistico americano.

 

Mafie, borghesie mafiose e blocco sociale

Come e più ancora forse di altre attività, il traffico di droghe non solo riproduce e rafforza i gruppi criminali organizzati ma pure contribuisce a generare e a estendere il sistema relazionale che ruota attorno ad essi. Questo sistema attraversa il contesto sociale dall’alto in basso, coinvolgendo vari soggetti, dai produttori di materie prime agli specialisti della raffinazione, dagli spacciatori-consumatori ai professionisti del riciclaggio. Si potrebbe dire che ci troviamo di fronte a uno de fenomeni più interessanti di interclassismo o transclassismo criminale. Su questo terreno si incontrano modelli sedimentati in territori geograficamente lontani, come la Sicilia e l’America Latina.
Se la Sicilia è la terra madre del modello mafioso, nella sua articolazione complessa (dalle organizzazioni criminali di base, le famiglie, alle strutture di collegamento e di direzione, orizzontali e verticali, al blocco sociale che ruota attorno ad esse, sulla base della comunanza di interessi e dalla condivisione di codici culturali, con un ruolo dominante esercitato dai soggetti illegali e legali più ricchi e potenti: borghesia mafiosa), studi sui paesi latino-americani hanno posto l’accento sulla formazione di borghesie assimilabili a quella mafiosa siciliana (Kalmanovitz 1990, Krauthausen 1998) e ricostruito un quadro delle articolazioni del narcosistema (Rivelois 1999) e del blocco sociale prodotto e cementato dal narcotraffico. Le categorie coinvolte sono numerosissime, si può dire che ben pochi restano fuori. Si comincia con i contadini produttori, si continua con i chimici, i trasportatori (autisti e piloti di navi), i mulas (uomini e donne che imbottiscono il corpo di cocaina o la ingoiano), le guardie del corpo dei narcotrafficanti, i traqueteros (ambasciatori del narcotraffico sulle piazze degli Stati Uniti e di altri paesi), gli avvocati difensori, i contabili, i consulenti finanziari, i giornalisti e scrittori a servizio dei capi del narcotraffico per legittimare le loro gesta, gli amministratori e i politici, i magistrati, i doganieri, il personale del fisco, della polizia, i militari, il personale coinvolto nelle attività di investimento dei capitali, nelle attività commerciali e professionali necessarie per soddisfare le domande di consumo dei narcotrafficanti: architetti, medici, stilisti, sportivi ecc. (Kaplan 1992). È un indotto interminabile messo in piedi dall’economia della droga e dall’iperconsumismo della ricchezza facile.
Questo modello si è ormai diffuso su scala planetaria e mentre nelle società occidentali le borghesie mafiose sono una componente del sistema di accumulazione e di dominio, in molte realtà, a cominciare dai paesi ex socialisti, sono le uniche borghesie o hanno un ruolo decisamente prevalente, per le grandi convenienze offerte dai traffici illegali e le grandi difficoltà di innescare dinamiche significative di accumulazione legale. Prima si parlava di narcocrazie, oggi si parla di Stati-mafia e,, anche se bisogna evitare generalizzazioni e semplificazioni affrettate, il traffico di droghe ha certamente un ruolo significativo se non determinante nei processi di criminalizzazione delle istituzioni fino alla coincidenza e sovrapponibilità tra gruppi criminali e soggetti detentori del potere.

 

Guerre alla droga, geopolitica, narcotraffico e terrorismo

Nei primi anni ’80 il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan dichiarò la “guerra contro le droghe internazionali”, indicando nella produzione e nell’offerta estera il nemico esterno dell’America, contro cui battersi con una strategia basata su due punti fondamentali: l’eradicazione delle coltivazioni e la distruzione delle sostanze prima che passassero le frontiere, la repressione dei trafficanti.
Da allora gli Stati Uniti hanno proseguito su questa strada, ma in realtà la guerra alla droga era condotta e continua ad essere condotta con grande cinismo. La droga è stata usata come fonte di denaro per finanziare interventi militari contro il pericolo comunista e la guerra contro di essa è stata il pretesto per imporre o rafforzare il comando su territori di importanza strategica, come nel caso della Colombia.
Nessuna meraviglia quindi se per queste operazioni sono stati impiegati i servizi segreti, con grande spregiudicatezza, fino alla complicità con i criminali e all’incentivazione del crimine. È nota l’azione della Cia negli anni ’40 e ’50 in appoggio all’esercito nazionalista cinese (il Kuomintang) contro i maoisti, con l’incremento della produzione di oppio nel Sud-Est asiatico; negli anni ’60 nel Laos nella guerra segreta, finanziata dall’oppio, contro i guerriglieri del Pathet Lao; negli anni ’80 in Afghanistan, a fianco dell’Isi, il servizio segreto pakistano, e con i gruppi fondamentalisti in lotta contro l’invasione sovietica e in Nicaragua a sostegno dei contras antisandinisti, sempre con largo impiego dei capitali provenienti dal traffico di droghe (Santino-La Fiura 1993, pp. 234 ss.). Meno nota, ma non meno spregiudicata, l’azione del Mossad, il servizio segreto israeliano, coinvolto nella Contras Connection e in operazioni in Colombia (A. e L. Cockburn 1993).
Negli ultimi anni la guerra alla droga ha avuto una delle sue più significative materializzazioni con il Plan Colombia, un programma di fumigazioni delle coltivazioni di coca e di riforme predisposto dal presidente Andrés Pastrana su pressione dei circoli americani nordamericani e della Cia, lautamente finanziato dagli Stati Uniti e con una fetta consistente del budget destinata a spese militari. L’assistenza militare Usa si estende anche ai paesi limitrofi, Perù, Ecuador e Bolivia, e si configura come una vera e propria militarizzazione del continente sudamericano che usa la lotta alla droga come pretesto per il contrasto ai gruppi guerriglieri e come trampolino di lancio per il controllo di un’area caratterizzata da gravi crisi istituzionali e da un’instabilità generalizzata (Mazzeo 2000).
Già prima dell’11 settembre e ancora di più dopo gli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono, la lotta al terrorismo ha occupato la prima pagina dell’agenda internazionale. L’immagine dominante è quella dell’Occidente civile assediato dagli altri, dai terroristi, dagli Stati-canaglia che li proteggono, dall’Asse del male (Iran, Iraq, Corea del Nord). Si dimentica che i talebani e lo stesso Bin Laden sono gli stessi che lottavano all’ombra della Cia contro i sovietici e il governo comunista, che l’Afghanistan è salito in vetta alla classifica mondiale dei produttori di oppio perché esso serviva per finanziare la guerriglia anticomunista, che Bin Laden ha interessi in molti paesi del mondo, compresi quelli occidentali, al riparo del segreto bancario, che familiari di Bin Laden sono stati soci in affari di George W. Bush fino ai primi anni ’90 (Santino 2001).
Nell’immaginario corrente che vede il terrorismo come un’inspiegabile incarnazione del Male, il traffico di droga ha un posto in prima fila. Secondo la delibera n. 1373 del 28 settembre 2001 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, c’è una stretta connessione fra il terrorismo internazionale e la criminalità organizzata transnazionale, il traffico illecito di droga, il riciclaggio di denaro sporco e il traffico illegale di armi. E questa connessione legittimerebbe il ricorso alla guerra, così com’è avvenuto in Afghanistan e potrebbe avvenire in altre aree del pianeta. Come dimostra anche quanto sta avvenendo in questi giorni nei territori arabi occupati della Palestina, non si fa nulla per rimuovere le cause e si aggravano le situazioni da cui scaturisce la scelta del terrorismo. Tutto ciò è in perfetta coerenza con le logiche proibizioniste e militari che dominano le guerre alla droga, in assenza di qualsiasi politica che ribalti gli effetti criminogeni della globalizzazione neoliberista, un contesto che stimola e favorisce il ricorso all’accumulazione illegale (Santino 2000), in cui la produzione e il traffico di droghe hanno ancora oggi un peso prevalente.

Riferimenti bibliografici

Cockburn Andrew e Leslie, Amicizie pericolose. Storia segreta dei rapporti tra Cia e Mossad dal ’48 alla guerra del Golfo, Gamberetti, Roma 1993.
Commissione antimafia, Relazione sul traffico mafioso di tabacchi e stupefacenti, Roma 1976.
Commissione antimafia, Le nuove mafie in Italia, Roma 1999.
Commissione antimafia, Relazione conclusiva, Roma 2001.
Dia (Direzione investigativa antimafia), Attività svolta e risultati conseguiti, 1° semestre 2001.
Kalmanovitz Salomon, La economía del narcotráfico en Colombia, in “Economia colombiana”, n. 226-227, febbraio-marzo 1990, pp. 18-28.
Kaplan Marcos, Narcotraffico. Gli aspetti sociopolitici, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1992.
Krauthausen Ciro, Padrinos y mercaderes. Crimen organizado in Italia y Colombia, Planeta colombiana, Santafé de Bogotá, 1998.
Mazzeo Antonio, Plan Colombia, interventismo Usa e violazione dei diritti umani, 2000, dattiloscritto.
Piacente Nicola, La mafia delle aquile, in “Narcomafie”, n. 7-8, luglio-agosto 1998, pp. 10-13.
Politi Alessandro, Traffici illeciti per mille miliardi di dollari, in “Il Sole-24 ore”, 26 novembre 2001, p. 3.
Rivelois Jean, Drogue et pouvoirs: du Mexique aux paradis, L’Harmattan, Paris 1999.
Santino Umberto, Modello mafioso e globalizzazione, 2000, www.centroimpastato.com.
Santino Umberto, La fabbrica dei diavoli. A lezione dalla Cia: fondamentalismo e droga in Afghanistan, 2001, www.centroimpastato.it.
Santino Umberto – La Fiura Giovanni, Dietro la droga, Gruppo Abele, Torino 1993.
Sifakis Carl, The Encyclopedia of American Crime, Facts on File, New York 1982.

Pubblicato su “Narcomafie”, n. 5, maggio 2002, pp. 6-14, con il titolo: Il circolo vizioso.